Tre cassette MiniDV, rimaste a lungo dimenticate, riportano alla luce la Gaza del 2001. Da queste immagini nasce With Hasan in Gaza, il film di Kamal Aljafari che trasforma un viaggio del passato in una potente riflessione sulla memoria, sulla perdita e sul tempo. Tutto ha origine dalla ricerca di un ex compagno di prigionia del 1989, un uomo inghiottito dagli anni e dalla guerra. La ricerca conduce il regista in un viaggio dal nord al sud della Striscia insieme ad Hasan, una guida locale della quale oggi non si conosce il destino. La videocamera attraversa strade, paesaggi e luoghi della vita quotidiana. Registra volti, incontri e gesti apparentemente ordinari, diventati oggi testimonianze preziose di una realtà irreversibilmente trasformata. Ogni fotogramma sembra interrogare lo spettatore su ciò che resta delle persone e dei luoghi quando la Storia ne sconvolge l’esistenza. With Hasan in Gaza non è soltanto un documentario, ma un archivio emotivo. Le immagini recuperate custodiscono una Gaza precedente alla devastazione contemporanea e vite che forse non potranno più essere rintracciate. Lo stesso Hasan diventa il simbolo di tutte le presenze sospese tra ricordo e assenza. Regista e artista palestinese, Kamal Aljafari è noto per il suo originale linguaggio cinematografico. Nel 2023 la sua installazione The Camera of the Dispossessed è stata presentata alla 35ª Biennale di São Paulo. Il lungometraggio A Fidai Film ha partecipato a oltre cento festival, conquistando numerosi premi internazionali. Presentato nel 2025 nella Competizione internazionale del Locarno Film Festival e vincitore dell’Europa Cinemas Label, With Hasan in Gaza ci consegna la memoria fragile di un mondo perduto, ricordandoci che filmare può significare salvare qualcosa dall’oblio. Per informazioni e biglietti: clicca qui
Tiziano La Bella torna sul palco con “In buona fede”: ridere senza chiedere permesso
Dopo il successo di Boomer e Dopo Cristo, Tiziano La Bella torna davanti al pubblico con In buona fede, anteprima del suo nuovo spettacolo. Uno show che non si limita a raccontare la realtà, ma la provoca, la mette in discussione e, soprattutto, la sottopone alla prova più difficile: quella della risata. Tra storytelling dal ritmo serrato, deviazioni imprevedibili e momenti di autentica interazione con gli spettatori, lo spettacolo assume la forma di una conversazione che, a un certo punto, decide di abbandonare ogni prudenza. Le battute sono secche, le immagini fulminanti e il ritmo cambia continuamente, trascinando il pubblico in un territorio nel quale l’imbarazzo diventa energia e la sincerità una forma irresistibile di intrattenimento. In buona fede non nasce per rassicurare o per piacere a tutti. È dedicato a chi ama una comicità capace di oltrepassare i confini del prevedibile, a chi riesce a ridere anche quando pensa che non dovrebbe e a chi sospetta che il vero tabù contemporaneo sia proprio quello di scherzare liberamente su qualsiasi cosa. Stand-up comedian romano con una lunga esperienza internazionale, Tiziano La Bella sale per la prima volta su un palco durante i due anni trascorsi in Turchia, dove insegna italiano. Tornato nel nostro Paese, intraprende la carriera comica, per poi trasferirsi a Londra, capitale europea della stand-up comedy. Per sette anni si esibisce nei più importanti comedy club britannici e partecipa regolarmente all’Edinburgh Fringe Festival. La televisione arriva con Stand-Up Comedy su Comedy Central Italia, cui seguono uno special di trenta minuti su Amazon Prime Video, all’interno di Italian Stand Up, e nuove performance televisive. Nel 2024 debutta con il suo primo spettacolo solista, Boomer, registrando numerosi sold out in tutta Italia. Nel 2025 sale inoltre sul palco del TEDx Lecco con un intervento dedicato alla comicità e ai suoi limiti — che, secondo lui, semplicemente non esistono. Oggi Tiziano La Bella vive a Roma, scrive personalmente tutti i propri testi e porta in scena una comicità diretta, intelligente e priva di zone protette. Con In buona fede invita il pubblico a una serata imprevedibile, nella quale ridere potrebbe diventare il modo più sincero per guardare ciò che solitamente preferiamo evitare. Per acquistare i biglietti: clicca qui
Come è profondo il mare
Ostia non è soltanto periferia, né soltanto mare. È memoria, identità, umanità e desiderio di riscatto. Con il progetto Come è profondo il mare, Marco Zordan racconta un territorio attraverso il teatro, la musica e la partecipazione, restituendogli la profondità delle sue storie e la forza dei suoi sogni. Marco, “Come è profondo il mare” nasce da un bando promosso da Zètema Progetto Cultura. Qual è stata l’idea centrale che vi ha permesso di vincerlo e quale visione di Ostia avete voluto proporre? L’idea nasce lo scorso anno dallo spettacolo di Alessandro Corazzi Saluti da Ostia Lido, una commedia nella quale il luogo a cui fa riferimento il titolo viene vissuto come centrale nei sentimenti e nelle sensazioni del protagonista. Da qui è nata l’idea di raccontare il mare, e Ostia in particolare, sotto molteplici punti di vista. Il progetto vuole superare la tradizionale contrapposizione tra centro e periferia. Quanto è importante raccontare Ostia non attraverso le sue criticità, ma come un territorio ricco di storia, cultura, creatività e desiderio di riscatto? L’idea è proprio questa: valorizzare la storia e l’umanità di un luogo dalle radici profonde e dalle mille sfaccettature. Lei firma la regia di “Fate i tuoni”, spettacolo dedicato all’accoglienza dei migranti. Come ha trasformato una vicenda realmente accaduta in un racconto teatrale e quale significato assume oggi il mare come luogo d’incontro, anziché come confine? La leggerezza del racconto è data dal libro di Michele D’Ignazio dal quale è tratto lo spettacolo. Il mare, in questo caso, è visto come il luogo di arrivo di tantissime storie che vengono da lontano e approdano sulla terraferma con la speranza di essere accolte. In “Saluti da Ostia Lido” sarà anche in scena accanto ad Alessandro Corazzi e Lena Guerre. In che modo la musica e l’immaginario di Bruce Springsteen dialogano con Ostia e con i sogni di chi cresce in un territorio spesso considerato periferico? Al centro dei testi e della musica di Bruce Springsteen ci sono storie di marginalità, di difficoltà economiche e umane. Sicuramente vivere la periferia mantenendo lo sguardo rivolto verso i propri sogni aiuta a renderla più sostenibile. Il programma coinvolge cittadini, scuole, associazioni e comitati di quartiere attraverso spettacoli, visite guidate e passeggiate narrative. Come si può trasformare il pubblico da semplice spettatore a protagonista attivo della vita culturale e della tutela del territorio? Creando momenti nei quali, attraverso la scoperta del proprio territorio e delle realtà che lo raccontano, ci si possa sentire custodi di una storia che parte da lontano. Questo genera consapevolezza del luogo in cui viviamo, lo valorizza e, allo stesso tempo, ci permette di vivere con orgoglio il nostro senso di appartenenza. Al termine di queste sei giornate, quale cambiamento vorrebbe lasciare nelle persone che avranno partecipato? E quale futuro immagina per “Come è profondo il mare” oltre questa prima edizione? Purtroppo siamo legati alle logiche dei bandi. Speriamo, quindi, di esserci nuovamente, ma non dipenderà soltanto da noi. La speranza è di avere, nel nostro piccolo, seminato bellezza e poesia e che queste possano rimanere come frutto del progetto. Sei giornate per riscoprire Ostia e sentirsi parte della sua storia. Perché la cultura non offre sempre soluzioni immediate, ma può seminare consapevolezza, bellezza e poesia. E, qualche volta, basta un piccolo seme per cambiare lo sguardo con cui abitiamo un luogo.
“Luca Bono Show”: la grande magia arriva a Massarosa
Siete pronti a dubitare dei vostri occhi? Sabato 17 ottobre 2026 il Teatro Manzoni di Massarosa si prepara ad accogliere il “Luca Bono Show”, uno spettacolo dedicato all’illusionismo, alla fantasia e al piacere di lasciarsi sorprendere. Sono previsti due appuntamenti nella stessa giornata: il primo alle ore 17, particolarmente adatto anche alle famiglie, e il secondo alle ore 21.15. Protagonisti saranno l’illusionista Luca Bono e Sabrina Iannece, sua inseparabile compagna di scena. Insieme accompagneranno il pubblico in un viaggio sospeso tra realtà e immaginazione, nel quale gesti, parole, musica e illusioni si intrecceranno per creare un’esperienza adatta a spettatori di ogni età. Non sarà soltanto una successione di trucchi. Il format è pensato come un vero racconto teatrale, capace di alternare stupore, poesia, ironia e momenti di coinvolgimento del pubblico. Lo spettacolo riunisce alcuni dei numeri più rappresentativi del repertorio di Luca Bono, proponendo la magia in forme diverse: dalla manipolazione alle grandi illusioni, fino agli effetti costruiti attraverso una relazione diretta con la platea. Il divertimento nasce proprio da quella domanda che accompagna ogni numero ben riuscito: «Come avrà fatto?». Una domanda destinata, probabilmente, a rimanere senza risposta. Perché il bello della magia non è necessariamente scoprire il segreto, ma concedersi per qualche ora la libertà di credere all’impossibile. Secondo la biografia diffusa dagli organizzatori, Luca Bono ha ottenuto il suo primo importante riconoscimento a 17 anni, vincendo nel 2010 il Campionato Italiano di Magia. Nel 2012 gli è stato assegnato il Mandrake d’Or, premio internazionale legato al mondo dell’illusionismo. Nel corso della sua carriera ha lavorato anche con Arturo Brachetti, indicato nella presentazione ufficiale come suo direttore artistico, partecipando a produzioni e tournée in Italia e all’estero. Ha inoltre preso parte a programmi televisivi dedicati alla magia e all’intrattenimento, portando negli anni il proprio linguaggio anche sul web. Accanto a lui, Sabrina Iannece non interpreta la figura tradizionale dell’assistente che rimane in secondo piano. È una vera co-protagonista dello spettacolo. Il suo percorso nella ginnastica artistica, nel twirling, nella danza e nelle discipline aeree contribuisce a dare ai numeri eleganza, dinamismo e forza scenica. L’incontro professionale con Luca Bono risale al 2012 e da allora la loro intesa è diventata uno degli elementi centrali dello show. La loro complicità trasforma ogni illusione in una piccola storia. Sul palco si incontrano tecnica, movimento e capacità teatrale, dando vita a un mondo nel quale ciò che sembra certo può cambiare in un istante. Un oggetto scompare, una previsione si realizza e l’impossibile sembra improvvisamente vicino. Il “Luca Bono Show” è pensato per chi ama la magia, ma anche per chi crede di non lasciarsi sorprendere facilmente. Bambini, ragazzi e adulti potranno condividere la stessa esperienza, ciascuno con uno sguardo diverso: i più piccoli con meraviglia, i grandi con curiosità e con il desiderio di capire dove finisca la realtà e cominci l’illusione. Una serata leggera e spettacolare, durante la quale il pubblico sarà invitato a mettere da parte, almeno per qualche momento, la razionalità. Perché conosciamo tutti la regola: dietro ogni illusione esistono preparazione, tecnica e abilità. Ma quando la magia funziona davvero, conoscere la regola non impedisce di emozionarsi. “Luca Bono Show” – con Luca Bono e Sabrina Iannece Sabato 17 ottobre 2026 Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca) Spettacolo delle ore 17: informazioni e biglietti Spettacolo delle ore 21.15: informazioni e biglietti
Andrea Scanzi torna a teatro con “Ora o mai più”
Politica, satira, musica e voglia di scuotere il pubblico. Andrea Scanzi torna sul palcoscenico con “Ora o mai più – Dieci modi per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni”, un nuovo one man show che promette di essere pungente, ironico e in continuo movimento. L’anteprima è in programma venerdì 6 novembre 2026 alle ore 21.15 al Teatro Manzoni di Massarosa, in provincia di Lucca. Già dal titolo si intuisce il tono dello spettacolo. Quel “forse” inserito tra parentesi alleggerisce la dichiarazione e apre lo spazio alla satira: non un programma politico e nemmeno una lezione su come votare, ma il punto di vista dichiaratamente personale di un autore che osserva l’attualità, la commenta e la trasforma in materia teatrale. Andrea Scanzi porta in scena la sua lettura della politica italiana contemporanea, concentrandosi sull’azione del governo, sulla figura di Giorgia Meloni e sulle difficoltà delle opposizioni. Giudizi, critiche e interpretazioni appartengono alla prospettiva satirica e politica dell’autore e vengono proposti al pubblico come spunti di riflessione, confronto e, naturalmente, spettacolo. La domanda di partenza è semplice e provocatoria: perché una parte dell’elettorato appare rassegnata o distante? Perché la politica sembra non riuscire più ad accendere passione, partecipazione e indignazione? E che cosa dovrebbe fare l’opposizione per tornare a essere credibile? Scanzi proverà a rispondere a modo suo: con battute, affondi, cambi di ritmo e riferimenti alla storia politica e culturale italiana. Sul palco si incontreranno idealmente figure molto diverse, da Sandro Pertini a Giorgia Meloni, da Enrico Berlinguer a Ignazio La Russa, da Pier Paolo Pasolini a Giovanni Donzelli. Accostamenti pensati per creare contrasti, cortocircuiti e occasioni di riflessione. Il format non sarà immobile. Secondo la presentazione ufficiale, potrà cambiare di data in data, seguendo l’attualità politica e accogliendo anche le reazioni e le suggestioni del pubblico. Questo significa che ogni replica potrà avere un ritmo e un colore differenti, mantenendo uno stretto rapporto con ciò che accade fuori dal teatro. Musica e parola accompagneranno una narrazione che si annuncia a tratti esilarante e a tratti più emotiva. Scanzi non nasconde la propria posizione politica e non cerca una finta neutralità: mette in scena apertamente le sue opinioni, affidandole agli strumenti della critica, del paradosso e della satira. Proprio per questo “Ora o mai più” non va letto come una ricostruzione imparziale o come un’inchiesta giornalistica. È uno spettacolo d’autore, con una visione precisa e dichiarata. Le valutazioni sui protagonisti della politica restano opinioni e interpretazioni riconducibili all’autore, espresse nel contesto della libertà artistica e satirica. Il pubblico sarà libero di riconoscersi, dissentire, ridere o lasciarsi provocare. Perché il teatro politico vive anche di questo: non consegna necessariamente risposte definitive, ma crea uno spazio in cui le idee possono incontrarsi, scontrarsi e rimettersi in movimento. “Arrendersi o reagire?” è il vero interrogativo che sembra attraversare il nuovo spettacolo di Scanzi. Una serata rivolta a chi segue l’attualità, a chi ama la satira e anche a chi sente il bisogno di tornare a discutere di politica senza rinunciare all’ironia. “Ora o mai più – Dieci modi per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni” Di e con Andrea Scanzi Venerdì 6 novembre 2026, ore 21.15 Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca) Informazioni e acquisto dei biglietti
Vincenzo Schettini porta a teatro “La fisica della musica”
Che cosa hanno in comune una corda che vibra, una nota musicale e una legge della fisica? Molto più di quanto immaginiamo. A mostrarcelo sarà Vincenzo Schettini con “La fisica della musica”, un incontro teatrale che unisce divulgazione scientifica, suono, emozioni e curiosità. Il professore più energico del web arriverà sabato 14 novembre 2026 al Teatro Manzoni di Massarosa, in provincia di Lucca, con due appuntamenti: il primo alle ore 17, il secondo alle ore 21.15. Non aspettatevi una lezione tradizionale, fatta soltanto di formule, definizioni e lavagne. Il format nasce per raccontare la scienza in maniera semplice, vivace e coinvolgente, trasformando il teatro in un grande laboratorio nel quale la musica diventa lo strumento per comprendere alcuni fenomeni fisici. Docente, musicista e comunicatore scientifico, Schettini ha costruito un linguaggio riconoscibile, capace di avvicinare soprattutto le nuove generazioni a una materia spesso considerata difficile. Attraverso il suo progetto “La fisica che ci piace” ha portato sul web spiegazioni, esperimenti e contenuti legati alla vita quotidiana, mostrando come la fisica non viva soltanto nei libri scolastici, ma sia presente in ogni momento della nostra giornata. Anche una canzone, infatti, può diventare una porta d’ingresso nella scienza. Dietro un suono ci sono vibrazioni, frequenze e onde; dietro un’armonia esistono relazioni che possono essere osservate e raccontate. La musica emoziona, mentre la fisica ci aiuta a capire come quell’emozione riesca ad arrivare fino a noi. È proprio dall’incontro fra questi due mondi che prende forma lo spettacolo. Schettini accompagnerà il pubblico in un percorso tra suoni, armonie, leggi fisiche e piccoli misteri della realtà. Lo farà con il suo stile dinamico, alternando divulgazione, racconto e momenti musicali, secondo il programma annunciato dagli organizzatori. “La fisica della musica” vuole parlare anche a chi, davanti a numeri e formule, ha sempre pensato: «Questa materia non fa per me». Il messaggio del format è chiaro: comprendere non significa necessariamente memorizzare concetti complicati. A volte basta cambiare prospettiva, fare la domanda giusta e collegare la teoria a qualcosa che conosciamo già. C’è poi un elemento particolarmente importante: la curiosità. In un tempo in cui siamo abituati a ricevere risposte immediate, lo spettacolo invita a recuperare il piacere della domanda. Perché un suono cambia? Come nasce una nota? Per quale ragione alcune combinazioni ci sembrano armoniose e altre creano tensione? Il format è pensato per un pubblico ampio, dalle famiglie agli studenti, dagli insegnanti agli adulti che desiderano riscoprire la scienza senza il timore di essere interrogati. Non promette di trasformare tutti in fisici in una sera, ma di accendere interesse e meraviglia attraverso un approccio divulgativo e spettacolare. Un’occasione per imparare divertendosi e per scoprire che scienza e musica non sono mondi lontani. Entrambe cercano un ordine, entrambe lavorano con il ritmo e tutte e due, in modi div
Franco Berrino a teatro con “Il nostro veleno quotidiano”
Che cosa portiamo davvero sulle nostre tavole ogni giorno? Quanto incidono le nostre scelte alimentari sul benessere? E soprattutto: siamo davvero consapevoli di ciò che mangiamo? Sono le domande da cui prende vita “Il nostro veleno quotidiano”, la conferenza teatrale con il dottor Franco Berrino, in programma venerdì 27 novembre 2026 alle ore 21.15 al Teatro Manzoni di Massarosa, in provincia di Lucca. Non sarà una semplice lezione e nemmeno uno spettacolo nel senso tradizionale del termine. Il format porta a teatro un incontro divulgativo, pensato per parlare al pubblico con un linguaggio accessibile e immediato. Al centro della serata ci saranno alimentazione, prevenzione, stili di vita e consapevolezza: temi che riguardano tutti noi, perché entrano nelle nostre case e accompagnano ogni gesto della quotidianità. Medico, epidemiologo e ricercatore, Franco Berrino ha lavorato per oltre quarant’anni presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove ha diretto il Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva. Nel corso della sua attività si è occupato dei fattori associati all’insorgenza dei tumori e delle principali patologie croniche, dedicando una parte importante del proprio lavoro alla divulgazione. Durante l’incontro Berrino proporrà le proprie riflessioni sui cosiddetti “nemici invisibili” presenti nella vita moderna: alimenti molto trasformati, sostanze legate ad alcuni processi dell’agricoltura e dell’industria alimentare, abitudini poco equilibrate e stress. L’obiettivo dichiarato del format è invitare le persone a osservare con maggiore attenzione ciò che acquistano, cucinano e consumano. Il titolo può apparire forte e provocatorio, ma il cuore della serata non è la paura. È la consapevolezza. Dietro ogni acquisto ci sono infatti un’abitudine, una scelta e spesso anche una risposta emotiva. Mangiamo perché abbiamo fame, ma anche perché siamo stanchi, nervosi, soli o semplicemente di fretta. Il rapporto con il cibo racconta molto di noi e del modo in cui affrontiamo la vita. “Il nostro veleno quotidiano” vuole quindi offrire spunti per fermarsi e riflettere. Non promette formule magiche né soluzioni valide allo stesso modo per tutti. Porta sul palco un punto di vista maturato attraverso l’esperienza professionale e divulgativa di Berrino, con indicazioni generali che non sostituiscono diagnosi, terapie o consigli personalizzati del proprio medico. È una precisazione importante, soprattutto quando si parla di salute: ogni persona ha una storia clinica diversa e qualsiasi cambiamento significativo nell’alimentazione o nelle cure deve essere valutato con professionisti qualificati. La conferenza teatrale si rivolge a chi desidera comprendere meglio il legame tra alimentazione e stili di vita, ma anche a chi sente il bisogno di recuperare un rapporto più semplice e consapevole con il proprio corpo. Perché prendersi cura di sé non significa vivere con l’ansia di ciò che potrebbe farci male. Significa imparare a scegliere, conoscere e ascoltarsi. Una serata di divulgazione e confronto che promette di trasformare il teatro in uno spazio aperto alle domande. Non per uscire con nuove paure, ma con qualche strumento in più per guardare alle proprie abitudini con attenzione, equilibrio e responsabilità. “Il nostro veleno quotidiano” – Franco Berrino Venerdì 27 novembre 2026, ore 21.15 Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca) Informazioni e acquisto dei biglietti
“Falsissimo” arriva a teatro: Fabrizio Corona racconta il potere dei media
Che cosa succede dietro una notizia? Chi decide ciò che deve finire in prima pagina e ciò che, invece, è destinato a restare fuori dal racconto? E quanto c’è di autentico nell’immagine pubblica di personaggi famosi e apparentemente intoccabili? Sono alcune delle domande al centro di “Falsissimo a Teatro”, il format con cui Fabrizio Corona porta dal vivo la sua personale lettura del mondo dell’informazione, del gossip e del potere mediatico. Dopo le dodici date annunciate come sold out nel maggio scorso, lo spettacolo torna con una nuova stagione e arriva al Teatro Manzoni di Massarosa, in provincia di Lucca, sabato 28 novembre 2026 alle ore 21.15. Non si tratta del classico spettacolo teatrale con attori, personaggi e copione. Al centro della scena ci sarà Corona con il suo racconto, il suo vissuto e il suo punto di vista. Una narrazione dal vivo costruita attraverso esperienze personali, retroscena, cadute, errori e riflessioni sui meccanismi della comunicazione contemporanea. Corona conosce bene questo universo. Per anni ne è stato protagonista, spesso discusso e divisivo. Ha attraversato il mondo della cronaca, della televisione, del gossip e della giustizia, diventando a sua volta personaggio e notizia. In “Falsissimo” ripercorre questa esperienza e propone al pubblico la propria interpretazione di dinamiche, rapporti e silenzi che, secondo la prospettiva dello spettacolo, raramente emergono nelle narrazioni ufficiali. Il format nasce per provocare domande, mettere in discussione ciò che appare scontato e aprire un confronto sul modo in cui vengono costruite le storie pubbliche. Non pretende di sostituirsi alle ricostruzioni giornalistiche o giudiziarie, né di offrire sentenze definitive. Porta sul palco una voce, una testimonianza e una lettura personale, lasciando agli spettatori la libertà di ascoltare, riflettere e formarsi una propria opinione. Ed è probabilmente proprio questo l’aspetto più interessante dello spettacolo: il pubblico non assiste soltanto, ma viene coinvolto in una riflessione molto attuale. Quanto siamo influenzati dai titoli, dalle immagini e dai social? Quanto velocemente trasformiamo un’indiscrezione in una certezza? E siamo ancora capaci di distinguere un fatto verificato da una versione, un’ipotesi o un’impressione? “Falsissimo” si muove in questo territorio delicato, dove informazione e spettacolo spesso si incontrano. Lo fa attraverso il linguaggio diretto e riconoscibile di Fabrizio Corona, senza nascondere la natura soggettiva del racconto. Le opinioni, le interpretazioni e gli eventuali riferimenti proposti nel corso della serata appartengono infatti alla prospettiva narrativa dell’autore e devono essere accolti come elementi di dibattito, nel rispetto delle persone coinvolte e del principio di non colpevolezza. Lo spettacolo promette quindi di dividere, incuriosire e far discutere. Non chiede necessariamente al pubblico di essere d’accordo, ma di entrare nel cuore di un sistema che Corona sostiene di conoscere dall’interno. Una serata per chi vuole osservare la comunicazione da un’angolazione diversa e interrogarsi sul confine, oggi sempre più sottile, tra realtà, rappresentazione e percezione. “Falsissimo a Teatro” – Fabrizio Corona Sabato 28 novembre 2026, ore 21.15 Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca) Informazioni e acquisto dei biglietti
Garlasco: quando il DNA torna a parlare. Impronta 33, Aplotipo Y e tracce sui reperti ungueali di Chiara Poggi
La scena del crimine non dimentica, ma va saputa interrogare. Ci sono delitti nei quali il tempo sembra consumare ogni cosa. I ricordi diventano meno nitidi, le testimonianze si sovrappongono, le ricostruzioni cambiano prospettiva. Poi esistono le tracce. Piccole. Invisibili. Silenziose. Una cellula epiteliale, una microscopica quantità di materiale biologico, un’impronta rimasta su una parete. Elementi che non raccontano da soli una storia, ma che possono diventare informazioni quando la scienza riesce a interrogarli correttamente. Il caso di Garlasco, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, è tornato proprio qui: dentro la casa di via Pascoli, sui reperti raccolti dalla vittima e sulle superfici repertate allora, oggi riesaminati anche alla luce di metodologie interpretative e biostatistiche più moderne. Al centro della nuova indagine che ha coinvolto Andrea Sempio – che si è sempre dichiarato estraneo all’omicidio – sono entrati nuovamente termini che fino a pochi anni fa appartenevano quasi esclusivamente al linguaggio dei laboratori: DNA, aplotipo Y, profili misti, compatibilità genetica, trasferimento secondario, contaminazione. E poi c’è l’ormai celebre impronta 33. Ma quanto possono realmente raccontare questi elementi? Una compatibilità genetica equivale all’identificazione di una persona? Come si deposita il DNA? Possiamo sapere quando è stato lasciato? E soprattutto: che differenza esiste tra trovare una traccia genetica su un oggetto normalmente utilizzato da più persone e rilevarla sui reperti ungueali di una vittima di omicidio? Ne parliamo con la dottoressa Carolina Sellitto, biologa, da tempo presente nel dibattito scientifico e mediatico sul caso Garlasco. Perché proprio questa vicenda ci ricorda una regola fondamentale della genetica forense: il DNA è uno strumento potentissimo, ma il significato di una traccia dipende sempre dal contesto nel quale è stata rilevata e dalle ipotesi che vengono messe a confronto. Dottoressa Sellitto, partiamo dalla domanda apparentemente più semplice: come lasciamo il nostro DNA nell’ambiente? «Lo lasciamo molto più facilmente di quanto immaginiamo. Attraverso il contatto possiamo depositare cellule contenenti DNA; materiale genetico può inoltre essere recuperato da sangue, saliva, sperma e da altri materiali biologici. Il punto fondamentale, però, è un altro: rilevare il DNA di una persona non significa automaticamente avere ricostruito ciò che è accaduto. Bisogna distinguere l’origine biologica della traccia dal significato che quella traccia assume rispetto alle attività avvenute sulla scena. Posso toccare un oggetto e depositare materiale biologico. Quel materiale può persistere e, in determinate condizioni, può anche essere trasferito successivamente attraverso altre persone o altri oggetti. Per questo la genetica forense deve sempre dialogare con la ricostruzione della scena del crimine». Quindi il DNA non ci dice necessariamente quando una persona è stata in un determinato luogo? «Esattamente. È uno degli equivoci più frequenti. L’analisi genetica può aiutarci a valutare da chi possa provenire una traccia biologica, ma normalmente non consente di stabilire con precisione quando quel materiale sia stato depositato. Ed è qui che entra in gioco il contesto. Un conto è trovare il DNA di una persona su un oggetto che sappiamo essere stato abitualmente utilizzato da quella persona. Un altro è rilevarlo in una sede la cui presenza richiede di confrontare diverse possibili spiegazioni. La domanda scientificamente interessante, quindi, non è soltanto: “Da chi può provenire questo DNA?”. La domanda successiva è: “Attraverso quale attività o successione di eventi potrebbe essere arrivato proprio lì?”». Ed è precisamente questa seconda domanda a diventare centrale nel caso Garlasco? «Sì, ed è una distinzione fondamentale in genetica forense. Un conto è il cosiddetto source level, cioè valutare da quale persona o gruppo di persone possa provenire una traccia. Un altro è l’activity level: valutare quale attività possa spiegare la presenza di quel materiale in quella determinata posizione. Sono due domande profondamente diverse. Dire che una traccia genetica è compatibile con una persona – o, nel caso di determinati marcatori del cromosoma Y, con una linea patrilineare – non significa automaticamente dimostrare attraverso quale attività quel DNA sia stato depositato». L’aplotipo Y: che cos’è veramente? Nel caso Garlasco si parla continuamente di “aplotipo Y”. Proviamo a spiegarlo in maniera comprensibile. Che cos’è? «L’aplotipo Y utilizzato in genetica forense è costituito generalmente dall’insieme dei risultati ottenuti analizzando specifici marcatori STR del cromosoma Y, i cosiddetti Y-STR. Il cromosoma Y viene trasmesso lungo la linea paterna e, salvo mutazioni, uomini appartenenti alla stessa linea patrilineare possono condividere lo stesso aplotipo Y. Questo è un punto essenziale per comprendere correttamente il significato dell’analisi». Significa che l’aplotipo Y non identifica necessariamente un singolo individuo? «Esatto. Un profilo Y-STR non ha, in generale, lo stesso potere individualizzante di un profilo autosomico completo. Una concordanza dell’aplotipo Y significa che il soggetto confrontato non viene escluso come possibile contributore di quella componente genetica, ma lo stesso vale, in linea generale, per altri maschi appartenenti alla medesima linea patrilineare che condividano quell’aplotipo. Per questo il risultato deve essere accompagnato da una corretta valutazione statistica della frequenza dell’aplotipo nella popolazione di riferimento e non può essere tradotto automaticamente nella frase: “Quel DNA appartiene certamente a quella specifica persona”». I reperti ungueali di Chiara Poggi Arriviamo al punto probabilmente più delicato: il materiale genetico rilevato nei reperti ungueali di Chiara. Perché può assumere particolare interesse? «Perché la localizzazione di una traccia è uno degli elementi da considerare nella sua interpretazione. Ma nel caso specifico bisogna fare una precisazione molto importante. Non possiamo affermare scientificamente che il DNA maschile analizzato fosse certamente “sotto le unghie” di Chiara. Sulla base delle modalità con cui quei reperti furono raccolti e successivamente analizzati, non è possibile stabilire con rigore se il materiale biologico originario si trovasse sopra o sotto il frammento ungueale, né ricondurlo con certezza a uno specifico dito. Non è inoltre possibile stabilire direttamente, attraverso il profilo genetico, quando e attraverso quale dinamica quel materiale sia stato depositato. Questo non rende automaticamente irrilevante il dato. Significa però che occorre confrontare con particolare rigore le differenti ipotesi di deposizione, compresi il contatto diretto, il trasferimento mediato e l’eventuale contaminazione». Lei aveva già espresso pubblicamente questo concetto, manifestando dubbi sull’ipotesi che una simile presenza potesse essere spiegata semplicemente
Mimmo Cavallo: il tempo dell’attesa e il Sud che non smette di cantare
Con A las çinco de la tarde, nuovo singolo tratto dall’album “U SIGNURI U NA MANDA BONA”, Mimmo Cavallo torna a interrogarsi sul tempo, sulla finitudine, sulla guerra e sulla capacità dell’uomo di continuare a sperare. Un disco costruito nell’arco di tre anni, tra ironia, poesia, memoria e radici mediterranee, che rimette al centro la canzone d’autore come strumento di racconto e di resistenza. «C’è un momento in cui occorre fare i conti con la propria finitudine», ha spiegato Cavallo presentando il brano. Una riflessione che attraversa non solo il singolo, ma l’intero progetto discografico. Lo incontriamo per parlare del nuovo lavoro, del Sud, di Mia Martini, della libertà, della solitudine e di quella “grande sala d’attesa” che, per il cantautore, è la vita. A las çinco de la tarde è un titolo fortemente evocativo. Cosa rappresentano per lei quelle cinque della sera? Sono un’ora simbolica. Il momento in cui ci si rende conto che il tempo non è infinito. Da giovani viviamo come se avessimo davanti una strada interminabile, poi arriva un’età in cui il rapporto con il tempo cambia. Le cinque della sera rappresentano proprio quel momento di consapevolezza. Nel presentare il brano lei parla della necessità di fare i conti con la propria finitudine. È una riflessione legata all’età o più in generale alla condizione umana? È una riflessione che riguarda tutti. A un certo punto capiamo che il tempo a disposizione ha un limite. Non necessariamente è un pensiero triste. Può anche diventare un modo per attribuire maggiore valore alle persone e alle cose che abbiamo. Nello stesso passaggio lega la fragilità dell’uomo alla guerra e all’incapacità di «dividere il pane con il prossimo». Quanto pesa il presente in questo disco? Moltissimo. Viviamo una contraddizione enorme. Sappiamo di essere fragili, sappiamo di avere un tempo limitato, eppure continuiamo a distruggerci. La guerra è il fallimento della politica, della diplomazia e, in fondo, della ragione. È assurdo che l’uomo abbia raggiunto livelli tecnologici straordinari e non abbia ancora imparato a convivere. Eppure aggiunge: «Nonostante tutto il cuore non si arrende». È quello che ci salva. Il cuore continua a sperare anche quando la ragione suggerirebbe il contrario. Continuiamo ad aspettare un cambiamento, un amore, una possibilità. Se perdessimo completamente questa capacità, avremmo perso anche il senso del futuro. L’idea iniziale del disco era quella del “Marenauta”, un uomo che riemerge dai propri fondali portando con sé un pugno di canzoni. Quanto c’è di autobiografico in questa immagine? Molto. Il Marenauta è il cantautore che per un periodo resta sott’acqua, fuori dai circuiti più visibili, ma continua a osservare, a scrivere e a raccogliere materiale. Quando riemerge porta con sé ciò che ha trovato in profondità. In questo caso il pescato sono le canzoni. Lei utilizza anche l’espressione “cantautore fuori dal giro”. Oggi essere fuori dal giro può significare essere più liberi? Può significare entrambe le cose. Da un lato comporta difficoltà evidenti, dall’altro ti permette di conservare una tua identità. Oggi la musica viene consumata molto velocemente. La canzone d’autore, invece, richiede attenzione e tempo. È quasi controcorrente. La velocità delle piattaforme e degli algoritmi ha modificato il rapporto tra artista e pubblico? Sicuramente. Si tende a valutare tutto in tempi brevissimi. Una canzone dovrebbe colpire immediatamente, essere consumata e lasciare spazio alla successiva. Ma alcune canzoni hanno bisogno di sedimentare. Magari non esplodono subito, però restano per anni. Lei ha definito la vita «una grande sala d’attesa». È questo il filo conduttore del disco? Sì. Passiamo molto tempo ad aspettare. Da bambini aspettiamo di diventare grandi, poi aspettiamo l’amore, il lavoro, il successo, un ritorno, un cambiamento. L’attesa accompagna quasi ogni fase della nostra vita. In questo senso c’è anche un rischio: aspettare così tanto da dimenticare di vivere? Esatto. Dovremmo capire che anche la sala d’attesa fa parte del viaggio. La vita non comincia quando tutto sarà sistemato. La vita è quello che accade mentre aspettiamo. In Off limits affronta il tema della fine di una relazione. Perché, secondo lei, è così difficile accettare una separazione? Perché non perdiamo soltanto una persona. Perdiamo anche il futuro che avevamo immaginato con quella persona. Avevamo costruito mentalmente un domani e improvvisamente dobbiamo riscriverlo. È questo uno degli aspetti più dolorosi. Quindi, quando aspettiamo che qualcuno torni, a volte stiamo aspettando una parte di noi? Spesso sì. Ci manca la persona, ma può mancarci anche il modo in cui eravamo quando stavamo con lei. A volte cerchiamo di recuperare una versione di noi stessi. In Persone sole distingue la solitudine dall’isolamento. Qual è la differenza? La solitudine può essere una scelta, può persino avere un valore creativo. L’isolamento è diverso: è quando non c’è più una relazione con l’esterno e si smette persino di aspettarla. Sono due condizioni molto lontane. La scrittura ha bisogno di solitudine? Molto. Scrivere significa restare per un certo tempo soli con se stessi. È inevitabile. Per un autore la solitudine può diventare anche uno spazio di ascolto. Il Sud continua a essere centrale nella sua scrittura. Lei si chiede: «Da quanto il Sud e Taranto aspettano?». Cosa stanno aspettando? Da troppo tempo aspettano attenzione, lavoro, infrastrutture, rispetto. Ma aspettano anche di non essere più raccontati soltanto attraverso stereotipi. Io amo il Sud proprio perché non lo trasformo in una cartolina. E Taranto? Taranto rappresenta una delle contraddizioni più dolorose. Per anni si è fatto passare il messaggio che si dovesse scegliere tra lavoro e salute. È una scelta che non dovrebbe esistere. Un uomo non può essere costretto a scegliere tra mangiare e respirare. Quanto hanno inciso sulla sua musica Lizzano, il Salento e la cultura contadina? Tantissimo. Le radici rimangono nel linguaggio, nel ritmo, nel modo di osservare le persone. La cultura contadina aveva una conoscenza profonda della natura e dei rapporti umani. Anche il dialetto e i ritmi del Sud sono sempre rimasti dentro il mio lavoro. Nell’album c’è Oh Mimì, dedicata a Mia Martini. Qual è il ricordo più forte che conserva di lei? Quello di un’artista straordinaria e
Garlasco sale sul palco: Pino Rinaldi e il dovere di cercare la verità
Non è soltanto la storia di un delitto. È la storia di ciò che accade quando un delitto entra nelle nostre case, attraversa i tribunali, invade le televisioni e finisce per interrogare un intero Paese. Ci sono casi di cronaca che si chiudono dentro un fascicolo giudiziario. E ce ne sono altri che, invece, continuano a vivere nella coscienza collettiva. Garlasco appartiene a questa seconda categoria. Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi viene uccisa nella villetta di famiglia a Garlasco. Da quel momento comincia una vicenda giudiziaria, investigativa e mediatica destinata ad accompagnare l’Italia per anni. Ma dietro ogni fotografia, ogni reperto, ogni perizia, ogni ricostruzione e ogni titolo di giornale resta una domanda tanto semplice quanto enorme: che cosa è accaduto davvero quella mattina? È proprio da questa domanda che prende vita “Il Delitto di Garlasco: Indagini, processi e nuovi misteri”, l’evento-conferenza teatrale con cui Pino Rinaldi porta uno dei casi più controversi della cronaca nera italiana direttamente sul palcoscenico. L’appuntamento è sabato 10 ottobre 2026 alle ore 21.15 al Teatro Manzoni di Massarosa, in provincia di Lucca. Ma sarebbe riduttivo pensare a una semplice serata dedicata alla cronaca nera. Perché il punto centrale, questa volta, non è soltanto chiedersi chi abbia ucciso Chiara Poggi. Il punto è interrogarsi sul nostro rapporto con la verità. C’è una frase di Pino Rinaldi che racchiude perfettamente il senso dell’incontro: “la ricerca della verità viene prima di tutto. E soprattutto prima dello scoop”. È una dichiarazione che dovrebbe sembrare scontata. E invece non lo è affatto. Chi si occupa di criminologia, psicologia e comunicazione sa quanto sia sottile il confine tra il diritto di raccontare e la tentazione di trasformare una tragedia in spettacolo. Quando un delitto diventa mediatico, infatti, accade qualcosa di particolare: progressivamente le persone coinvolte rischiano di trasformarsi in personaggi. La vittima diventa una fotografia. L’indagato diventa un volto da analizzare. I familiari diventano dichiarazioni. Gli investigatori diventano protagonisti. Gli esperti diventano opinionisti. E il dolore, quasi senza accorgercene, può diventare contenuto. È proprio qui che il giornalismo dovrebbe fermarsi per qualche secondo e ricordarsi una cosa essenziale: dietro ogni caso ci sono esseri umani. Voler sapere non significa essere morbosi. Rinaldi affronta anche un’altra questione che considero estremamente interessante: il bisogno del pubblico di conoscere la verità. Secondo il giornalista, voler sapere che cosa sia realmente accaduto a Chiara Poggi non significa necessariamente essere mossi dalla morbosità o dal voyeurismo. Esiste nell’essere umano un bisogno profondo di comprendere, ricostruire, trovare una spiegazione. Ed è vero. Il crimine ci inquieta proprio perché rompe l’ordine delle cose. Quando accade qualcosa di incomprensibile, la nostra mente cerca una sequenza: prima, durante, dopo. Cerchiamo un movente. Cerchiamo una dinamica. Cerchiamo una spiegazione. Perché conoscere significa, almeno in parte, ridurre l’angoscia dell’incomprensibile. Il problema nasce quando la ricerca della verità viene sostituita dalla ricerca di una verità che confermi ciò che abbiamo già deciso di credere. Ed è allora che il processo rischia di trasferirsi dal tribunale alla piazza mediatica. Quando l’indagato diventa colpevole prima della sentenza La cronaca giudiziaria porta con sé una responsabilità enorme. Esiste un principio che dovrebbe essere scolpito nella mente di chiunque racconti un’indagine: la presunzione di innocenza. Eppure sappiamo quanto rapidamente possa accadere il contrario. Un’indiscrezione diventa titolo. Un sospetto diventa certezza. Un comportamento viene interpretato. Un’espressione del volto viene trasformata in prova psicologica. Il silenzio diventa sospetto. La parola diventa contraddizione. E in poche ore può nascere quello che definirei un processo parallelo, nel quale non esistono più imputati ma colpevoli anticipati. Rinaldi non risparmia critiche alla propria categoria. Parla di esempi giornalistici che considera «veramente vergognosi», richiama il rispetto della dignità delle persone e invita i giornalisti a un vero esame di coscienza. Ma allarga la riflessione anche a magistrati e investigatori. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti dell’incontro. Garlasco diventa uno specchio. Uno specchio nel quale devono guardarsi tutti. Giornalisti. Investigatori. Magistrati. Esperti. E anche noi spettatori. E se l’errore giudiziario capitasse a noi? C’è poi una dichiarazione di Rinaldi particolarmente dura. Parlando dell’ipotesi di essere incarcerato da innocente, il giornalista ha raccontato quanto per lui sarebbe terrificante perdere la libertà per qualcosa che non ha commesso. Al di là della forza emotiva delle sue parole, quella dichiarazione ci costringe a porci una domanda che raramente vogliamo affrontare: e se dall’altra parte ci fossimo noi? Se fossimo noi la persona indicata sui giornali? Se fosse nostro figlio? Nostra sorella? Il nostro compagno? Se improvvisamente dovessimo dimostrare non soltanto la nostra innocenza davanti alla giustizia, ma difenderci anche da migliaia di persone che hanno già pronunciato una sentenza attraverso uno schermo? L’errore giudiziario non è un concetto astratto. Quando accade, entra nella carne di una persona. Porta via tempo, relazioni, lavoro, reputazione, fiducia. E alcune cose, anche quando arriva un’assoluzione, non vengono restituite completamente. Per questo garantismo non significa essere indulgenti verso il crimine. Significa pretendere che la ricerca del colpevole sia rigorosa proprio perché la posta in gioco è enorme. La giustizia deve proteggere le vittime. Ma deve anche evitare di crearne altre. Il caso Garlasco come laboratorio della nostra società A distanza di tanti anni, il caso Garlasco continua quindi a interrogarci non soltanto dal punto di vista investigativo. Ci interroga psicologicamente. Criminologicamente. Giuridicamente. Mediaticamente. Ci obbliga a domandarci quanto un’opinione pubblica possa influenzare la percezione di un’indagine. Quanto sia difficile distinguere un fatto da un’interpretazione. Quanto una ricostruzione ripetuta centinaia di volte possa trasformarsi, nella nostra mente, in una certezza. E soprattutto ci ricorda una regola fondamentale: il dubbio non è il nemico della verità. Talvolta è proprio il dubbio a proteggerla. Dubitare significa continuare a verificare. Significa non innamorarsi della propria ipotesi. Significa avere il coraggio di cambiare idea davanti a un elemento nuovo. Vale per gli investigatori. Vale per i magistrati. Vale per i giornalisti. E vale anche per chi, come noi, osserva e cerca di comprendere. Quarant’anni dentro la cronaca italiana A condurre il pubblico dentro questo labirinto sarà un giornalista che ha attraversato quarant’anni
Quanto tempo racconta una pozza di sangue? Il nodo dell’essiccazione nella scena del crimine di Garlasco
Ci sono dettagli, sulla scena di un crimine, che sembrano immobili. Una macchia. Una traccia. Un’impronta. Eppure anche il sangue cambia nel tempo. Coagula, aumenta la propria viscosità, perde acqua, forma una pellicola superficiale, modifica progressivamente la propria risposta al contatto con un corpo o con un oggetto. Ed è proprio il tempo il protagonista dello studio realizzato da Davide Pollak sulla prima pozza ematica osservabile nella scena del delitto di Garlasco, dove il 13 agosto 2007 venne uccisa Chiara Poggi. Pollak concentra l’attenzione su un particolare: alcuni segni visibili all’interno della pozza, interpretati nel suo studio come solchi prodotti dal passaggio di polpastrelli, nocche o altra parte anatomica. La domanda dalla quale parte il suo lavoro è apparentemente semplice: in quale stato doveva trovarsi il sangue perché quei solchi potessero mantenersi così definiti? Da questa domanda ne nasce immediatamente un’altra, molto più delicata: quanto tempo doveva essere trascorso dalla formazione della pozza al momento in cui quelle tracce furono prodotte? Lo studio di Pollak prevede un intervallo indicativo di 30-70 minuti, individuando nei 40-50 minuti un valore che considera medio-realistico nelle condizioni prese come riferimento: circa 23,5 °C, umidità relativa del 50%, superficie sostanzialmente non assorbente e una quantità di sangue stimata nell’ordine di 50-75 ml. “Ma proprio in virtù delle variabili in gioco, con particolare riferimento alla temperatura più alta del piano terra (circa 4°) e un necessario margine di errore nello stabilire lo spessore della pozza (valutato nello studio intorno ai 2mm nei punti di maggiore altezza), l’autore ha sempre preferito parlare pubblicamente di un range di 20-40 minuti che, comunque, sarebbe sempre più che sufficiente a escludere del tutto che l’aggressione potesse essere racchiusa nell’intervallo temporale 9,12-9,35 e che di conseguenza avrebbe tenuto Stasi abbondantemente al di fuori della scena del crimine, con particolare riferimento a quella tempistica” racconta Pollak. Una conclusione che, se confermata sperimentalmente sulle specifiche condizioni della scena, potrebbe avere implicazioni interessanti sulla ricostruzione temporale. Ma proprio per questo occorre capire dove finiscono i dati scientifici disponibili e dove comincia l’interpretazione applicata al caso concreto. Ne parliamo direttamente con l’autore dello studio. Se vuoi saperne di più oltre a leggere l’intervista vai al link della live YouTube di lunedì 10 agosto alle ore 21:00: https://www.youtube.com/live/h2K_m4hCYXU?is=jpi7lvrYvudVfRXx Davide, partiamo dall’inizio. Che cosa ti ha colpito osservando la prima pozza ematica della scena del crimine di Garlasco? Mi ha colpito soprattutto la morfologia di alcuni segni presenti all’interno della pozza. Appaiono come solchi molto definiti, nei quali il sangue sembra essere stato rimosso o dilavato dal passaggio di una parte anatomica senza poi tornare significativamente a occupare lo spazio lasciato libero. È proprio questa caratteristica che mi ha portato a pormi una domanda: un segno del genere è compatibile con sangue appena fuoriuscito e ancora pienamente fluido? La mia ipotesi è che non lo sia. Perché ritieni così importante la nitidezza del solco? Perché un liquido sufficientemente fluido tende a redistribuirsi. Se facciamo passare un dito attraverso una sostanza molto liquida, possiamo certamente creare un solco nell’istante del passaggio, ma subito dopo il materiale tende, almeno parzialmente, a tornare nello spazio liberato. Quando invece aumenta la viscosità e comincia a svilupparsi una struttura superficiale più stabile, il comportamento cambia. Il solco può rimanere impresso. Ed è questa permanenza che considero il punto interessante delle fotografie. Quindi il cuore della tua tesi non è semplicemente che il sangue fosse “secco”. Esatto. E questa distinzione è fondamentale. Non sto sostenendo che la pozza dovesse essere completamente essiccata. Tra sangue appena versato e sangue completamente secco esistono diversi stadi intermedi. Il punto che mi interessa è individuare il momento in cui il sangue ha perso una quota sufficiente della propria fluidità da permettere la formazione di un solco stabile e ben definito. Nel tuo studio richiami cinque fasi dell’essiccazione. Possiamo spiegarle in maniera semplice? Possiamo schematizzarle. In una prima fase abbiamo la coagulazione iniziale: il sangue comincia a modificarsi, ma mantiene ancora una notevole fluidità. Successivamente aumenta la componente gelatinosa e viscosa. Poi comincia l’essiccazione periferica: il bordo della pozza tende ad asciugarsi prima del centro. Con il procedere del fenomeno aumenta anche l’essiccazione centrale e la superficie diventa progressivamente più resistente. Infine si arriva all’essiccazione avanzata o completa, con caratteristiche morfologiche molto diverse da quelle iniziali. Il passaggio interessante per il mio studio è quello intermedio, quando la pozza non è ancora completamente secca ma non si comporta più come sangue liberamente fluido. Ed è lì che collochi la possibile formazione dei solchi osservati? Sì. La mia interpretazione è che quei segni siano maggiormente compatibili con uno stadio nel quale la viscosità sia già significativamente aumentata e la superficie abbia acquisito una certa stabilità. Arriviamo allora al dato centrale. Quanto tempo sarebbe necessario? Sulla base della letteratura che ho preso in considerazione e delle condizioni ambientali assunte nello studio, la mia stima è nell’ordine dei 30-70 minuti, con un valore medio-realistico intorno ai 40-50 minuti. Ma bisogna sottolineare una parola: stima. Non è un cronometro capace di stabilire il minuto esatto. Quindi non possiamo guardare una fotografia e affermare: “questa traccia è stata prodotta esattamente 47 minuti dopo”? Assolutamente no. Il comportamento del sangue dipende da moltissimi fattori: temperatura, umidità, ventilazione, volume, superficie di contatto, spessore della pozza, caratteristiche individuali del sangue, ematocrito e coagulazione. Per questo parlo di un intervallo e non di un momento preciso. Nel tuo studio consideri una quantità di circa 50-75 millilitri. Perché il volume è importante? Perché una piccola goccia e una pozza di decine di millilitri non si asciugano nello stesso modo. Il rapporto tra volume e superficie esposta modifica la dinamica dell’evaporazione. Una pozza importante può mantenere più a lungo una componente umida interna, mentre il bordo e la superficie possono evolvere più rapidamente. Per questo non sarebbe corretto trasferire automaticamente il tempo di essiccazione di una singola goccia a una pozza di grandi dimensioni. E la superficie? È altrettanto importante. Nel lavoro ho assunto il pavimento come sostanzialmente non assorbente o scarsamente assorbente. Su una superficie porosa intervengono
