Da venerdì 20 gennaio 2023 al Teatrosophia debutterà “Tommy” di Giuseppe Manfridi per la regia di Vittorio Bonaccorsi. Giuseppe Manfridi è uno tra i maggiori drammaturghi contemporanei. “Tommy” è il titolo del monologo interpretato da Giuseppe Arezzi, giovane attore ma con un bagaglio di esperienza ormai consolidato. Infatti, Giuseppe Arezzi affronta con maturità uno dei temi più scottanti di questo periodo pandemico: il conflitto interiore con la propria solitudine e il senso claustrofobico che ne consegue. Veniamo all’opera che sarà sicuramente un grande successo. Protagonista del monologo è Tommy, una giovane metafora della fragilità di una generazione che fa i conti con ciò che le è stato negato, primo fra tutti la possibilità di riscattarsi dalla bulimica assenza dei genitori. Assenza che, per paradosso, risulta ancora più evidente nel rapporto coatto a cui ci ha costretto una particella microscopica come il virus. Con questi è tornato in auge anche un altro fenomeno che negli anni passati era relegato soltanto alla società giapponese, quello degli “hikikomori” (lett. stare in disparte, ritirarsi, chiudersi), giovani che scelgono di scappare fisicamente dalla vita sociale. Una volta, da piccoli, ci si isolava costruendo capanne fatte di pietre e cartone o legno, per ritrovare un proprio mondo fatto di piccoli segreti, per dare sfogo alla sessualità appena sbocciata o per infrangere piccoli tabu. Quello di Tommy è un isolarsi a metà perché la sua capanna/seminterrato diventa una sorta di surrogato della sua mente, all’interno della quale rifugiarsi (per guarire?). Il buio è prossimo all’oscurità e alle tenebre, ma vuol dire anche non conoscere la verità, ignorare qualcosa. La verità invece è la luce. In questo contrasto perenne tra buio e luce, tra continue domande e risposte negate, Tommy struttura la sua anima e ne fa la propria casa. Un’anima sgabuzzino: in cui mettere tutte le cose che non vanno, che non piacciono o che piacciono ma sono vietate. Come una pentola a pressione il suo corpo risente di questa lotta e trova una valvola di sfogo in uno starnuto nervoso, quasi da animale. Egli si confessa in un finto dialogo o una specie di seduta psicanalitica con sé stesso, in una sorta di parossistico autodafé. Abbiamo intervistato il drammaturgo Giuseppe Manfridi che ci ha condotto all’interno di questa preziosa e affascinante opera. Caro Giuseppe a breve ci sarà il debutto di un tuo nuovo lavoro: Tommy, ci racconti qualcosa? È un testo che mi commuove. L’ho scritto poco più che ventenne, e di sicuro oggi non saprei scriverlo meglio, o in modo più giusto. Negli anni ho visto molte edizioni di Tommy ma questa di Giuseppe arriva a notevole distanza dall’ultima; ancora non l’ho vista, ma ne ho saputo cose bellissime. Posso dire, e non solo dunque sulla fiducia, ma anche da quanto trovato in rete e dalle recensioni, che ne so sono davvero orgoglioso. Mi sembra che Giuseppe Arezzi si sia calato in modo assoluto nel personaggio. Insomma, non vedo l’ora fi applaudirlo portandogli l’abbraccio dell’autore ‘ventiduenne’. Tommy chi è? Un ragazzo/fanciullo che trova solo nello sgabuzzino di caso il rifugio capace di tenerlo al riparo dalla particolare sindrome psicosomatica da cui è affetto, vale a dire uno starnuto compulsivo che lo affligge al ritmo torturante di uno ogni pochi secondi. Ed è perciò dall’interno dello sgabuzzino che potrà stabilire un rapporto più o meno lineare con l’analista che lo ha in cura. C’è qualcosa di te nel protagonista è nella sua storia? Non più di tanto. C’è sempre qualcosa di me nei miei personaggi, uomini o donne che siano, ma mai troppo. Il personaggio lo considero comunque parte fi una realtà esterna che ho bisogno di immaginarmi nello spazio attorno e non circoscritto in una dimensione introversa. Anche se devo ammettere che per un certo tempo i riverberi psicosomatici delle mie ansie non hanno fatto che aumentare la mia ansia generale. Un circolo vizioso. Perché un monologo? In realtà, non è esattamente un monologo. Come ho già detto, pur se invisibile, c’è un deuteragonista di cui si può intuire l’interazione con Tommy. L’analista a cui mi riferivo. Come hai scelto l’attore che interpreterà Tommy? È l’attore che ha scelto il personaggio. Un giorno Giuseppe è venuto a trovarmi raccontandomi lo spettacolo che avrebbe voluto fare e come, con debutto in Sicilia, e ho capito che avrebbe sarebbe stato in grado di realizzare qualcosa di eccellente. Sembra che sia andata proprio così. Senza dire che immediatamente a colpo d’occhio ho capito che avrebbe potuto essere un Tommy perfetto. La solitudine che cos’è? Una croce o una benedizione. Dipende da chi la vive e in quali circostanze. Per Tommy, malgrado il suo anelito verso il mondo e l’amore, la solitudine appare a tratti più come uno stato di beatitudine in grado di tenerlo lontano dalle tensioni da cui è afflitto all’interno della cerchia familiare. Quante solitudini ci abitano? Tante anime, tante diverse capienze! Ve ne sono alcune (di anime, intendo) che se ne possono consentire molte e che addirittura riescono a metterle in comunicazione l’una con l’altra. Quando accade, l’immaginazione si accende e in tal modo si può accedere alla più perfetta creatività. Altrimenti, se le solitudini sono poche, o una soltanto, ci si finisce incagliati e nulla ne viene, se non l’attesa di un soccorritore che venga ad aprire la porta. O per farci uscire, o per entrare a farci compagnia. La pandemia ha aumentato le solitudini oppure le ha solo rivelate? Terza ipotesi, quella che prediligo: ha insegnato a molti come mettere a frutto la propria. Anche se questo ha significato un’esagerata fecondità nello scrivere romanzi, poesie e testi teatrali. Con relativa smania di volersi vedere pubblicati e messi in scena. Perché qui la solitudine è associata al senso claustrofobico? Per la particolare sintomatologia che ha quasi fatto di Tommy un caso mediatico. A voler essere più specifici, se il ragazzo non avesse la risorsa del suo sgabuzzino rischierebbe addirittura di morite sotto il flagello delle convulsioni. In qualche modo si tratta di una claustrofobia di necessità, quasi salvifica. Che cosa è stato
Vivo a Parigi con la Sicilia nel cuore
Venerdì 2 dicembre 2022 è uscito su tutte le piattaforme il nuovo singolo di Gabriele: “Mi supererò” (Super – héros nella versione francese) per l’etichetta AG Group e distribuito da Universal Music France. Gabriele è un’artista poliedrico dalle mille arti che si perdono nella notte dei tempi tanto da costruire una narrazione artistica unica e assoluta. Incontrarlo ed entrare nel suo mondo è come avere la possibilità di dialogare con la sua anima: delicata e profonda. Gabriele è qualcosa di assoluto nella semplicità del suo essere persona. Da Milano a Parigi volo di solo andata? No, no assolutamente in Sicilia ci torno ogni volta che mi è possibile. La Sicilia che posto occupa nel suo mondo? Un posto importante è la mia casa, il luogo dove sono nato e cresciuto. Perché “parigino d’adozione”? Sono un’artista siciliano, parigino d’adozione, un creativo che ha impresso, in ogni cellula, l’arte. Come possiamo superarci? Come nasce “Mi supererò”? Dal mio sentire, dalle mie emozioni. La canzone mette in evidenza il mio modo di lavorare sulla mia attitudine alle arti ed oggi, grazie a questo, ho un’identità artistica ben definita: un abito sartoriale che indosso con disinvoltura, che mi è viatico e fare di orientamento. Il mio progetto artistico è arte e vita racchiuse in una sola anima. Ci può dire di più? Mi supererò nasce da un’idea musicale sulla quale ho scritto il testo, sviluppando un tema comune a tanti che come me lavorano dimenticando troppo spesso di vivere davvero. Crediamo di essere immortali, invincibili. Ci lasciamo travolgere da ritmi frenetici, credendoci supereroi senza accorgerci del fatto che il tempo scorre, inesorabilmente. Cosa racconta il testo? Mi supererò, racconta come ogni giorno per noi sia una corsa folle, alla ricerca del risultato migliore e possibilmente immediato. Una riflessione personale che faccio spesso. Ovvero? Credo che ogni cosa debba essere costruita e i traguardi conquistati nella vita come nella musica. Dove è stato girato il video del suo ultimo lavoro musicale? Il video è stato girato tra Lione e Parigi. È un racconto ad immagini: uno scenario dapprima grigio e teso, che si illumina poi di colori e luce. Sono accompagnato dai ballerini Laura Dubois, Marion Cottier, Jose Monteiro ed Emanuele Esposito, insieme danziamo cercando di dare un nuovo senso alla vita, che merita di essere vissuta e rispettata … ricordando che non siamo supereroi! Quindi si può ballare oltre che ascoltare? Il brano ha un ritmo ballabile e radiofonico oltre che riconfermare la mia cifra musicale. È un bel canto che mette al centro le parole, con l’italiano e il francese che raccontano una storia, la mia. C’è un secreto per arrivare al successo? Ci vuole pazienza, tenacia e voglia di mettersi in gioco, di mostrarsi. Questo è quello che mi piace, è il mio modo di guardare al mondo, è il mio essere artista e uomo. Il corpo per lei che cos’è e cosa rappresenta? Il corpo è l’essenza. Attraverso il mio corpo esprimo la mia arte, il mio essere artista. Il mio è un corpo che utilizzo come espressione fondante del mio essere, con la voce, la musica, il ballo, la giocoleria e le marionette. Pèrdono o perdòno cambiando l’accento cambia il senso, cosa crede? Non ci avevo pensato! Qual’è la sua identità artistica? Dopo il successo di “Una Vita in Più” e “Perdono”, le mie origini siciliane si evidenziano in tutta la loro cifra tanto da sottolineare la loro forza e la loro profondità. Radici che hanno costruito una particolare radicalità a Parigi, alimentate e nutrite dal mio essere cittadino del mondo. Una curiosità: lei piange? Piango dentro di me. difficilmente mi mostro al mondo, alle persone vicine nel mio momento di fragilità. Ha mai pensato di tornare in Sicilia? Come ho detto la Sicilia occupa un posto importante, ma la mia vita artistica è altrove. La terra dove sono nato ha ancora radici forti in me ma non offre l’apertura artistica di cui ho bisogno. L’arte è il mio nutrimento non potrei mai farne a meno. Progetti ulteriori? Molti e tutti interessanti. Una curiosità: cosa farà da grande? Continuare a fare musica. La musica, l’arte sono tutto il mio mondo.
Tutto inizia se lo vuoi
Si può racchiudere con la frase slogan: “Fai del bene vestendo bene” la filosofia del brand Ape Social Wear. Un brand nato dalla mente artistica e generosa di Alessandro Ferrari che propone abbigliamento e gadget con messaggi positivi, realizzati in cooperative sociali, che sostengono i progetti del Sermig, l’Arsenale della Pace. APE Social Wear non è un marchio come tutti, ma è il nuovo brand di moda sostenibile che crea magliette, abbigliamento e gadget con messaggi positivi, con temi solidali e cristiani. “Facciamo stampare il nostro abbigliamento in botteghe solidali dove viene garantito il lavoro a persone in difficoltà, e doniamo una percentuale di ogni vendita ai più poveri attraverso il SERMIG di Torino”, ci racconta Alessandro Ferrari in questa appassionante intervista. C’è da chiedersi cosa ha di speciale questo nuovo brand dalla filosofia sostenibile e accogliente, tanto che il suo ideatore ci risponde con una grande apertura non solo di cuore ma anche di vita: “Creiamo magliette, abbigliamento e gadget, seguendo i nostri valori, per oratori, aziende, scuole, associazioni e gruppi, sostenendo l’etica solidale. Il nostro abbigliamento è quindi creato su misura per ogni esigenza. Grazie ad APE Social Wear potrai vestire le tue idee per cambiare il mondo”. Quale messaggio più bello in un mondo come il nostro dove spesso sembrano smarriti i veri valori e dove le famiglie naufragano in un mare in tempesta? Leggete l’intervista e resterete affascinati da questo progetto assolutamente denso della sua cifra esistenziale. In fondo è proprio così: ogni vita vera è incontro. Perché il soprannome: Ape? Mi hanno soprannominato Ape i ragazzi dell’oratorio dopo che sono stato punto da delle api! Erano sette, tantissime! Eravamo in ritiro con l’oratorio, a parte il dolore delle punture, è stato divertente. C’è anche un brand curioso: Ape Social Wear, perché questa decisione imprenditoriale? È una storia interessante, ogni evento della mia vita ha la sua particolarità. Anche la nascita di questo brand ha qualcosa di inconsueto, non avrei mai creduto si potesse dar vita a un’esperienza come questa. Ovvero? Ero educatore in un oratorio. Un ragazzo indossava una maglietta che aveva una parolaccia, quindi decisamente fuori dal contesto che si stava vivendo. Gliela feci togliere e gliene diedi una bianca su cui scrissi con un pennarello: il bene genera bene. In effetti pare proprio si sia avverato, non crede? Quel “bene” fatto all’educazione del giovane ha generato un bene ancor più grande? Non potevo immaginare che da una cosa semplice e al tempo stesso educativa potesse venir fuori un progetto così intenso e denso di significato non solo per me ma anche per i giovani. Che cosa è accaduto? Quella maglietta venne richiesta da tanti altri ragazzi che volevano indossare una frase positiva, destinata a rimanere lo slogan di una filosofia di pensiero, trasformata in “il bene veste il bene”. Ecco che nacque così Ape Italian Style, poi divenuto Ape Social Wear. Nasce la moda Ape? Già, ed è un progetto importante che sto sviluppando e ancora vorrei sviluppare portando sempre nuove novità, ho tanti sogni in merito. La moda mi ha sempre appassionato e sono convinto che sia un veicolo importante per trasmettere sani e nutritivi messaggi. Con la nostra moda Ape lavoriamo molto sul sostenibile, sulla tutela del pianeta, sul rispetto dell’uno e dell’altro. A chi è rivolta? Ai giovani, a tutti coloro che desiderano portare un pensiero positivo, ai ragazzi dell’oratorio così come agli educatori, ai diversamente abili, diciamo a tutti coloro che desiderano guardare la vita con un occhio attento e gentile. La laurea in Scienze Religiose come si declina in tutto questo? Sono diplomato come grafico pubblicitario, poi in un secondo momento arriva la laurea in Scienze Religiose (nel 2001) dopo una conversione che mi ha cambiato la vita. Pensava di diventare imprenditore di un brand in forte espansione? Non ci ho mai pensato. Il mio percorso, però, sembrava scritto nel destino o, per meglio dire, in una maglietta, che, come ho raccontato, è nata per caso. La nostra società è densa di brand che catturano l’attenzione delle persone, il suo brand cosa vuole trasmettere? Se certi marchi esaltano la volgarità con messaggi che possono indurre implicitamente a odio e violenza, evidentemente deve essere possibile a maggior ragione fare anche il contrario: con questo concetto di base ho sviluppato il mio modo di fare moda e di costruire un brand che sia un ancoraggio al positivo, alla gentilezza, alla cura e al rispetto. È qualcosa che si pone come controcorrente rispetto a tanti luoghi comuni. Qual è il punto di forza? Parole positive sono capaci di trasmettere bontà e regalare modi nuovi di interpretare la vita, da intendersi come un dono. È importante di restituire ciò che ci è stato donato. Questo è il punto di forza del mio brand, inoltre buona parte del ricavato è reinvestito in beneficenza, al fine di dar vita sempre a nuovi e diversi progetti. Dove è possibile acquistare le collezioni Ape Social Wear? All’inizio siamo partiti con vendita esclusivamente on line, da qualche anno, invece, abbiamo un punto vendita: in Brianza. Ape Social Wear è una realtà in grande espansione? Si! È una realtà sempre più in via di avanzamento, negli anni, ha seguito un percorso evolutivo importante che ha combaciato con il mio percorso individuale. Sono fermamente convinto che diffondere parole di buon auspicio siano il bene più contagioso che abbiamo, è un potente strumento di serenità. Il suo non è solo un brand ma anche un manifesto di sostenibilità e valori? La vera innovazione è lanciare una linea di moda inedita ma inclusiva. Abbiamo realizzato merchandising per vari eventi e persino per il gruppo musicale Gen Rosso. Adesso Ape Social Wear si prepara a nuove sfide con l’obiettivo di ricordare costantemente i concreti valori umani di solidarietà e pace, e della loro comunicabilità, in una società troppo spesso proiettata solo verso il virtuale. Non fate solo T-shirt? Abbiamo un’ampia gamma di prodotti, non solo magliette. Produciamo: felpe, pantaloni, cappelli, zaini, auricolari, quaderni, coperte e diversi accessori e strumenti con cui, in modi diversi, si può compiere del bene. Perché questo non deve
Il buio dopo l’alba
Debutta giovedì 19 gennaio al Teatro Trastevere: “Cafards – Il buio dopo l’alba”. L’opera è affidata alla penna esperta e alla regia di Nick Russo che ha messo insieme non solo una drammaturgia avvincente e avvolgente ma anche un cast straordinario. Troviamo, infatti, tra gli interpreti: Giacomo Bottoni, Gledis Cinque, Beatrice Gattai, Andrea Pellizzoni, Filippo Tirabassi. La trama si snoda in uno scenario post apocalittico concentrato in una stanza e cinque personaggi che lottano per la sopravvivenza, del corpo e dell’anima. Qualcosa si muove, dentro ed è quello che fa più baccano, che scuote l’anima e smuove i pensieri interiori. Un mondo in rovina, l’estinzione dell’umanità è alle porte. In una villetta sul mare, Matteo è di guardia alla sorella Claudia, incosciente sul divano per una ferita d’arma da fuoco, quando Vale, Filo e Mary trovano rifugio nell’edificio. Attirati da un messaggio trasmesso a ripetizione, erano diretti verso la stazione Radio. La possibilità della salvezza, prevista per l’alba, costringe i personaggi a una notte di interminabile attesa. Possiamo dire che “Cafards – Il buio dopo l’alba”, “è lo spettacolo che vorreste non vedere, perché parla di ciò di cui vorreste non parlare. Non troppo tempo fa, siamo stati tutti confinati, costretti a confrontarci con i nostri cari e con noi stessi, a rimettere in dubbio le nostre certezze, il lavoro, gli affetti. Una vera e propria fine del mondo a cosa ci porterebbe? Qui, all’interno di questa instabilità fisica, emotiva e mentale, i personaggi di Cafards si trovano a vivere quella realtà, spinta fino all’estremo. Cinque superstiti si amano e si combattono, tra loro e dentro loro stessi, cercando disperatamente di fare la cosa giusta, di restare umani, di proteggere i propri cari, nella vana rincorsa verso la sopravvivenza, del corpo e dell’anima”,racconta il regista Nick Russo che lo abbiamo incontrato e ci conduce all’interno del suo magistrale lavoro. Quanto è avvincente mettere in scena come regista la propria drammaturgia? Molto. Il primo embrione di questo spettacolo, quando ancora si chiamava solo “Scarafaggi” è stato messo in scena con la regia di Max Vado nel 2017. Tre anni dopo ho sentito il bisogno di rivedere il testo e prenderne le redini: vedere prendere vita una tua creatura e crescerla come avevi immaginato, è stato veramente appagante. Il cast che caratteristiche ha? Gli attori hanno tutti percorsi diversi, chi viene da un’accademia, chi da scuole private, chi da tanta esperienza sul campo. Sono attori formidabili che in prova sono andati oltre le mie direzioni, mostrandomi possibilità e sfumature del testo a cui nemmeno io avevo pensato. Sono attori artisticamente molto disponibili e generosi e, soprattutto, molto capaci nell’ascolto, elemento fondamentale per interpretare questo testo. Quanto è stato impegnativo selezionare il cast? Alcuni attori li conoscevo già da anni, sapevo che li avrei voluti per questo spettacoli e quando hanno accettato ne sono stato molto felice. Per un paio di ruoli ho fatto delle audizioni abbastanza intense, che mi permettessero di valutare vari aspetti diversi degli attori. Oltre ad essere un fantastico gruppo di professionisti, il clima che si respira in prova è sereno e amichevole, cosa che mi ha aiutato molto nella messa in scena. Perché ambientare tutto su uno scenario post apocalittico? L’apocalisse porta ad un crollo della società per come la conosciamo, una realtà sconosciuta che ci mette a nudo. Volevo mettere i personaggi di fronte a situazioni in cui bisogni primordiali come mangiare, bere, dormire, o semplicemente sopravvivere, ci costringono a rimettere in discussione i nostri valori, le nostre certezze e i lati più reconditi del nostro io. Durante un’apocalisse, il parallelismo tra Bene e Male cambia radicalmente rispetto al nostro Presente e questi personaggi vi mostreranno fin dove siamo disposti a spingerci per difendere i propri ideali, o una persona cara, l’umanità intera o la propria vita. Dopo la pandemia siamo in uno scenario mi post apocalittico, è questa l’ispirazione? Ho scritto questo testo nel 2017, quando ancora non ci si aspettava ciò che poi è accaduto. Già durante le prove, poi il pubblico ce lo ha confermato, ci siamo accorti che molte battute, sono frasi che a ciascuno di noi è capitato di sentire o pronunciare negli ultimi tre anni. 5 personaggi che lottano per la sopravvivenza, del corpo e dell’anima cosa di fatto rappresentano? Qual’è il prezzo della vita? Saremmo disposti ad andare contro dei valori cardine, come per esempio “non uccidere”, pur di salvare la nostra pelle o quella di una persona cara? E di contro, saremmo disposti a sacrificare la nostra vita, o quella di una persona cara, pur di poter continuare a guardarci allo specchio, senza inorridire? Il dialogo interno dei 5 protagonisti come implode in ognuno di loro? I personaggi si trovano di fronte a un bivio, da cui dipenderà la loro vita. Ognuno di loro è portatore di un messaggio, di un’idea, e man mano che la trama si sviluppa, scoprire il Passato dei personaggi, permetterà di leggere le intenzioni di ognuno per il loro reale significato. Quando le carte saranno rivelate, vedrete implosioni ed esplosioni all’interno di ognuno di loro. Perchè raccontare Un mondo in rovina dove l’estinzione dell’umanità è alle porte? Qui i temi sono due: il mondo distrutto e l’estinzione imminente. Per quanto riguarda il primo, ho voluto creare una situazione in cui tutto ciò che conosciamo e che diamo per scontato non esiste più, lasciandoci privi di certezze e riportandoci ai bisogni primordiali. Riguardo all’estinzione: nella nostra realtà l’esistenza del singolo è infinitesimale e la sua assenza sarebbe percepita solo dalle persone della propria nicchia di conoscenze, ma non avrebbe un impatto significativo sul futuro della specie. Nel mondo post apocalittico, la vita di ognuno assume un valore più alto, perché la continuazione del genere umane ricade sulle spalle di ogni superstite. Chi è Matteo e cosa fa? Matteo è il fratello di Claudia, a cui è totalmente devoto e per cui farebbe di tutto. Lui è il jolly, un ragazzo con un deficit cognitivo che non gli consente di essere pienamente cosciente della
Più vera del vero
“Più vera del vero” di Martial Courcier sarà in scena al Teatro Marconi dal 29 dicembre all’8 gennaio 2023. Tra gli interpreti Valentina Corti, Felice Della Corte, Riccardo Graziosi per la magistrale regia di Felice Della Corte. I costumi sono affidati alla sapiente creatività di Lucia Mirabile. Luci e fonica a cura di Andrea Goracci. Assistente alla regia sarà il talentuoso Luca Vergoni. Valentina Corti regala un’interpretazione genuina e autentica colorata dalla sua capacità artistica e attoriale che mette in risalto i punti salienti dell’opera. Un lavoro denso della sua cifra significativa e significante che conduce lo spettatore a coniugare emozione e sensazione in un algoritmo particolare che conduce il cuore alla mente fino al possibile. La storia è semplice sebbene dipinta in maniera magistrale dalla penna raffinata di Martial Courcier. Francesco regala al suo amico Giulio, scapolo impenitente in cerca del grande amore, Cloe, il modello androide RCA 222. Cloe ha tutte le qualità per far perdere la testa al più casto degli uomini: bellezza, classe e un menù accessorio integrato che la rende capace di amare. Il programma speciale “più vera del vero”. Ma quello che potrebbe apparire un modo facile di intrattenere un rapporto sentimentale finisce rapidamente per diventare un boomerang emotivo. È amore vero anche se lei è una macchina e allora anche i problemi diventano veri, anzi più veri del vero. Un finale tutto da scoprire e assaporare. Valentina Corti ci racconta e si racconta con gentilezza e disponibilità, apertura e intensità, passione ed emozione. Un debutto al Marconi è sempre un’emozione intensa, non è vero? Si, è davvero molto emozionante. Sono molto contenta perché veniamo da due anni di assenza dalle scene e quindi l’emozione è grande. Per quanto mi riguarda il Teatro Marconi è come una seconda casa, ho fatto diversi spettacoli in questo teatro a cui sono molto legata. Uno di questi è “Più Vera Del Vero” che mi vedrà in scena dal 29 dicembre all’8 gennaio. È la seconda volta che lo portiamo al Marconi nel periodo delle feste: la prima volta poco prima della pandemia ma con un altro cast. Quindi si può dire che è un vero e proprio debutto anche questa volta: con me sul palco Riccardo Graziosi e Felice Della Corte che ne firma anche la regia. Veniamo a noi: chi è Valentina? Nella commedia io interpreto Cloe, un androide, un robot prodotto da una società americana, un robot multifunzionale RCA 222. Cloe è la copia perfetta dell’umano, anche al tatto è del tutto uguale ad una donna vera. Parla e si muove come una persona vera. Tutto questo è possibile grazie ad un software che consente di programmare il robot a seconda dei gusti di chi lo acquista. Può sembrare una cosa molto maschilista ma poi nella commedia si capisce che così non è. In base a come è stata programmata, Cloe si comporta secondo ciò che più piace a Giulio, il suo proprietario, che ha optato per il “menu full optional” che permette al robot di provare dei sentimenti del tutto umani. E Valentina Corti? Sono una donna di 37 anni, sono un’attrice, ho iniziato a fare questo mestiere quando avevo circa 18 anni. Ho iniziato con le pubblicità. Successivamente mi sono iscritta alla facoltà di economia e quindi pensavo che poi la mia strada sarebbe stata differente. Poi ho scelto di ascoltare il mio cuore e ho deciso che il percorso dell’attrice era quello che più mi apparteneva. Ho iniziato un percorso formativo che va avanti tuttora perchè ritengo che il mestiere dell’attore sia estremamente dinamico e quindi non si finisce mai di esplorare e di conoscersi. Attraverso una profonda conoscenza di sè stessi si è in grado anche di affinare il proprio strumento artistico. A vent’anni ho interpretato un piccolo ruolo in una mini serie per Rai 1 dal titolo “Fidati Di Me” per la regia di Gianni Lepre. Da qui è stato chiaro per me che questo era il mio percorso. Dopodiché è iniziata la mia gavetta a teatro, in tv, al cinema sempre con piccoli ruoli, fino ad arrivare a ruoli più importanti in fiction, pellicole e spettacoli teatrali.La mia carriera mi definisce molto come persona. Perché scegliere di fare l’attrice? È un mestiere meraviglioso che ti consente di andare in profondità. Un attore è una sorta di speleologo: quando affronta un personaggio indaga e scava per scoprire dei tesori che utilizzerà come strumenti per dare un’anima ai personaggi che interpreterà. È un mestiere molto creativo e va di pari passo con la curiosità di scoprire lati di sé stessi anche insospettabili. È un mestiere che ha a che fare con il viaggio dentro sé stessi. Più vera del vero, perché? Il titolo della commedia spiega bene il tema dello spettacolo. Cloe è proprio un robot inizialmente, una sorta di Siri con sembianze umane. Ma attraverso un’attenta programmazione diventa sempre di più una donna vera con i propri sentimenti e fragilità. Cloe, quindi, diventa dunque più vera del vero. E, aggiungo, che tra i tre, forse, è il personaggio più autentico. Ma quanto verità c’è nel vero? La verità è relativa. Dipende da quale prospettiva si osserva la situazione. Non credo esista una verità oggettiva su niente. Tutto dipende dalla prospettiva o dalla casualità? Per quanto mi riguarda la casualità non esiste, piuttosto esiste una causalità: la famosa legge di causa ed effetto. Una serie infinita di cause che producono una serie di effetti. Francesco chi è? Francesco è il miglior amico di Giulio e sono anche colleghi di lavoro. Francesco è sposato con Susanna, personaggio che non vediamo mai all’interno della commedia, ma nonostante questo molto presente, perché è una donna gelosa ed insicura. È un uomo incastrato in una relazione che cerca di far funzionare ma non gli riesce benissimo. Studia manuali sulla coppia, legge articoli su come gestire al meglio i conflitti. È un secchione delle relazioni, anche un po’ presuntuoso perché continua a dare consigli a Giulio su come dovrebbe vivere le sue relazioni. Ma
Un disco da bere
È uscito Venerdì 16 dicembre 2022 l’ultimo lavoro discografico di Domenico Rizzuto, “The Undiscovered in the Sky”disponibile oltre che su tutte le piattaforme, anche in una versione da “bere”, cosa questa assai interessante oltre che curiosa. Il disco, infatti, sarà scaricabile dal QR code sull’etichetta della birra artigianale, del birrificio calabrese di Vibo Valentia Fridda Cala, un disco per ogni etichetta, una bottiglia che diventa viaggio nella musica oltre che emozione intensa di ricordi, passioni e sensazioni. Il musicista coniuga la sua passione per la musica con quella per le scoperte astronomiche che ne hanno ispirato i titoli dei suoi brani: Amaltea, The Undiscovered in The Sky, Doorway on Mars, Dark Matter, Super Puff (scoperto di recente), Imaginary People, Little Green Man e Galaxy Express. Domenico Rizzuto ci racconta e si racconta con emozione e passione ricordandoci che la vita oltre a essere una costante scoperta è anche grazia e mistero. Caro Domenico, è uscito un tuo nuovo lavoro molto particolare, ci racconti di più? Ho scritto questo album, per passione e il legame emozionale che mi lega al disco di Miles Davis, che ha fatto da apripista alle contaminazioni elettriche nel jazz e anche se sono un polistrumentista, la mia tromba è sempre stata ispirata al suono di Miles. È una musica contemporanea e m’intrigava che avesse un supporto fisico inusuale. C’è una collaborazione particolare? È una collaborazione un birrificio artigianale calabrese. Con i due proprietari, Fridda Cala e Marco Facciolo, che sono amici miei da tanti anni, abbiamo disegnato una bottiglia speciale, un inedito disco da bere! Cosa significa un disco da bere? Ogni bottiglia è etichettata con la cover del disco che sarà scaricabile con il QR code sul retro della bottiglia. Scusami una curiosità: perché non abbinarlo a un vino rosso? Troppo scontato! E poi conosco i proprietari del birrificio da sempre, come ti ho detto sono dei miei carissimi amici! Cosa rappresenta per te questo progetto? È un disco in cui mi riconosco e che mi rappresenta. Il progetto è totalmente solistico e nasce come omaggio al primo disco elettrico di Miles Davis, “Miles in the Sky”, un’opera che non dimentica la liricità e la rotondità del sound jazz Europeo, integrando melodie eleganti e dilatate, lontane quindi da asperità e da improvvisazioni tipiche del free jazz in una versione che non è una reinterpretazione dei brani originali, ma piuttosto una visione personale – in chiave elettronica – dei suoni, delle atmosfere, dei colori e del messaggio che l’album di Davis ha impresso nella musica del ventesimo secolo. Qual è la caratteristica musicale di questo lavoro? Ritmicamente è influenzato dalle tradizionali mediterranee e sudamericane, ma la melodia rispecchia la più pura tradizione europea, alla quale sono molto legato. Che cosa rappresenta per te? Mi piace pensare che possa essere un ulteriore passo verso la nuova direzione che la musica sta imboccando, dove la mia curiosità si coniuga con la ricerca di nuovi orizzonti, nuove frontiere, in musica come in astronomia. Su quali caratteristiche si sviluppa l’album? L’album si sviluppa su dei temi ben definiti: la ricerca del suono, la scoperta e l’inesplorato. Una ricerca in cui storia e futuro tecnologico si fondano in un tutt’uno trovando un nuovo equilibrio. Così campionando, sintetizzando e manipolando elettronicamente molti suoni originali di Davis, sono state create delle texture, degli intrecci ritmico armonici e delle atmosfere che creano insieme al suono della mia Tromba una musica nuova e visionaria. La copertina da chi è disegnata? La copertina è disegnata da Marco Facciolo, è la rappresentazione artistica del buco nero fotografato recentemente nella nostra galassia, i cui colori omaggiano volutamente la copertina di “Miles in the Sky”. Come coniughi lavoro e famiglia? Non è semplice ma ho la fortuna di avere mia moglie che lavora anche lei nel campo musicale, ci comprendiamo e sappiamo bene che il nostro lavoro è particolare sebbene pieno di emozione. Abbiamo tre figli meravigliosi e siamo una famiglia tradizionale nonostante il lavoro particolare che facciamo. I tuoi figli amano la musica? Mio figlio più grande, ha cinque anni, suona già il pianoforte e devo dire che per la sua età è bravo. Decideranno loro cosa fare da grandi. Comunque sia la musica è sempre una bella risorsa, insegna e arricchisce, forma e struttura, crea una sensibilità particolare nella persona. Progetti? Molti e tutti interessanti che vedranno il loro sviluppo nel 2023.
Un sogno che si sta realizzando
Giorgia Fiori nasce ad Ascoli Piceno il 13 novembre. Nel 2019 si trasferisce a Roma per dedicarsi alla sua carriera artistica. Il suo mondo artistico ha qualcosa di speciale, lei è una giovane donna dalle mille risorse con l’anima gentile e lo sguardo accogliente. Nel suo andare alla ricerca del viatico più nutritivo accarezza e vive l’arte come se fosse una sua creatura tutta da costruire e plasmare. Incontrarla è accedere a un mondo nel mondo dove l’alchimia della vita si apre a un possibile colorato di sogno, desideri e realizzazioni. Giorgia Fiori è unicamente Giorgia Fiori. Cara Giorgia, grazie per questa intervista, raccontaci di te? Ciao Barbara, grazie a te per questa intervista. Giorgia Fiori, nata venerdì 13 novembre, devo aggiungere altro?! Scaramanzia a parte, mi presento: nata nelle marche con origini calabresi e residente a Roma da qualche anno, dove ho deciso di inseguire il mio sogno: diventare un’attrice professionista. Sogno che si sta realizzando. Quando hai deciso di fare l’attrice? Ho sempre amato il cinema sin da bambina, grazie anche alla mia famiglia e in particolare mia nonna che mi ha fatta crescere a pane e fiction tv. È stato però durante l’università che ho capito che sarebbe stata la mia strada. In occasione di un esame di fashion design dovevano metterci alla prova con la promozione della nostra creazione diventando i protagonisti avanti e dietro la telecamera. Mi son sentita libera di esprimermi, particolarmente a mio agio ed è stata la scintilla che mi ha dato il via ad intraprendere questa strada. Come ti sei formata? Ho iniziato i primi corsi di recitazione e dizione dal primo anno di università, in parallelo agli studi, ad Ascoli Piceno, per poi frequentare una scuola di formazione attoriale di Tolentino per due anni. Mi ci dedicavo con tutta me stessa, così come oggi. Finita l’università, è entrata pian piano Roma nella mia vita con la frequentazione di ben altre due scuole di recitazione, sempre “private” perché appena fuori età, ahimè, per il centro sperimentale. Ho approfondito nel corso del tempo diversi metodi e approcci alla recitazione. Ad oggi non ho mai smesso di studiare perché, come tanti, è un lavoro che evolve e sperimenta in continuazione ed è importante confrontarsi con gli altri e frequentare masterclass di accrescimento professionale con professionisti del settore. Come è nata la tua carriera artistica? Tanti sacrifici e tanta voglia di farcela, come riscatto personale. Vengo da una famiglia dove professionalmente ci si è dovuti accontentare per esigenze più grandi. Io voglio provare ad uscire da questa situazione ed essere un riferimento per chi crede fino in fondo nei propri obiettivi e ce la fa. Infatti, nonostante il periodo complesso che ci ha colpiti tutti del covid, ho avuto l’opportunità di vivere con costanza la realtà dei set e ogni giorno cerco di essere pronta per le prossime sfide professionali. Ricordi l’emozione del tuo primo impegno lavorativo? La primissima esperienza sul set nel 2014 è stata come figurazione nel film “Mio Papà” di Giulio Base. Ero super emozionata perché la scena sarebbe dovuta iniziare proprio con me che tiravo una palla da bowling. Quello fu l’inizio di una lunga gavetta che mi ha portata oggi ad essere protagonista di corti e lungometraggi. A tal proposito, anno nuovo usciranno, probabilmente in primavera, proprio due film girati di recente dai titoli “New Life” di Ivan Polidoro e “Ancora volano le farfalle” di Joseph Nenci che mi vedono come personaggio principale. Hai un curriculum straordinario, quanta fatica e quanto sacrificio c’è dietro a ogni interpretazione? Si dice che quando si fa un lavoro che piace non si percepisca mai fatica. È vero. Poi si crolla nel sonno una volta finito tutto! La preparazione è quella che farà la differenza rispetto ad un altro. La cura nei dettagli e la ricerca di una propria unicità nell’essere sono fondamentali. I sacrifici neanche a contarli, quelli economici in particolare … ma non solo! Ad esempio, per me che sono una buona forchetta, solo un provino potrebbe farmi rinunciare a una cena fuori o a qualunque evento dove ci sia cibo. Scherzi a parte, è un percorso che rifarei mille volte, nonostante l’incertezza più totale del domani. Il 2021 è un anno importante ci racconti qualcosa di più? Un anno catartico. Ho preso concretamente in mano la mia vita per scuotere le acque e mettermi in gioco sempre con qualcosa in più. Cortometraggi, film, festival, musica … mai fermarsi in questo mondo! Tra le cose più belle sicuramente la partecipazione al festival del cinema di Venezia nei panni di una suora con il film “Lupo Bianco” di Tony Gangitano che ha ricevuto il premio per il sociale dello Starlight International Cinema Award! Inoltre, ho avuto il primo ruolo da protagonista di cortometraggio con “Fillide” di Anna Concetta Consarino che abbiamo poi presentato quest’anno a Venezia79 tra gli eventi di Casa Fabrique. È stato anche l’anno della conduzione, non radiofonica con cui già avevo esperienza, ma da palco, che mi ha vista presentare due festival cinematografici e tanti altri eventi ancora oggi. Sono tante le cose che vorrei raccontarvi, perché davvero amo cimentarmi in tanti aspetti artistici complementari a quello della recitazione. Credo che sia una gran fortuna essere artisti a tutto tondo. Purtroppo, in Italia è un concetto invece ancora svalutante, perché molti ancora chiedono se uno voglia fare una cosa o un’altra, ma ce la faremo! Nella tua vita non c’è solo la recitazione ma anche la musica, quando inizia il tuo percorso musicale? In realtà la musica è entrata nella mia vita molto prima della recitazione, all’età di 7 anni. Ho iniziato a cantare da piccolina e a cimentarmi nello studio del pianoforte per potermi accompagnare nello scrivere cose mie. Anche lì tanta gavetta partecipando a diversi concorsi canori, formando alcuni gruppi musicali, studiando canto ecc. Ecco che nel 2016 scrivo la mia prima canzone, ma la tengo per me, tutt’ora quel primo brano non è mai uscito sulle piattaforme. Il 2021, appunto, è stato l’anno che mi
Fondazione Anna Mattioli
Il grande attore di cinema e teatro: Massimiliano Gallo, scende in campo in favore dei più fragili. L’attore al fianco della Fondazione invita a sostenere il suo cantiere della solidarietà. Ad un anno dalla sua nascita, la Fondazione Anna Mattioli si sta impegnando concretamente a Parma in favore di studentesse ucraine profughe di guerra, offrendo loro un sostegno economico e la gratuità dell’alloggio per l’intero anno accademico, e di nuclei familiari con bambini da accudire, fornendo il riparo di un tetto alle loro situazioni di fragilità. Non poteva restare insensibile alla causa sociale l’attore Massimiliano Gallo, tanto caro ad Anna Mattioli e a tutto il pubblico italiano, che all’indomani degli ascolti record del film tv Filumena Marturano, ha voluto dedicarle un ricordo e un sentito ringraziamento, invitando tutti ad unirsi al progetto di solidarietà della Fondazione. “È un onore e una grandissima emozione per me oggi – dice il Co-fondatore e Direttore Generale Roberto Pagliuca – ricevere questo caloroso attestato di stima e di fiducia da parte di Massimiliano Gallo, attore che Anna amava così tanto e che ha deciso di impegnarsi in prima linea per il nostro progetto e di invitare tutti, a Parma e non solo, a posare un mattoncino per progettare insieme il bene comune, partendo dalle fondamenta”. Nel video qui riportato l’invito e il sostegno di Massimiliano Gallo: https://m.youtube.com/watch?v=F4SBajOExwk&feature=youtu.be
Facciamo Festa
Quale miglior modo per entrare nel mood natalizio se non con: “Facciamo Festa”? E allora Signori e Signore dall’8 Dicembre al 6 Gennaio, l’Associazione Culturale Teatro Trastevere animerà Piazza della Chiesa Nuova in occasione delle imminenti feste Natalizie. Un’occasione assolutamente da non perdere. Infatti, dopo il successo dei primi appuntamenti la manifestazione prosegue fino al 6 gennaio 2023! Laboratori creativi, spettacoli per famiglie, rievocazioni storiche, letture animate, serate per stare insieme, giochi in piazza e jam session teatrali. Gli organizzatori hanno immaginato ogni appuntamento di questo programma come un momento di condivisione, esaltando il vero spirito di questa festa magica. Gli eventi saranno tutti gratuiti grazie al Contributo del I Municipio, cosa questa che rende ancora più magico l’appuntamento. Marzo Zordan l’ideatore e l’organizzatore si racconta e ci racconta questo evento assolutamente da non perdere. Così per iniziare chi è: Marco Zordan? Un operatore culturale che prova a fare Arte nella città in cui è nato. Direttore artistico e poi … ci sarà altro nella sua vita? Si, anche se l’impegno di direttore basterebbe per riempirla, fondamentalmente anche Attore, parte tutto da lì. Come nasce il progetto “Facciamo festa”? Nasce dal Bando del I Municipio per animare il Centro Storico durante le feste ed il Carnevale. Tanti sono gli spettacoli all’interno della manifestazione, come vengono scelti? Come sono stati immaginati? Abbiamo pensato a qualcosa che avesse attinenza con il periodo Natalizio e per farlo abbiamo chiamato artisti che conosciamo da tempo perchè per creare un clima familiare bisogna avvalersi di chi abbiamo vicino. Per chi è pensato il progetto “Facciamo Festa”? È pensato per le famiglie, per i Romani e per tutti quelli che vogliono riappropriarsi del centro di Roma a volte troppo freddo e lasciato a mere logiche economiche. Quanto i laboratori creativi, gli spettacoli per famiglie, le rievocazioni storiche, le letture animate, le serate per stare insieme, i giochi in piazza e i jam session teatrali possono interessare la nostra società improntata sui Social e la ricerca sempre di emozioni forti? Interessano lecchese rispetto ai social sono cose che succedono veramente e non su di uno schermo. Le persone, il pubblico come vive questa manifestazione? Che cosa restituisce? Spesso rimane stupito che nel tran-tran natalizio ci sia un momento in cui sedersi fermarsi e godersi qualcosa pensato e donato a loro. Ma il suo segno particolare qual è? Provare a non affrontare con cinismo commerciale il lavoro artistico. Perché ogni vita ha le sue particolarità? Perché siamo unici, ognuno diverso e in quanto diverso, ricco di qualcosa da raccontare. Quante vite e declinazioni ci sono in “Facciamo festa”? Tante, i periodi forti dell’anno portano a galla tante situazioni, e sempre importante decidere da che parte stare. Nella sua carriera c’è anche un po’ di cinema? So, qualcosa, ma devo dire che ho sempre lavorato più in teatro. Quanto è importante vivere la magia del Natale? Aldilà di quello che può essere il lato commerciale e un momento in cui lasciarci andare e mettere in pausa tante cose che ci pesano quotidianamente. Le persone hanno ancora bisogno di tuffarsi nel mood natalizio? Quello vero? Si…lo stress da feste…no! Babbo Natale ci sarà? Certamente. Cosa rappresenta il Natale oggi? Un momento nell’anno in cui, se sfruttato bene può essere portatore di tanta positività. Un sogno nel cassetto? Riuscire ad alleggerire, con questa manifestazione, qualche cuore pesante. Qualche sassolino nella scarpa c’è? Sicuramente, ma ci rimbocchiamoci le maniche e ci mettiamo al lavoro. Da grande cosa farà? Ci penserò da grande. Vuole aggiungere altro? Buon Natale!!!
Like the Avengers
Per un Capodanno da ricordare bisogna acquistare un biglietto per lo spettacolo “Like The Avengers” e tuffarsi nella magia del teatro. Matteo Fasanella ne firma la regia e mette insieme un cast interessante e dinamico, denso e intenso. Lo spettacolo si dipana in un ambiente metafisico, che sembra essere la sala di un’esposizione surrealista, ospita l’imprevisto incontro di alcuni particolari individui. Chiara, una assai improbabile segretaria, li accoglie e li fa accomodare. Sembrano tutti essere lì alla ricerca di qualcosa, di qualcuno…una speranza, un’ipotesi di rinascita emotiva e sociale. Le particolarità dei soggetti si riveleranno tramite situazioni esilaranti e grottesche, lasciando trasparire un impellente bisogno di essere “smascherate”. Ma “l’incidente” dello stare insieme creerà un’insperata Epifania. Come dei supereroi, sopravvissuti fino a quel momento alla tempesta dell’esistenza, proveranno a trovare insieme una nuova luce che li condurrà verso la speranza di una vita migliore. La forza dell’unione al tempo della disunione. Like the Avengers racconta in chiave comica e spassosa quanto possa essere incredibilmente potente e rivelatore l’aprirsi al prossimo e il condividere le proprie debolezze e insicurezze. Insieme è possibile… Assemble!… Like the Avengers. Matteo Fasanella ci racconta e si racconta portandoci all’interno non solo del suo spettacolo ma anche della sua intensa e avvincente professione. Così per iniziare una curiosità: chi è Matteo? Appena lo scopro ve lo faccio sapere! A parte gli scherzi, sono un attore e regista ho 34 anni, sono nato in Calabria, vivo a Roma dal 2008. Nel 2015 ho fondato la mia compagnia teatrale, DarkSide LabTheatre Company, un progetto di cui vado molto fiero e che spero di veder crescere sempre di più. Come nasce la passione per la recitazione? Sin da bambino i miei genitori mi hanno iscritto a corsi di recitazione. Crescendo ho capito che questo “gioco molto serio” non solo mi divertiva come poche altre cose, ma stimolava in me curiosità e voglia di approfondire. L’incontro con il palcoscenico “vero”, con il pubblico “vero”, all’età di 15 anni, ha poi fatto il resto. Ho capito che avrei voluto vivere di questo, quel giorno. E la regia? La regia è stato un incontro più casuale, ma altrettanto entusiasmante. Alla fine del primo anno di studi, un docente d’accademia mi disse che secondo lui, alcune mie attitudini, mi avrebbero portato a fare anche il regista. Neanche 12 mesi dopo mi trovavo a firmare la regia di un Cyrano, uno spettacolo a cui tengo moltissimo, e che porto in scena ancora adesso dopo quasi dieci anni. Ho avuto la fortuna poi di affiancare registi importanti, sia in teatro che al cinema, tra cui Ennio Coltorti, Alessandro Capone, Pino Quartullo, Edoardo Sala e molti altri che hanno ancora di più fatto maturare in me la convinzione che la regia potesse essere uno sbocco importante. Dove si è formato? Mi sono diplomato presso la Libera Accademia dello Spettacolo – Teatro del Sogno, per la direzione Didattica di Ennio Coltorti. Un percorso di tre anni, intenso e assolutamente fondamentale. Poi sono seguiti vari altri workshop e seminari, che tutt’ora quando posso non smetto di frequentare. Ma perché fare sia l’attore sia il regista? Come dicevo prima, è successo. È stato bellissimo e continua ad esserlo, ogni volta. Ma non sempre è possibile. Ho curato la regia di vari spettacoli dove ho scelto di rimanere fuori, o perché non vedevo un ruolo giusto per me oppure perché sentivo particolarmente la responsabilità e la difficoltà dell’operazione e non volevo rischiare alcuna distrazione. Coniugare i due aspetti è molto delicato. Devo dire che le volte in cui ci sono riuscito meglio è stato molto di più per merito delle mie attrici e dei miei attori, che hanno favorito il dipanarsi delle varie fasi della lavorazione e il mio successivo inserimento in scena. Like the Avengers come prende vita? Lavoro su questo testo da Giugno 2021… Con la mia compagnia, sentivamo l’esigenza di aggiungere al nostro repertorio un’operazione diversa da quelle prodotte in precedenza. Negli ultimi anni abbiamo lavorato soprattutto su classici, miti storici, o rivisitazioni di importanti opere cinematografiche. Volevamo aggiungere una commedia molto divertente, che garantisse comunque una linea di continuità con gli anni precedenti. Chi sono i compagni di viaggio di questa opera teatrale? Innanzitutto, la mia compagna, Virna Zorzan, meravigliosa attrice e fantastica collaboratrice in regia. Così come mia sorella, Sabrina Fasanella, indispensabile mente pensante e valido aiuto in tutte le operazioni degli ultimi anni. Poi le Attrici e gli Attori tutti, da quelli stabili nel collettivo DarkSide – Sabrina Sacchelli, Lorenzo Martinelli, Nicolò Berti e Alessio Giusto – i due ingaggi che completano il cast – Elena Verde e Giorgia Lunghi. Impossibile non citare anche i Protagonisti del dietro le quinte: Maurizio Marchini, grande artista e scenografo della DarkSide da sempre e Agnese Carinci – amica, Social Media Manager e fotografa. Quanto è difficile fare il regista? È un lavoro tanto elettrizzante quanto delicato. Alla base ci sono i rapporti umani e la gestione di un gruppo. Tanta psicologia e tanto studio. Quando si sceglie un testo, azzeccare il miglior cast è sicuramente la cosa più difficile. Ma se ci si riesce, si può dire che la metà del lavoro è fatto. Poi subentrano altri fattori, la visione d’insieme, la conduzione attoriale, l’organizzazione del lavoro, la necessaria armonia tra musica luci scene e costumi… la responsabilità di affermare, in termini statistici, ciò che verrà compreso e apprezzato dal pubblico. Prendere una decisione piuttosto che un’altra, assumendosi il rischio di prevedere la valutazione che il pubblico farà di quella scelta. La commedia di cosa parla? Durante la prima fase della Pandemia, il primo lockdown, mi sono interrogato spesso su quanto il distanziamento sociale – seppur forse necessario in quel momento – potesse essere realmente il modo più giusto per affrontare quel periodo. Trovare una risposta onesta e definitiva è impossibile. Sicuramente la storia ci insegna che tutti i periodi più difficili sono stati affrontati e spesso superati dalle persone stando insieme. Confrontandosi e confortandosi. Lo spettacolo vuole accendere una nuova luce sulla forza dello stare
Non solo Covid
Lo abbiamo imparato a conoscere nel momento più buio della nostra vita, ci ha accompagnato e ancora ci accompagna in questo arduo cammino. È un uomo coerente, autentico ma soprattutto un medico profondamente etico e lineare. Intervistarlo è sempre un piacere, il Prof. Matteo Bassetti regala sempre spunti di riflessione importanti. Professore, stiamo vivendo un momento particolare perché “siamo in un incrocio” – come ha scritto lei in un suo post su Instagram – “infernale tra influenza e Covid”, ci racconti qualcosa di più? Siamo, purtroppo, in un momento particolare perché abbiamo la peggiore stagione influenzale, probabilmente del dopoguerra, infatti, abbiamo una curva di crescita che è impressionante, praticamente la crescita del numero dei nuovi casi è verticale. Non avevamo visto una situazione del genere dal 2009, quando avevamo avuto l’ultima grande pandemia influenzale, ma dobbiamo andare indietro di molti anni ancora prima di osservare una situazione simile. Oggi, non abbiamo solo l’influenza da fronteggiare, abbiamo contemporaneamente altri virus influenzali o para influenzali oltre al Covid che ci fa compagnia ormai da tanto tempo e che sappiamo che è un virus molto contagioso. Fortunatamente per la maggioranza delle persone che sono vaccinate o che sono guarite dal Covid, non così aggressivo come il Covid 2020, però si somma alle altre influenze. Quindi cosa succede? Succede che noi medici ci troviamo in una situazione paradossale! Ovvero? Ci domandiamo laddove una persona ha la febbre, ha la tosse, ha mal di gola e ha male alle articolazioni o alle ossa avrà il Covid, avrà l’influenza o avrà un virus parainfluenzale? Ecco, questo è il cosiddetto “trio infernale”, di fronte al quale non avremmo voluto trovarci e soprattutto, di fronte al quale avremmo voluto, tutti noi medici, che gli italiani si fossero posti in maniera diversa. Cosa vuol dire in maniera diversa? Abbiamo il 70% degli over 70 che non hanno ricevuto ancora la dose di richiamo, la cosiddetta quarta dose in questo 2022 per il Covid e moltissimi che non avevano fatto la vaccinazione antinfluenzale. Questa non è una buona cosa. Per cui si rischia di mettere nuovamente pesantemente in crisi il nostro grandissimo sistema sanitario nazionale. Certo, a questo punto, volevamo non arrivarci, lei mi insegna che la vaccinazione antinfluenzale dovrebbe diventare una sorta, mi consenta il termine poco scientifico, di routine? Dovremmo tutti quanti farci l’antinfluenzale, è soprattutto un’assicurazione. Io la chiamo “un’assicurazione sulla tutela delle vacanze di Natale”. Un’assicurazione per le vacanze di Natale? Nel senso che certamente ci sono tanti periodi dell’anno importanti però, stare male proprio tra Natale, Santo Stefano e San Silvestro ci porta evidentemente a non poter stare con i parenti, non poter stare con gli amici, non poter festeggiare. È chiaro che oltre a un investimento sulla salute, è anche un investimento sociale tra virgolette. Stare via sette giorni dal lavoro, dalle attività, dai festeggiamenti non è una cosa piacevole. Dovrebbe essere una cosa di routine nella realtà, nel nostro paese non è così. Dobbiamo ancora crescere dal punto di vista culturale, proprio sulla cultura della vaccinazione come prevenzione. C’è ancora troppa ignoranza che serpeggia nel nostro paese. Purtroppo abbiamo a che fare con molti analfabeti funzionali che pensano che i vaccini non servano. Di fronte a cotanta ignoranza non si possono che mettere i numeri e i numeri sono impietosi. Per chi ha passato gli ultimi mesi e anche anni a parlare male dei vaccini, purtroppo questi sono i risultati per aver fatto una cattiva informazione. Sembra un paradosso, siamo nell’epoca del metaverso, la tecnologia sta andando avanti più veloce della luce eppure, ancora, c’è questo grande pregiudizio nei confronti dei vaccini, come se fosse la pozione del mago e dello stregone, dovremmo invece avere la mente aperta al vaccino come prevenzione della salute? Il problema è che la mente si apre nel momento in cui c’è la mente, se non c’è evidentemente cosa vuoi aprire? Purtroppo, abbiamo a che fare, come ho detto prima, con soggetti che io definisco “no brain”, lì non c’è la mente e quindi c’è poco da aprire. Perché ancora ci sono tanti medici “no vax”? Le posso dire che il 99,3% dei medici italiani si è vaccinato, abbiamo a che fare per fortuna con una assoluta minoranza. Credo che un medico che è contro i vaccini, è un medico che, secondo me, non deve chiamarsi tale, non dovrebbe esercitare la professione. Le dico questo perché viene meno al giuramento di Ippocrate che ci dice che noi dobbiamo lavorare in “scienza e coscienza”. Allora un medico che non vaccina sé stesso evidentemente non vaccina i propri pazienti, i propri assistiti, quindi, è un medico che deve cambiare mestiere. Vuol dire che quel medico, magari come non crede ai vaccini e non li usa, non crederà nella medicina degli antitumorali, degli antidiabetici. È un medico a cui manca una parte fondamentale del nostro armamentario e quindi è un medico che deve cambiare mestiere. Mi auguro che dal punto di vista legislativo, anche ordinistico, essendo un problema deontologico, etico, chi non si vaccina e chi decide di non vaccinare i propri pazienti venga espulso dagli ordini dei medici e, quindi, non eserciti più la professione. Le persone che in questi anni di pandemia hanno ascoltato le notizie si sono trovati difronte a correnti di pensiero così diverse che sono entrate in confusione, ancora oggi ci sono tante incertezze, le fake news hanno invaso la rete social e non solo. È indubbio che la gente, poverina, sia stata vittima di questo sistema, dove credo che all’interno di questo movimento di persone scettiche o contro i vaccini ci siano alcune persone che sono assolutamente vittime di un mondo che è governato evidentemente da alcuni che hanno dei grossi interessi, perché lei capisce che nel momento in cui molti miei colleghi, e non solo, vanno contro i vaccini, non è che propongono il nulla, bensì propongono i loro rimedi che sono gli integratori, le pozioni magiche, i farmaci non approvati. Il business vero oggi non è quello dei vaccini è quello
Se fosse stato un grattacielo chissà cosa accadeva
È in libreria il terzo romanzo di Pier Vincenzo Gigliotti: Aria d’estate edito da La Rondine. È una storia avvincente, intensa, densa di significati significanti, aperta alla sua eterna cifra esistenziale e misterica. Nella cornice dell’Italia degli anni Settanta, Aria d’estate racconta un viaggio lungo una vita; un viaggio costellato di prime volte, vissute con l’entusiasmo tipico dei giovani, ma anche di momenti duri, che insegnano a crescere. I temi della discriminazione e della violenza, in un ambiente scolastico retaggio di un’epoca in cui l’educazione andava di pari passo con l’austerità, sono trattati da Pier Vincenzo Gigliotti con una penna delicata. L’autore si pone nei panni di tutti quei bambini che hanno vissuto le stesse esperienze per tutti i Claudio, i Giacinto, le Giorgia, i Giovanni, perché non riaccada, per non dimenticare. Giovanni è un bambino come tanti: passa le sue giornate a rincorrere un pallone sgonfio, in un tempo in cui non ci sono social e le vetrine dei negozi mostrano i walkie-talkie al posto degli smartphone. Ben presto si trova a fronteggiare la prima delle tante sfide che la vita gli porrà davanti: la scuola elementare. Tra quei banchi, insieme ai suoi compagni, scoprirà l’importanza dei legami affettivi e dell’altruismo, in un mondo in cui non tutto va come dovrebbe. La cifra di questo lavoro si pone come spartiacque tra ieri e oggi, tra l’essere e il non essere, tra la vita autenticamente vissuta e la vita imposta e incasellata in pregiudizi. Tutto ruota intorno al mistero e alla grazia della vita stessa di cui Pier Vincenzo Gigliotti ne è narratore delicato e sottile, emozionante e intuitivo, avvolgente e coinvolgente. Lui, con la sua timidezza delicata e intuitiva si racconta e ci racconta del suo mondo e della sua talentuosa penna. È uscito il suo terzo romanzo, come nasce l’amore per la scrittura? Non è facile spiegarlo. Ho iniziato a scrivere a quarantotto anni, dopo vent’anni di attesa. Perché tanta attesa? I romanzi erano già tutti nella mia mente, essendo una persona timida e riservata avevo timore di espormi e aprirmi attraverso la scrittura. Si sta avverando un sogno nel cassetto? Già! Li ho tenuti nascosti nel cassetto della mia mente fintantoché non ho trovato il coraggio di scrivere. Che tipo di romanzi sono? Sono romanzi di formazione. Cosa significa “romanzi di formazione”? Il mio primo romanzo: Radici nel vento (Local Genius, 2019) racconta la storia di un mio amico d’infanzia: Alberto Matano. Abbiamo un’amicizia molto bella, ci conosciamo sin da bambini, siamo cresciuti insieme, lui con la famiglia abitava sotto al mio appartamento. Nel palazzo abitava anche Claudio Ranieri, all’epoca era il capitano del Catanzaro e poi una volta che lui è andato via è arrivato Massimo Palanca che è stato il nostro eroe, per un’intera generazione. Da lì è partito tutto. Arriva il romanzo L’anno più bello (La Rondine, 2020) e poi Aria d’estate (La Rondine, 2022), di cosa parla il suo ultimo romanzo? A differenza dei primi due non parla né della mia città né di calcio, racconta e mette a confronto la scuola di ieri con quella di oggi. Ovvero? La scuola di ieri era fatta di punizioni corporali, di riformatorio giudiziario, era una scuola molto forte, rigida, che mi ha segnato e volevo un po’ raccontare la mia esperienza per fare comprendere ai giovani di oggi quanto sono fortunati. I ragazzi di oggi a scuola trovano un ambiente accogliente, degli insegnanti capaci di seguirli, di comprenderli capendo le loro problematiche. I problemi dei ragazzi di oggi sono presi in considerazione, accolte. Ai miei tempi problematiche come l’autismo, la dislessia, la discalculia non si conoscevano erano considerate quasi che lo studente che non aveva voglia di studiare, di impegnarsi tanto da essere punito e non compreso. Mancava la capacità di cogliere il bisogno dell’Altro e di mettersi nei panni dello studente per cercare di comprendere se c’era un reale problema. Torno un attimo indietro: perchè un romanzo di formazione? Perché è quello che riesco a scrivere, mi piace molto il contatto con i ragazzi vorrei portare i miei racconti a loro, affinché possano trarne spunti di riflessione. C’è qualcosa di autobiografico all’interno di questi romanzi? Nella prima parte molto, poi il romanzo e la narrazione prende corpo e si arricchisce della mia fantasia, dei miei pensieri, della mia immaginazione. Ci sono eventi scolastici che si sono impressi indelebilmente nella sua memoria? Avevo un compagno dislessico che si è preso tante botte dalla maestra perché pensava che non studiasse, un altro mio compagno era terrorizzato dall’idea di finire in un riformatorio giudiziario, a quei tempi c’era la minaccia costante del riformatorio, solo perché era balbuziente. Cosa è rimasto di questo vissuto oltre che la narrazione nei suoi romanzi? Una ferita, la rabbia verso la scuola, queste esperienze non ti fanno amare la scuola. Cerco attraverso i miei racconti di far comprendere ai ragazzi quanto è importante la formazione, lo studio, la scuola è una seconda casa che va protetta e dove bisogna vivere bene. Oggi, a differenza di ieri, la scuola è una casa accogliente. Poi lei è diventato avvocato ed è responsabile dei Progetti Speciali dell’US Catanzaro 1929. Da quell’esperienza ne è venuta fuori una risorsa e una spinta a emergere? Bravissima, esattamente, è proprio così. Come dire far diventare un limite una risorsa? È uno stimolo, una reazione. Quando hai subito e vissuto esperienze così significative perdi l’autostima, ti senti smarrito, così quando riesci a tirare fuori il tuo mondo sommerso allora è come vivere una sorta di riscatto, una rivincita. Ti liberi da un peso trasformandolo in un messaggio di aiuto e speranza. È un riscatto. Che cos’è che non andava bene di Pier Vincenzo a scuola? Non ho avuto i problemi che hanno vissuto i miei compagni, ho solo assistito ma quelle esperienze si sono cementate comunque dentro di me, ero un ragazzo molto timido e mi hanno condizionato tanto che per molti anni non riuscivo a esprimere quello che vivevo nel mio mondo interiore. La paura che vivevo a



