Il 26 marzo debutta al Teatro Trastevere lo spettacolo: “Scusate ma dovevo”, una commedia scritta da Emiliano Morana e Alessandro Bonanni per la regia di Emiliano Morana. Tra gli interpreti troviamo: Emiliano Morana, Andrea Zanacchi e Paolo Roberto Ricci. La trama racconta di Mattia e Tommaso Scartocci due fratelli romani. Il primo è non vedente a causa di uno stupido incidente coi petardi di Capodanno, un handicap che lo ha reso anche molto scontroso e intrattabile; il secondo gli fa quasi da tutore occupandosi serenamente di tutte le faccende del fratello, sapendo ormai come prenderlo e gestirlo. Tommaso decide di portare il fratello in una famosa clinica ospedaliera di New York, convincendolo che si tratta della clinica oftalmica numero uno al mondo e che lì potrà finalmente riacquistare la vista. In ospedale faranno la conoscenza di Michele Lorusso, dottore cinico e rigoroso che ha deciso di lasciare la sua Puglia a favore del sogno americano dal momento che, in Italia, gli è sempre stato impossibile trovare lavoro. L’incontro fra i 3 darà vita ad un susseguirsi di gag e risate: l’irascibilità di Mattia si scontrerà con la pignoleria del Dottor Lorusso e, fra loro, Tommaso cercherà di essere l’ago della bilancia che mantiene tutto in equilibrio. Anche perché solo in questo modo gli sarà possibile andare fino in fondo nel suo rocambolesco piano. Sì… Perché il problema agli occhi non è il vero motivo per cui Mattia, a sua insaputa, è stato trascinato a New York. Cosa nasconde Tommaso Scartocci? Il Dottor Lorusso come prenderà la verità dei fatti? Lo scopriremo a teatro nella commedia brillante “Scusate… ma dovevo!”, scritta da Emiliano Morana ed Alessandro Bonanni per la regia di Emiliano Morana. Intanto abbiamo intervistato Emiliano Morata che ci conduce all’interno di questo suo lavoro. Drammaturgo, regista e attore e poi? Il teatro è il mio habitat naturale e mi piace spaziare in tutte e tre le vesti, spesso singolarmente o anche tutte e tre insieme come nel caso di questa commedia. “Scusate … ma dovevo!” di cosa parla? “Scusate … ma dovevo!” è una commedia che rispecchia un genere ben preciso: è una commedia dell’equivoco, con farsa e con paradossi. E in questo caso specifico l’argomento a differenza di diverse commedie che rientrano in questa categoria non si basa sull’equivoco uomo e donna, moglie ed amante, ma si parla di rapporto tra fratelli. Perché ambientare a Roma l’impianto dell’opera? L’opera non è ambientata a Roma, l’opera è ambientata in una clinica newyorkese, proprio per partire da un grande paradosso; in questa grande clinica newyorkese si andrà a creare un’atmosfera tipicamente italiana. Chi sono Mattia e Tommaso? Mattia e Tommaso sono due fratelli che in maniera differente dimostrano il loro attaccamento, il loro amore l’un l’altro. Che cosa fanno nella vita? Non è specificato nella commedia cosa fanno nella vita. Mattia è diventato non vedente e questo handicap è diventato il suo “lavoro”, in quanto essendo una cecità causata da un’incidente, lo ha portato a crogiolarsi in questo stato. Tommaso si occupa del fratello, vediamo all’interno dello spettacolo che fa un lavoro non specificato ma che comunque gli permette di prendersi cura in maniera completa di Mattia. Qual è il loro rapporto? È un rapporto tra fratelli, vero in cui si sopportano e si supportano. Quanto è difficile andare d’accordo tra fratelli? Andare d’accordo tra fratelli non è difficile; è difficile tanto quanto naturale, è un qualcosa che non si sceglie, è un qualcosa che si ha, un fratello maggiore si ritrova ad essere fratello maggiore non per sua scelta, ma perché viene al mondo l’altro; e un fratello minore nasce già essendo fratello; quindi, è uno dei rapporti più naturali e puri che possa esserci tra due persone. Tommaso per il fratello tenta l’impossibile tant’è? Tant’è che fa un qualcosa che ora non posso spoilerare, ma che va visto in teatro. Chi è Santino Lorusso e come si declina nella loro vita? Santino Lorusso è la persona giusta incontrata al momento giusto, un incontro totalmente fortuito e inusuale che si rivelerà fondamentale per Tommaso e Mattia. Ilarità e vita vissuta sono l’ingrediente di questo lavoro, quanto è importante vivere la vita con leggerezza? Tendo sempre a fare una distinzione tra l’ilarità e la leggerezza nella vita con quella che poi metto in scena, la leggerezza e l’ilarità portate in scena non possono secondo me essere coadiuvate a quelle della vita, in quanto in scena cerco sempre di portare qualcosa che non rispecchia sempre me stesso. Quanto è importante saper stare in equilibrio nei rapporti familiari? È importante stare in equilibrio nei rapporti, in generale, poi la famiglia è sempre un qualcosa che richiede una personale lettura nel trovare equilibrio. All’interno dell’opera c’è un colpo di scena, un finale inaspettato? C’è un colpo di scena e c’è un finale inaspettato. Chi sono i suoi compagni di viaggio? Andrea Zanacchi e Paolo Roberto Ricci, due straordinari attori che ho voluto al mio fianco e con i quali sono contento di condividere questa avventura. Andrete in tour? Ci stiamo lavorando, è molto probabile. Progetti? Progetti ce ne sono tanti, vediamo poi cosa succederà in futuro. Vuole aggiungere altro? Viva il teatro.
Il Buco
Roberta Calandra torna in teatro con una sua opera interpretata da Nadia Perciabosco per la regia di Laura De Marchi. Un’opera densa e intensa che smuove non solo emozioni ma anche sensazioni, riflessioni e pensieri intimi molto importanti. Potremmo riassumere il tutto prendendo spunto dal comunicato stampa che recita: c’è chi nasce bomba e chi nasce ciambella e, per motivi assolutamente personali, passa la vita a nascondere, tentar di riempire, mediare, ostentare il proprio “buco di formazione”. Questo monologo tragicomico, che utilizza diversi registri di umorismo, da quello psicoanalitico di matrice anglosassone al ritmo concitato del cabaret, mostra in scena una donna sola, autoironicamente introspettiva, irrimediabilmente (o quasi) avvoltolata su se stessa e sui propri fantasmi, ma non del tutto chiusa al cortocircuito che spezza il cerchio della solitudine, in un inarrestabile flusso di parole, impressionantemente simile a quello di tutte noi, almeno in alcuni snodi cruciali dell’esistenza… “Il Buco … la prima cosa che si mangia sono gli altri … poi quando stai da sola … tutto quello che trova … il Buco è fatto così”! Tant’è che “Il Buco” è un monologo tragicomico di Roberta Calandra che da diversi anni è in tournée in giro per l’Italia, tratta questo: la “mancanza”, il “disagio”, “il buco” appunto …per qualcosa che non c’è … e si trasforma in sintomo “qualcosa da riempire” ma con cosa? Cibo? Sonno? Sigarette? Sesso? Droga? Amore? “Finché uno non ha riempito il suo buco da solo nessun altro può farlo” quindi anche l’amore no … forse … allora la protagonista intraprende un cammino di continue cadute e risalite perché il buco “ti sbatte a terra” dopo che hai creduto di sconfiggerlo …. Quando meno te l’aspetti … si ripresenta! Nella messinscena la protagonista fa una sorta di outing: un monologo/confessione nel quale racconta il suo rapporto con il buco: un rapporto ambiguo perché il buco è un nemico da sconfiggere ma nello stesso tempo è “il motivo per il quale sono viva” Una metafora, quindi, dell’arte che continua a motivare il perché si crea … forse per riempire un buco altrimenti incolmabile!? “Nadia Perciabosco, viaggia così, tra un rapporto diretto con il pubblico nel quale racconta senza mezzi termini il suo rapporto con il buco ad una narrazione nella quale rivive, in una sorta di flashback cinematografico comico ed a tratti esilarante, le fasi nelle quali ha tentato di combattere il buco! Una messinscena ironica, commovente, divertente, a tratti straziante … un testo che non lascia indifferenti perché tutti possono riconoscersi con questo buco per il quale stimolando la nostra reazione a sopravvivere…forse siamo vivi” racconta la regista Laura De Marchi. Nadia è molto di più e lo possiamo cogliere da questa intervista. Chi è Nadia Perciabosco? O mamma mia, che domanda difficile!!!… Nadia è una ragazza di Catania che un giorno ha deciso di seguire i suoi sogni e vivere nel modo che più le si addice… Roberta Calandra che cosa rappresenta e significa per lei? Roberta si è manifestata all’improvviso, un giorno che aveva nevicato a Roma e da lì è iniziata la nostra collaborazione… per me è un’amica, una sorella, una socia, una complice, una compagna di merende ma anche una dispensatrice di sfide. Il monologo “Il buco” di Roberta Calandra quando incide nella sua vita di attrice? Questo testo ha segnato uno spartiacque, perché mi ha permesso di mettere insieme un po’ tutte quelle che sono le mie caratteristiche come attrice, non solo, ma è anche in continua evoluzione, cresce e si modifica in base agli eventi e alla partecipazione del pubblico Quanto è difficile un monologo? Non particolarmente, per me… Il lavoro che si fa sul personaggio è lo stesso, sia sul monologo che per un testo a due o più personaggi… Perché è un monologo tragicomico? Perché è come la vita… in una giornata, ma anche nell’arco di un’ora della nostra esistenza, si passa da uno stato d’animo a un altro così, velocemente e repentinamente e sul palco si cerca di portare la vita, così com’è… I nostri fantasmi quanto incidono nella nostra vita? Dipende… a volte più, a volte meno… a volte sono loro a vivere al nostro posto (e lì, bisogna preoccuparsi). Nel buco chi c’è e che cosa c’è? Nel buco c’è tutto e niente… tutto quello che ci buttiamo dentro, le cose o le persone con cui lo nutriamo, anche inconsapevolmente… le parti di noi che divora… ma è anche un pozzo da cui si può estrarre oro… Siamo tutti all’interno di un buco? …Magari siamo tutti bucati… Come possiamo combattere il buco? “…È impossibile combattere con il buco, più lo ricalchi, più lui diventa forte…” è una citazione del testo…. È possibile uscire fuori? Secondo me, vale lo stesso discorso che si fa per il tunnel… se non puoi uscirne, arredalo!!! Cadere e rialzarsi sono esperienze cucite e tramate nella vita di ognuno, quanto sono importanti? Beh, direi che sono la vita stessa… cadere è funzionale al rialzarsi, cioè mi serve, ci serve per tornare in piedi, facendo leva sul terreno su cui si è caduti… se non si cade non si può assaporare la gioia del rialzarsi… Lei ha lavorato con i grandi del teatro quanto è importante l’esperienza? L’esperienza è tutto. Non ci sono esperienze piccole o grandi… specialmente quando si è giovani bisogna macinare esperienza, accettare tutto, imparare da tutto e da tutti, mettersi alla prova, lavorare su sé stessi, sfidarsi, non accontentarsi mai. Che cosa si aspetta da quest’opera? Mi aspetto di stupirmi, ogni volta. E dal pubblico? Spero si faccia prendere per mano per giocare, insieme. Lei ha un buco nella sua vita? Anche più di uno!! Sono un’accumulatrice seriale, un buco lo trovo sempre…. Che cosa farà da grande? La cantante rock o l’astronauta. Progetti 2023? Ho in programma di riprendere un altro monologo che Roberta ha scritto apposta per me e altre cose interessanti di cui, al momento, non posso parlare… Vuole aggiungere altro? Si, vorrei dire a tutti e tutte di “imbucarsi” alle repliche del
In alto mare
Venerdì 17 marzo al Teatro Marconi debutterà: “In alto mare” di Slawomir Mrozek per la regia di Andrea Goracci. Nel cast troviamo: Anania Amoroso, Livio Sapio, Luca Vergoni, Andrea Meloni, Riccardo Musto. Senza dubbio un’opera che condurrà lo spettatore a riflettere su tempi significativi della vita e dell’essere nel mondo. Il testo, scritto dal drammaturgo polacco Mrozek nel 1961, a distanza di sessant’anni conserva intatta la sua feroce attualità. Dopo il debutto alla regia del giovane e talentuoso Goracci al Marconi Teatro Festival 2022, torna in scena a grande richiesta uno spettacolo acclamato dal pubblico del Marconi che vede in scena giovani e promettenti attori. La trama si snoda all’interno di una narrazione intensa e densa di significati. Tre uomini, costretti nello spazio esiguo di una zattera che li accoglie in un mare scuro e immobile, mettono in campo le caratteristiche ideologiche e le capacità dialettiche derivanti dai loro ruoli, in un dibattito costante (quasi da moderno talk show) che diviene disputa, in cui è in gioco la loro stessa vita. Il “piccolo”, il “medio”, il “grande”, rappresentano tre classi di una società capitalista: il popolo, il potere politico, il potere economico. Gli esiti di questo scontro per assicurassi la sopravvivenza sono facilmente intuibili. I toni sono quelli della commedia nera, permeati da una comicità macabra e sorprendente. Andrea Goracci, giovane ma talentuoso regista, ci racconta questo suo lavoro conducendoci all’interno con generosità e competenza. Caro Andrea, conosciamoci un po’: ci racconta di lei? Sono un ragazzo di 24 anni la cui passione è sempre stata il teatro, fin da quando ero piccolo. Dalle scuole medie ho preso parte alla compagnia di “Chiodo Storto” con cui annualmente facevo spettacoli, ma in veste di attore. Poi, grazie anche a Marco De Riso, insegnante della compagnia, ho capito che preferivo di più stare dietro le quinte che davanti al pubblico: ho quindi iniziato ad aspirare al ruolo di regista. Finito il liceo, infatti, ho iniziato a lavorare con Claudio Boccaccini in qualità di allievo, diventando, ad oggi, un suo collaboratore. Perché mettere in scena: “In alto mare” di Slawomir Mrozek? “In alto mare” è un testo feroce, crudo. La necessità di metterlo in scena non nasce non solo dalla sfida personale di mettere in scena uno spettacolo, seppur breve, molto denso e scenograficamente complesso, ma anche quello di riportare alla luce uno spettacolo che, scritto nel 1961, continua a conservare ancora oggi la sua attualità. Chi sono i suoi compagni di viaggio? Gli attori Luca Vergoni, Livio Sapio, Anania Amoroso, Andrea Meloni e Riccardo Musto. La costumista Lucia Cipollini. La scena è di Antonella Rebecchini e Mattia Lampasona per la realizzazione della zattera. Come ha scelto il suo cast? La scelta del cast ha previsto la ricerca di persone professionali e appassionate tra quelle che nel corso degli anni ho avuto la fortuna di incontrare. E difatti ognuno dei membri ha apportato il proprio miglior contributo allo spettacolo fino a sentirlo come un lavoro a tutti gli effetti collettivo. Ha un Maestro a cui si ispira? Le storie e gli aneddoti dei grandi del teatro e del cinema sono sempre per me fonte di ispirazione e ammirazione. Ma ciò che mi motiva è vedere intorno a me tutti quelli che sono veri professionisti di questo mestiere e il senso di sacrificio che molto spesso quest’ultimo comporta. Il mio “padre artistico” è senz’altro Claudio Boccaccini ed è sicuramente suo il “verdetto finale”, e quello che per me conta di più, sul mio lavoro. “In alto mare” di che cosa parla? Tre naufraghi e una zattera in mezzo al mare. Esaurite le provviste, si ritrovano a dover scegliere chi mangiare di loro tre per poter sopravvivere. Siamo tutti in una zattera di rottami legati insieme da funi lise e sdrucite, qual è l’insegnamento? Di morale in questo spettacolo ce n’è poca: quello che abbiamo davanti è una vignetta, anche satirica, che, purtroppo, si avvicina pericolosamente alla realtà – oggigiorno più di quanto avrebbe potuto quando è stata scritta. Che cosa rappresentano il “piccolo”, il “medio”, il “grande”? I personaggi si chiamano, da testo, “grosso”, “medio” e “piccolo”, non per caratterizzazione fisica, ma per avere una divisione concettuale che assegna ai personaggi dei ruoli in quelle dinamiche che si presentano quando delle persone – o più in grande un popolo – si ritrovano in una situazione di limitazione di spazi o di risorse. Alla fine dello spettacolo, infatti, chi viene mangiato è proprio il “piccolo”, anche se sembra illogico, dal momento che il “grosso” sacrificandosi potrebbe risolvere ampiamente il problema. La dinamica più frequente in queste situazioni, però, è che il più prepotente vince anche sulla logica, e l’istinto di autoconservazione – o di tenersi il posto, si potrebbe dire – prevale sul bene collettivo. La società, oggi, quanto incide nella vita di ognuno di noi? Direi piuttosto che siamo noi ad incidere sulla società, in quanto membri di quest’ultima. Abbiamo dunque il dovere di essere consapevoli di appartenere ad una collettività. Il testo, scritto dal drammaturgo polacco Mrozek nel 1961, a distanza di sessant’anni conserva intatta la sua feroce attualità, perché? La drammaturgia del teatro dell’assurdo di Mrozek è una caratteristica della sua prima produzione, ma la sua propensione alla satira politica e sociale pregna le sue opere, andando quasi sempre a mettere a nudo una scomoda realtà. Lei ha debuttato al Marconi Teatro Festival 2022, ci racconta le sue emozioni? Sicuramente ha rappresentato per me un grandissimo traguardo, spero il primo di molti. Per quanto riguarda le emozioni provate la sera, ero entusiasta di poter mostrare la nostra messa in scena di cui sono estremamente fiero. Che cosa si aspetta dal pubblico? Che venga. Progetti 2023? Spero di poter trovare spazio e mezzi per poter mettere in scena molti altri spettacoli che ho in mente, primo tra tutti “Teppisti!” di Giuseppe Manfridi, su cui sto attualmente lavorando a livello (ancora) personale. Vuole aggiungere altro? Ringrazio Felice Della Corte, direttore del Teatro Marconi, per le opportunità che mi ha dato e che continua
La Reine de Marbre
Giovedì 9 marzo a Teatrosophia debutterà: “La Reine de Marbre”, uno spettacolo multilingue per la regia di Flavio Marigliani. Interpreti: Mayil Georgi Nieto, Marta Iacopini, Flavio Marigliani. Il Teatro Multilingue torna a Teatrosophia dopo il successo di Mrs Green e Goodbye Papà e una tournée che li ha portati a Madrid, Bristol, Kingston e varie volte a Londra. È l’unica compagnia che crea spettacoli multilingue, più lingue mescolate in maniera naturale all’interno della stessa pièce, particolarità che nulla toglie alla comprensione del testo. La trama si snoda in un itinerario avvincente: un veliero alla deriva nel Mediterraneo. El Capitan Arlecchino e due dame di compagnia di una regina decapitata nel XVIII secolo, Madonna Angelica e Petite Lucrecia, sono i sopravvissuti di una tempesta senza precedenti che li porta a scontrarsi con le barche dei migranti in rotta verso l’Europa. Fanno naufragio in una Grecia devastata dagli incendi, pescano plastica dal mare e, pur di sopravvivere in un mondo a loro sconosciuto, si reinventano democratici del XXI secolo vendendo i simboli della democrazia ai bagnanti sulle spiagge. “La Reine de Marbre” è un divertissement di commedia e assurdo che attraverso una reinterpretazione dei meccanismi della commedia dell’arte, pone uno sguardo fortemente critico ai problemi politici e sociali del mondo odierno. Marta Iacopini ci conduce attraverso questa intervista nel mondo de “La Reine de Marbre”. Cosa molto interessante: uno spettacolo multilingue. Di che cosa si tratta? Un progetto teatrale che è nato nel 2020, l’idea di creare spettacoli in cui più lingue si mescolano all’interno della stessa storia in maniera naturale e organica, arricchendo di significato la trama e la storia stessa. Ma attenzione, non sono spettacoli solo per poliglotti, anzi! Non serve conoscere tutte le lingue per seguire la storia e capire, per divertirsi o riflettere a seconda del contesto. Come nasce l’idea di uno spettacolo multilingue? L’idea nasce sempre dalla storia, quella è la base. E la storia è sempre multilingue, anche in embrione. Una volta creata la storia, si lavora ai dialoghi e alle scene, con un lavoro fino di attenzione allo scambio linguistico in scena, di modo che abbia significato e sia comprensibile. Forse richiama la filosofia e l’etica dell’integrazione? Assolutamente sì. L’idea di andare oltre le lingue e la tanto pubblicizzata barriera fra lingua nativa e lingua “straniera” non è che un invito a recepire l’altro, quella persona o quel qualcosa che pensiamo, o che ci portano a pensare, sia diverso da noi. Il pubblico che cosa restituisce dopo lo spettacolo? Un feedback estremamente positivo. È un esperimento; c’è chi ci segue dal 2020 e ha visto vari spettacoli dal vivo e chi viene per la prima volta. Lasciarsi andare oltre la barriera linguistica non è semplice, specie quando si parla di temi sociali o politici che richiedono comprensione, ma ci si sorprende sempre di quanto si riesca a capire e di quanta “sintonizzazione” avviene a teatro. Venire per credere. Il 9 marzo debutterà “La Reine de Marbre” di che cosa parla? “La Reine de Marbre” parte da un veliero, quelle imbarcazioni con alberi e vele che associamo alla scoperta degli oceani, che va alla deriva per il mar Mediterraneo. A bordo ci sono El Capitán Arlecchino e due dame di compagnia di una regina decapitata nel XVIII secolo, Madonna Angelica e Petite Lucrecia. I tre sopravvivono ad una tempesta senza precedenti che li porta a scontrarsi con le barche dei migranti in rotta verso l’Europa. Fanno naufragio in una Grecia devastata dagli incendi, pescano plastica dal mare e, pur di sopravvivere in un mondo a loro sconosciuto, si reinventano democratici del XXI secolo vendendo i simboli della democrazia ai bagnanti sulle spiagge. Che cosa significa che “La Reine de Marbre” è un divertissement di commedia e assurdo? Lo spettacolo è una rivisitazione di alcuni meccanismi della commedia dell’arte per affrontare temi di rilevanza politica e sociale del mondo contemporaneo. Un viaggio nel tempo, se si vuole, in cui i tre protagonisti metteranno in luce le contraddizioni e i paradossi della nostra società. Divertissement perché ci sono parecchi momenti di commedia e di situazioni assurde, ma mai fini a se stesse; servono per mettere in luce ciò che un trattamento più normale o canonico dei temi non arriverebbe a fare. È stato questo il vantaggio di aver inserito personaggi della commedia dell’arte fuori dal loro contesto, giocando con la maschera in chiave contemporanea. Quanto la politica e i problemi sociali del mondo odierno emergono nella drammaturgia della commedia? Molto. Il testo e la sua interpretazione hanno lo scopo di mettere in luce le contraddizioni all’interno delle quali viviamo. Anche in maniera forte, senza mezzi termini. I tre personaggi che rappresentano i tre ideali della Rivoluzione francese nascono da una spinta reale dell’essere umano nel momento in cui vengono sistematizzati, entrano nel sistema e perdono la loro natura e lo slancio da cui nascono, l’urgenza e la necessità di esistere. E per questo vengono strumentalizzate. El Capitán Arlecchino chi è, che cosa rappresenta nella commedia? El Capitán Arlecchino è il filo che tiene insieme lo sviluppo della trama, nella commedia e nell’adattamento al mondo contemporaneo. È una rielaborazione della figura di Arlecchino, una delle maschere storiche della commedia dell’arte, ma in chiave contemporanea. Un personaggio che cerca sempre espedienti per sopravvivere e imbrogliare il prossimo, ma anche agile e con una capacità di adattamento fenomenale… finirà anche lui deluso? Arlecchino trova il modo per adattarsi ai tempi, trova sempre un modo per adattarsi al mondo che cambia, esattamente come ha fatto realmente la sua maschera attraverso i secoli adattandosi sempre fino ad arrivare al giorno d’oggi. Capacità di adattamento. In ogni caso se la cava. Indossa altri elementi di maschera che trasformano solo la machera, ma il cuore di Arlecchino rimane lo stesso. Mentre Madonna Angelica e Petite Lucrecia chi sono? Sono due dame di compagnia di una regina decapitata nel XVIII secolo… sarà “lei”? Non viene mai detto, ma si può pensare. Una rappresenta la cultura europea dell’Illuminismo, l’altra il mondo extra-Europeo, al limite fra i concetti
Premio Daniela Semprebene
ART G.A.P. Gallery, dall’11 al 24 marzo 2023, in collaborazione con MarteLive, presenta la Quinta Edizione del Premio Daniela Semprebene: due settimane di esposizioni dedicate ai migliori talenti delle sezioni arti visive selezionati durante la Biennale MarteLive 2022! Le mostre sono a cura di Federica Fabrizi e Nadia di Mastropietro. Il vincitore Aleksander I. Stamenov e Roberta Baldi vincitrice del premio della critica saranno presenti all’evento. La galleria ART G.A.P. è situata nel cuore di Roma, a pochi passi da Largo di Torre Argentina. È al servizio di artisti (emergenti, contemporanei o consolidati nel tempo), collezionisti e curatori che hanno l’esigenza di uno spazio prestigioso e adeguato a realizzare il proprio evento. Lo staff organizza mostre anche in spazi istituzionali e ha collaborato tra le varie istituzioni, con il Ministero dell’Interno, la Sovrintendenza di Roma, i Musei Capitolini, il Museo di Scultura di Villa Vecchia, il Museo Regionale di Torino. MarteLive è il primo festival multidisciplinare italiano che dal 2001 seleziona e lancia i migliori talenti della scena contemporanea nazionale, assegnando ogni anno oltre 100 premi esclusivi e la partecipazione a festival ed eventi di livello internazionale. Procult e ART G.A.P., nella loro natura hanno in comune l’attenzione e l’interesse a sostenere l’arte e gli artisti dandogli reali opportunità̀ di crescita umana, artistica e professionale. Federica Fabrizi e Nadia di Mastropietro si raccontano in questa intervista. A breve si aprirà il sipario sulla Quinta Edizione del Premio Daniela Semprebene: in che cosa consiste? Il premio è dedicato alla ricerca, promozione e valorizzazione di artisti emergenti di talento nell’ ambito dell’arte contemporanea e si concretizza con la possibilità di esporre in gallerie d’arte riconosciute e di una campagna di promozione, tutto ciò coordinato e diretto da uno staff di professionisti del settore. Come vengono selezionati i migliori talenti? Il premio nasce da una partnership con il concorso internazionale MarteLive che da vent’anni seleziona i migliori giovani talenti emergenti in ben 16 discipline artistiche; nello specifico il premio Daniela Semprebene è dedicato ai vincitori delle sezioni di arti visive del concorso MarteLive e negli anni ha dato la possibilità di esporre ad oltre 50 artisti tra i 18 e 35 anni. All’inaugurazione chi prenderà parte? Saranno presenti gli artisti protagonisti delle mostre/premio, le curatrici e professionisti del settore. Chi era Daniela Semprebene? Daniele Semprebene è un esempio di coraggio, tenacia e amore per l’arte. Era una storica dell’arte, specializzata in arte moderna ma non perse mai la sua grande passione per l’arte contemporanea che coltivava sia come collezionista sia come curatore d’arte. Era una donna travolgente, determinata e non ha mai perso la voglia di vivere nonostante la sua malattia. Oggi, Daniela non c’è più però non è assente, è soltanto invisibile e noi la immaginiamo sull’altro ciglio della strada con il suo cappello rosso. Perché un Premio dedicato a lei? con questo premio vogliamo mandare un messaggio di vita a tutti gli artisti di non arrendersi mai, nonostante tutti gli ostacoli e le difficoltà che la vita comporta. Questo perchè gli ostacoli possono essere affrontati con la giusta dose di determinazione e di sacrificio proprio come la nostra cara Daniele che non si arrese mai fino alla fine dei suoi giorni. Il vincitore della sezione pittura è: Aleksander I. Stamenov. Che cosa racconta la sua arte pittorica? Aleksandar, intende l’opera d’arte come una Presenza dove i soggetti affrontati parallelamente, quello del “figurativo” e quello dell’”astratto” sono prima di tutto Corpi; fermi come le antenne o liberi come l’indole umana; le sue opere si caratterizzano per il tratto unico e suggestivo. Ci sarà anche Roberta Baldi vincitrice del premio della critica, la sua arte cosa narra? Roberta Baldi, dopo aver affinato la tecnica ad olio da autodidatta a Parigi, ed essersi dedicata al figurativo realista, volge sempre più verso una sintesi ricercata; ogni quadro prende spunto da eventi vissuti, incontri e viaggi. Gli elementi figurativi si iscrivono in uno scenario evocativo di stati d’animo, con cui interagiscono e in cui si perdono. Come si coniugano questi due artisti insieme? I due pittori sono molto diversi tra di loro per formazione e tecniche utilizzate ma hanno in comune lo studio della psicologia dei soggetti ritratti e la volontà di una ricerca continua sull’evoluzione degli stati d’animo umano e le sue modificazioni e impressioni in relazione al mondo esterno e ai temi esistenziali. Quanti altri artisti parteciperanno? Nella seconda mostra che si terrà dal 18 al 24 marzo, vedremo in esposizione i progetti dei vincitori delle sezioni fotografia con Ersilia Tarullo, grafica con Fatma Ibrahimi, scultura con Federica Zianni e videoarte con Francesco Misceo. Oggi, l’arte, quanta fatica fa ad affermarsi? L’arte contemporanea vive un periodo di rinascita anche grazie alle nuove tecnologie che muovono nuovi scenari sia nell’ ambito della produzione che della distribuzione artistica e sua fruizione; questo non toglie che resta sempre molto difficile per un giovane talento imporsi in un mare vasto e poco regolamentato come quello del mercato dell’ arte contemporanea ecco perché pensiamo che ogni opportunità di visibilità e di accompagnamento da parte di professionisti del settore, sia indispensabile all’inizio della carriera di giovani artisti. Preparare una mostra di questo calibro quanto è difficile? Tutte le mostre o eventi hanno sempre necessità di almeno tre fasi di preparazione e anche se parliamo di un piccolo evento per arrivare ad esso è necessaria la selezione degli artisti, la selezione delle singole opere da esporre, la promozione dell’ evento e sua produzione con la fase di allestimento disallestimento e gestione degli spazi. Il lavoro di curatore e organizzatore di eventi culturali è un lavoro complesso che prevede grande preparazione e competenze molto diversificate; in questo caso c’è uno staff di professionisti del settore che unisce le esperienze di Art Gap Gallery e del MarteLive System, capace di garantire una gestione degli eventi a 360 gradi. Come si scopre un vero talento? Con anni di esperienza di talent scout di cui il concorso MarteLive è testimonianza avendo portato alla ribalta tantissimi artisti emergenti in diverse discipline artistiche grazie alla creazione
Io sono Max Millan
Max Millan è un DJ e produttore musicale. Iniziò ad appassionarsi alla musica fin da giovane, ispirandosi alla cultura della dance e alla musica house. La musica di Max Millan si caratterizza per il suo sound house elettronico, con un’energia elettrizzante e un suono unico e riconoscibile. Nel corso degli anni, come producer ha collaborato con molti artisti di fama internazionale: Maurizio Nari dj produttore della Hit mondiale Atom, Angelo Ferreri N1 della Jackin house mondiale, Den Harrow star degli anni 80 con oltre 20.000.000 di singoli venduti, Angelmoon produttore delle hit mondiali “Double Dee – Found Love” e “He’s all i want feat Moony, Pamela Petrarolo (nota al pubblico per la sua partecipazione al programma televisivo Non è la Rai e l’ Isola dei Famosi edizione 2022), Peppino Di Capri e tanti altri. Oltre alla produzione musicale, Max Millan è un DJ molto richiesto, ha suonato in alcuni dei club più famosi d’ Europa come il Muretto (Ve), Area City (Ve), Gavioli(SLO), Piper(Roma), Cocoricò, Old Fashion(Mi) e scambiato la console con artisti del calibro di Eric Morillo, Dj Umek, David Morales, Martin Solveig, Spiller, Robert Miles, Silicon Soul, Felix the Housecat, Bob Sinclar, Octave One. La musica di Max Millan è supportata da importanti stazioni radio nazionali ed internazionali che trasmettono musica dance, elettronica, pop e hip-hop come Radio M20, Radio Deejay, Radio 105, Radio Norba, Defected Radio, BBC radio 1, Ibiza Global Radio, ToolRoom radio, Mambo radio1, e molte altre. Nel 2022 Chris Willis, dopo aver collaborato con David Guetta, LMFAO, Fergie ex componente dei Black Eyed Peas ha scelto Max Millan per produrre la sua traccia “Stay Close”. Attualmente è impegnato con una produzione assieme a Alessandro Casillo, vincitore di Sanremo Giovani 2012, del format televisivo “Io Canto” condotto da Gerri Scotti e concorrente del celebre programma di Canale 5 “Amici”, condotto da Maria De Filippi. Nell’intervista Max si racconta portandoci nel suo mondo. Salve Max, siamo curiosi, ci racconta di lei? Chi è? Che cosa fa? Ciao a tutti, per gli amici sono Massimo e sono felice di rispondere alla vostra domanda. La mia passione per la musica elettronica mi ha portato a diventare presto un professionista e vivere di musica. Ho iniziato a mixare all’età di 16 anni e ho rapidamente sviluppato un sound distinguibile che mi ha portato a esibirmi nei migliori club italiani ed esteri. Da bambino che cosa sognava di fare da grande? Da bambino avevo una fantasia spiccata che mi portava a fantasticare ad occhi aperti, quindi sono stato generale, cantante famoso, astronauta, super eroe, insomma, in un certo senso sto ancora attendendo i contributi da tutte queste attività. Come entra la musica nella sua vita? È integrata nel mio DNA, ricordo che all’ età di 14 anni invece di studiare, manipolavo lo stereo mangiacassette e già praticavo l’arte del mixaggio. Lei è un DJ e produttore musicale quale tipo di musica produce? Nel corso della mia carriera, ha sperimentato vari stili musicali, tra cui house, tech house, organic house, melodic techno, dance e pop. Come sceglie i suoi talenti? Ci sono diverse qualità che possono fare la differenza quando si tratta di scegliere un talento. Ecco alcune delle più importanti: carisma, versatilità, spirito di sacrificio, passione e talento naturale. La musica che per lei è fonte di ispirazione? Sono influenzato da molti generi musicali diversi, come il soul, il pop, e soprattutto l’elettronica. Ogni genere musicale ha la sua unicità e bellezza, e ogni artista ha la sua particolare abilità e creatività che mi ispira. Ha un Maestro a cui si ispira? Sostanzialmente, continuo ad ascoltare e studiare il lavoro dei miei colleghi musicisti contemporanei, perché credo che ci sia sempre qualcosa da imparare dagli altri e che l’ispirazione possa venire da ogni direzione, ma sono stato fortemente influenzato dalla caratura artistica e capacità imprenditoriale di Nello Greco e Alex Trippi fondatori della prestigiosa MAT Academy dove 5 anni fa hanno dato una svolta importante alla mia azienda Solidwavestudio. La sua musica da cosa è caratterizzata? Il mio sound è caratterizzato da una forte attenzione ai dettagli, sia dal punto di vista della ricerca sonora, composizione che della produzione. Cerco sempre di creare melodie e armonie che possano emozionare e coinvolgere il pubblico, ma allo stesso tempo mi preoccupo di ottenere un suono moderno e innovativo che possa distinguersi nel panorama musicale attuale. Con quali artisti ha collaborato? Ho prodotto diverse tracce di successo e collaborato con molti artisti di fama internazionale, ma ciò che mi rende veramente felice è la possibilità di connettermi con il pubblico attraverso la mia musica. Adoro vedere la gente ballare e divertirsi durante i miei set, e questo mi dà la motivazione per continuare a fare ciò che amo. Ho collaborato con Chris Willis, conosciuto per essere stato il primo cantante ufficiale di David Guetta, Angelo Ferreri tra i dj Jackin house più famosi al mondo, Maurizio Nari produttore della hit mondiale “Atom”, Nicola Fasano co-autore del multi platino brano di Pitbull “I Know you want me”, Miguel Migs artista statunitense vincitore dei Dj awards del 2012, Peppino di Capri autore dell’ intramontabile “Champagne” , Oscar Pistorius uno dei più grandi atleti paralimpici di tutti i tempi, Pamela Petrarolo nota al pubblico per la sua partecipazione al programma televisivo Non è la Rai e l’ Isola dei Famosi edizione 2022, Den Harrow star degli anni 80 con oltre 20.000.000 di dischi venduti, Angelmoon produttore delle hit mondiali “Double Dee – Found Love” e “He’s all i want feat Moony, spero di non dimenticare nessuno. Oltre alla produzione musicale, è un DJ molto richiesto, dove si è esibito? Oltre alla produzione musicale che da 5 anni è la mia principale attività, ho suonato in alcuni dei club più famosi d’ Europa come il Muretto (Ve), Area City(Ve), Gavioli(SLO), Piper(Roma), Cocoricò(RN), Old Fashion(Mi), Toqueville(MI) e scambiato la console con artisti del calibro di Eric Morillo, Dj Umek, David Morales, Martin Solveig, Spiller, Robert Miles, Silicon Soul, Felix the Housecat, Bob Sinclar, Octave One.. Come riesce a coniugare
La Signora degli Scarafaggi
Sabato 11 marzo debutta al Teatro Furio Camillo il monologo: “La Signora degli Scarafaggi”, scritto e diretto da Fabrizio Ansaldo. Il tutto è ambientato nel 1969. La trama racconta di una donna americana che si trasferisce a New York per cercare lavoro. La città è in fermento per i moti di protesta giovanili, il raduno musicale di Woodstock e la guerra del Vietnam. I vicini sono giovani, chiassosi, e a causa di un buco nel muro comunicante con la loro cucina, Mascia si ritrova la casa invasa dagli scarafaggi. Quando parliamo di scarafaggi il debito con Kafka appare naturale, consequenziale. In questo monologo esistenzialista, gotico, melodrammatico e con caratteri fiabeschi, il personaggio è in continuo conflitto con una collettività che lo relega ai margini. Procede tra insicurezze e angoscia rivolgendosi domande cui non giungono mai risposte esaustive. Interrogativi che, sollecitati da un forte risentimento, lentamente consumano la protagonista. Questo atto unico non si pone tanto il problema morale del bene e del male, come nel “sottosuolo dostoevskiano”, quanto quello della condizione di segregazione, rifiuto, cui sono relegati coloro che non riescono a integrarsi nella società. Il 1969 è stato l’anno dello sbarco sulla luna, della guerra del Vietnam, del raduno musicale di Woodstock, delle rivolte e dei movimenti studenteschi per i diritti civili e contro la guerra, dell’“immaginazione al potere”. Ed è proprio l’immaginazione che caratterizza il personaggio di Mascia. Un’immaginazione molto diversa da quei giovani: alterata, malata. A lei non interessa l’atterraggio sulla luna, non sopporta la musica rock, non le importa del Vietnam e tanto meno delle lotte politico sociali che infiammano il suo tempo. Lei non lotta contro l’establishment, “non porta margherite nei capelli, non si ciba di bacche e lamponi”, non fuma marjuana. Mascia De Gregorio desidera soltanto essere integrata, accolta, amata. “La signora degli scarafaggi” è il canto dei reietti, degli outsider, dei “senza un posto nel mondo”. Dedicato a tutti quelli che non ce la fanno. Fabrizio Ansaldo ci racconta questo suo intenso lavoro. Sabato 11 marzo il sipario si apre su: La signora degli scarafaggi”, di che cosa parla? L’atto unico/monologo racconta quanto sia difficile per alcuni esistere. Quanto ci si illude attraverso l’amore, la fede religiosa, il desiderio di essere accettati e visibili ai propri simili, e scoprire alla fine che quello che veramente conta è la solidarietà, il soccorrevole aiuto da chi mai avremmo immaginato. E l’immaginazione, uno dei temi centrali, è così forte da preferirsi alla cruda realtà. È qui che il risentimento della protagonista si trasforma in una insana voglia di riscatto, vendetta. Come è nata l’idea di scrivere questa drammaturgia? Conoscevo il racconto breve di fantascienza The Roaches (1965) di T. M. Disch e, credo nel 2018, ne trassi, liberamente ispirato, un monologo di ‘15 ed inserirlo nello spettacolo “SoleDonne” (2019). Mi resi conto di avere tra le mani un personaggio che meritava più spazio, profondità e originalità, e lo portai a una ora di performance. Durante la stesura aveva già in mente come realizzare il monologo sulla scena? Quanto più scarno. Andando avanti con le prove cominciai a togliere tavolo, sedie, ogni cosa che potesse risultare d’ingombro. Quando siamo ossessionati, arrabbiati, non vediamo altro! Mascia non ha bisogno di arredi e oggetti: perché lei non li vede. E così è stato. Con il giusto disappunto dell’attrice cui andavo togliendole appoggi. Perché un monologo? Il monologo permette profondità, confessione piena a Dio e al mondo. È come l’urlo di Munch, quanti ne vede sulla tela? Uno soltanto, con il capo tra le mani e la bocca spalancata. Inoltre, è una sfida per l’attore che lo affronta. Il personaggio che caratteristiche ha? Mascia De Gregorio ha molte cose che noialtri non vorremmo, ma che in fondo ci appartengono. È nevrotica, schizofrenica, ansiosa, piena di sentimenti contrastanti, ingenua, pura, ma anche cattiva e non per sua colpa. È la società a renderla tale, non viceversa. Una comunità che nel precedente secolo dell’apparire, dell’immagine, della visibilità esasperata, relega/condanna alcuni all’oscurità, proprio come gli scarafaggi. Mascia è una fuori dal coro, una reietta, un outsider. Direi, una sottoproletaria. Mentre l’interprete? Cristina Frioni aveva già ha interpretato in “SoleDonne” questo personaggio, ma non così a fondo. Nonostante non possieda le peculiarità emotive del personaggio, sapevamo entrambi che era nelle sue corde. Pertanto, non mi aspetto gratitudine in quanto credo di averle instillato nevrosi che prima non aveva (o peggio, non ne era a conoscenza). Ovviamente, scherzo. Il mondo degli scarafaggi che posto occupano nella drammaturgia? Gli scarafaggi sono dei personaggi con tanto di nomi di battesimo. Non hanno tridimensionalità, ma, come tutti gli animali soccorrevoli e buoni d’animo, ne apprezziamo i gesti e le intenzioni. Siamo sempre noialtri a usare gli animali per il bene e per il male, loro non ne hanno colpa. Perché gli scarafaggi e non le api o un altro animale? Sono quanto di più sgradevole all’immaginario umano. Le api portano il miele, i topini si possono comprare al negozio e vederli giocare (i ratti: troppo grossi da schiacciare sul palco). Ma lei ha mai giocato con uno scarafaggio? Qualcuno lo ha fatto da piccolo, ma per poi strappargli via le zampette! Kafka ha il merito di aver introdotto un’immagine e un incipit universali, siamo sempre a lui debitori. Ma ci tengo ad aggiungere che non sono partito dal suo racconto famoso, ma da un’esperienza personale che non vi tedio ora qui, e naturalmente dal breve racconto di T. M. Disch. Ci sono anche delle musiche che accompagnano l’opera, che ruolo hanno nell’insieme dello spettacolo? Niente come la musica veicola lo stato d’animo. La musica non è decorativa, ma dentro il personaggio, nei raccordi, nei momenti teneri e di apprensione, nei canti e nelle preghiere. La musica e le parole sono il corpo di Mascia. Copione teatrale e spartito musicale si appartengono. Siamo nel 1969 a New York: che cosa accade? La città, come altre nel mondo, è in fermento per i moti giovanili di protesta contro l’establishment, la Guerra del Vietnam, etc. I giovani hippie stanno
Razza Canara
Dal 16 al 19 marzo 2023 al Teatro Trastevere sarà in scena: “Razza Canara” di Alessandro Canale con la regia di Emanuele Cecconi e Valerio Palozza. Un cast senza dubbio eccellente darà vita a uno spettacolo coinvolgente e denso di spunti di riflessione. La trama si rintraccia nel comunicato stampa che recita: “Roma, una città da sempre teatro di delitti terribili e mai chiariti, fa da sfondo a cinque incredibili storie efferate, raccontate in prima persona e in modo tragicamente spiritoso dagli stessi assassini che questi delitti hanno commesso. Cinque individui diversi, uniti da un istinto comune: il totale disinteresse per le regole della collettività e la spietata adesione ad una propria etica personale che ritengono più sana, più giusta, più alta. Un istinto comune che li rende una razza a parte: la razza canara”. Tutto ciò porta inevitabilmente a riflettere su tutto l’accadere della vita e dei destini umani. L’autore, Alessandro Canale, ha dichiarato in un’intervista: “Una trentina di anni fa Roma fu teatro di un efferato fatto di sangue il cui responsabile, per motivi lavorativi e topografici, venne ribattezzato il Canaro della Magliana. Il delitto di cui si era reso colpevole era stato così cruento che ero sicuro mai avrei potuto né condividerne le cause né tantomeno comprenderne la reazione. Ma mi sbagliavo. Perché il Canaro, intervistato con morbosa insistenza dalla stampa romana, approfittò di ogni occasione per raccontare le angherie, le vessazioni, le umiliazioni che aveva subito per mano della vittima, finendo sempre per assolversi a causa di una specie di legittima difesa esistenziale. Bene, alla fine di quell’affabulazione reiterata, il Canaro aveva fatto una nuova vittima…il sottoscritto. Che non solo lo capiva, ma gli dava perfino ragione, convinto che al posto di quel poveretto chiunque si sarebbe comportato così. Per fortuna, quell’ infatuazione empatica non è durata tanto e al mio rinsavimento è nata l’idea di Razza Canara. Una genìa di esseri umani deviati che hanno compiuto delitti davvero inqualificabili ma che cercano di trascinare subdolamente voi spettatori all’interno del proprio modo di pensare, per trasmettergli i propri punti di vista, i propri valori, la propria etica personale. Non so se ci riusciranno, ma se alla fine dello spettacolo quegli assassini non vi procureranno l’orrore, il ribrezzo e il disprezzo che meritano, ma una velata forma di simpatia, sappiate che hanno appena fatto una nuova vittima”. Abbiamo intervistato uno dei due registi che ci conduce all’interno di questo lavoro teatrale ormai più volte sulla scena. Così ci racconta Emanuele Cecconi. Il 16 marzo debutterà “Razza Canara”, di cosa parla? In realtà non è un debutto, questa è la quarta volta che lo portiamo in scena con grande soddisfazione. Ci sono persone che lo hanno visto 3 volte e ci hanno già prenotato i biglietti per questa ripresa. Il testo parla della differenza fra etica condivisa e morale privata. “Razza Canara” sono 5 personaggi che raccontano 5 storie…5 storie criminali, 5 fatti efferati di violenza inaudita pensati, meditati, progettati con cura e poi messi in opera con spietatezza. 5 storie criminali che descrivono i 5 protagonisti ponendoli al di sopra, o al di sotto ma sempre fuori dalle regole del vivere civile. Ovviamente sono 5 storie create dall’autore “Alessandro Canale” che lasciano spazio anche ad una certa comicità grottesca che è propria del “male” prima che questo si manifesti in tutta la sua virulenza. 5 storie inventate quindi ma, viste le pagine di cronaca nera, del tutto verosimili. Che cosa è la “Razza Canara”? È una “razza” d’individui che vive fuori dagli schemi e dalle regole civili e lo fa, secondo l’autore, per DNA. Sono anime malnate, dove il germe del male è un tratto genetico. L’opera è di Alessandro Canale, quale messaggio l’autore vuole mandare? Io e Valerio Palozza, ci siamo confrontati spesso con l’autore e lo voglio citare letteralmente: “Si deve stare attenti. Perché se la razza Canara ti parla e la si segue nei ragionamenti, ti fotte e alla fine ti tira dalla sua parte. La razza Canara è la nostra parte peggiore. È sempre in agguato. Seguiamo l’etica condivisa fino a che non ci toccano. Poi entra in campo la morale…ma la nostra.” Perché Roma, è una città da sempre teatro di delitti terribili e mai chiariti? Non è Roma. Non mi sento di dare questa “stigmate” a questa città. Ogni città ha il suo lato oscuro e sono esattamente lo specchio dell’essere umano. Ogni “agglomerato urbano” che sia città o paese, è fatto a immagine e somiglianza della comunità che lo abita. La domanda potrebbe essere: Perché un individuo o un gruppo di individui ad un certo punto decide di propendere per il male? La regola che cosa è? Che cosa rappresenta? È una domanda particolare che meriterebbe più spazio. Se guardiamo l’etimologia, “Regola” significa “guidare dritto”, allora la cosa da chiedersi è “che cosa si intende per dritto?”. Un tempo pensavo che gli esseri umani tendessero al bene, oggi sono convinto che il confine tra bene e male non esista anzi, bene e male si mescolano nell’animo umano esattamente nelle stesse quantità. La differenza allora la fa l’attenzione che si pone a cosa ascoltare. Tutto questo poi si lega alle storie personali, alle morali dominanti, alle comunità che si creano. Ci sono regole religiose e laiche…insomma alcune regole sono fatte per essere rispettate altre sono fatte per essere superate. Ci sono ancora regole in questa nostra società 2.0? Si, ovvio. Siamo sempre gli stessi, non siamo cambiati poi molto. Per cultura personale e per uno studio artistico ebbi modo di studiare dei diari che raccontavano cronologicamente tutto ciò che avveniva a Roma dal 1844 al 1870 (Cronache di Roma di Nicola Roncalli) pieno Risorgimento. Siamo gli stessi, cambiano le dinamiche forse ma alla fine non c’è molta differenza. Perché le regole sono importanti? Non saremmo mai in grado di vivere nel Kaos che non è Anarchia. Abbiamo bisogno di codici perché la vita è troppo grande. Il Kaos è qualcosa che ti concedi a piccole dosi. Qual è l’etica
Turandot
In scena dal 28 febbraio al teatro Le Salette “Turandot” di Carlo Gozzi, drammaturgia di Francesca e Natale Barrea, regia di Stefano Maria Palmitessa. Un lavoro intenso e denso della sua cifra enigmatica che coinvolgerà lo spettatore conducendolo nel lontano Oriente. Infatti, il lontano Oriente misterioso e fragrante, imperatori e regnanti di terre sconosciute, la favola della principessa Turandot che giunge in Occidente che si inebria dei suoi misteri e profumi. Il grande impero cinese e il suo imperatore Altoum che si deve districare tra affetti paterni e obblighi pubblici. Timur e Elmaze, sovrani di Astracan, costretti ad abbandonare il regno e nascondere il loro stato regale, ritrovando il sincero affetto della Balia. La principessa Turandot colta, intelligente che sfida i suoi pretendenti a suon di enigmi, facendo rotolare giovani teste coronate. L’intraprendenza di Calaf, principe temerario che non indietreggia nell’affrontare le prove di Turandot, disposto a perdere la vita per conquistarne il cuore. Venezia imponente e graffiante, omaggiata dal Gozzi e dalle maschere che ne sottolineano la supremazia conducendo i personaggi con oculata astuzia e saggezza popolare. “Il copione di Turandot – dice il regista Stefano Maria Palmitessa – “è stato da me affrontato tenendo presente la storia personale che il mio percorso artistico ha prodotto sino a questo momento. Perché ho ritenuto importante definire fin da principio questo collegamento? Negli anni sono andato, sempre più, convincendomi che lo spazio sia un elemento decisivo nella ricerca registica che mi riguarda. Uno spazio particolare con un boccascena ridotto, gli attori visibili talvolta a mezzo busto in una rappresentazione che trova evidenti precedenti nel cosiddetto Teatro dei burattini. Un luogo quindi che potesse consentirmi di poter fare ricorso a interventi a sorpresa. L’azione è quindi limitata a quello che da dietro un grande pannello può essere rubato, sbirciato dal pubblico privato della canonica visuale a tutto campo. La centralità dei pannelli che utilizzo (baracchini, tende ecc.) significa che l’idea del in mezzo è cruciale per me, affascinato sempre più dai sipari… dalle porte. Nei miei spettacoli abbondano le soglie, spazi che evocano un passaggio da un mondo a un altro. A volte possono essere visti solo frammenti corporei o brevi azioni compiute dagli attori sul palco. Una selezione del materiale fantastico ed espressivo/drammaturgico rigorosa, affinché qualunque azione avvenga davanti agli occhi dello spettatore possa avere il risalto di un’epifania. Si tratta in altre parole di capovolgere l’abituale visione. La scenografia non rappresenta più l’ambiente sociale in cui prendono vita i personaggi dell’azione drammatica né un fondale decorativo della stessa. Essa deve, con la mimica e una recitazione venata di sense of grotesque, interpretare il dramma, sottolinearne i significati segreti. Una ricerca aperta al dubbio e ai problemi dell’espressione; per certi aspetti così antica e così rivoluzionaria nella sua tensione all’essenziale sia della parola sia del gesto”. Non solo, Stefano Maria Palmitessa, ci racconta molto di più. Il 28 febbraio debutta “Turandot” di Carlo Gozzi, di cui ha curato la regia, può raccontarci qualcosa? Turandot, principessa colta e intelligente sfida i suoi pretendenti a suon di enigmi, facendo rotolare giovani teste coronate. Il principe Calaf temerario decide di sfidarla anche a costo di perdere la vita. Questa è la trama nota a tutti, ma nell’opera di Gozzi si inseriscono altri elementi che partono dall’omaggio alla supremazia e alla potenza di Venezia, alla sua ferrea convinzione di commedia, delle maschere in polemica con Carlo Goldoni, e all’ ironica visione delle credenze e usanze dell’impero cinese. Giacomo Puccini ne trasse ispirazione per la sua ultima opera lirica, che cosa invece ha ispirato Palmitessa? Ho affrontato il copione di Turandot tenendo presente la storia personale che il mio percorso artistico ha prodotto, un elemento decisivo nella mia ricerca registica riguarda lo spazio, un boccascena ridotto, un luogo in cui poter fare ricorso a interventi a sorpresa. Possiamo definirla una fiaba moderna con radici orientali? Una fiaba intrisa delle crudeltà tipiche delle favole e con il lieto fine. L’oriente cosa rappresenta? L’oriente rappresenta il mistero, le fragranze, i profumi, le affascinanti storie da Mille e una notte e da Mille e un giorno. Quali sono i tre enigmi di Turandot? Gli enigmi sono il fulcro attrattivo della trama, lascio agli spettatori il piacere di svelarli. Anche nella sua drammaturgia c’è la frase “nessun dorma”? Non c’è “Nessun dorma”, le musiche che ci portano nel lontano oriente sono composte da Giovanna Castorina. Nella nostra epoca dove si può ritrovare una Turandot? Ogni donna è una Turandot, che oscilla tra la spietatezza e la fragilità dell’animo, pronta a combattere per la propria libertà e indipendenza ma altrettanto pronta a cedere per amore e passione. Ci sono ancora dei Calaf nella nostra epoca che fanno di tutto per conquistare il cuore dell’amata? Un sentimento di tale profondità come l’amore rimane universale, non limitato ad un’epoca, ma parte ineluttabile degli esseri umani. Qual è il senso e il significato profondo della Turandot? La costellazione di sfumature dei sentimenti umani che si cerca di controllare, indirizzare per comprendere e per dedurne alla fine che desistere non è una resa ma una crescita. Dietro a ogni maschera si cela la verità, è vero? Il nascondersi per svelare. Secondo lei l’estetica è importante? Certamente, e in questo spettacolo le scene nere e costumi bianchi, che in scena verranno illuminati e colorati, sono un rimando alla tipica estetica cinese piena di colori con il rosso che prevale; i costumi sono realizzati da Mary Fotia. Chi sono i suoi compagni di viaggio? Sono un gruppo di otto attori composto da Arina Sazontova, Giovanna Castorina, Alessandro Laureti, Mary Fotia, Marco Laudani, Carmen Pompei, Simone Proietti, Giovanni Prattichizzo L’impianto scenico cosa prevede? Uno spazio particolare, ridotto, in cui si vedono frammenti corporei, brevi azioni, attori visibili a volte a mezzo busto con richiamo al Teatro dei Burattini. Il pubblico come accoglierà la sua Turandot? Si troverà davanti ad una messa in scena lontana dalla celebre opera di Puccini, con una ricostruzione drammaturgica curata da Francesca e Natale Barreca, incentrato sull’astuzia e la saggezza popolare delle
Fantasme
Giovedì 23 febbraio a Teatrosophia di Roma debutterà “Fantasme” tratto dal libro “Fantasme, da Messalina a Giorgiana Masi, come e dove incontrarle”, di Claudio Marrucci e Carmela Parissi, per l’adattamento e la regia di: Guido Lomoro.Dopo il grande successo ottenuto nella scorsa stagione con ben sei sold-out non poteva che tornare in teatro uno spettacolo così tanto atteso dal pubblico. La trama è davvero avvincente. Tutte le donne raccontate nel libro sono accomunate da un sottile filo rosso: una volta morte, si dice, il loro spirito non ha mai abbandonato questa terra. Tante e varie sono le leggende sul loro conto e su come assistere a una loro apparizione. Delle 25 Fantasme presenti nel libro di Claudio Marrucci, 9 sono quelle presenti nell’adattamento: si è passati dai 9 monologhi ad un testo che assumesse i caratteri della teatralità. Sono stati elaborati 3 quadri distinti, in ognuno dei quali sono 3 le Fantasme protagoniste. Per ciascun quadro è stata creata una regia distinta affinché lo spettacolo, nel suo complesso, non risulti mai uguale a sé stesso. La regia della parola viaggia di pari passo con il movimento dei corpi il quale, anch’esso, è stato strutturato in armonia con lo svolgimento drammaturgico quale mezzo espressivo, non di complemento, ma di espansione della parola stessa. Il movimento non si estrinseca solo con lo strumento della pura coreografia, anch’esso peraltro presente, ma accompagna le protagoniste in ogni momento, sia in presenza che in assenza della parola. Protagonista insieme alla parola e al movimento sarà anche la musica composta per l’occasione dal maestro Theo Allegretti che eseguirà i brani dal vivo. Una musica che non è contorno o elemento aggiuntivo: le note saranno parte stessa della drammaturgia sottolineando alcuni momenti della narrazione e del movimento e creando atmosfere suggestive ed evocative. In Fantasme, la parola e la musica, il corpo e lo spazio, si astraggono e si compenetrano, tra realtà e mito, storia e leggenda. Il femminile viene indagato dando corpo e voce a donne senza tempo. “Le Fantasme tornano. In un ultimo ineluttabile viaggio. Dal Medioevo agli anni di piombo, dall’antichità al Rinascimento, sono giunte fino a noi e appaiono nelle coscienze di noialtri, fallaci attori del presente. Raccontano storie, quelle del loro vissuto. Storie che non hanno tempo. Così come non hanno tempo il dolore e l’umiliazione. Così come non ha tempo la femminilità. Le Fantasme non vengono a dirci che le donne hanno una marcia in più. Le marce a disposizione dell’umana essenza sono le stesse per tutti. Ma una donna, forse, a differenza di un uomo, deve sempre dimostrare le proprie capacità. Ecco perché il dolore e l’umiliazione femminili contengono un ulteriore lato oscuro che rende ogni sofferenza più violenta. Nulla colpisce più della verità quando essa è da sempre o sottaciuta o minimizzata o volgarmente trasformata. Le Fantasme siamo noi, l’inascoltato che è in noi. Tornano ad avvisarci, a metterci all’erta, a ricordarci che è ancora possibile non sbagliare. Ma non solo nei confronti delle donne. Bensì nei confronti di noi stessi e del mondo intero”, ci dice Guido Lomoro. Giovedì 23 febbraio ci sarà il debutto di “Fantasme” tratto dal libro “Fantasme, da Messalina a Giorgiana Masi, come e dove incontrarle”, di Claudio Marrucci e Carmela senza dubbio un’opera interessante, può dirci qualcosa in merito? Fantasme è nato quasi per caso. Ho assistito alla presentazione del libro di Claudio Marrucci e mi sono innamorato dell’idea di portare le Fantasme in scena. Così è stato. Nel maggio 2022 lo spettacolo ha debuttato a Teatrosophia e visto il grandissimo successo di pubblico e critica abbiamo deciso di riproporlo anche in questa stagione. Che cosa l’ha ispirata tanto da adattarlo al teatro? L’idea di poter unire in un unico tempo storie di donne così diverse e cronologicamente così distanti. Fantasme non è un’evocazione, un’apparizione né un richiamo all’aldilà ma è materia viva, attuale, presente. E dirò di più: gli occhi delle Fantasme sono rivolti al futuro, a quello di tutti noi. Cosa accomuna le donne raccontate nel libro? L’universo dei sentimenti umani espresso dal punto di vista delle donne, attraverso la sofferenza, l’umiliazione, l’orgoglio, la rivalsa. E la femminilità, elemento imprescindibile dell’essere donna, considerato come marcia in più. Quella marcia in più che in fondo ha sempre dato e purtroppo continua a dare fastidio. Mentre quelle narrate nella drammaturgia? La spinta a fare delle loro vite travagliate, lo strumento per mettere in guardia l’umanità, per stimolarla a percorrere strade diverse, nel rispetto dell’altro e, in fondo, di sé stessi. Come ha selezionato le 9 donne fantasma? Si sono scelte da sole. Man mano che leggevo il libro, le mie 9 Fantasme mi hanno chiamato e mi hanno chiesto di esserci. Perché sono stati elaborati 3 quadri distinti, in ognuno dei quali sono 3 le Fantasme protagoniste? Per sviluppare tre drammaturgie differenti se pur connesse tra loro da un unico filo conduttore. Tre valori estetici, tre espressioni attoriali che rendessero merito alle tre splendide attrici. Tre percorsi in una unica strada per arrivare ad una più efficace esplorazione della verità. Non solo la parola ma anche la musica e il movimento sono i protagonisti di questo lavoro, perché? Il teatro è azione. Azione che parte dal testo. Il primo ad agire è il corpo, così come avviene nella vita. Il corpo è il primo ad avere “voce”. Nelle mie regie si ritrova spesso questo connubio tra parola e movimento grazie al sodalizio artistico con Maria Concetta Borgese, maestra nell’uso del corpo. La musica, creata ad hoc dal maestro Allegretti, non è musica che accompagna, che fa da contorno. È protagonista nella drammaturgia. È un’altra voce. Non è complemento ma essenza. La parola è musica. Il movimento del corpo è musica. Le note non fanno altro che sottolineare ed espandere un linguaggio che già c’è. C’è anche un’indagine importante sul femminile, quali punti sono affrontati? Direi il punto. Fantasme non santifica le donne. Non dice che sono migliori degli uomini. Siamo tutti parte di una sola umanità. Ma le donne hanno avuto
L’Essenza
Al Teatro Porta Portese di Roma ci sarà la prima nazionale dello spettacolo “L’Essenza”. Un viaggio d’introspezione verso una nuova vita, fatta di semplicità e costellata dai ricordi musicali: Patty Smith, Antony, Simon and Garfunkel, Amy Winehouse, Alanis Morrisette. “Questo spettacolo” – spiega il regista Alessandro Fea – “vuole essere il racconto di un viaggio all’interno di sé stessi. Senza morale, senza retorica. C’è un momento nella vita in cui si sente la necessità di tornare alla semplicità, al nocciolo, all’Uno, come diceva Battiato. Si aggiunge tanto nella vita, ci si espande in esperienze, in una frenesia di accumulo. È giusto che ci siano fasi così, servono, ma a un certo punto si capisce che si ha bisogno di altro. Di tornare alle cose semplici. Alle emozioni semplici. A riscoprire cose banali che avevamo incautamente lasciato da parte. Non è un viaggio nostalgico, tutt’altro. È un viaggio per evolversi verso una nuova parte della nostra vita. Tornare a vedere i luoghi che hanno segnato uno spartiacque, ad ascoltare la musica che ci ha accompagnato, le poesie e i libri che abbiamo amato. S’inizia allora il viaggio, come la protagonista, Eleonora, che pur avendo già avuto tutto dalla vita, sente un vuoto dentro. Vuoto che, attraverso questo viaggio a ritroso nel tempo, proverà a colmare”. L’intervista con Alessandro Fea ci conduce nel suo mondo di parola e musica, colori e sogni, atmosfere e declinazioni Caro Alessandro, il 25 febbraio debutterai in prima nazionale con un nuovo, avvincente spettacolo: “L’Essenza”. Cosa racchiude “L’Essenza” (scusa il giro di parole)? La parola essenza negli ultimi anni della mia vita ha avuto un sempre maggiore peso. Per essenza intendo, semplicità, ritorno alla naturalità, tornare alla radice. Io stesso ho vissuto un percorso del genere come la protagonista del mio testo nuovo. Perché mi sono reso contro che nella vita, abbiamo tutti varie fasi, momenti, ma spesso tendiamo a riempire, aggiungere cose, situazioni, persone, quando poi ti accorgi ad un certo punto che è tutto più semplice di come sembra. È un pensiero che ho trovato tanto in Battiato, artista che amo alla follia, che spesso, anzi sempre, diceva questo: “Pensare l’UNO al di sopra del bene o del male”…“La linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito”. Per citare alcune sue frasi, non tanto in senso filosofico, o spirituale, ma proprio come vissuto esistenziale. Si arriva ad un punto in cui secondo me si cerca più profondità, più sostanza, e ci si libera da tutto ciò che è superfluo. Che però attenzione ha avuto una sua funzionalità per arrivare dove si è. Quindi non va mai denigrato ciò che abbiamo percorso, anzi! Senza di quello non staremmo dove siamo: “non rimpiangere mai!”, diceva sempre il nostro Battiato. Alla base c’è una totale umiltà di accettazione di sé stessi, dei nostri pregi e difetti. Questo è forse il vero punto di arrivo che ti porta all’essenza, anche di noi stessi. Perché fare un viaggio d’introspezione verso una nuova vita, fatta di semplicità e costellata dai ricordi musicali: Patty Smith, Antony, Simon and Garfunkel, Amy Winehouse, Alanis Morrisette? Perché alcuni artisti che hai citato, hanno scritto, a mio avviso, brani emblematici a livello di ricerca interiore e di percorso di vita. Loro stessi (diversamente uno dall’altro ovviamente) hanno vissuto vite che li hanno portati a percorsi interiori, positivi o negativi. La stessa Alanis Morrisette, rockstar di successo, ha avuto nella sua vita un percorso incredibile a livello umano. Per non parlare di Amy Winehouse, l’emblema degli ultimi anni di come essere artisti profondi ti apre secondo me una visuale su te stesso a dei livelli impensabili. Non sempre i viaggi di introspezione come sappiamo sono positivi, se non si riesce poi a reggere l’urto per le proprie fragilità o semplicità. La musica in questo viaggio della protagonista è sia scritta da me, che appunto contornata da brani che hanno avuto un significato fondamentale nella sua storia di vita. Cosa rappresentano per te: Patty Smith, Antony, Simon and Garfunkel, Amy Winehouse, Alanis Morrisette? Collegandomi alla domanda precedente, sono insieme ad altri (su tutti Lou Reed) l’esempio perfetto di come musica e parola possono unirsi e creare emozioni profonde, percorsi di profondità. Patti Smith la considero una delle menti più elevate. Ha avuto un percorso di vita così particolare e intenso, che ne ho da sempre totale ammirazione. Persona umilissima, ma allo stesso tempo così potente, piena, “sciamanica” come spesso viene etichettata. Ho scritto uno spettacolo su di lei che si chiama “Lasciatemi Libera” che porto in giro dal 2012. La poetessa del rock. Questa è la definizione che più amo. Antony rappresenta la parte più elevata per me della musica degli ultimi anni. Elevata in quanto quasi ascetica. La sua vocalità, il suo essere così unico a livello di percorso umano, lo rendono veramente qualcosa di incredibile. Tocca delle corde emotive con la sua voce, che pochi riescono. Invece di scomodare artiste internazionali non sarebbe stato più facile fare un viaggio con: Mia Martini, Ornella Vanoni, Patty Bravo e perché no i Pooh? Con la musica italiana ho sempre avuto un rapporto di amore/odio. Credo che abbiamo avuto ed abbiamo fior di autori, cantanti ma spesso è nello stile musicale che non mi appassiono più di tanto. Nella scelta degli arrangiamenti, delle sonorità, di come spesso le canzoni sono cantante, anche partendo da testi bellissimi. Amo tantissimo la musica italiana anni ’60, ma gli esempi citati sopra non rappresentano affatto la mia idea di percorso di vita. Mi sento più vicino ad un De Andrè, a Battiato, Alice, ai CSI ad esempio (che amo), e seguo comunque artisti anche contemporanei, perché secondo me dietro ad uno stile spesso che non amo (vedi la Trap), a volte, troviamo invece giovani artisti davvero notevoli. Madame, Lazza, questi nuovi giovani che sono usciti non sono per niente male, preferisco più questo ai “classici” arrangiamenti italiani. È un fatto di “suono” del pezzo. Cosa significa per te: “Nessuno mi stava aspettando. Ma mi aspettava ogni cosa
Barbara
Il 23 febbraio debutterà al Teatro Trastevere lo spettacolo “Barbara” di Angelo Orlando per la regia di Nicola Pistoia. La trama è molto particolare: Aldo e Pino sono due amici che dopo una cena “frugale”, con antipasti, primi, secondi, contorni, dolce, caffè, ammazza caffè e tre bottiglie di vino, decidono di raggiungere Barbara una escort mozzafiato, esperta in giochini erotici. I due, una volta a casa della ragazza, finiranno legati a letto insieme. “Barbara ritarda qualche minuto” così comunica ad Aldo e a Pino, Carmine il fedele segretario di Barbara. Ma Barbara non si presenterà. Da qui in poi, si snoderà la strampalata vicenda dei due amici, costretti, loro malgrado, a stare chiusi in “cattività” nella camera da letto di Barbara. Come ben ci dice il regista Nicola Pistoia: “Aldo e Pino, rappresentano un’Italia borghese che, arrivata al culmine delle proprie possibilità, ha il coraggio giusto (o crede di averlo) per lanciarsi “oltre”, per agguantare qualcos’altro. Barbara, rappresenta per Pino e Aldo, la soluzione all’insoddisfazione e al grigiore delle loro vite quotidiane. La trasgressione, l’energia di ciò che è alieno e pronto a sconvolgere ogni equilibrio, è una tentazione troppo grande e purtroppo per i due amici, anche impossibile da gestire”. Potremmo dire che “Barbara” è una commedia notturna, brillante, assurda, che riguarda le sorti sociali di un paese, che pur pensando di meritare di più, in realtà resta piccolo e provinciale. “La domanda” – come ci dice Nicola Pistoia – “è una sola: qual è l’Italia che ci piace? Quella di Aldo e Pino, legata a un letto? O quella di Barbara, di un’Italia che sogniamo, che non si fa mai vedere? Bel dilemma”. Sta allo spettatore comprendere quale sia l’Italia che più gli piace. Il 23 febbraio debutterà “Barbara” che dire un’intervista che non potevo non fare! Sebbene di fronte a un grande uomo e non solo, mi sento una piccola cosa. Orbene ci siamo buttiamoci in questo andare tanto come dico io: “la vita vera è incontro”, che dice sarà davvero così? Si! La vita è incontro ma anagraficamente arrivato quasi alla soglia dei settanta gli incontri come quando si era giovani sono rarissimi meglio sognare. Barbara chi è? È una donna, una figura che non esiste scatenando nei protagonisti viaggi interstellari. Le escort nel mondo infinito di OnlyFans sono ancora di moda? Non ne so niente ai miei tempi c’erano le prostitute, poi i travestiti e mi fermo qui. Perché decidere di incontrare una escort? Per curiosità e vedere che succede e se ti sorprenderà con giochini inaspettati per imparare cose nuove. Cosa rappresenta nell’immaginario collettivo? Trasgressione, sfida, cameratismo con gli amici. Dalla Maddalena a oggi di acqua sotto i ponti ne è passata eppure il fascino della trasgressione è sempre lì pronto a colpire e portare nella sua rete. Forse perchè la vita è noiosa, ripetitiva e incontrare qualcuno che ti possa incuriosire e sorprendere perché no? Questo vale finche si è giovani non per me ripeto. Aldo e Pino cosa rappresentano? Chiunque: persone sole e infelici. Perché Pino e Aldo sono costretti, loro malgrado, a stare chiusi in “cattività” nella camera da letto di Barbara? Perché hanno paura di cosa c’è fuori. Il tempo e la temporalità quanto sono importanti? È fondamentale per rendere lo spettacolo quasi vero e reale. La trasgressione cosa insegna? Che si possono prendere fregature e non valeva la pena “provare”. E soprattutto perché c’è bisogno di sperimentarla? Per curiosità, per necessità di non fare ciò che invece tutti fanno. Quanto c’è di Nicola Pistoia in questa regia? Tanto! C’è fantasia, voglia di giocare e tornare a essere bambino invento. Mi butto senza nessuna rete con compagni di lavoro che si abbandonano, si fidano della mia gioia di inventare. L’idea che mi son fatta che sia una commedia nella commedia dove le solitudini sono compagne di viaggio in cerca di un approdo, possibile? Eh, avoja hai centrato l’obbiettivo. Oggi quanto è difficile ma al tempo stesso significativo essere sé stessi? Si è sempre sollecitati da milioni di sensazioni, percezioni e a volte si perde la bussola e ci perdiamo ma dobbiamo riprendere sempre a camminare e trovare la strada per arrivare a cosa non so ma bisogna ed è indispensabile vivere la vita. Lei ha recitato in numerose pellicole, fa firmato tante regie e ha lavorato con intensità in teatro: dove si sente a casa? A teatro in uno spazio vuoto. Qual è la sua fonte di ispirazione? L’intuito e l’improvvisazione ma è solo formale perchè so quello che voglio ossia sorprendere solo me stesso. Quanto è difficile il suo mestiere? È difficilissimo se non si è generosi con se stessi e con la vita. Si può essere: Uno, nessuno e centomila ma poi, alla fine, l’Io-Tu è ciò che detta le coordinate dell’esistere, non crede? Assolutamente si! Sono quello che volevo essere ora alla mia ma da ragazzo non sapevo cosa sarei mai diventato poi gli eventi e le persone che ho incontrato mi hanno aiutato a trovare le coordinate. Le piace l’Italia che siamo diventati? No, non si ha coraggio e voglia di aiutare i giovani è tutto vecchio, ripetitivo, già visto ma questo dipende solo dalla mia età. Le farò una domanda sciocca ma credo che sia sempre l’essenza della vita: lei ha un sogno nel cassetto? Poter un giorno stare in scena con mia figlia e sognare, inventare con lei. Progetti targati 2023? Due regie: Barbara e Guida pratica per coppie alla deriva. Cosa farà da grande? L’astronauta, viaggiare nel passato. Vuole aggiungere altro? Vado a letto sono stanco.



