Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere all’altezza: più veloci, più brillanti, più performanti. Un tempo in cui il fallimento viene nascosto, la fragilità censurata, la frustrazione vissuta quasi come una colpa personale. Eppure è proprio dentro quei momenti di arresto, di dolore, di limite, che spesso nasce la possibilità più autentica di crescere.
In questa intervista si affrontano temi urgenti e profondamente contemporanei: il rapporto tra giovani e sofferenza emotiva, il peso della cultura della performance, il ruolo degli adulti, dei social, dell’arte e dell’ascolto. Un dialogo che invita a guardare la frustrazione non come un nemico da eliminare, ma come un passaggio necessario per diventare sé stessi.
Perché educare non significa evitare ai ragazzi ogni caduta, ma insegnare loro ad attraversarla senza sentirsi sbagliati.
Ne parliamo con l’ideatrice del talk la giornalista Gaia Terzulli.

Nel talk si parla della frustrazione come di un’emozione necessaria alla crescita. Secondo lei quando abbiamo iniziato culturalmente a considerare il limite come qualcosa da eliminare invece che da attraversare?
Il superamento del limite è una tensione connaturata all’essere umano dagli albori della storia. Pensiamo al mito, che per gli antichi interpretava la realtà e i suoi fenomeni come oggi fanno filosofi, sociologi e analisti: per fuggire dal labirinto di Creta, Icaro e il padre Dedalo fabbricano delle ali e utilizzano la cera per attaccarle ai propri corpi. Dedalo mette in guardia il figlio dal non volare troppo vicino al sole, ma Icaro è accecato dalla hybris – che in italiano traduciamo con “superbia” – e trasgredisce. Le sue ali si sciolgono e precipita in mare, morendo.
Questa tensione a violare i confini della nostra stessa specie ha sfidato i millenni. Con la rivoluzione scientifica del XVII secolo e poi l’Illuminismo, l’uomo non guardava più la natura come entità sacra e inviolabile, ma cominciava a dominarla attraverso la tecnica. Un processo che, mutatis mutandis, vediamo anche oggi nell’era digitale. Il progressivo travaso del reale nel virtuale ci ha resi sempre più “spettatori” delle vite altrui anziché artefici delle nostre. Ecco quindi il confronto continuo, l’ossessione imitativa che i social e gli algoritmi hanno saputo intercettare, deviando la nostra inclinazione naturale a emulare verso il performare a tutti i costi. Illudendoci di poterlo davvero fare.
Non esiste prestazione che non sia nata tentativo, errore. È quello che chiunque di noi ha imparato a scuola e nello sport, dove il brutto voto o la gara andata male sono fondamentali per capire su cosa lavorare. La cultura della performance ha stravolto tutto questo e noi adulti abbiamo il dovere di tornare a parlare dei limitie degli errori come di benedizioni per i nostri ragazzi.
Quanto l’arte può diventare uno spazio sicuro in cui i giovani imparano a dare un nome alla rabbia, al fallimento e alla paura?
L’arte può essere la salvezza per i ragazzi, purché li riporti alla vita, non al suo liofilizzato che sono i social. Penso al teatro, che finalmente è entrato nelle scuole di ogni ordine e grado: rappresentare storie di altri, chiedere ai ragazzi di incarnare i drammi di personaggi della storia o della letteratura può aiutarli a ri-conoscersi e a liberarsi dall’ansia di un fardello senza nome, come la frustrazione.
Personalmente faccio il tifo perché i giovani tornino a scrivere a mano, a inventare storie, a sublimare le emozioni che nella scrittura trovano una casa accogliente, uno spazio privo di giudizio e pieno di luce che dica loro “Tu esisti, sei necessaria, anche quando fai male”.

Decisamente troppo. Oggi assistiamo all’imporsi quasi incontrastato del paradigma: “esisto in quanto sono performante”, cioè del fare, pur di apparire. Ma tutto questo ci sta allontanando dall’essere, che è la nostra vera ricchezza. Platone lo dice chiaramente nell’Apologia di Socrate: “Non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di nessun’altra cosa prima e con maggiore impegno che dell’anima, in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, in privato e in pubblico”.
Quanto può diventare pericoloso un dolore che non trova parole né adulti disposti ad ascoltarlo davvero?
Può diventare molto pericoloso. Lo vediamo ormai quotidianamente. La violenza è diventata un linguaggio per i giovani e questo anche perché noi adulti non siamo stati capaci di dare loro dei limiti. Ecco il senso del sottotitolo del talk, “Imparare a stare tra impulso e limite”: se non impariamo a governare gli istinti, a tenere il timone delle emozioni, facciamo del male a noi stessi prima che agli altri. Un impulso non contenuto diventa aggressione, un desiderio non allenato all’attesa è ossessione. Non bastano le famiglie per insegnarlo ai ragazzi: occorre che si alleino con scuole, educatori e terapeuti, perché la psiche è come un giardino: fecondo, quando ne abbiamo cura, infesto se lo lasciamo divorare dalle erbacce.
Lei crede che gli adulti abbiano perso autorevolezza o piuttosto la capacità di entrare autenticamente in relazione con il mondo emotivo degli adolescenti?
Credo che abbiano smesso di esercitare entrambe. L’autorità è preziosa – non dimentichiamoci che la parola deriva dal latino augeo, “far crescere”, che non ha nulla a che fare con l’imposizione della forza – perché disciplina gli istinti e li incanala in un tracciato chiaro, che diventa, appunto, il nostro percorso di crescita. L’autorità va difesa, a tutti i livelli, e uno dei drammi del nostro tempo è che i suoi presìdi sono costantemente sotto attacco. Pensiamo alla scuola: gli insegnanti non sono più liberi di esercitare il loro ruolo, valutare, perché c’è sempre un genitore pronto a battere i pugni fuori dall’aula. I ragazzi lo vedono e imparano a imitarlo.
D’altro canto, gli adulti hanno sempre meno tempo e voglia di stare con i ragazzi. C’è una disabitudine alla condivisione di parole, stati d’animo, momenti, che amplia il divario generazionale e produce estraneità perfino tra genitori e figli. Paradossalmente, una madre sa in tempo reale se un figlio ha preso un brutto voto a scuola e ha il cronoprogramma di tutti i suoi pomeriggi, ma ignora che il ragazzo si confidi con un Chatbot, anziché con un amico.
Se dovesse lasciare un messaggio ai ragazzi che vivono la frustrazione come una sconfitta personale e non come una tappa della crescita, quale sarebbe?
Direi: “Innamoratevi delle vostre ferite”, perché sono la misura degli sforzi che state facendo per arrivare al traguardo. E ricordatevi che la frustrazione non è mai vana: vi ri-genera, vi riporta alla vita con uno slancio nuovo. Abbiate la pazienza di attraversarla. Tenete in mano le sue spine per il tempo necessario. Imparerete a non aver paura di soffrire e a riconoscere la Bellezza.
Considerazioni finali
Concludendo l’intervista potremmo riflettere sul fatto che, forse, il vero problema del nostro tempo non è che i ragazzi soffrano, ma che siano sempre più soli nel dare un senso a quella sofferenza. Abbiamo costruito una società che celebra il risultato e teme l’attesa, che espone continuamente alla competizione ma educa sempre meno alla resilienza emotiva.
Eppure la crescita passa inevitabilmente attraverso il limite, l’errore, la delusione. Nessuna identità si forma senza attraversare il dubbio, nessuna maturità nasce evitando il dolore. Per questo servono adulti presenti, autorevoli, capaci di ascoltare senza giudicare e di restare accanto anche quando le emozioni fanno paura.
Ai ragazzi forse andrebbe detto proprio questo: non siete sbagliati perché soffrite. Le ferite non sono il contrario della forza, ma spesso il luogo da cui la forza nasce. E imparare a stare dentro la frustrazione, senza esserne travolti, è una delle forme più profonde di libertà.
Credit photo by Augusto Lucignani









