C’è un momento, prima che le luci si accendano e le voci si intreccino, in cui il silenzio pesa più delle parole. È il momento in cui il crimine smette di essere cronaca e diventa domanda. Chi siamo quando nessuno ci guarda? E cosa accade quando la mente si spezza, scivolando oltre il confine invisibile della razionalità?
A Lazise, sulle rive immobili del lago, questo confine verrà attraversato.
E tra i protagonisti di questo viaggio dentro l’ombra c’è un uomo che da anni osserva l’abisso senza mai distogliere lo sguardo: il Criminologo Investigativo Forense Criminal Profiler Gianni Spoletti, uno dei massimi esperti Italiani nell’analisi sulla scena del crimine, già appartenente alle forze dell’ordine.

Lo incontriamo qui, nel cuore di “Storie di giudiziaria follia”.
Non per cercare risposte semplici. Ma per imparare a sostenere il peso delle domande. Insieme a lui due compagni di viaggio: Albina Perri, direttore del settimanale Giallo e Andrea Tosatto, psicologo e volto noto televisivo.
Dottor Spoletti, partiamo da qui: “giudiziaria follia”. È un’espressione potente, quasi disturbante. Cosa significa davvero?
Significa entrare in una zona grigia. Non è solo follia clinica, né solo crimine. È l’incontro tra una mente alterata e un sistema che deve giudicarla. Il punto è che la giustizia cerca certezze… mentre la mente umana offre solo complessità.

Lei studia da anni il comportamento criminale. C’è un momento preciso in cui una persona “oltrepassa” il limite?
Non esiste un momento unico. È un processo. Una somma di fratture: emotive, relazionali, identitarie. A volte invisibili. Il gesto criminale è solo l’ultimo atto di una storia che nessuno ha ascoltato abbastanza.
Nel suo lavoro, quanto pesa la responsabilità individuale quando entra in gioco la fragilità psichica?
È il nodo centrale. La legge chiede: “era capace di intendere e di volere?”. Ma la realtà è più sfumata. Ci sono persone che comprendono il loro gesto… ma non riescono a fermarlo. E lì nasce il conflitto tra giustizia e comprensione.

C’è un caso, senza entrare nei dettagli, che l’ha segnata più di altri?
Quelli in cui la violenza nasce dentro relazioni intime. Quando il carnefice e la vittima condividono amore, storia, quotidianità. È lì che la follia giudiziaria diventa più difficile da accettare. Perché ci riguarda tutti.
Viviamo in una società che spesso semplifica: “mostro”, “pazzo”, “colpevole”. Quanto è pericolosa questa narrazione?
Molto. Perché ci illude di essere diversi. Di essere al sicuro. Ma il crimine non è un fenomeno alieno: è umano. Comprenderlo non significa giustificarlo, ma evitare di ripeterlo.
Cosa si porterà il pubblico a casa da questo evento?
Spero un dubbio. Perché il dubbio è l’inizio della consapevolezza. E forse anche una maggiore capacità di ascoltare ciò che non viene detto.
Se dovesse lasciare una frase, una sola, a chi verrà ad ascoltarla?
“La verità non è mai comoda, ma è sempre necessaria”.

Le luci si abbassano, le voci si dissolvono, ma qualcosa resta. Resta quella sensazione sottile, quasi inquieta, che il male non sia un’eccezione… ma una possibilità.
“Storie di giudiziaria follia” non è solo un evento.
È uno specchio. E in quello specchio non vediamo solo chi ha sbagliato. Vediamo anche le crepe del sistema, i silenzi della società, le fragilità che ignoriamo ogni giorno.
Gianni Spoletti non offre consolazione. Offre consapevolezza. E forse è proprio questo il vero coraggio: non distogliere lo sguardo.









