Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate: si insinuano. Scivolano sotto la pelle, si annidano nei silenzi, si fanno spazio tra ciò che vediamo e ciò che scegliamo di non vedere. “Fargo” non è solo un cult firmato da Ethan Coen e Joel Coen. È un territorio emotivo, un paesaggio gelido dove l’assurdo diventa normalità e la follia si muove in punta di piedi. In questa intervista, Carraro Moda non racconta semplicemente una riscrittura. Racconta una frattura. Un gesto creativo che tradisce per restare fedele, che taglia per far emergere, che sposta il fuoco per illuminare ciò che, spesso, resta ai margini. È lì, nel non detto, che questa visione prende forma. “Fargo” dei fratelli Ethan Coen e Joel Coen è un cult intriso di ironia nera e assurdo. Nella tua riscrittura, qual è stato l’elemento che hai sentito più urgente tradire… o proteggere? Ho tradito sicuramente la sceneggiatura omettendo alcune parti e dando importanza a parti magari considerate marginali. Ho rispettato il senso di assurdo che trasuda in ogni battuta. La tua regia sembra scavare nel “non detto” del protagonista. Che tipo di follia ti interessava raccontare: quella visibile o quella silenziosa che si consuma dentro? Il nostro protagonista é molto vicino alla messa in scena dei Coen. Di certo per quanto mi riguarda quello che ho provato a evidenziare é la “follia” che si scatena intorno a lui. Lui subisce un po’ tutto il peso della situazione. Il denaro, in questa storia, è più di un movente: è quasi un detonatore psicologico. Secondo te, cosa rappresenta oggi il denaro nella mente dell’“uomo medio” contemporaneo? A questa domanda veramente non so cosa dire. La società a mio modo di vedere é impostata da millenni in maniera “folle” per tornare alla domanda di prima. Sono uno dei pochi che conosco che se ne frega del denaro che poi non può farlo fino in fondo senza cadere nella ragnatela societaria. Il denaro é “tutto”. Per tutti sempre e comunque. Ma la colpa risale a molto tempo fa noi siamo solo vittime. La neve in Fargo è iconica: fredda, immobile, quasi anestetizzante. Nel tuo adattamento, che valore simbolico assume? È uno sfondo o un personaggio? Diciamo che e un personaggio. Speriamo non sia troppo rumoroso come interprete. Hai lavorato con un cast molto eterogeneo. Qual è stata la sfida più grande nel guidare gli attori dentro un equilibrio così sottile tra grottesco e tragedia? La cosa più difficile é stata adattare il testo. I ragazzi sono stati bravissimi a seguirmi in tutto e per tutto. Chi lavora con me di base si trova a fidarsi totalmente senza riserve. Bravi loro. Davvero li ringrazio di cuore. Tutti. Il gesto del “dito medio” diventa qui una metafora potente. È una ribellione, una resa o un atto disperato di identità? E quanto ci riconosciamo tutti in quel gesto? Il dito medio che fa il nostro Guglielmo è l ultimo atto possibile prima del “crollo”. É l’unica cosa possibile per tornare alla domanda. L’unica cosa che può fare Guglielmo è mandare tutto affanculo. Alla fine, non resta il crimine. Non resta neppure il denaro. Resta una sensazione più sottile, più disturbante: che la follia non sia un’eccezione, ma un sistema. Che il protagonista non sia diverso da noi, ma solo più esposto, più fragile, più onesto nel suo crollo. E quel gesto finale — un dito medio al mondo — non è solo ribellione. Non è solo resa. È forse l’ultimo linguaggio possibile per chi ha compreso troppo tardi di essere rimasto intrappolato. In un gioco che non ha mai scelto davvero.
Il Manoscritto
Ci sono opere che si limitano a essere raccontate, e altre che accadono dentro chi le attraversa. Il Manoscritto appartiene a questa seconda categoria: non è soltanto un testo, né una semplice esperienza teatrale, ma un varco. Un confine sottile tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo, tra realtà e percezione, tra coscienza e inconscio. In questa intervista entriamo nel cuore creativo di uno spettacolo che sembra muoversi come un miraggio: un viaggio nel deserto che diventa progressivamente un viaggio dentro l’animo umano. Tra suono, immagini e parola, prende forma un racconto che interroga il desiderio, il mistero, la paura e quella tensione irrisolta che ci lega a ciò che non possiamo avere — e che proprio per questo non riusciamo a smettere di desiderare. L’interprete ci accompagna dietro le quinte di questo processo, svelando come un testo possa trasformarsi in esperienza sensoriale e psicologica, e come il teatro, ancora oggi, resti uno spazio in cui la realtà si incrina… e forse si rivela. In Il Manoscritto, il viaggio esterno nel deserto sembra trasformarsi in un viaggio interiore. Quando hai capito che questa storia parlava, in realtà, della coscienza umana? Domanda interessante. Effettivamente, anche se adesso mi pare buffo dirlo, l’ho capito dopo un po’ che frequentavo il testo, brillantemente scritto da BaretMagarian, il quale me l’aveva proposto già nel lontano 2017, in vista di una prima presentazione molto essenziale : per metterlo più compiutamente in scena a Parigi nel 2024, in francese, ho poi deciso di creare una colonna sonora che raccontasse i paesaggi, fisici epsichici, attraversati dal protagonista e, facendo ciò, hocapito che molto di quanto gli succedeva, come spesso capita a tutti noi, era fortemente influenzato dalle sue percezioni soggettive. Ne è emersa una sorta di connessione diretta, scenicamente interessante, se non divertente, tra il manoscritto, inteso come forza creatrice, espressione di un inconscio individuale e collettivo, a volte fantastico, e le azioni, più o meno volontarie, del protagonista. Il protagonista non può aprire il pacco… ma è proprio il divieto a generare il desiderio. Quanto, secondo te, il mistero e la proibizione alimentano le nostre ossessioni più profonde? Molto, direi. D’altronde il desiderio, nella nostra società, è spesso frutto del proibito, se non del peccato. Specienella cultura occidentale, le due cose sono strettamente legate: la mela, come la conoscenza, è buona e succulenta ma non la si deve toccare, né tantomeno mordere. Ciò che fa star bene è da sempre considerato destabilizzante. È il vecchio adagio che connette amore e morte, possente binomio che ha nutrito e nutre ancor’oggi pagine e pagine di letteratura sublime. La notte nel motel diventa una soglia: le percezioni si alterano, la realtà si deforma. Hai lavorato più sulla dimensione psicologica o su quella quasi onirica e allucinata del racconto? Sono partito dal voler dare un volto sonoro alla realtà onirica ed ho velocemente capito che questa diventava laperfetta espressione delle angosce interne e delle emozioni allucinate del protagonista. A livello sonoro e dunque sensoriale le due cose sembravano coincidere, un po’ come capita, in termini questa volta pittorici, nel famoso quadro di Münch, “l’Urlo”. La coscienza prende forma attraverso emozioni crude e disturbanti. C’è un’emozione, tra quelle esplorate nello spettacolo, che ti ha messo maggiormente in difficoltà come interprete? Non so se “messo in difficoltà” sia la parola giusta. Noiattori siamo un po’ come dei pirati; da un punto di vista emotivo è difficile che qualcosa ci spaventi per davvero, in ultimo sappiamo che si tratta di un grande gioco. Però, ora che me lo chiedi, nel testo c’è effettivamente una certa ritrosia, se non una codardia, da parte delprotagonista ad abbandonarsi all’inaspettato, che inizialmente ho fatto fatica ad accettare; poi, trattandosi di un tratto squisitamente umano, ho finito per sentirla anch’essa come necessaria al racconto. La messa in scena è fortemente immersiva, tra suono, luce e proiezioni. Quanto è stato importante il dialogo creativo con artisti come Paolo Ballarini e Robert Hulland per costruire questa dimensione sensoriale? Robert Hulland è un artista digitale e game-designer di grande talento: gli ho proposto di elaborare delle immagini con gli stessi software con cui si creano i video-giochi. L’universo ludico-digitale è un grande palcoscenico virtuale che mi affascina per i suoi potenziali e trovo che un’ibridazione con il mondo analogico del teatro tradizionale, qui solo a tratti citata, sia un tema ricco di grandi potenziali. Idealmente lo spettacolo si presterebbe a evolvere in una vera e propria dimensione di realtà aumentata, che richiede però mezzi decisamente più importanti di quelli che fin qui ho avuto a disposizione. Paolo Ballarini, a cui sono molto grato, è un montatore di grandissima esperienza, formatosi al Centro Sperimentale in tempi ancora analogici, e rappresenta per me la grande tradizione e scuola del cinema italiano, quell’alchimia magica tra suono e immagine, di cui furono autori e scopritori in primis Sergio Leone ed Ennio Morricone. L’autore Baret Magarian è stato accostato a figure come Franz Kafka e Italo Calvino. Tu, entrando nel suo testo, hai percepito più inquietudine esistenziale o più poesia? Io sono un fan della poesia, la cerco dovunque, in generale mi affascina l’idea che si possa usare la tecnica,sia essa retorica, musicale, cinematografica, teatrale, per raccontare una versione più poetica del mondo. La poesia raccoglie in sé il dramma e l’inquietudine esistenziale, elevandoli ad un’esperienza che sa di bellezza. Hai lavorato con maestri come Giorgio Strehler e Luca Ronconi. In questo spettacolo, c’è qualcosa del loro insegnamento che senti di aver portato in scena? Almeno nelle mie intenzioni, e al netto dei mezzi a disposizione, decisamente poveri o “da campo”, c’è tutto della loro preziosa eredità, insieme alla mia enorme gratitudine. Di Luca c’è l’attenzione maniacale al linguaggio, la fiducia nel fatto che un dettato retorico possa avere la stessa valenza di un dettato musicale e, se padroneggiato tecnicamente, possa consentire un’esecuzione del testo tanto classica quanto “jazzata”, com’è in questo caso, dove il paesaggio sonorocontinuativo funziona come la griglia di accordi di un blues , imponendomi di rispettare rigorosamente certi appuntamenti. Di
“Diffidato”: quando raccontare la verità diventa pericoloso
Il monologo-inchiesta di Nello Trocchia Ci sono storie che non vogliono essere raccontate. E poi ci sono giornalisti che scelgono comunque di farlo. “Diffidato” non è solo un titolo. È una condizione. È una minaccia. È un confine sottile tra il diritto di sapere e il rischio di pagare per aver parlato. Un monologo che è un atto di coraggio “Diffidato” è il monologo scritto e portato in scena da Nello Trocchia, uno dei più autorevoli cronisti d’inchiesta italiani nel campo dell’antimafia e del giornalismo investigativo. Non è teatro nel senso tradizionale. È inchiesta viva. Un racconto che nasce sul campo, tra documenti, minacce, silenzi e verità scomode. Un viaggio dentro ciò che spesso resta invisibile: il rapporto tra crimine e potere. Il prezzo della verità Cosa significa raccontare davvero ciò che accade? Qual è il costo umano, professionale, psicologico? “Diffidato” pone domande che disturbano: • Chi paga quando la verità emerge? • Chi tenta di fermarla? • E soprattutto: perché? Nel monologo, Trocchia non si limita a informare. Espone se stesso. Porta sul palco le storie che ha seguito da vicino, le pressioni subite, le linee sottili attraversate ogni giorno da chi fa informazione indipendente. Parole, immagini, suono: un’esperienza immersiva “Diffidato” è costruito come un racconto multimediale: • parole che colpiscono • musica che amplifica l’emozione • video che documentano e rendono tangibile la realtà Il risultato è un’esperienza immersiva, quasi cinematografica, dove il pubblico non osserva soltanto… ma vive. Un giornalista scomodo Nello Trocchia è una voce riconosciuta del giornalismo investigativo italiano: • inviato di Piazzapulita su La7 • collaboratore de Il Fatto Quotidiano • firme su L’Espresso • esperienza anche in Rai Il suo lavoro è sempre stato caratterizzato da una costante: andare oltre la superficie. E questo, spesso, ha un prezzo. Tra libertà e censura “Diffidato” non parla solo di cronaca. Parla di democrazia. Perché dove l’informazione viene ostacolata, intimidita o delegittimata, qualcosa si incrina nel sistema stesso. Questo monologo diventa allora: • una denuncia • una testimonianza • un atto politico, nel senso più alto del termine Il silenzio e il rumore C’è una frase non detta che attraversa tutto lo spettacolo: il silenzio è sempre una scelta. Scegliere di parlare, invece, è un atto di rottura. E chi rompe il silenzio, spesso, viene “diffidato”. Perché vederlo Perché non è solo teatro. È realtà che entra in scena. È uno spettacolo che lascia domande aperte, inquietudini, riflessioni. E forse anche una consapevolezza più profonda del mondo in cui viviamo. 👉 Acquista qui i biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/nello-trocchia-diffidato/
Quando il pensiero diventa spettacolo
La conferenza teatrale di Franco Del Moro e Marcello Foa C’è un momento, raro e prezioso, in cui la parola smette di essere semplice comunicazione e diventa esperienza. È lì che nasce qualcosa di diverso: un incontro tra idee, emozioni e coscienza critica. È esattamente ciò che promette la conferenza teatrale con Franco Del Moro e Marcello Foa, un evento che si colloca a metà strada tra il teatro e il pensiero contemporaneo. Due voci, un unico palcoscenico Da una parte, Franco Del Moro: scrittore, editore, fondatore e direttore del bimestrale Ellin Selae. Un autore che ha fatto della riflessione culturale e della ricerca artistica la sua cifra distintiva. Le sue parole non sono mai solo parole: sono strumenti per interrogare il reale. Dall’altra, Marcello Foa: giornalista, dirigente, autore. Un volto noto del panorama mediatico italiano ed europeo, con un passato da inviato speciale per Il Giornale, la direzione del Corriere del Ticino e la presidenza della RAI tra il 2018 e il 2021. Più recentemente, la sua voce ha accompagnato gli ascoltatori su Rai Radio 1 con Giù la maschera, programma dedicato all’attualità e alla libertà di pensiero. Oltre la conferenza: un’esperienza teatrale Quello che rende questo evento unico è il formato: non una semplice conferenza, ma una conferenza teatrale. Qui il pubblico non è spettatore passivo, ma parte di un viaggio. Le parole si intrecciano con la scena, il ritmo, la presenza. Il pensiero prende corpo. È un format che rompe gli schemi: • non c’è distanza tra palco e platea • non c’è rigidità accademica • c’è, invece, coinvolgimento emotivo e intellettuale Temi che interrogano il presente In un’epoca dominata da velocità, superficialità e informazione frammentata, eventi come questo rappresentano una pausa necessaria. Un invito a fermarsi. A pensare. A dubitare. Del Moro e Foa portano sul palco due prospettive diverse ma complementari: • la dimensione artistica e simbolica • la lettura giornalistica e geopolitica Il risultato è un dialogo che attraversa: • la libertà di espressione • il ruolo dei media • la costruzione della verità • il rapporto tra individuo e società Il fascino della parola viva C’è qualcosa di profondamente umano nel ritrovarsi insieme ad ascoltare, riflettere, lasciarsi provocare. In un mondo digitale, dove tutto scorre e nulla resta, questa conferenza teatrale restituisce alla parola il suo peso originario: quello di creare connessioni reali. Un appuntamento da non perdere Non è solo uno spettacolo. Non è solo un dibattito. È un’esperienza che unisce cultura, informazione e teatro, capace di lasciare tracce anche dopo che le luci si sono spente. 👉 Acquista qui i tuoi biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/franco-del-moro-e-marcello-foa/
Terra–Solaris: il luogo dove i fantasmi imparano a parlare
Ci sono fantasmi che non fanno rumore. Non trascinano catene. Non abitano case abbandonate. Vivono dentro di noi. Sono i rimpianti che non abbiamo mai nominato. Le parole che non abbiamo detto. Le vite che avremmo potuto vivere… e non abbiamo vissuto. È da qui che inizia Terra–Solaris, lo spettacolo di Rick DuFer e Carol Mag. Non da un racconto, ma da una domanda: hai mai davvero ascoltato i tuoi fantasmi? Non è un semplice monologo. È un attraversamento. Le parole si intrecciano con la musica, il pensiero con l’emozione, la filosofia con qualcosa di più fragile e umano: il ricordo. Si cammina tra mondi diversi: • quelli di Solaris, dove i fantasmi prendono forma dai nostri sensi di colpa • quelli del Paradiso dantesco, dove le anime ci costringono ad accettare la realtà • quelli di Gulliver e di Shakespeare, che ci mettono davanti ai nostri limiti Ma il vero luogo del viaggio non è la scena. È dentro. A un certo punto diventa chiaro: i fantasmi non sono entità lontane. Sono presenze intime. Sono ciò che ritorna quando il rumore del mondo si abbassa. Quando restiamo soli. Quando smettiamo di distrarci. Rick DuFer li chiama per nome, li interroga, li espone. Carol Mag li accompagna con la musica, come se ogni nota fosse una porta che si apre. E il pubblico, quasi senza accorgersene, inizia a riconoscerli. La musica in Terra–Solaris non è un sottofondo. È un linguaggio parallelo. Dice quello che le parole non riescono a dire. Accarezza, disturba, risveglia. A volte consola. A volte mette a nudo. È come se ogni suono fosse un ricordo che riaffiora senza chiedere permesso. C’è un momento, nello spettacolo, in cui non si può più fingere. Non si può ridere per alleggerire. Non si può distrarsi. Si resta lì, davanti a sé stessi. E si capisce che il vero coraggio non è evitare i fantasmi. È restare ad ascoltarli. Perché solo attraversandoli si può davvero comprendere qualcosa di sé. Terra–Solaris si muove su un confine sottile: • tra ciò che è stato e ciò che poteva essere • tra ciò che siamo e ciò che temiamo di diventare • tra la vita e quella strana eco che chiamiamo memoria È uno spettacolo che non offre risposte facili. Non consola. Non semplifica. Ma accompagna. E, in un tempo in cui tutto corre veloce, fermarsi ad ascoltare ciò che ci abita dentro è forse l’atto più rivoluzionario. Quando le luci si riaccendono, qualcosa resta. Non una trama. Non una morale. Ma una sensazione sottile: di aver incontrato qualcosa di vero. Magari scomodo. Magari fragile. Ma necessario. Perché, in fondo, non si tratta di eliminare i fantasmi Si tratta di imparare a conviverci. E forse — finalmente — a capirli. 👉 Per acquistare i biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/rick-dufer-carol-mag-terra-solaris/
Donne & Uomini: ridere dell’amore, delle incomprensioni… e di noi stessi
Ci sono dialoghi che iniziano con un innocente “Non ho niente…” e finiscono con una guerra fredda lunga tre giorni. Ci sono silenzi che pesano più di mille parole. E parole che, dette nel momento sbagliato, possono diventare detonatori emotivi. È da qui che nasce Donne & Uomini, lo spettacolo di Andrea Tosatto. Da quella zona fragile, quotidiana, universale in cui tutti – almeno una volta – ci siamo persi cercando di capirci. Sul palco non ci sono eroi. Ci siamo noi. Le coppie che si amano ma litigano per un messaggio non risposto. I single che giurano di stare bene da soli… salvo poi crollare davanti a una canzone. Gli ex che tornano nei pensieri proprio quando sembrava finita davvero. Tosatto prende queste situazioni e le smonta, con una precisione quasi chirurgica. Le osserva, le esaspera, le restituisce al pubblico trasformate in risata. Ma sotto quella risata c’è sempre qualcosa che punge. Perché la domanda che attraversa tutto lo spettacolo è semplice, eppure spiazzante: come possiamo parlare la stessa lingua… e non capirci mai davvero? Le scene si susseguono come frammenti di vita vissuta: • discussioni che partono da niente e diventano epiche • fraintendimenti che si trasformano in drammi • aspettative mai dette che diventano delusioni reali Il pubblico ride. Ride tanto. Ma è una risata che ha sempre un retrogusto di riconoscimento. Perché, a un certo punto, succede qualcosa: non stai più guardando uno spettacolo. Stai rivedendo una tua conversazione. Un tuo errore. Una tua storia. Donne & Uomini non giudica. Non prende posizione. Non dice chi ha ragione. Fa qualcosa di più scomodo: mostra. Mostra quanto siamo diversi. Ma anche quanto siamo, paradossalmente, identici nei nostri bisogni: • essere visti • essere ascoltati • essere amati senza dover tradurre ogni emozione E allora quella comicità diventa quasi uno specchio. Uno specchio senza filtri, in cui è impossibile non riconoscersi almeno una volta. C’è un momento, nello spettacolo, in cui tutto sembra chiarissimo. Le differenze, le dinamiche, gli errori. Eppure… non basta. Perché nonostante tutto – le incomprensioni, le litigate, i silenzi – continuiamo a cercarci. A innamorarci. A riprovarci. È forse questa la verità più semplice e più disarmante che emerge: non siamo fatti per capirci perfettamente. Siamo fatti per provarci. Che tu sia in coppia, single, reduce da una storia complicata o felicemente innamorato… troverai qualcosa di tuo in questo spettacolo. Perché Donne & Uomini parla di relazioni, sì. Ma soprattutto parla di umanità. E lo fa con leggerezza, ironia e quella sincerità un po’ spietata che, alla fine, fa bene. Alla fine, quando le luci si riaccendono, resta una sensazione precisa. Non quella di aver capito tutto. Ma quella di aver capito qualcosa in più. Magari piccolo. Magari scomodo. Ma sufficiente per pensare, sorridendo: “Ah… ecco perché.” Se vuoi vivere questa esperienza dal vivo, puoi acquistare i biglietti qui: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/donne-uomini-di-e-con-andrea-tosatto/
SCOMODE VERITÀ Quando il teatro diventa un atto d’accusa
La luce si abbassa lentamente. Non c’è scenografia a distrarre, non c’è finzione a proteggere. Solo una voce, un corpo, e parole che pesano come macigni. Alessandro Di Battista entra in scena senza maschere. Non interpreta. Non recita. Espone. Accusa. Scava. E lo fa partendo da una domanda implicita, quasi sussurrata tra le righe: quante verità siamo disposti a sopportare, prima di voltare lo sguardo? Non è uno spettacolo, almeno non nel senso classico del termine. È un viaggio dentro le crepe della narrazione ufficiale. Afghanistan. Iraq. Libia. Nomi che abbiamo ascoltato per anni, spesso distrattamente, mentre scorrevano nei telegiornali tra una pubblicità e un talk show. Ma qui, su quel palco, non sono più parole lontane. Diventano immagini, decisioni, conseguenze. Diventano responsabilità. Di Battista ricostruisce, collega, mette in fila eventi che – raccontati separatamente – sembrano casuali, ma che, nella sua narrazione, assumono un disegno preciso. Un sistema. Una logica. Non c’è neutralità. E non viene nemmeno promessa. La voce si fa più dura quando entra nel cuore del presente. Ucraina. Gaza. Qui il racconto cambia ritmo. Si spezza. Si carica. Non è più solo analisi. È indignazione. Le parole diventano fendenti: contro il modo in cui le guerre vengono raccontate, contro le immagini che vediamo e quelle che non vediamo, contro il silenzio selettivo che decide quali morti meritano attenzione e quali no. E allora la domanda torna, più forte: chi decide cosa dobbiamo sapere? C’è un momento, durante lo spettacolo, in cui il pubblico non è più solo spettatore. È chiamato in causa. Perché il bersaglio non è soltanto la politica – accusata di aver smarrito autonomia, dignità, visione – ma anche quella zona grigia in cui tutti, in qualche modo, abitiamo: l’abitudine. L’abitudine a credere. L’abitudine a non verificare. L’abitudine a delegare. Di Battista insiste su questo punto con una lucidità quasi scomoda: non esiste propaganda senza qualcuno disposto ad accoglierla. E poi c’è il passaggio più delicato. Quello sul conflitto israelo-palestinese. Qui il linguaggio si fa ancora più netto, più rischioso. Si entra in un territorio dove le parole possono incendiare, dividere, ferire. Lui non arretra. Parla di storia, di potere, di trasformazioni. Parla di Gaza come di una ferita aperta, raccontata – secondo la sua visione – troppo poco e troppo male. È uno dei momenti in cui la sala si tende. Si percepisce. Non tutti sono d’accordo. Ma tutti ascoltano. Ed è forse questo il punto più potente dello spettacolo: non cerca consenso, cerca reazione. Verso la fine, il tono cambia ancora. Dopo la denuncia, dopo l’accusa, arriva qualcosa di inatteso: una possibilità. Non una soluzione, non una verità definitiva. Ma un invito. A informarsi. A dubitare. A scegliere. A non restare neutrali, perché – suggerisce – la neutralità, in certi contesti, è già una posizione. “Scomode verità” è un titolo che mantiene la promessa. Perché quello che resta, uscendo dalla sala, non è tanto ciò che si è ascoltato, ma ciò che si è iniziato a mettere in discussione. Non è uno spettacolo che consola. Non è uno spettacolo che unisce. È uno spettacolo che incrina. E in un tempo in cui tutto scorre veloce, superficiale, dimenticabile, forse è proprio questo il suo gesto più radicale: costringerci a fermarci. E a chiederci, con un filo di inquietudine: e se le verità più difficili fossero proprio quelle che non vogliamo vedere?
Jack Nobile – Il mago e il maestro: quando l’illusione diventa musica
Cosa accade quando la magia incontra la musica? Quando un gesto diventa illusione e una nota si trasforma in incanto? Nasce uno spettacolo raro, elegante, sorprendente: “Il mago e il maestro”, con Jack Nobile e Adriano Del Sal. Un viaggio sensoriale dove realtà e percezione si fondono, e il pubblico smette di osservare… per iniziare a sentire. Magia e armonia: un dialogo tra arti Questo spettacolo non è una semplice alternanza tra numeri di magia e momenti musicali. È un dialogo continuo, un intreccio tra due linguaggi che si amplificano a vicenda. Da una parte: • l’illusione, il mistero, la sorpresa Dall’altra: • la precisione, l’emozione, la profondità del suono La chitarra classica diventa racconto. La magia diventa ritmo. E insieme creano un’esperienza immersiva, dove ogni elemento è parte di un’unica narrazione. Jack Nobile: la nuova magia contemporanea Con oltre 12 anni di esperienza, Jack Nobile è uno dei volti più riconoscibili della magia moderna. Il suo percorso è fatto di studio, passione e innovazione: • oltre 1,5 milioni di iscritti su YouTube • 60.000 mazzi di carte personalizzati venduti • autore di tre libri • allievo di maestri internazionali come Juan Tamariz e Dani Daortiz Ma soprattutto, è un artista che ha saputo portare la magia nel presente, rendendola accessibile, affascinante e profondamente narrativa. La sua specialità? Cartomagia, ombre cinesi, Sand Art. Tecniche che diventano poesia visiva. Adriano Del Sal: il virtuosismo che emoziona Accanto a lui, Adriano Del Sal: un maestro della chitarra classica, capace di trasformare ogni nota in emozione pura. Il suo percorso artistico è straordinario: • 12 primi premi in concorsi nazionali e internazionali • riconoscimenti prestigiosi come il “Julian Arcas” e il “Michele Pittaluga” • il premio “La Chitarra d’oro” • concerti nei più importanti festival e teatri del mondo Dal 2015 è docente all’Università della musica e delle arti di Vienna, ma sul palco resta, prima di tutto, un narratore. Uno che non suona soltanto. Racconta. Uno spettacolo che supera i confini “Il mago e il maestro” è un’esperienza che va oltre il genere: • non è solo magia • non è solo musica • è un incontro tra due mondi Uno spettacolo che sorprende, emoziona, coinvolge. Che ti fa chiedere: “Come è possibile?” E subito dopo: “Cosa ho appena sentito?” Vivi l’esperienza Un evento esclusivo, pensato per chi ama lasciarsi stupire e per chi cerca qualcosa di davvero diverso. 👉 Per acquistare i biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/jack-nobile-il-mago-e-il-maestro/ Tra realtà e illusione In fondo, magia e musica hanno qualcosa in comune: entrambe ci portano altrove. E in un tempo in cui tutto sembra spiegabile, prevedibile, immediato… uno spettacolo come questo ci ricorda il valore dello stupore. Perché a volte, per capire davvero, bisogna prima lasciarsi incantare.
TUTTOTOSCANO – L’ironia pungente di Gianmaria Vassallo conquista il teatro
C’è un modo tutto particolare di raccontare la Toscana. Non quello da cartolina, fatto di colline perfette e tramonti dorati. Ma quello vero, graffiante, ironico, autentico. Ed è proprio lì che si muove Gianmaria Vassallo con il suo nuovo spettacolo: TUTTOTOSCANO. Un titolo che è già una dichiarazione d’intenti. Totale, immersivo, senza filtri. Un viaggio teatrale tra ironia e identità TUTTOTOSCANO è molto più di uno spettacolo comico: è un ritratto teatrale contemporaneo, una lente ironica attraverso cui osservare la cultura toscana nelle sue mille sfumature. Attraverso una miscela brillante di: • monologhi taglienti • gag intelligenti • canzoni originali Vassallo costruisce un racconto vivo, dinamico, capace di far ridere e riflettere nello stesso momento. I protagonisti? Personaggi riconoscibili, quasi familiari. Luoghi comuni smontati e reinventati. Contraddizioni che diventano materia comica. Il “maledetto toscano” e la sua cifra stilistica Definito con affetto il “maledetto toscano”, Vassallo porta in scena uno stile unico: diretto, popolare ma mai banale. La sua comicità: • colpisce, perché è sincera • diverte, perché è intelligente • coinvolge, perché parla di noi C’è una Toscana che si prende in giro, che si guarda allo specchio senza paura, che ride delle proprie ossessioni, dei propri tic, delle proprie verità non dette. Ed è proprio questa autenticità a rendere lo spettacolo irresistibile. Ritmo, musica e parole: uno spettacolo completo Uno degli elementi più sorprendenti di TUTTOTOSCANO è la fusione tra teatro e musica. Le canzoni originali non sono semplici intermezzi, ma parte integrante della narrazione: amplificano emozioni, sottolineano ironie, creano ritmo. Il risultato è uno spettacolo fluido, incalzante, che alterna risate e momenti di riconoscimento profondo. Un’esperienza per tutti Pensato per un pubblico ampio, TUTTOTOSCANO riesce a parlare: • agli amanti del teatro d’autore • a chi cerca una comicità brillante e contemporanea • a chi vuole semplicemente lasciarsi sorprendere È uno spettacolo che unisce, che diverte senza superficialità, che racconta senza giudicare. 👉 Per acquistare i biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/tuttotoscano-gianmaria-vassallo/ In fondo, ridere di sé è una delle forme più alte di intelligenza. E TUTTOTOSCANO lo dimostra: sotto la superficie della comicità si nasconde uno sguardo lucido, affettuoso e profondamente umano su una terra che, tra eccessi e meraviglie, continua a raccontarsi. E forse è proprio questo il segreto di Vassallo: farci ridere… mentre ci riconosciamo.
Oltre l’obiettivo: la guerra raccontata da Giorgio Bianchi
C’è una linea sottile, quasi invisibile, che separa il racconto dalla testimonianza. È su quella linea che cammina da anni Giorgio Bianchi, fotoreporter, documentarista e regista italiano, capace di trasformare la realtà più cruda in una narrazione visiva potente, autentica, profondamente umana. La sua non è solo fotografia. È immersione. È presenza. È scelta. E oggi, quella voce fatta di immagini arriva sul palco con una conferenza teatrale che promette di essere molto più di un semplice racconto: un’esperienza emotiva e intellettuale che attraversa i conflitti del nostro tempo. Un testimone nei luoghi del dolore Dalla Siria all’Ucraina, dal Burkina Faso al Myanmar, passando per il Nepal, il Vietnam e l’India, Giorgio Bianchi ha costruito un percorso professionale che è anche un viaggio umano dentro le contraddizioni del mondo contemporaneo. Dal 2013, in particolare, ha seguito da vicino la crisi ucraina: dalle proteste di Euromaidan fino allo scoppio della guerra tra esercito governativo e separatisti filo-russi. Non da osservatore distante, ma da testimone diretto, immerso nelle vite delle persone, nei loro silenzi, nelle loro paure. Le sue immagini non cercano il sensazionalismo. Cercano il senso. Quando la fotografia diventa teatro Questa conferenza teatrale rappresenta un’evoluzione del suo linguaggio: dalla fotografia alla scena, dalla documentazione alla narrazione viva. Attraverso immagini, parole e riflessioni, lo spettatore viene accompagnato dentro i conflitti non solo geografici, ma anche interiori. Perché ogni guerra, prima ancora di essere politica, è antropologica. È qui che il lavoro di Bianchi assume una dimensione più profonda: non si limita a mostrare ciò che accade, ma interroga chi guarda. Cosa significa essere testimoni oggi? Quanto siamo davvero consapevoli delle guerre che scorrono davanti ai nostri occhi, spesso filtrate da schermi e narrazioni parziali? Un percorso riconosciuto a livello internazionale Nel corso della sua carriera, Giorgio Bianchi ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti pubblici. Le sue fotografie sono state pubblicate su importanti quotidiani e riviste, sia cartacee che digitali, e le sue opere sono state esposte in festival nazionali e internazionali. Ma il vero riconoscimento, forse, sta nella forza delle sue immagini: nella capacità di restare impresse, di disturbare, di far riflettere. Un appuntamento da non perdere Questa conferenza teatrale è un’occasione rara per entrare in contatto diretto con uno sguardo che ha attraversato la storia recente nei suoi punti più critici. Non è solo uno spettacolo. È un incontro. È una presa di coscienza. 👉 Per acquistare i biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/giorgio-bianchi/
Strage di Erba: la verità che non vuole morire
Ci sono casi che non finiscono mai. Nonostante le sentenze. Nonostante il tempo. Nonostante il bisogno, quasi fisiologico, di chiudere. La strage di Erba è uno di questi. Un caso che continua a respirare sotto la cenere, come un incendio che non si è mai davvero spento. E oggi, a distanza di anni, qualcuno torna a soffiare su quelle braci. Quel qualcuno è Cuno Tarfusser. Non un giornalista. Non un opinionista. Ma un magistrato. Un uomo delle istituzioni che, invece di difendere il sistema, decide di metterlo in discussione. E quando accade, non è mai un dettaglio. Nelle scorse ore, Tarfusser ha presentato un esposto. Un atto formale, sì. Ma anche profondamente simbolico. Perché non riguarda solo la revisione del processo. Riguarda chi quella revisione l’ha negata. Nel suo documento, l’ex magistrato punta il dito contro i giudici della Corte d’Appello di Brescia e della Cassazione, accusandoli di aver respinto la richiesta senza affrontare davvero le criticità emerse. Il sottotesto è chiaro. Forse troppo chiaro. E se non si fosse voluto riaprire il caso per non ammettere un errore? È una domanda scomoda. Perché quando entra nel perimetro della giustizia, non riguarda solo un processo. Riguarda la credibilità di un intero sistema. Due colpevoli. O due simboli? Da oltre vent’anni, Rosa Bazzi e Olindo Romano sono i volti della colpevolezza. Due persone trasformate, nel racconto pubblico, in una verità definitiva. Eppure, proprio su quella verità iniziano a comparire crepe. Le prove che hanno portato alla loro condanna sono tre: • le confessioni, poi ritrattate • la testimonianza dell’unico sopravvissuto • una traccia di sangue sull’auto Tre pilastri che, a guardarli oggi, sembrano meno solidi di quanto apparissero allora. C’è qualcosa di profondamente inquietante nella storia della traccia di sangue. Non tanto per ciò che rappresenta. Ma per ciò che manca. Quella traccia sarebbe stata individuata grazie al luminol, una sostanza che reagisce al sangue rendendolo visibile al buio. Ma proprio qui nasce il paradosso. La fotografia fondamentale, quella scattata al buio, non esiste. O forse esiste. O forse è stata scattata ma non è venuta. Le versioni si moltiplicano. Si contraddicono. Si annullano. E così, quella che dovrebbe essere una prova scientifica diventa un racconto incerto, quasi surreale. Tarfusser è netto: nessuno, in buona fede, può vedere ciò che viene descritto come evidente. E allora la domanda si fa inevitabile: come può una prova invisibile diventare decisiva? Poi c’è lui: Mario Frigerio. L’unico sopravvissuto. L’uomo che ha guardato in faccia l’orrore. La sua testimonianza è stata centrale. Determinante. Quasi definitiva. Eppure, all’inizio, Frigerio raccontava altro. Descriveva un aggressore diverso. Uno sconosciuto. Un uomo con caratteristiche fisiche lontane da quelle di Olindo Romano. Poi, qualcosa cambia. Dopo un colloquio con un carabiniere, il nome “Olindo” viene ripetuto più volte. E il ricordo si trasforma. È qui che la vicenda si sposta su un piano ancora più delicato: quello della psicologia della memoria. Perché la memoria non è una registrazione fedele. È una costruzione. E può essere influenzata. Soprattutto quando il cervello è fragile. Frigerio, in quei giorni, non era un testimone qualunque: • aveva subito un arresto cardiaco • presentava danni neurologici • era stato intossicato dal monossido di carbonio Condizioni che, secondo la letteratura scientifica, possono alterare profondamente la capacità di ricordare. E allora la domanda diventa più profonda. Più inquietante. Quella testimonianza è un ricordo… o una suggestione? C’è un altro elemento, forse il più destabilizzante. Alcuni audio, ritenuti fondamentali, non sarebbero mai stati ascoltati durante il processo. Non solo. Non sarebbero stati nemmeno trascritti. Né valutati. Eppure, nelle sentenze, si afferma il contrario. Come se due realtà diverse si fossero sovrapposte: • quella processuale • quella documentale E quando accade, la giustizia smette di essere un terreno solido. Diventa qualcosa di più incerto. Più fragile. Più umano. Infine, c’è il tema più delicato. Quello che riguarda non le prove, ma le persone. Tarfusser solleva dubbi anche sulla posizione del procuratore generale Guido Rispoli, sostenendo che avrebbe dovuto astenersi per evitare qualsiasi sospetto di conflitto. Perché la giustizia non è solo una questione di verità. È una questione di fiducia. E la fiducia si fonda su un principio semplice, ma assoluto: chi giudica deve essere imparziale. E deve apparirlo. Se questo viene meno, anche la sentenza più solida rischia di vacillare. La strage di Erba è stata raccontata come una storia chiusa. Un caso risolto. Un dolore archiviato. Ma forse non è così. Forse esistono verità che non accettano di essere sepolte. Che continuano a emergere, a distanza di anni, chiedendo di essere riascoltate. E allora non si tratta più di stabilire chi ha ragione. Si tratta di avere il coraggio di guardare di nuovo. Di dubitare. Di riaprire. Perché la giustizia non è infallibile. È un percorso. E ogni volta che qualcuno trova il coraggio di dire “forse abbiamo sbagliato” non sta indebolendo il sistema. Lo sta rendendo più umano.
D’Istruzione Pubblica – Il silenzio della scuola che cambia
C’è un suono che non si sente più. Non è il rumore della campanella. Non è il brusio dei corridoi. È qualcosa di più sottile. È il silenzio della scuola che cambia. E forse… si sta perdendo. Lorenzo Varaldo attraversa il corridoio dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino con passo lento. Le pareti sono piene di disegni, frasi, tentativi di futuro scritti con pennarelli incerti. Qui si cresce. O almeno… qui si dovrebbe crescere. Lui è il dirigente scolastico. Ma non vuole essere chiamato così. “Preside”, dice. O meglio ancora: “direttore didattico”. Non è nostalgia. È resistenza. Perché dentro quella parola — dirigente — c’è un mondo che non gli appartiene. Un mondo fatto di bilanci, obiettivi, performance. Un mondo che, lentamente, è entrato anche qui. La scuola. Una parola antica, quasi dimenticata nel suo significato originario. Schola: tempo libero. Tempo per pensare. Per sbagliare. Per diventare. Non per produrre. Eppure oggi, tra registri elettronici e valutazioni standardizzate, sembra che quel tempo si sia ristretto. Compresso. Trasformato. Come se l’educazione avesse smesso di essere un viaggio, per diventare una corsa. Il film “D’Istruzione Pubblica” non racconta solo una storia. Scava. Va indietro nel tempo, oltre le aule, oltre le riforme, oltre le parole. Parte da lontano. Dagli Stati Uniti di fine Ottocento, dove la scuola inizia a modellarsi sulle esigenze della produzione. Passa per l’Europa degli anni ’90, quando il linguaggio dell’economia entra nei sistemi educativi. E arriva in Italia. Alle riforme. All’autonomia. A quella lenta, impercettibile trasformazione che cambia tutto… senza fare rumore. Nelle aule, intanto, qualcosa si incrina. Gli studenti imparano presto che non basta capire. Bisogna dimostrare. Non basta crescere. Bisogna performare. E così il sapere perde il suo respiro. Diventa voto. Diventa media. Diventa classifica. E in quel passaggio, quasi invisibile, succede qualcosa di profondo. Si insinua la paura di sbagliare. Si insinua il bisogno di essere all’altezza. Si insinua il dubbio di non essere mai abbastanza. Lorenzo lo vede. Ogni giorno. Lo vede negli occhi di chi studia. E in quelli di chi insegna. Perché anche i docenti, oggi, non sono più solo educatori. Sono valutati. Misurati. Spinti. Come se la scuola fosse diventata una macchina. E loro… ingranaggi. Ma la scuola non è una macchina. È un organismo fragile. Fatto di relazioni, errori, tentativi, silenzi. È il luogo in cui si costruisce l’identità. E l’identità non si misura. Si forma. “D’Istruzione Pubblica” non dà risposte facili. Non accusa, non assolve. Mostra. E nel mostrare, costringe a guardare qualcosa che spesso evitiamo: la trasformazione invisibile dell’educazione. Una trasformazione che non fa rumore, ma lascia tracce. Nei ragazzi che hanno paura di non essere abbastanza. Negli insegnanti che non si riconoscono più nel loro ruolo. In una società che chiede risultati… ma dimentica le persone. Forse è proprio per questo che Varaldo insiste. “Preside”. “Direttore didattico”. Perché le parole non sono neutre. Sono confini. E cambiare una parola… significa cambiare un mondo. C’è una domanda che resta sospesa, alla fine. Una domanda scomoda. Che cosa vogliamo davvero dalla scuola? Formare individui liberi? O produrre individui efficienti? Perché tra queste due visioni… non c’è solo una differenza educativa. C’è una differenza umana. 👉 Per assistere alla proiezione del film: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/proiezione-del-film-distruzione-pubblica/



