In un tempo in cui la realtà sembra sempre più intrecciarsi con il racconto che ne facciamo, la politica, l’arte e la vita quotidiana condividono uno stesso spazio narrativo, fatto di scelte, conflitti e responsabilità. Questa intervista nasce dall’urgenza di interrogarsi su quel confine sottile tra finzione e potere, tra immaginazione e decisione concreta, che attraversa il testo Lieto fine. Un dialogo che esplora il ruolo della scrittura e del teatro come strumenti per leggere il presente, ma anche per provare a riscriverlo.

Nel suo testo, la stanza del potere e quella della scrittura si sovrappongono: quanto crede che oggi la politica sia, in fondo, una forma di narrazione capace di determinare la realtà?

Credo che oggi, in molti casi, la politica abbia rinunciato a ragionare sul bene comune, della polis appunto, e si sia ridotta a sterili contrapposizioni che vivono solo grazie a false narrazioni manipolative, con la complicità dei media. Tuttavia, l’associazione tra la stanza del potere e quella della scrittura, nel testo, nasce dall’interrogarsi su quanto sia necessario depersonalizzare l’umanità per prendere decisioni di morte. Chi scrive gioca con la vita e la morte dei propri personaggi continuamente, ma ben consapevole del fatto che sono, per l’appunto, personaggi. Cosa accade quando dei creativi entrano nella stanza dei bottoni e si ritrovano a che fare con persone vere?

“Lieto fine” nasce in un contesto di “guerra a pezzi”: quanto il presente storico ha influenzato la scrittura e quanto invece ha sentito il bisogno di distaccarsene per immaginare alternative?

Lo spunto per la scrittura è stato senz’altro il presente. Dopodiché, ho cercato di astrarmi e universalizzare il più possibile; sono più interessata all’aspetto metaforico della realtà che alla realtà nuda e cruda. Tanto che il tono dello spettacolo è più quello della commedia che del dramma.

Le due sorelle protagoniste portano in scena conflitti intimi, familiari, quasi speculari a quelli geopolitici: è più difficile immaginare la pace tra nazioni o tra persone che si sono amate?

Credo che vadano di pari passo, l’essere umano è sempre quello e la pace passa in ogni caso, necessariamente, per l’empatia e il perdono. Tuttavia, ciò a cui assistiamo oggi, e qui ci ricolleghiamo alla prima domanda, è che, a noi tutti che non abitiamo la stanza del potere, è difficile comprendere il confine tra l’incapacità dei popoli di fare il primo passo e gli interessi economici o personalistici di chi li governa.

C’è un elemento potentissimo nel testo: il “bottone rosso”. È una metafora della distruzione o, paradossalmente, anche della responsabilità creativa?

Penso sia metafora della responsabilità di ogni tipo, politica, creativa, personale. Rappresenta il “cupio dissolvi” che in alcuni momenti può appartenere a chiunque, su scale di grandezza diverse.

Il teatro qui diventa una sorta di writing room del mondo: crede davvero che l’atto creativo possa essere una forma di resistenza concreta, capace di incidere sulla realtà?

Credo sia l’unica forma di resistenza possibile e anche quella che può lavorare più in profondità e con risultati più duraturi, anche se magari non immediatamente visibili.

La domanda che attraversa tutta l’opera è forse la più inquietante: oggi, nella nostra società, esiste ancora un “lieto fine” possibile… o dobbiamo riscriverne completamente il significato?

Il problema è che, in presenza di un conflitto, che sia tra nazioni o individui o personaggi, raramente il lieto fine riguarda tutti: qualcuno vince e qualcuno perde. Anche il famoso “Tutti vissero felici e contenti” riguarda solo i protagonisti della storia, non gli antagonisti. Biancaneve e il principe vissero felici e contenti, la regina cattiva no. In un romanzo, in un film o in uno spettacolo funziona, il lettore/spettatore empatizza con il protagonista e può gioire per il suo lieto fine. Ma nella vita reale ciascuna delle parti in causa si sente protagonista e vive l’altra parte come antagonista; dunque, è tutto un po’ più complicato.

 

In un’epoca in cui la narrazione non si limita più a raccontare il mondo ma contribuisce a costruirlo, Lieto fine si impone come una riflessione lucida e necessaria sul rapporto tra potere, responsabilità e immaginazione. Attraverso il linguaggio del teatro e della metafora, l’opera ci ricorda quanto ogni scelta — politica, creativa o personale — possa trasformarsi in un “bottone rosso”, capace di generare distruzione o cambiamento. Forse il vero lieto fine, oggi, non è qualcosa da attendere passivamente, ma un significato nuovo da riscrivere con coraggio, empatia e consapevolezza. Perché, in fondo, il futuro resta sempre una storia ancora da raccontare.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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