In un tempo in cui il teatro indipendente continua a confrontarsi con la scarsità di spazi, risorse e occasioni concrete di crescita, progetti come “Germogli” assumono un valore che va oltre la semplice programmazione artistica. Diventano luoghi di possibilità, laboratori di visione, territori fertili dove le idee possono prendere forma senza la pressione immediata del risultato. Nato sei anni fa all’interno del Teatro Trastevere, “Germogli” si propone come un progetto dedicato alle compagnie indipendenti, offrendo residenze creative, tempo di lavoro, confronto e strumenti utili per accompagnare gli artisti nel delicato passaggio dall’intuizione alla scena. In questa intervista entriamo nel cuore del progetto: dalla scelta di valorizzare il processo creativo alla necessità di sostenere i giovani artisti non solo sul piano attoriale, ma anche su quello tecnico, produttivo e relazionale. Cosa vi ha spinto, sei anni fa, a creare un progetto come “Germogli” dedicato alle compagnie indipendenti? Ci ha spinto la volontà di essere un teatro aperto e disponibile per quel che possiamo, alla creatività teatrale che ha bisogno di tempo e spazio per uscire fuori. In un momento storico in cui il teatro fatica spesso a trovare spazi e finanziamenti, quanto è importante offrire residenze creative gratuite agli artisti emergenti? È importante certamente a livello pratico, ma ancor di più come un segnale di possibilità, di disponibilità, di supporto al nuovi progetti in fieri. Avete parlato molto di “processo creativo” più che di spettacolo finito: perché avete scelto di valorizzare proprio il dietro le quinte della creazione artistica? Perchè è da lì che nasce qualcosa di diverso e di livello qualitativo migliore. Quando i processi diventano sbrigativi e contratti, gli spettacoli che ne escono fuori sono spesso al di sotto delle loro potenzialità. Un lungo processo ci permette di curare i dettagli che fanno la differenza. Quali caratteristiche cercate nei progetti che candidate a Germogli? Cosa può fare davvero la differenza nella selezione finale? Cerchiamo dei progetti che possano avere un futuro, progetti che nasvmcano con una prospettiva. Cerchiamo inoltre compagnie che sappiano abitare i luoghi come il teatro sfruttandone tutte le potenzialità. Quest’anno avete inserito anche workshop gratuiti su aspetti tecnici e produttivi del teatro indipendente: secondo te quali sono oggi le competenze che mancano maggiormente ai giovani artisti? Guardando molti spettacoli di Teatro indipendente, spesso le mancanze, qualora ci fossero, non sono mai attoriali, ma piuttosto riferite a quelle famose competenze trasversali che servono in teatro. Spesso per mancanza di risorse e competenze si trascurano alcuni aspetti della messinscena che porterebbero il proprio spettacolo sicuramente ad un livello più alto. Che rapporto vorreste costruire tra il Teatro Trastevere, gli artisti selezionati e il territorio di Trastevere attraverso questo progetto? Come abbiamo sempre detto ci piacerebbe essere un valore aggiunto per questo rione. I modi e le maniere vanno studiati passo dopo passo, persona dopo persona. “Germogli” racconta un’idea di teatro che non si limita a ospitare spettacoli, ma sceglie di accompagnare percorsi. Un teatro che apre le porte alla fragilità delle prime intuizioni, alla fatica della ricerca, al tempo necessario perché un progetto possa davvero maturare. In un panorama culturale spesso segnato dall’urgenza, dalla precarietà e dalla mancanza di risorse, il Teatro Trastevere prova a costruire uno spazio di fiducia: per gli artisti, per le compagnie indipendenti e per il territorio che lo accoglie. Perché ogni spettacolo, prima di arrivare davanti al pubblico, è stato un’idea fragile. Un seme. Un germoglio, appunto.
Like a Man
L’arte, quando riesce davvero a parlare all’anima, non ha bisogno di urlare. Può scegliere il linguaggio dell’ironia, del colore, persino della leggerezza apparente, per raccontare invece le ferite più profonde del nostro tempo. In questa intervista entriamo nell’universo creativo di un artista che trasforma gli animali in simboli emotivi, specchi silenziosi delle nostre fragilità, delle nostre contraddizioni e della distanza crescente tra l’uomo e la natura. Attraverso la mostra Like a Man, il suo sguardo diventa una riflessione poetica e insieme potente sul senso dell’essere umani oggi: tra perdita di identità, crisi ambientale e bisogno urgente di ritrovare empatia, misura e appartenenza. Intervista a Davide Cocozza. Nelle sue opere gli animali assumono posture, emozioni e fragilità profondamente umane. Secondo lei, oggi siamo noi a somigliare agli animali… o gli animali stanno diventando lo specchio delle nostre contraddizioni? Gli animali non sono caricature dell’uomo: sono specchi più puri. Nelle mie opere ci ricordano ciò che abbiamo perduto: misura, grazia, rispetto per la Terra. Il titolo Like a Man sembra quasi una provocazione filosofica. Che cosa significa davvero “essere umani” nel mondo contemporaneo? E quanto, invece, stiamo perdendo il contatto con la nostra natura più autentica? Like a Man domanda se l’uomo meriti ancora il proprio nome. Essere umani oggi significa custodire, non dominare. Lei utilizza un linguaggio pop, ironico e apparentemente leggero per affrontare temi durissimi come l’inquinamento, la plastica e la trasformazione degli ecosistemi. Crede che l’arte debba ancora scuotere le coscienze oppure oggi debba soprattutto creare empatia? Uso il pop per catturare uno sguardo distratto e trasformarlo in coscienza. L’arte deve scuotere, ma con empatia. Il critico Luca Oscuro la definisce “un alchimista dell’arte”, capace di mutare forma come gli animali che dipinge. Quanto c’è di autobiografico nei suoi lavori? Quale animale sente piùvicino alla sua personalità in questo momento della sua vita? Ogni animale è un mio autoritratto simbolico. Oggi mi sento tartaruga e koala: fragile, resistente, in cerca di casa. Nelle sue opere non c’è mai una condanna aggressiva dell’essere umano, ma quasi una comprensione delle sue debolezze. È più difficile oggi giudicare il mondo… o continuare ad amarlo nonostante tutto? Giudicare il mondo è facile; continuare ad amarlo è l’atto più difficile. Io non lancio bombe visive: provo a lanciare semi. In un’epoca in cui tutto corre veloce e persino l’indignazione sembra consumarsi in pochi istanti, le opere di questo artista ci invitano invece a fermarci, osservare e sentire. Non c’è rabbia distruttiva nel suo messaggio, ma una forma rara di resistenza gentile: quella che sceglie di seminare coscienza anziché condanna. E forse è proprio qui il cuore più autentico di Like a Man: ricordarci che la vera umanità non coincide con il dominio, ma con la capacità di custodire, comprendere e amare il mondo nonostante le sue imperfezioni. Perché, come accade davanti ai suoi animali dagli occhi profondamente umani, a volte siamo noi a sentirci finalmente osservati.
Talk: “Cara frustrazione, ho bisogno di te!”
Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere all’altezza: più veloci, più brillanti, più performanti. Un tempo in cui il fallimento viene nascosto, la fragilità censurata, la frustrazione vissuta quasi come una colpa personale. Eppure è proprio dentro quei momenti di arresto, di dolore, di limite, che spesso nasce la possibilità più autentica di crescere. In questa intervista si affrontano temi urgenti e profondamente contemporanei: il rapporto tra giovani e sofferenza emotiva, il peso della cultura della performance, il ruolo degli adulti, dei social, dell’arte e dell’ascolto. Un dialogo che invita a guardare la frustrazione non come un nemico da eliminare, ma come un passaggio necessario per diventare sé stessi. Perché educare non significa evitare ai ragazzi ogni caduta, ma insegnare loro ad attraversarla senza sentirsi sbagliati. Ne parliamo con l’ideatrice del talk la giornalista Gaia Terzulli. Nel talk si parla della frustrazione come di un’emozione necessaria alla crescita. Secondo lei quando abbiamo iniziato culturalmente a considerare il limite come qualcosa da eliminare invece che da attraversare? Il superamento del limite è una tensione connaturata all’essere umano dagli albori della storia. Pensiamo al mito, che per gli antichi interpretava la realtà e i suoi fenomeni come oggi fanno filosofi, sociologi e analisti: per fuggire dal labirinto di Creta, Icaro e il padre Dedalo fabbricano delle ali e utilizzano la cera per attaccarle ai propri corpi. Dedalo mette in guardia il figlio dal non volare troppo vicino al sole, ma Icaro è accecato dalla hybris – che in italiano traduciamo con “superbia” – e trasgredisce. Le sue ali si sciolgono e precipita in mare, morendo. Questa tensione a violare i confini della nostra stessa specie ha sfidato i millenni. Con la rivoluzione scientifica del XVII secolo e poi l’Illuminismo, l’uomo non guardava più la natura come entità sacra e inviolabile, ma cominciava a dominarla attraverso la tecnica. Un processo che, mutatis mutandis, vediamo anche oggi nell’era digitale. Il progressivo travaso del reale nel virtuale ci ha resi sempre più “spettatori” delle vite altrui anziché artefici delle nostre. Ecco quindi il confronto continuo, l’ossessione imitativa che i social e gli algoritmi hanno saputo intercettare, deviando la nostra inclinazione naturale a emulare verso il performare a tutti i costi. Illudendoci di poterlo davvero fare. Non esiste prestazione che non sia nata tentativo, errore. È quello che chiunque di noi ha imparato a scuola e nello sport, dove il brutto voto o la gara andata male sono fondamentali per capire su cosa lavorare. La cultura della performance ha stravolto tutto questo e noi adulti abbiamo il dovere di tornare a parlare dei limitie degli errori come di benedizioni per i nostri ragazzi. Quanto l’arte può diventare uno spazio sicuro in cui i giovani imparano a dare un nome alla rabbia, al fallimento e alla paura? L’arte può essere la salvezza per i ragazzi, purché li riporti alla vita, non al suo liofilizzato che sono i social. Penso al teatro, che finalmente è entrato nelle scuole di ogni ordine e grado: rappresentare storie di altri, chiedere ai ragazzi di incarnare i drammi di personaggi della storia o della letteratura può aiutarli a ri-conoscersi e a liberarsi dall’ansia di un fardello senza nome, come la frustrazione. Personalmente faccio il tifo perché i giovani tornino a scrivere a mano, a inventare storie, a sublimare le emozioni che nella scrittura trovano una casa accogliente, uno spazio privo di giudizio e pieno di luce che dica loro “Tu esisti, sei necessaria, anche quando fai male”. Decisamente troppo. Oggi assistiamo all’imporsi quasi incontrastato del paradigma: “esisto in quanto sono performante”, cioè del fare, pur di apparire. Ma tutto questo ci sta allontanando dall’essere, che è la nostra vera ricchezza. Platone lo dice chiaramente nell’Apologia di Socrate: “Non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di nessun’altra cosa prima e con maggiore impegno che dell’anima, in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, in privato e in pubblico”. Quanto può diventare pericoloso un dolore che non trova parole né adulti disposti ad ascoltarlo davvero? Può diventare molto pericoloso. Lo vediamo ormai quotidianamente. La violenza è diventata un linguaggio per i giovani e questo anche perché noi adulti non siamo stati capaci di dare loro dei limiti. Ecco il senso del sottotitolo del talk, “Imparare a stare tra impulso e limite”: se non impariamo a governare gli istinti, a tenere il timone delle emozioni, facciamo del male a noi stessi prima che agli altri. Un impulso non contenuto diventa aggressione, un desiderio non allenato all’attesa è ossessione. Non bastano le famiglie per insegnarlo ai ragazzi: occorre che si alleino con scuole, educatori e terapeuti, perché la psiche è come un giardino: fecondo, quando ne abbiamo cura, infesto se lo lasciamo divorare dalle erbacce. Lei crede che gli adulti abbiano perso autorevolezza o piuttosto la capacità di entrare autenticamente in relazione con il mondo emotivo degli adolescenti? Credo che abbiano smesso di esercitare entrambe. L’autorità è preziosa – non dimentichiamoci che la parola deriva dal latino augeo, “far crescere”, che non ha nulla a che fare con l’imposizione della forza – perché disciplina gli istinti e li incanala in un tracciato chiaro, che diventa, appunto, il nostro percorso di crescita. L’autorità va difesa, a tutti i livelli, e uno dei drammi del nostro tempo è che i suoi presìdi sono costantemente sotto attacco. Pensiamo alla scuola: gli insegnanti non sono più liberi di esercitare il loro ruolo, valutare, perché c’è sempre un genitore pronto a battere i pugni fuori dall’aula. I ragazzi lo vedono e imparano a imitarlo. D’altro canto, gli adulti hanno sempre meno tempo e voglia di stare con i ragazzi. C’è una disabitudine alla condivisione di parole, stati d’animo, momenti, che amplia il divario generazionale e produce estraneità perfino tra genitori e figli. Paradossalmente, una madre sa in tempo reale se un figlio ha preso un brutto voto a scuola e
Viviana Bazzani: “Falcone ci insegnò a riconoscere il male anche nelle parole”
Ci sono vite che sembrano attraversare più esistenze insieme. Quella di Viviana Bazzani è una di queste. Donna di spettacolo, volto televisivo, poliziotta, servitrice dello Stato, testimone diretta degli anni più drammatici della lotta alla mafia e, soprattutto, donna che ha trasformato il dolore e le ferite personali in impegno civile. La sua recente dichiarazione social dedicata al giudice Giovanni Falcone non è soltanto un ricordo privato. È una testimonianza viva, potente, quasi un’eredità morale affidata alle nuove generazioni. Parole che arrivano da chi Falcone lo ha guardato negli occhi, lo ha protetto, lo ha accompagnato fino all’ultima partenza verso Palermo, poco prima della strage di Capaci. “Lo vidi partire con l’aereo direzione Palermo”, racconta Viviana Bazzani. “E di lui ho un bellissimo ricordo. Ci insegnò ad osservare con gli occhi e ad ascoltare attentamente le parole, anche quelle più sibilline e pericolose”. Un insegnamento che oggi, a distanza di oltre trent’anni, assume un valore quasi profetico. Viviana, cosa rappresenta oggi per lei quel ricordo di Falcone? “Rappresenta tutto. Rappresenta la dignità dello Stato. Io facevo parte della scorta romana da sei anni e ricordo perfettamente il suo modo di parlare, di osservare, di capire le persone. Falcone non era soltanto un magistrato straordinario: era un uomo capace di insegnare anche il silenzio, anche la prudenza. Ci spiegava che il male spesso non si manifesta apertamente, ma si nasconde nelle sfumature, nelle parole ambigue, nei messaggi lanciati sottovoce”. Nel suo messaggio social lei parla di “frasi sibilline e pericolose” ascoltate durante i processi di mafia. Cosa intende? “Intendo dire che Falcone ci aveva insegnato a cogliere i dettagli. Alcuni avvocati, alcuni soggetti vicini a certi ambienti, usavano parole apparentemente normali ma cariche di minaccia. Lui capiva immediatamente il peso di certe espressioni e ci trasmetteva questa capacità di osservazione. Era un uomo attentissimo ai comportamenti umani”. Poi arriva una frase molto forte nel suo post: “Chi infanga le procure viene da una cultura fortemente mafiosa”, vuole spiegarci? “Sì, e lo penso ancora oggi. Falcone ci insegnò che delegittimare continuamente chi combatte la criminalità significa indebolire lo Stato. La mafia non agisce soltanto con le armi. Agisce insinuando dubbi, screditando, creando sfiducia nelle istituzioni. È una lezione che io non ho mai dimenticato”. La sua vita è stata un continuo intreccio tra forza e fragilità cucita in una tela di esperirne significative fino a giungere alla Polizia di Stato, una vita piena? “Sono stata cinque anni in brefotrofio a Monza. Quando venni adottata non parlavo ancora. La mia famiglia mi ha insegnato la vita, l’amore, la comunicazione. Credo che tutto quello che ho fatto dopo nasca proprio da lì: dalla consapevolezza del dolore e dell’abbandono”. Nel 1986 supera uno storico concorso: il primo della Polizia di Stato aperto alle donne, un bel traguardo? “All’epoca non era semplice. Eravamo guardate con diffidenza. Ma io avevo una determinazione enorme. Venivo anche dal mondo dello spettacolo, dai concorsi di bellezza, dalle pubblicità televisive. Avevo fatto Miss Cinema Liguria, avevo lavorato in televisione. Ma sentivo che la mia strada fosse un’altra”. E quella strada la porta prima sulle volanti, poi accanto a Giovanni Falcone? “Sì. E quello è stato uno dei momenti più importanti della mia vita professionale. Servire lo Stato accanto a uomini che rischiavano ogni giorno la vita ti cambia profondamente”. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio decide di trasformare il dolore in memoria attiva? “Scrissi ‘Il nostro zoo senza la piovra’, dedicato ai caduti nella lotta alla mafia. E fondammo un comitato dedicato a Emanuela Loi. Sentivamo il dovere di raccontare ai giovani cosa fosse davvero successo in quegli anni”. Lei ha lavorato anche nei settori più delicati: minori, violenza sulle donne, degrado familiare? “Perché dietro ogni violenza c’è quasi sempre una sofferenza mai ascoltata. A Pescara mi occupai molto di bambini e donne vittime di abusi. Ero l’unica agente con il semplice grado di poliziotto indicata dal Ministero come responsabile dell’Ufficio Minori. Ne sono stata orgogliosa”. Nel 1997 viene ferita durante un intervento. “Sì, durante una rapina tra bande di extracomunitari. Ho perso quasi completamente l’uso dell’occhio sinistro. Ma sono rientrata in servizio comunque. Perché quella divisa per me non era un lavoro. Era una missione”. Poi arriva la televisione, l’“Isola dei Famosi”, il ruolo di opinionista. Due mondi apparentemente lontani? “In realtà no. Io sono sempre rimasta me stessa. Anche in televisione ho cercato di portare autenticità, esperienza, verità”. Oggi, guardando il clima sociale attuale, cosa pensa direbbe Falcone? “Direbbe di stare attenti. Di osservare. Di non fermarsi alla superficie. Falcone ci ha insegnato che il male non sempre urla. A volte parla sottovoce. E chi vuole davvero difendere la legalità deve imparare ad ascoltare”. Nelle parole di Viviana Bazzani non c’è nostalgia celebrativa. C’è piuttosto la lucidità di chi ha attraversato anni durissimi e sa che la memoria non è un esercizio retorico, ma una responsabilità collettiva. La sua testimonianza su Giovanni Falcone colpisce proprio per questo: non costruisce un mito distante, ma restituisce il volto umano di un magistrato che insegnava ai suoi uomini a leggere il linguaggio del potere, della paura e dell’omertà. E forse il cuore della sua riflessione sta proprio lì: nella necessità, oggi più che mai, di imparare a riconoscere il male anche quando si presenta con parole educate, con attacchi insinuanti, con il lento veleno della delegittimazione. Perché certe lezioni, quando arrivano da chi ha visto partire Falcone per l’ultima volta, non appartengono solo al passato. Appartengono al presente di tutti noi.
Interplay
Nel panorama del jazz mondiale, Charlie Parker resta una figura quasi mitologica: genio assoluto, uomo fragile, artista capace di trasformare il dolore in linguaggio universale. Con Interplay, spettacolo intenso e visionario, l’autore ci accompagna dentro l’anima inquieta di “Bird”, esplorando non solo la rivoluzione musicale del bebop, ma anche il conflitto eterno tra istinto e ragione, creazione e spiegazione, libertà e autodistruzione. In questa intervista, si attraversano i temi più profondi dell’opera: il mistero del talento, la sofferenza trasformata in arte, la forza emotiva della musica e quella ricerca disperata di libertà che ha reso Charlie Parker una delle figure più affascinanti e indecifrabili del Novecento. In “Interplay” Charlie Parker non è solo un musicista, ma quasi una forza irrazionale, indomabile. Cosa l’ha affascinata di più della sua figura umana oltre che artistica? Direi che di lui mi ha colpito la grande capacità empatica. È la sua empatia a renderlo artista e creatore. Le sue composizioni non sono il frutto di uno studio accademico, di regole che pure conosceva, ma di un suo vissuto, di eventi che lo avevano segnato sin dall’infanzia, come la povertà estrema vissuta con la madre dopo l’abbandono del padre quando lui era un bambino, desideroso eppur privo di tante cose. La musica lo ha aiutato a sopravvivere a dolori e stenti, nella prima parte della sua vita è stata una salvezza. Ma oltre al vissuto, la sua grande capacità di osservazione, l’amore per la natura, la pietà e la considerazione nei confronti degli esseri umani ai margini della società, come i neri ma anche gli indiani nativi, gli hanno fornito un’infinita fonte di ispirazione. Così l’osservazione del volo degli uccelli, e per certe partiture sincopate che fanno pensare proprio a questo, è stato soprannominato “The bird”. Inoltre non tutti sanno che da autodidatta, ascoltava anche la musica classica, amava la poesia, e persino l’opera lirica italiana. Tutto questo non può essere soggetto a spiegazioni razionali, ma lasciato all’ambito sensazionale. Nel testo emerge il conflitto tra chi crea e chi tenta di spiegare la creazione artistica. Crede che il talento autentico resti sempre, almeno in parte, indecifrabile? Per le ragioni che ho detto prima si. Il talento è certamente qualcosa di innato, si nasce con un preciso talento, che poi può essere perfezionato con lo studio e l’esperienza su campo, ma non è ascrivibile a spiegazioni razionali. Charlie Parker viene raccontato come un uomo divorato dagli eccessi e dalla propria fragilità. Quanto pensa che genialità e autodistruzione, nella nostra società, vengano ancora romanticizzate? Non è detto che le personalità geniali debbano necessariamente essere portate all’autodistruzione. Tuttavia è vero che un vissuto di problemi, dolore e sofferenza, possono sfociare in qualcosa di estremamente significativo, se veicolati in determinate forme artistiche. In tutte le arti, molti hanno saputo trarre dalle loro sofferenze persino capolavori grandiosi, parlo di Mozart, Dostoevskij, Van Gogh, Marina Czetaeva, Frida Kahlo, e tanti altri. Forse questo accade perché attraverso l’arte il dolore viene in qualche modo esorcizzato. Non a caso Denis Diderot diceva: “Anche il dolore una volta scritto, diventa felicità”. La sua scrittura restituisce una Roma teatrale dell’anima, ma qui entra nel cuore del jazz americano e del bebop. Quanto la musica ha influenzato la costruzione emotiva e narrativa dello spettacolo? Veramente l’ispirazione più che dalla musica è scaturita dalla letteratura. Avevo letto tempo fa un racconto dello scrittore argentino Julio Cortazar: “Il persecutore”, chiaramente ispirato alla vita di Charlie Parker, che mi aveva talmente colpito e commosso da farmi decidere a scriverne qualcosa di teatralizzabile. Così mi sono tuffata nel mondo di un personaggio fatto soprattutto di musica, ma anche di tanta umanità. Per gli scrittori americani influenzati dal be-bop il processo è stato l’opposto: loro sono partiti dall’ascolto – anche perché hanno avuto la fortuna di ascoltare quel genio dal vivo – e hanno cercato di portare nella letteratura un ritmo che potesse avvicinarsi a quello musicale. Questo è evidente nei romanzi di Kerouac, nelle poesie di Ginzberg e Gregory Corso, e altri di quella generazione. Nel rapporto tra Charlie Parker e Bruno Werner si scontrano emozione e razionalità, istinto e controllo. È anche una metafora del nostro tempo, sempre più ossessionato dal bisogno di spiegare tutto? Il rapporto tra Parker e Bruno, il giornalista critico “persecutore”, si presta a molte letture. Qui ci ho visto come paragone l’eterna diatriba tra istinto e ragione, un po’ come quello che è stato fra Mozart e Salieri, con le dovute differenze. E debbo dire che gli interpreti di Interplay: Ennio Coltorti e Massimo Napoli, incarnano perfettamente questo concetto. Lei scrive che “gli uccelli, piuttosto che rassegnarsi alle gabbie, preferiscono volare via”. Secondo lei Charlie Parker stava cercando libertà, fuga o salvezza? La libertà senz’altro: libertà dalla sofferenza, dalle regole costrittive di una società ingiusta, soprattutto per le minoranze, libertà dalla morte, inaccettabile per Charlie Parker – come può un padre accettare la morte di una figlia di due anni ? – La libertà rappresentata dagli uccelli…in volo. Attraverso le parole dell’autore, Interplay si rivela molto più di un omaggio teatrale a Charlie Parker. È una riflessione sull’arte come necessità vitale, sulla genialità come territorio non completamente spiegabile, e sul dolore come possibile origine della bellezza. Parker emerge così non soltanto come musicista rivoluzionario, ma come simbolo universale di chi tenta, attraverso la creazione, di liberarsi dalle proprie gabbie interiori. Come gli uccelli evocati nello spettacolo, anche lui sembra aver inseguito fino all’ultimo un’unica, irriducibile aspirazione: il volo.
Il Conciaossa
Nel panorama del noir contemporaneo ci sono romanzi che raccontano il male, e altri che raccontano la fame. Fame di amore, di riconoscimento, di esistenza. Il Conciaossa, sesto capitolo dell’eptalogia dedicata ai sette vizi capitali, appartiene a questa seconda categoria: un romanzo duro, periferico, profondamente umano, dove la gola non è soltanto un vizio, ma una ferita emotiva che si trasforma in linguaggio del corpo e dell’anima. Attraverso il personaggio di Michele Miluzzi — uomo invisibile, fragile, marginale ma attraversato da un’intensa vita interiore — l’autrice ci accompagna in una borgata romana che diventa specchio di solitudini, desideri e sopravvivenze emotive. Una periferia viva, quasi pasoliniana, fatta di cemento, malinconia, umanità e bisogno disperato di essere visti. In questa intervista entriamo dentro il cuore del romanzo: la costruzione psicologica del protagonista, il rapporto tra fame fisica e fame affettiva, il senso dell’invisibilità sociale, il bisogno di appartenenza e quell’amore impossibile che, pur nascendo nella rinuncia, riesce comunque a sfiorare la grazia. “Il Conciaossa” è il sesto capitolo della sua eptalogia sui sette vizi capitali: perché ha scelto proprio la Gola come motore narrativo di questa storia così cupa, solitaria e periferica? Tra i vizi capitali quello della gola è sicuramente il più solitario, si consuma cioè al di là dei rapporti di relazione e si autoalimenta senza bisogno dell’altro. Mi è venuto dunque spontaneo costruire un personaggio che vive la solitudine, pur essendo immerso in un contesto di borgata dove tutti si conoscono, ma dove una persona sensibile, però dall’aspetto sgradevole, fatica a essere visto per come egli, interiormente, si percepisce. Per Michele Miluzzi, il protagonista, mangiare è un dispositivo esistenziale, mentre cucinare (per i vicini della malavita o per i carabinieri che fanno le retate, indifferentemente), è un tentativo di relazione, di contatto con l’altro. Michele Miluzzi è un personaggio marginale, invisibile, quasi respinto dalla società, eppure profondamente umano. Come è nato? Da quale immagine, ferita o intuizione? È uno stereotipo pensare che le persone ai margini non siano capaci di sentimenti profondi. Conosco molte persone di borgata, e spesso mi hanno colpito per la loro intelligenza e il loro acume. Certo, magari hanno modalità di approccio alla vita da cui si coglie la durezza dell’ambiente in cui vivono. Possiedono un senso pratico, disincantato. Ma hanno anche qualcosa che brilla, una vitalità che resiste nonostante tutto. Michele è un personaggio inventato, ma è anche la somma di persone con cui sono entrata in contatto. Un personaggio nato forse come omaggio e riscatto per certi invisibili che avrebbero molto da raccontare. Nel romanzo il cibo non è solo nutrimento, ma diventa compulsione, linguaggio del vuoto, segnale, richiesta d’amore. Che rapporto c’è tra fame fisica e fame emotiva nel suo protagonista? Se ci pensi bene la lussuria e la gola sono vizi che hanno molto in comune. Con la bocca si bacia, e si mangia. Entrambi i vizi danno una soddisfazione temporanea. C’è certamente sia una fame fisica cheemotiva nel protagonista, egli è consapevole che può sublimare solo con il cibo l’altra fame – quella di tenerezza e amore e appartenenza. L’aspetto interessante di Michele è che egli riconosce i propri limiti, e pur aspirando a qualcosa o a qualcuno che non potrà mai avere, pur con tutti gli errori che commette, c’è in lui un’indole è incrollabile checommuove: sa riconoscere la bellezza e la grazia. Lo si comprende dal finale del libro. La periferia romana che racconta ha qualcosa di pasoliniano: degrado, durezza, poesia, corpi soli dentro palazzi decadenti. Quanto è importante per lei il luogo come personaggio della storia? La periferia che racconto è descritta abbastanza fedelmente, sia dal punto di vista urbanistico che dal punto di vista delle dinamiche sociali. Una borgata raccontata, però, più che con la lingua (funzione del dialetto nei romanzi di Pasolini) con descrizioni sinestesiche (visive e uditive). La periferia è personaggio nella trama quanto Michele, e infatti Michele fuori da quel mondo non esiste o è nudo, indifeso, spaurito. Michele ha doti sensitive e le usa per farsi vedere, per uscire dall’invisibilità. Quanto pesa, nel romanzo, il bisogno umano di essere riconosciuti, anche quando questo porta a scelte pericolose? Credo che il desiderio di essere visti, riconosciuti, è comune a tutti gli esseri umani. Conosciamo tutti abbastanza bene i meccanismi, basta pensare all’uso dei social. Diciamo che Michele è più un tipo analogico, e soprattutto, esprime un bisogno profondo e non velleitario di comunanza con gli altri. Lui sa bene di non esistere al di fuori della borgata. Solo lì può esistere, agire, essere visto. Diventare conciaossa gli permette di entrare in contatto fisico con l’altro, predire il futuro gli calma certe ansie ed esprime il desiderio di affabulare. Ma come capirà chi leggerà il romanzo, si paga un prezzo per tentare di uscire dall’insignificanza di una vita già segnata. Non altissimo, ma comunque un prezzo. Matilde è osservata da Michele come una figura malinconica, quasi uno specchio della sua solitudine. Che tipo di amore racconta “Il Conciaossa”: un amore possibile, deformato, salvifico o perduto in partenza? Sì, Matilde reagisce in maniera diversa alla solitudine, ma è speculare: laddove Michele vuole farsi notare, Matilde vuole restare invisibile, laddove lui vuole dimostrare qualcosa al mondo, lei nella rinuncia ha trovato il suo posto. E senza fare rumore. È un amore impossibile ma al contempo salvifico, perché Michele riconosce in fondo i propri limiti, e questo gli permette di vedere in lei la grazia e la bellezza, e saperla riconoscere nell’altro è come esserne toccati. Il Conciaossa non è soltanto un romanzo sulla marginalità o sulla periferia. È una riflessione profonda su ciò che accade quando un essere umano smette di sentirsi guardato, riconosciuto, amato. Michele Miluzzi resta addosso al lettore perché incarna una fragilità universale: il bisogno di esistere agli occhi degli altri, anche quando il mondo sembra aver già deciso di ignorarti. Attraverso una scrittura intensa, sensoriale e profondamente emotiva, il romanzo trasforma il degrado in poesia e la solitudine in materia narrativa viva. E forse è proprio qui la sua
La famiglia del bosco? Lo Stato è intervenuto per un’emergenza e poi ha fatto esplodere una famiglia
Intervista al Prof. Avvocato Giorgio Vaccaro, giurista e specialista in psicologia giuridica Quando gli avvocati della «famiglia del bosco» rimettono il mandato e sui giornali si legge che la madre è «ingestibile», qualcosa nella storia non torna. È l’opinione del professore avvocato Giorgio Vaccaro, giurista specialista in diritto di famiglia e psicologia giuridica forense con trent’anni di esperienza, che ha accettato di ricostruire con noi i contorni giuridici, umani e scientifici di un caso che ha mobilitato – in modo del tutto inedito – l’intera comunità della psichiatria forense italiana. L’intervista, rilasciata nel corso di una diretta YouTube, nel canale di @barbarafabbroni234, tocca temi che vanno ben oltre il singolo caso: il principio del «superiore interesse del minore», la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per l’uso di «formule stereotipate», il trauma della bambina ricoverata in ospedale senza la madre, e l’inversione di prospettiva che dovrebbe far riflettere ogni genitore. Professore, partiamo dai fatti. Gli avvocati della famiglia lasciano il mandato, la notizia rimbalza sui giornali. Cosa sta succedendo? «Quello che sta succedendo è un conflitto per questi bambini. La rappresentazione di una confusione, di una criticità nella quale è caduto un organo dello Stato che non riesce a fare marcia indietro seguendo quello che dovrebbe essere il lume di questo settore: il superiore interesse del minore. Quasi noioso dover parlare di questo caso in termini filosofici, ma se non mettiamo sempre i puntini sulle “i” poi diventa un discorso da bar dello sport, e non è quello il modo di affrontare i diritti dei bambini». Il principio del “superiore interesse del minore” viene invocato spesso. Come viene applicato, nella realtà? «Lo dice la Cassazione, non l’avvocato: il superiore interesse del minore deve essere la stella polare. Ma non deve essere una specie di formula vuota. Deve essere oggettivamente applicato al caso concreto. Ricordo che oltre la Corte suprema di Cassazione esiste la Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel 2013, con il caso Lombardo contro Italia — un caso che ho seguito direttamente — la CEDU ha condannato l’Italia come cattiva amministratrice della giustizia. Il motivo? I giudici italiani applicano a volte “formule stereotipate” che non arrivano a tutelare effettivamente i diritti. In quel caso specifico, il diritto di un padre di vedere la propria bambina, e il diritto della bambina di vedere il proprio papà. Il “superiore interesse del minore” senza guardare nel caso concreto cosa succede rischia di diventare appunto una formula stereotipata. E purtroppo la famiglia del bosco ci offre delle fotografie, dei video, dei frammenti di vita che sono sintomatici di un sistema che è impazzito». Lei ha studiato le carte del caso. Cosa l’ha colpita di più? «Da studioso del diritto di famiglia, la mia esperienza mi porta a leggere le sentenze della Cassazione in tema di provvedimenti dei tribunali dei minorenni. E ci si imbatte in casi drammatici, sanguinosi, lenti. Ci sono mamme e papà che colpiscono i bambini, che fanno uso di sostanze, che sono vittime di dipendenze terribili. È un’esperienza molto difficile, una galleria degli orrori. Quando con tutta questa esperienza leggiamo le carte della famiglia del bosco, facciamo un salto. Perché in quella famiglia non c’è la traccia di nessun aspetto che possa diventare emergenziale. Tant’è che arrivare a tenere una bambina ricoverata in ospedale lontana dalla sua mamma è una cosa che grida vendetta». Parliamo della bambina ricoverata. Una bambina di sei anni, tre giorni in ospedale, la madre ammessa solo per un’ora. Com’è possibile? «Questa è la domanda. Perché tanti giorni in ospedale? Per un raffreddore, non è un raffreddore — e comunque la diagnosi non si sa con esattezza. La madre è stata tenuta fuori. Ma la madre non è una curatrice: la madre è la figura di riferimento di cui nessun altro può sostituirsi. Il genitore funge da “base sicura“. In Italia ci sono novecento bambini che escono da scuola alle due del pomeriggio e restano senza mamma e papà per tre, quattro, cinque ore — perché i genitori lavorano in fabbrica, in banca, fanno gli steward, i piloti, i marinai. Ma questi bambini avevano mamma e papà dentro casa per tutta la loro vita. È stata stracciata loro la quotidianità». Qual è l’impatto psicologico su una bambina di quell’età, ricoverata da sola? «Cosa succede quando io sto ricoverata in un posto che non conosco, dove non sono mai stata, da sola? Come passo le ore della notte? Come passo le ore della mattina? Cosa mi chiedo della mia mamma? Cosa nasce nella testa di un bambino in quel momento? Una sindrome da abbandono, definitivamente. E se le persone di cui mi fido di più non ci sono, come me lo spiego io che non ho esperienza? Questa è la cosa che grida vendetta: che ci siano degli adulti che devono tutelare il superiore interesse e che non si pongono questo problema. Inoltre, questi bambini sono stati strappati dal loro contesto. È il trauma nel trauma. E tutto questo si incide inevitabilmente nello sviluppo di questi bambini». È vero che l’intera comunità scientifica si è espressa su questo caso? «Sì, ed è un momento storico, stranissimo. Io sono trent’anni che mi occupo di psicologia giuridica, ho un master in psichiatria forense. Non ho mai sentito tutta la comunità scientifica prendere posizione formalmente e apertamente dicendo: “Fermate questo tritacarne”. Non l’ha detto solo il procuratore dei minori, non l’ha detto solo la garante dell’infanzia. L’hanno detto i nomi più importanti che si dedicano alla psicologia giuridica. Hanno detto tutti: fermate questo meccanismo, che porta solo a triturare la serena crescita di tre minori. La prossima settimana, al Convegno Nazionale di Psicologia Giuridica a Roma, ci sarà un’intera sezione dedicata al caso. Mi hanno chiamato come relatore». Sui giornali si legge che la madre è stata definita “oppositiva” dalle consulenze. Cosa ne pensa? «”La mamma è oppositiva” — è un’espressione che mi fa sorridere. Le mamme pensano. Non è una novità. Le mamme e i papà pensano, e bene, in modo diverso da altri,
Distinti saluti
C’è una generazione che cresce con il peso silenzioso delle aspettative. Una generazione educata a performare, a dimostrare, a meritarsi continuamente uno spazio nel mondo. In questo spettacolo, il palco diventa il luogo in cui ambizione, fragilità e solitudine si intrecciano in modo feroce e autentico. Attraverso parole taglienti, confessioni intime e un linguaggio che oscilla tra ironia e dolore, prende forma il ritratto di chi sogna in grande ma spesso si ritrova a fare i conti con il vuoto, con il giudizio e con la paura di non essere abbastanza. “Distinti saluti” racconta il burnout attraversando ironia, slam poetry e confessione intima. Quanto c’è di autobiografico in questo percorso emotivo e quanto invece appartiene a una generazione intera che oggi fatica a sentirsi all’altezza delle aspettative? Per me, il processo di scrittura di uno spettacolo può nascere solo da qualcosa che mi brucia dentro personalmente. Se dovessi affrontare un tema che non mi tocca davvero, ma che semplicemente mi interessa, probabilmente finirei per scrivere un saggio, non uno spettacolo teatrale. Quindi sì, nel testo c’è sicuramente una componente autobiografica, ma questo non esclude anche una dimensione generazionale. Scrivendo e portando in scena lo spettacolo, ho scoperto che molti altri giovani provavano le stesse cose che provavo io. Nel vostro monologo compare una “Commissione fantasma”, silenziosa ma capace di decidere il destino dell’artista. Questa figura rappresenta solo il sistema dello spettacolo o anche il giudizio sociale che molti giovani sentono costantemente addosso? Abbiamo scelto volutamente di non attribuire un nome a questa fantomatica “Commissione”, così che il pubblico potesse identificarla liberamente con chi desiderasse: una Commissione universitaria o artistica, un datore di lavoro, il giudizio sociale, eccetera. Avete scelto una scena quasi spoglia, fatta di pochi oggetti-simbolo e di molto buio. Come nasce questa essenzialità scenica e che ruolo ha nel creare il senso di solitudine, pressione e disincanto che attraversa lo spettacolo? Una pedana-piedistallo, una sedia ergonomica e un grande buio attorno alla performer: abbiamo scelto tre elementi semplici e funzionali (oltre che facilmente trasportabili) per rappresentare l’ambizione, lo stakanovismo e la solitudine di chi sogna in grande ma resta confinato in camera sua. Il palco è illuminato solamente da coni di luce, come a esaltare la sensazione di una performance continua e, allo stesso tempo, di un isolamento alienante nella propria bolla. Il resto è affidato alla parola, che a colpi di poetry slam, autoironia e struggente confessione porta lo spettatore nei meandri più bui di una generazione cresciuta a suon di “Se vuoi, puoi”. Il finale parla di liberazione attraverso “un piccolo sogno quotidiano”, e non attraverso il mito del grande successo. È anche una critica alla cultura contemporanea della performance e dell’iperrealizzazione personale? Senza dubbio. A forza di essere educati a guardare lontano, stiamo perdendo la capacità di apprezzare ciò che già abbiamo e che ci rende felici. A forza di essere spinti a pensare in grande, stiamo disimparando la gioia delle piccole cose. Una sorta di presbiopia sociale e generazionale. Lo spettacolo non offre risposte definitive, ma lascia una domanda sospesa: quanto ci stiamo perdendo mentre rincorriamo continuamente qualcosa di più grande? Forse la vera rivoluzione, oggi, è recuperare il diritto alla semplicità, alla misura umana, alla felicità delle piccole cose. In un tempo che ci vuole sempre performanti, vincenti e straordinari, fermarsi ad ascoltare la propria vulnerabilità può diventare l’atto più coraggioso di tutti.
Storie di giudiziaria follia
C’è un momento, prima che le luci si accendano e le voci si intreccino, in cui il silenzio pesa più delle parole. È il momento in cui il crimine smette di essere cronaca e diventa domanda. Chi siamo quando nessuno ci guarda? E cosa accade quando la mente si spezza, scivolando oltre il confine invisibile della razionalità? A Lazise, sulle rive immobili del lago, questo confine verrà attraversato. E tra i protagonisti di questo viaggio dentro l’ombra c’è un uomo che da anni osserva l’abisso senza mai distogliere lo sguardo: il Criminologo Investigativo Forense Criminal Profiler Gianni Spoletti, uno dei massimi esperti Italiani nell’analisi sulla scena del crimine, già appartenente alle forze dell’ordine. Lo incontriamo qui, nel cuore di “Storie di giudiziaria follia”. Non per cercare risposte semplici. Ma per imparare a sostenere il peso delle domande. Insieme a lui due compagni di viaggio: Albina Perri, direttore del settimanale Giallo e Andrea Tosatto, psicologo e volto noto televisivo. Dottor Spoletti, partiamo da qui: “giudiziaria follia”. È un’espressione potente, quasi disturbante. Cosa significa davvero? Significa entrare in una zona grigia. Non è solo follia clinica, né solo crimine. È l’incontro tra una mente alterata e un sistema che deve giudicarla. Il punto è che la giustizia cerca certezze… mentre la mente umana offre solo complessità. Lei studia da anni il comportamento criminale. C’è un momento preciso in cui una persona “oltrepassa” il limite? Non esiste un momento unico. È un processo. Una somma di fratture: emotive, relazionali, identitarie. A volte invisibili. Il gesto criminale è solo l’ultimo atto di una storia che nessuno ha ascoltato abbastanza. Nel suo lavoro, quanto pesa la responsabilità individuale quando entra in gioco la fragilità psichica? È il nodo centrale. La legge chiede: “era capace di intendere e di volere?”. Ma la realtà è più sfumata. Ci sono persone che comprendono il loro gesto… ma non riescono a fermarlo. E lì nasce il conflitto tra giustizia e comprensione. C’è un caso, senza entrare nei dettagli, che l’ha segnata più di altri? Quelli in cui la violenza nasce dentro relazioni intime. Quando il carnefice e la vittima condividono amore, storia, quotidianità. È lì che la follia giudiziaria diventa più difficile da accettare. Perché ci riguarda tutti. Viviamo in una società che spesso semplifica: “mostro”, “pazzo”, “colpevole”. Quanto è pericolosa questa narrazione? Molto. Perché ci illude di essere diversi. Di essere al sicuro. Ma il crimine non è un fenomeno alieno: è umano. Comprenderlo non significa giustificarlo, ma evitare di ripeterlo. Cosa si porterà il pubblico a casa da questo evento? Spero un dubbio. Perché il dubbio è l’inizio della consapevolezza. E forse anche una maggiore capacità di ascoltare ciò che non viene detto. Se dovesse lasciare una frase, una sola, a chi verrà ad ascoltarla? “La verità non è mai comoda, ma è sempre necessaria”. Le luci si abbassano, le voci si dissolvono, ma qualcosa resta. Resta quella sensazione sottile, quasi inquieta, che il male non sia un’eccezione… ma una possibilità. “Storie di giudiziaria follia” non è solo un evento. È uno specchio. E in quello specchio non vediamo solo chi ha sbagliato. Vediamo anche le crepe del sistema, i silenzi della società, le fragilità che ignoriamo ogni giorno. Gianni Spoletti non offre consolazione. Offre consapevolezza. E forse è proprio questo il vero coraggio: non distogliere lo sguardo.
“Arezzo, terra di grandi”: il cuore dell’inclusione premia il Dottor Alberto Brandi Intervista-racconto in occasione del premio alle eccellenze del territorio
Ci sono premi che celebrano il successo. E poi ci sono premi che celebrano l’anima. Il prossimo 10 giugno, nello storico scenario del Teatro Petrarca di Arezzo, andrà in scena una serata speciale: “Arezzo, la Terra dei Grandi”, l’evento ideato dalla società calcistica Olmoponte Santa Firmina per premiare le eccellenze del territorio e, al tempo stesso, raccogliere fondi per un obiettivo concreto e pieno di significato: acquistare un pulmino per i ragazzi del progetto inclusivo Calcio Champagne e del Dream Team. Tra i protagonisti della serata, accanto ad artisti e sportivi di grande rilievo, ci sarà anche il Dottor Alberto Brandi, veterinario stimato e professionista che, con la sua umanità e il suo impegno, rappresenta una delle eccellenze del territorio aretino. Un riconoscimento che va oltre la professione. Perché, in fondo, chi cura con amore… lascia un’impronta. Dottor Brandi, cosa significa per lei ricevere il premio “Arezzo, la Terra dei Grandi”? “Ricevere un premio è sempre motivo di emozione, ma quando arriva dalla propria terra assume un valore ancora più profondo. Castiglion Fiorentino è il luogo delle mie radici, del mio lavoro, delle persone che incontro ogni giorno. Sapere che il mio impegno venga riconosciuto in una serata così importante e con una finalità sociale così forte, mi onora enormemente”. Lei è conosciuto e apprezzato come veterinario. Quanto conta, nel suo lavoro, la componente umana oltre a quella professionale? “Conta tantissimo. Curare un animale significa anche prendersi cura della famiglia che gli sta accanto. Gli animali sono parte integrante della nostra vita affettiva. Il veterinario non si occupa solo della salute fisica, ma entra in una dimensione emotiva molto delicata. Servono competenza, certo, ma anche ascolto, sensibilità ed empatia”. Quest’anno il premio si lega a una realtà straordinaria come quella dell’Olmoponte Santa Firmina e dei progetti “Calcio Champagne” e “Dream Team”. Conosce questa iniziativa? “Ne ho sentito parlare e trovo sia meravigliosa. Lo sport può essere una forma potentissima di terapia, di inclusione, di crescita e di libertà. Sapere che ragazzi con difficoltà cognitive, molti dei quali autistici, possano vivere il calcio come veri tesserati FIGC, come atleti a tutti gli effetti, è qualcosa di straordinario. È una rivoluzione culturale prima ancora che sportiva”. Da cinque o sei ragazzi agli attuali cinquanta: una crescita che racconta un piccolo miracolo sociale… “Sì, e i miracoli non avvengono mai per caso. Dietro c’è visione, sacrificio, amore e tanto lavoro. Quando una società sportiva decide di andare oltre il risultato e di investire nell’essere umano, accadono cose incredibili. Questi ragazzi insegnano più di quanto ricevono”. Durante la serata saranno proprio loro i protagonisti: pittori, musicisti, cantanti, attori, presentatori… “Ed è bellissimo. Perché troppo spesso si guarda solo al limite e non al talento. Invece ogni persona ha dentro un dono. Dare spazio a questi ragazzi significa dare voce alla loro unicità. E credo che quella sera saranno loro a regalare emozioni autentiche a tutti”. Tra gli ospiti attesi ci saranno grandi nomi come Ciccio Graziani, Roberto Fabbriciani, Mario Cassi e persino un videomessaggio di Fiorello. Quanto è importante che personaggi noti sostengano queste iniziative? “È fondamentale. La notorietà, quando viene messa al servizio di cause nobili, può amplificare messaggi importanti. Può attirare attenzione, sensibilizzare, aiutare concretamente. Ma soprattutto può accendere una luce su realtà che meritano di essere conosciute”. Accetterà il premio? “Con grande gratitudine e con emozione. E soprattutto con il desiderio di conoscere personalmente questi ragazzi e stringere la mano a chi ha reso possibile tutto questo. Sarà un onore esserci”. La serata del 10 giugno non sarà soltanto un evento. Sarà un abbraccio collettivo. Sarà il racconto di una città che sceglie di premiare il talento, la solidarietà e l’inclusione. Sarà il momento in cui lo sport incontrerà l’arte, la musica, il sociale e il cuore. E in quel cuore, tra le eccellenze premiate, batterà anche il nome del Dottor Alberto Brandi. Un uomo che, curando gli animali, ha saputo curare anche il legame più profondo tra sensibilità e professione. Perché Arezzo è davvero terra di grandi. Ma, forse, ancora di più… terra di grandi anime.
Lieto Fine
In un tempo in cui la realtà sembra sempre più intrecciarsi con il racconto che ne facciamo, la politica, l’arte e la vita quotidiana condividono uno stesso spazio narrativo, fatto di scelte, conflitti e responsabilità. Questa intervista nasce dall’urgenza di interrogarsi su quel confine sottile tra finzione e potere, tra immaginazione e decisione concreta, che attraversa il testo Lieto fine. Un dialogo che esplora il ruolo della scrittura e del teatro come strumenti per leggere il presente, ma anche per provare a riscriverlo. Nel suo testo, la stanza del potere e quella della scrittura si sovrappongono: quanto crede che oggi la politica sia, in fondo, una forma di narrazione capace di determinare la realtà? Credo che oggi, in molti casi, la politica abbia rinunciato a ragionare sul bene comune, della polis appunto, e si sia ridotta a sterili contrapposizioni che vivono solo grazie a false narrazioni manipolative, con la complicità dei media. Tuttavia, l’associazione tra la stanza del potere e quella della scrittura, nel testo, nasce dall’interrogarsi su quanto sia necessario depersonalizzare l’umanità per prendere decisioni di morte. Chi scrive gioca con la vita e la morte dei propri personaggi continuamente, ma ben consapevole del fatto che sono, per l’appunto, personaggi. Cosa accade quando dei creativi entrano nella stanza dei bottoni e si ritrovano a che fare con persone vere? “Lieto fine” nasce in un contesto di “guerra a pezzi”: quanto il presente storico ha influenzato la scrittura e quanto invece ha sentito il bisogno di distaccarsene per immaginare alternative? Lo spunto per la scrittura è stato senz’altro il presente. Dopodiché, ho cercato di astrarmi e universalizzare il più possibile; sono più interessata all’aspetto metaforico della realtà che alla realtà nuda e cruda. Tanto che il tono dello spettacolo è più quello della commedia che del dramma. Le due sorelle protagoniste portano in scena conflitti intimi, familiari, quasi speculari a quelli geopolitici: è più difficile immaginare la pace tra nazioni o tra persone che si sono amate? Credo che vadano di pari passo, l’essere umano è sempre quello e la pace passa in ogni caso, necessariamente, per l’empatia e il perdono. Tuttavia, ciò a cui assistiamo oggi, e qui ci ricolleghiamo alla prima domanda, è che, a noi tutti che non abitiamo la stanza del potere, è difficile comprendere il confine tra l’incapacità dei popoli di fare il primo passo e gli interessi economici o personalistici di chi li governa. C’è un elemento potentissimo nel testo: il “bottone rosso”. È una metafora della distruzione o, paradossalmente, anche della responsabilità creativa? Penso sia metafora della responsabilità di ogni tipo, politica, creativa, personale. Rappresenta il “cupio dissolvi” che in alcuni momenti può appartenere a chiunque, su scale di grandezza diverse. Il teatro qui diventa una sorta di writing room del mondo: crede davvero che l’atto creativo possa essere una forma di resistenza concreta, capace di incidere sulla realtà? Credo sia l’unica forma di resistenza possibile e anche quella che può lavorare più in profondità e con risultati più duraturi, anche se magari non immediatamente visibili. La domanda che attraversa tutta l’opera è forse la più inquietante: oggi, nella nostra società, esiste ancora un “lieto fine” possibile… o dobbiamo riscriverne completamente il significato? Il problema è che, in presenza di un conflitto, che sia tra nazioni o individui o personaggi, raramente il lieto fine riguarda tutti: qualcuno vince e qualcuno perde. Anche il famoso “Tutti vissero felici e contenti” riguarda solo i protagonisti della storia, non gli antagonisti. Biancaneve e il principe vissero felici e contenti, la regina cattiva no. In un romanzo, in un film o in uno spettacolo funziona, il lettore/spettatore empatizza con il protagonista e può gioire per il suo lieto fine. Ma nella vita reale ciascuna delle parti in causa si sente protagonista e vive l’altra parte come antagonista; dunque, è tutto un po’ più complicato. In un’epoca in cui la narrazione non si limita più a raccontare il mondo ma contribuisce a costruirlo, Lieto fine si impone come una riflessione lucida e necessaria sul rapporto tra potere, responsabilità e immaginazione. Attraverso il linguaggio del teatro e della metafora, l’opera ci ricorda quanto ogni scelta — politica, creativa o personale — possa trasformarsi in un “bottone rosso”, capace di generare distruzione o cambiamento. Forse il vero lieto fine, oggi, non è qualcosa da attendere passivamente, ma un significato nuovo da riscrivere con coraggio, empatia e consapevolezza. Perché, in fondo, il futuro resta sempre una storia ancora da raccontare.
Fargo
Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate: si insinuano. Scivolano sotto la pelle, si annidano nei silenzi, si fanno spazio tra ciò che vediamo e ciò che scegliamo di non vedere. “Fargo” non è solo un cult firmato da Ethan Coen e Joel Coen. È un territorio emotivo, un paesaggio gelido dove l’assurdo diventa normalità e la follia si muove in punta di piedi. In questa intervista, Carraro Moda non racconta semplicemente una riscrittura. Racconta una frattura. Un gesto creativo che tradisce per restare fedele, che taglia per far emergere, che sposta il fuoco per illuminare ciò che, spesso, resta ai margini. È lì, nel non detto, che questa visione prende forma. “Fargo” dei fratelli Ethan Coen e Joel Coen è un cult intriso di ironia nera e assurdo. Nella tua riscrittura, qual è stato l’elemento che hai sentito più urgente tradire… o proteggere? Ho tradito sicuramente la sceneggiatura omettendo alcune parti e dando importanza a parti magari considerate marginali. Ho rispettato il senso di assurdo che trasuda in ogni battuta. La tua regia sembra scavare nel “non detto” del protagonista. Che tipo di follia ti interessava raccontare: quella visibile o quella silenziosa che si consuma dentro? Il nostro protagonista é molto vicino alla messa in scena dei Coen. Di certo per quanto mi riguarda quello che ho provato a evidenziare é la “follia” che si scatena intorno a lui. Lui subisce un po’ tutto il peso della situazione. Il denaro, in questa storia, è più di un movente: è quasi un detonatore psicologico. Secondo te, cosa rappresenta oggi il denaro nella mente dell’“uomo medio” contemporaneo? A questa domanda veramente non so cosa dire. La società a mio modo di vedere é impostata da millenni in maniera “folle” per tornare alla domanda di prima. Sono uno dei pochi che conosco che se ne frega del denaro che poi non può farlo fino in fondo senza cadere nella ragnatela societaria. Il denaro é “tutto”. Per tutti sempre e comunque. Ma la colpa risale a molto tempo fa noi siamo solo vittime. La neve in Fargo è iconica: fredda, immobile, quasi anestetizzante. Nel tuo adattamento, che valore simbolico assume? È uno sfondo o un personaggio? Diciamo che e un personaggio. Speriamo non sia troppo rumoroso come interprete. Hai lavorato con un cast molto eterogeneo. Qual è stata la sfida più grande nel guidare gli attori dentro un equilibrio così sottile tra grottesco e tragedia? La cosa più difficile é stata adattare il testo. I ragazzi sono stati bravissimi a seguirmi in tutto e per tutto. Chi lavora con me di base si trova a fidarsi totalmente senza riserve. Bravi loro. Davvero li ringrazio di cuore. Tutti. Il gesto del “dito medio” diventa qui una metafora potente. È una ribellione, una resa o un atto disperato di identità? E quanto ci riconosciamo tutti in quel gesto? Il dito medio che fa il nostro Guglielmo è l ultimo atto possibile prima del “crollo”. É l’unica cosa possibile per tornare alla domanda. L’unica cosa che può fare Guglielmo è mandare tutto affanculo. Alla fine, non resta il crimine. Non resta neppure il denaro. Resta una sensazione più sottile, più disturbante: che la follia non sia un’eccezione, ma un sistema. Che il protagonista non sia diverso da noi, ma solo più esposto, più fragile, più onesto nel suo crollo. E quel gesto finale — un dito medio al mondo — non è solo ribellione. Non è solo resa. È forse l’ultimo linguaggio possibile per chi ha compreso troppo tardi di essere rimasto intrappolato. In un gioco che non ha mai scelto davvero.



