C’è una generazione che cresce con il peso silenzioso delle aspettative. Una generazione educata a performare, a dimostrare, a meritarsi continuamente uno spazio nel mondo. In questo spettacolo, il palco diventa il luogo in cui ambizione, fragilità e solitudine si intrecciano in modo feroce e autentico. Attraverso parole taglienti, confessioni intime e un linguaggio che oscilla tra ironia e dolore, prende forma il ritratto di chi sogna in grande ma spesso si ritrova a fare i conti con il vuoto, con il giudizio e con la paura di non essere abbastanza. “Distinti saluti” racconta il burnout attraversando ironia, slam poetry e confessione intima. Quanto c’è di autobiografico in questo percorso emotivo e quanto invece appartiene a una generazione intera che oggi fatica a sentirsi all’altezza delle aspettative? Per me, il processo di scrittura di uno spettacolo può nascere solo da qualcosa che mi brucia dentro personalmente. Se dovessi affrontare un tema che non mi tocca davvero, ma che semplicemente mi interessa, probabilmente finirei per scrivere un saggio, non uno spettacolo teatrale. Quindi sì, nel testo c’è sicuramente una componente autobiografica, ma questo non esclude anche una dimensione generazionale. Scrivendo e portando in scena lo spettacolo, ho scoperto che molti altri giovani provavano le stesse cose che provavo io. Nel vostro monologo compare una “Commissione fantasma”, silenziosa ma capace di decidere il destino dell’artista. Questa figura rappresenta solo il sistema dello spettacolo o anche il giudizio sociale che molti giovani sentono costantemente addosso? Abbiamo scelto volutamente di non attribuire un nome a questa fantomatica “Commissione”, così che il pubblico potesse identificarla liberamente con chi desiderasse: una Commissione universitaria o artistica, un datore di lavoro, il giudizio sociale, eccetera. Avete scelto una scena quasi spoglia, fatta di pochi oggetti-simbolo e di molto buio. Come nasce questa essenzialità scenica e che ruolo ha nel creare il senso di solitudine, pressione e disincanto che attraversa lo spettacolo? Una pedana-piedistallo, una sedia ergonomica e un grande buio attorno alla performer: abbiamo scelto tre elementi semplici e funzionali (oltre che facilmente trasportabili) per rappresentare l’ambizione, lo stakanovismo e la solitudine di chi sogna in grande ma resta confinato in camera sua. Il palco è illuminato solamente da coni di luce, come a esaltare la sensazione di una performance continua e, allo stesso tempo, di un isolamento alienante nella propria bolla. Il resto è affidato alla parola, che a colpi di poetry slam, autoironia e struggente confessione porta lo spettatore nei meandri più bui di una generazione cresciuta a suon di “Se vuoi, puoi”. Il finale parla di liberazione attraverso “un piccolo sogno quotidiano”, e non attraverso il mito del grande successo. È anche una critica alla cultura contemporanea della performance e dell’iperrealizzazione personale? Senza dubbio. A forza di essere educati a guardare lontano, stiamo perdendo la capacità di apprezzare ciò che già abbiamo e che ci rende felici. A forza di essere spinti a pensare in grande, stiamo disimparando la gioia delle piccole cose. Una sorta di presbiopia sociale e generazionale. Lo spettacolo non offre risposte definitive, ma lascia una domanda sospesa: quanto ci stiamo perdendo mentre rincorriamo continuamente qualcosa di più grande? Forse la vera rivoluzione, oggi, è recuperare il diritto alla semplicità, alla misura umana, alla felicità delle piccole cose. In un tempo che ci vuole sempre performanti, vincenti e straordinari, fermarsi ad ascoltare la propria vulnerabilità può diventare l’atto più coraggioso di tutti.
Storie di giudiziaria follia
C’è un momento, prima che le luci si accendano e le voci si intreccino, in cui il silenzio pesa più delle parole. È il momento in cui il crimine smette di essere cronaca e diventa domanda. Chi siamo quando nessuno ci guarda? E cosa accade quando la mente si spezza, scivolando oltre il confine invisibile della razionalità? A Lazise, sulle rive immobili del lago, questo confine verrà attraversato. E tra i protagonisti di questo viaggio dentro l’ombra c’è un uomo che da anni osserva l’abisso senza mai distogliere lo sguardo: il Criminologo Investigativo Forense Criminal Profiler Gianni Spoletti, uno dei massimi esperti Italiani nell’analisi sulla scena del crimine, già appartenente alle forze dell’ordine. Lo incontriamo qui, nel cuore di “Storie di giudiziaria follia”. Non per cercare risposte semplici. Ma per imparare a sostenere il peso delle domande. Insieme a lui due compagni di viaggio: Albina Perri, direttore del settimanale Giallo e Andrea Tosatto, psicologo e volto noto televisivo. Dottor Spoletti, partiamo da qui: “giudiziaria follia”. È un’espressione potente, quasi disturbante. Cosa significa davvero? Significa entrare in una zona grigia. Non è solo follia clinica, né solo crimine. È l’incontro tra una mente alterata e un sistema che deve giudicarla. Il punto è che la giustizia cerca certezze… mentre la mente umana offre solo complessità. Lei studia da anni il comportamento criminale. C’è un momento preciso in cui una persona “oltrepassa” il limite? Non esiste un momento unico. È un processo. Una somma di fratture: emotive, relazionali, identitarie. A volte invisibili. Il gesto criminale è solo l’ultimo atto di una storia che nessuno ha ascoltato abbastanza. Nel suo lavoro, quanto pesa la responsabilità individuale quando entra in gioco la fragilità psichica? È il nodo centrale. La legge chiede: “era capace di intendere e di volere?”. Ma la realtà è più sfumata. Ci sono persone che comprendono il loro gesto… ma non riescono a fermarlo. E lì nasce il conflitto tra giustizia e comprensione. C’è un caso, senza entrare nei dettagli, che l’ha segnata più di altri? Quelli in cui la violenza nasce dentro relazioni intime. Quando il carnefice e la vittima condividono amore, storia, quotidianità. È lì che la follia giudiziaria diventa più difficile da accettare. Perché ci riguarda tutti. Viviamo in una società che spesso semplifica: “mostro”, “pazzo”, “colpevole”. Quanto è pericolosa questa narrazione? Molto. Perché ci illude di essere diversi. Di essere al sicuro. Ma il crimine non è un fenomeno alieno: è umano. Comprenderlo non significa giustificarlo, ma evitare di ripeterlo. Cosa si porterà il pubblico a casa da questo evento? Spero un dubbio. Perché il dubbio è l’inizio della consapevolezza. E forse anche una maggiore capacità di ascoltare ciò che non viene detto. Se dovesse lasciare una frase, una sola, a chi verrà ad ascoltarla? “La verità non è mai comoda, ma è sempre necessaria”. Le luci si abbassano, le voci si dissolvono, ma qualcosa resta. Resta quella sensazione sottile, quasi inquieta, che il male non sia un’eccezione… ma una possibilità. “Storie di giudiziaria follia” non è solo un evento. È uno specchio. E in quello specchio non vediamo solo chi ha sbagliato. Vediamo anche le crepe del sistema, i silenzi della società, le fragilità che ignoriamo ogni giorno. Gianni Spoletti non offre consolazione. Offre consapevolezza. E forse è proprio questo il vero coraggio: non distogliere lo sguardo.
“Arezzo, terra di grandi”: il cuore dell’inclusione premia il Dottor Alberto Brandi Intervista-racconto in occasione del premio alle eccellenze del territorio
Ci sono premi che celebrano il successo. E poi ci sono premi che celebrano l’anima. Il prossimo 10 giugno, nello storico scenario del Teatro Petrarca di Arezzo, andrà in scena una serata speciale: “Arezzo, la Terra dei Grandi”, l’evento ideato dalla società calcistica Olmoponte Santa Firmina per premiare le eccellenze del territorio e, al tempo stesso, raccogliere fondi per un obiettivo concreto e pieno di significato: acquistare un pulmino per i ragazzi del progetto inclusivo Calcio Champagne e del Dream Team. Tra i protagonisti della serata, accanto ad artisti e sportivi di grande rilievo, ci sarà anche il Dottor Alberto Brandi, veterinario stimato e professionista che, con la sua umanità e il suo impegno, rappresenta una delle eccellenze del territorio aretino. Un riconoscimento che va oltre la professione. Perché, in fondo, chi cura con amore… lascia un’impronta. Dottor Brandi, cosa significa per lei ricevere il premio “Arezzo, la Terra dei Grandi”? “Ricevere un premio è sempre motivo di emozione, ma quando arriva dalla propria terra assume un valore ancora più profondo. Castiglion Fiorentino è il luogo delle mie radici, del mio lavoro, delle persone che incontro ogni giorno. Sapere che il mio impegno venga riconosciuto in una serata così importante e con una finalità sociale così forte, mi onora enormemente”. Lei è conosciuto e apprezzato come veterinario. Quanto conta, nel suo lavoro, la componente umana oltre a quella professionale? “Conta tantissimo. Curare un animale significa anche prendersi cura della famiglia che gli sta accanto. Gli animali sono parte integrante della nostra vita affettiva. Il veterinario non si occupa solo della salute fisica, ma entra in una dimensione emotiva molto delicata. Servono competenza, certo, ma anche ascolto, sensibilità ed empatia”. Quest’anno il premio si lega a una realtà straordinaria come quella dell’Olmoponte Santa Firmina e dei progetti “Calcio Champagne” e “Dream Team”. Conosce questa iniziativa? “Ne ho sentito parlare e trovo sia meravigliosa. Lo sport può essere una forma potentissima di terapia, di inclusione, di crescita e di libertà. Sapere che ragazzi con difficoltà cognitive, molti dei quali autistici, possano vivere il calcio come veri tesserati FIGC, come atleti a tutti gli effetti, è qualcosa di straordinario. È una rivoluzione culturale prima ancora che sportiva”. Da cinque o sei ragazzi agli attuali cinquanta: una crescita che racconta un piccolo miracolo sociale… “Sì, e i miracoli non avvengono mai per caso. Dietro c’è visione, sacrificio, amore e tanto lavoro. Quando una società sportiva decide di andare oltre il risultato e di investire nell’essere umano, accadono cose incredibili. Questi ragazzi insegnano più di quanto ricevono”. Durante la serata saranno proprio loro i protagonisti: pittori, musicisti, cantanti, attori, presentatori… “Ed è bellissimo. Perché troppo spesso si guarda solo al limite e non al talento. Invece ogni persona ha dentro un dono. Dare spazio a questi ragazzi significa dare voce alla loro unicità. E credo che quella sera saranno loro a regalare emozioni autentiche a tutti”. Tra gli ospiti attesi ci saranno grandi nomi come Ciccio Graziani, Roberto Fabbriciani, Mario Cassi e persino un videomessaggio di Fiorello. Quanto è importante che personaggi noti sostengano queste iniziative? “È fondamentale. La notorietà, quando viene messa al servizio di cause nobili, può amplificare messaggi importanti. Può attirare attenzione, sensibilizzare, aiutare concretamente. Ma soprattutto può accendere una luce su realtà che meritano di essere conosciute”. Accetterà il premio? “Con grande gratitudine e con emozione. E soprattutto con il desiderio di conoscere personalmente questi ragazzi e stringere la mano a chi ha reso possibile tutto questo. Sarà un onore esserci”. La serata del 10 giugno non sarà soltanto un evento. Sarà un abbraccio collettivo. Sarà il racconto di una città che sceglie di premiare il talento, la solidarietà e l’inclusione. Sarà il momento in cui lo sport incontrerà l’arte, la musica, il sociale e il cuore. E in quel cuore, tra le eccellenze premiate, batterà anche il nome del Dottor Alberto Brandi. Un uomo che, curando gli animali, ha saputo curare anche il legame più profondo tra sensibilità e professione. Perché Arezzo è davvero terra di grandi. Ma, forse, ancora di più… terra di grandi anime.
Lieto Fine
In un tempo in cui la realtà sembra sempre più intrecciarsi con il racconto che ne facciamo, la politica, l’arte e la vita quotidiana condividono uno stesso spazio narrativo, fatto di scelte, conflitti e responsabilità. Questa intervista nasce dall’urgenza di interrogarsi su quel confine sottile tra finzione e potere, tra immaginazione e decisione concreta, che attraversa il testo Lieto fine. Un dialogo che esplora il ruolo della scrittura e del teatro come strumenti per leggere il presente, ma anche per provare a riscriverlo. Nel suo testo, la stanza del potere e quella della scrittura si sovrappongono: quanto crede che oggi la politica sia, in fondo, una forma di narrazione capace di determinare la realtà? Credo che oggi, in molti casi, la politica abbia rinunciato a ragionare sul bene comune, della polis appunto, e si sia ridotta a sterili contrapposizioni che vivono solo grazie a false narrazioni manipolative, con la complicità dei media. Tuttavia, l’associazione tra la stanza del potere e quella della scrittura, nel testo, nasce dall’interrogarsi su quanto sia necessario depersonalizzare l’umanità per prendere decisioni di morte. Chi scrive gioca con la vita e la morte dei propri personaggi continuamente, ma ben consapevole del fatto che sono, per l’appunto, personaggi. Cosa accade quando dei creativi entrano nella stanza dei bottoni e si ritrovano a che fare con persone vere? “Lieto fine” nasce in un contesto di “guerra a pezzi”: quanto il presente storico ha influenzato la scrittura e quanto invece ha sentito il bisogno di distaccarsene per immaginare alternative? Lo spunto per la scrittura è stato senz’altro il presente. Dopodiché, ho cercato di astrarmi e universalizzare il più possibile; sono più interessata all’aspetto metaforico della realtà che alla realtà nuda e cruda. Tanto che il tono dello spettacolo è più quello della commedia che del dramma. Le due sorelle protagoniste portano in scena conflitti intimi, familiari, quasi speculari a quelli geopolitici: è più difficile immaginare la pace tra nazioni o tra persone che si sono amate? Credo che vadano di pari passo, l’essere umano è sempre quello e la pace passa in ogni caso, necessariamente, per l’empatia e il perdono. Tuttavia, ciò a cui assistiamo oggi, e qui ci ricolleghiamo alla prima domanda, è che, a noi tutti che non abitiamo la stanza del potere, è difficile comprendere il confine tra l’incapacità dei popoli di fare il primo passo e gli interessi economici o personalistici di chi li governa. C’è un elemento potentissimo nel testo: il “bottone rosso”. È una metafora della distruzione o, paradossalmente, anche della responsabilità creativa? Penso sia metafora della responsabilità di ogni tipo, politica, creativa, personale. Rappresenta il “cupio dissolvi” che in alcuni momenti può appartenere a chiunque, su scale di grandezza diverse. Il teatro qui diventa una sorta di writing room del mondo: crede davvero che l’atto creativo possa essere una forma di resistenza concreta, capace di incidere sulla realtà? Credo sia l’unica forma di resistenza possibile e anche quella che può lavorare più in profondità e con risultati più duraturi, anche se magari non immediatamente visibili. La domanda che attraversa tutta l’opera è forse la più inquietante: oggi, nella nostra società, esiste ancora un “lieto fine” possibile… o dobbiamo riscriverne completamente il significato? Il problema è che, in presenza di un conflitto, che sia tra nazioni o individui o personaggi, raramente il lieto fine riguarda tutti: qualcuno vince e qualcuno perde. Anche il famoso “Tutti vissero felici e contenti” riguarda solo i protagonisti della storia, non gli antagonisti. Biancaneve e il principe vissero felici e contenti, la regina cattiva no. In un romanzo, in un film o in uno spettacolo funziona, il lettore/spettatore empatizza con il protagonista e può gioire per il suo lieto fine. Ma nella vita reale ciascuna delle parti in causa si sente protagonista e vive l’altra parte come antagonista; dunque, è tutto un po’ più complicato. In un’epoca in cui la narrazione non si limita più a raccontare il mondo ma contribuisce a costruirlo, Lieto fine si impone come una riflessione lucida e necessaria sul rapporto tra potere, responsabilità e immaginazione. Attraverso il linguaggio del teatro e della metafora, l’opera ci ricorda quanto ogni scelta — politica, creativa o personale — possa trasformarsi in un “bottone rosso”, capace di generare distruzione o cambiamento. Forse il vero lieto fine, oggi, non è qualcosa da attendere passivamente, ma un significato nuovo da riscrivere con coraggio, empatia e consapevolezza. Perché, in fondo, il futuro resta sempre una storia ancora da raccontare.
Fargo
Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate: si insinuano. Scivolano sotto la pelle, si annidano nei silenzi, si fanno spazio tra ciò che vediamo e ciò che scegliamo di non vedere. “Fargo” non è solo un cult firmato da Ethan Coen e Joel Coen. È un territorio emotivo, un paesaggio gelido dove l’assurdo diventa normalità e la follia si muove in punta di piedi. In questa intervista, Carraro Moda non racconta semplicemente una riscrittura. Racconta una frattura. Un gesto creativo che tradisce per restare fedele, che taglia per far emergere, che sposta il fuoco per illuminare ciò che, spesso, resta ai margini. È lì, nel non detto, che questa visione prende forma. “Fargo” dei fratelli Ethan Coen e Joel Coen è un cult intriso di ironia nera e assurdo. Nella tua riscrittura, qual è stato l’elemento che hai sentito più urgente tradire… o proteggere? Ho tradito sicuramente la sceneggiatura omettendo alcune parti e dando importanza a parti magari considerate marginali. Ho rispettato il senso di assurdo che trasuda in ogni battuta. La tua regia sembra scavare nel “non detto” del protagonista. Che tipo di follia ti interessava raccontare: quella visibile o quella silenziosa che si consuma dentro? Il nostro protagonista é molto vicino alla messa in scena dei Coen. Di certo per quanto mi riguarda quello che ho provato a evidenziare é la “follia” che si scatena intorno a lui. Lui subisce un po’ tutto il peso della situazione. Il denaro, in questa storia, è più di un movente: è quasi un detonatore psicologico. Secondo te, cosa rappresenta oggi il denaro nella mente dell’“uomo medio” contemporaneo? A questa domanda veramente non so cosa dire. La società a mio modo di vedere é impostata da millenni in maniera “folle” per tornare alla domanda di prima. Sono uno dei pochi che conosco che se ne frega del denaro che poi non può farlo fino in fondo senza cadere nella ragnatela societaria. Il denaro é “tutto”. Per tutti sempre e comunque. Ma la colpa risale a molto tempo fa noi siamo solo vittime. La neve in Fargo è iconica: fredda, immobile, quasi anestetizzante. Nel tuo adattamento, che valore simbolico assume? È uno sfondo o un personaggio? Diciamo che e un personaggio. Speriamo non sia troppo rumoroso come interprete. Hai lavorato con un cast molto eterogeneo. Qual è stata la sfida più grande nel guidare gli attori dentro un equilibrio così sottile tra grottesco e tragedia? La cosa più difficile é stata adattare il testo. I ragazzi sono stati bravissimi a seguirmi in tutto e per tutto. Chi lavora con me di base si trova a fidarsi totalmente senza riserve. Bravi loro. Davvero li ringrazio di cuore. Tutti. Il gesto del “dito medio” diventa qui una metafora potente. È una ribellione, una resa o un atto disperato di identità? E quanto ci riconosciamo tutti in quel gesto? Il dito medio che fa il nostro Guglielmo è l ultimo atto possibile prima del “crollo”. É l’unica cosa possibile per tornare alla domanda. L’unica cosa che può fare Guglielmo è mandare tutto affanculo. Alla fine, non resta il crimine. Non resta neppure il denaro. Resta una sensazione più sottile, più disturbante: che la follia non sia un’eccezione, ma un sistema. Che il protagonista non sia diverso da noi, ma solo più esposto, più fragile, più onesto nel suo crollo. E quel gesto finale — un dito medio al mondo — non è solo ribellione. Non è solo resa. È forse l’ultimo linguaggio possibile per chi ha compreso troppo tardi di essere rimasto intrappolato. In un gioco che non ha mai scelto davvero.
Il Manoscritto
Ci sono opere che si limitano a essere raccontate, e altre che accadono dentro chi le attraversa. Il Manoscritto appartiene a questa seconda categoria: non è soltanto un testo, né una semplice esperienza teatrale, ma un varco. Un confine sottile tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo, tra realtà e percezione, tra coscienza e inconscio. In questa intervista entriamo nel cuore creativo di uno spettacolo che sembra muoversi come un miraggio: un viaggio nel deserto che diventa progressivamente un viaggio dentro l’animo umano. Tra suono, immagini e parola, prende forma un racconto che interroga il desiderio, il mistero, la paura e quella tensione irrisolta che ci lega a ciò che non possiamo avere — e che proprio per questo non riusciamo a smettere di desiderare. L’interprete ci accompagna dietro le quinte di questo processo, svelando come un testo possa trasformarsi in esperienza sensoriale e psicologica, e come il teatro, ancora oggi, resti uno spazio in cui la realtà si incrina… e forse si rivela. In Il Manoscritto, il viaggio esterno nel deserto sembra trasformarsi in un viaggio interiore. Quando hai capito che questa storia parlava, in realtà, della coscienza umana? Domanda interessante. Effettivamente, anche se adesso mi pare buffo dirlo, l’ho capito dopo un po’ che frequentavo il testo, brillantemente scritto da BaretMagarian, il quale me l’aveva proposto già nel lontano 2017, in vista di una prima presentazione molto essenziale : per metterlo più compiutamente in scena a Parigi nel 2024, in francese, ho poi deciso di creare una colonna sonora che raccontasse i paesaggi, fisici epsichici, attraversati dal protagonista e, facendo ciò, hocapito che molto di quanto gli succedeva, come spesso capita a tutti noi, era fortemente influenzato dalle sue percezioni soggettive. Ne è emersa una sorta di connessione diretta, scenicamente interessante, se non divertente, tra il manoscritto, inteso come forza creatrice, espressione di un inconscio individuale e collettivo, a volte fantastico, e le azioni, più o meno volontarie, del protagonista. Il protagonista non può aprire il pacco… ma è proprio il divieto a generare il desiderio. Quanto, secondo te, il mistero e la proibizione alimentano le nostre ossessioni più profonde? Molto, direi. D’altronde il desiderio, nella nostra società, è spesso frutto del proibito, se non del peccato. Specienella cultura occidentale, le due cose sono strettamente legate: la mela, come la conoscenza, è buona e succulenta ma non la si deve toccare, né tantomeno mordere. Ciò che fa star bene è da sempre considerato destabilizzante. È il vecchio adagio che connette amore e morte, possente binomio che ha nutrito e nutre ancor’oggi pagine e pagine di letteratura sublime. La notte nel motel diventa una soglia: le percezioni si alterano, la realtà si deforma. Hai lavorato più sulla dimensione psicologica o su quella quasi onirica e allucinata del racconto? Sono partito dal voler dare un volto sonoro alla realtà onirica ed ho velocemente capito che questa diventava laperfetta espressione delle angosce interne e delle emozioni allucinate del protagonista. A livello sonoro e dunque sensoriale le due cose sembravano coincidere, un po’ come capita, in termini questa volta pittorici, nel famoso quadro di Münch, “l’Urlo”. La coscienza prende forma attraverso emozioni crude e disturbanti. C’è un’emozione, tra quelle esplorate nello spettacolo, che ti ha messo maggiormente in difficoltà come interprete? Non so se “messo in difficoltà” sia la parola giusta. Noiattori siamo un po’ come dei pirati; da un punto di vista emotivo è difficile che qualcosa ci spaventi per davvero, in ultimo sappiamo che si tratta di un grande gioco. Però, ora che me lo chiedi, nel testo c’è effettivamente una certa ritrosia, se non una codardia, da parte delprotagonista ad abbandonarsi all’inaspettato, che inizialmente ho fatto fatica ad accettare; poi, trattandosi di un tratto squisitamente umano, ho finito per sentirla anch’essa come necessaria al racconto. La messa in scena è fortemente immersiva, tra suono, luce e proiezioni. Quanto è stato importante il dialogo creativo con artisti come Paolo Ballarini e Robert Hulland per costruire questa dimensione sensoriale? Robert Hulland è un artista digitale e game-designer di grande talento: gli ho proposto di elaborare delle immagini con gli stessi software con cui si creano i video-giochi. L’universo ludico-digitale è un grande palcoscenico virtuale che mi affascina per i suoi potenziali e trovo che un’ibridazione con il mondo analogico del teatro tradizionale, qui solo a tratti citata, sia un tema ricco di grandi potenziali. Idealmente lo spettacolo si presterebbe a evolvere in una vera e propria dimensione di realtà aumentata, che richiede però mezzi decisamente più importanti di quelli che fin qui ho avuto a disposizione. Paolo Ballarini, a cui sono molto grato, è un montatore di grandissima esperienza, formatosi al Centro Sperimentale in tempi ancora analogici, e rappresenta per me la grande tradizione e scuola del cinema italiano, quell’alchimia magica tra suono e immagine, di cui furono autori e scopritori in primis Sergio Leone ed Ennio Morricone. L’autore Baret Magarian è stato accostato a figure come Franz Kafka e Italo Calvino. Tu, entrando nel suo testo, hai percepito più inquietudine esistenziale o più poesia? Io sono un fan della poesia, la cerco dovunque, in generale mi affascina l’idea che si possa usare la tecnica,sia essa retorica, musicale, cinematografica, teatrale, per raccontare una versione più poetica del mondo. La poesia raccoglie in sé il dramma e l’inquietudine esistenziale, elevandoli ad un’esperienza che sa di bellezza. Hai lavorato con maestri come Giorgio Strehler e Luca Ronconi. In questo spettacolo, c’è qualcosa del loro insegnamento che senti di aver portato in scena? Almeno nelle mie intenzioni, e al netto dei mezzi a disposizione, decisamente poveri o “da campo”, c’è tutto della loro preziosa eredità, insieme alla mia enorme gratitudine. Di Luca c’è l’attenzione maniacale al linguaggio, la fiducia nel fatto che un dettato retorico possa avere la stessa valenza di un dettato musicale e, se padroneggiato tecnicamente, possa consentire un’esecuzione del testo tanto classica quanto “jazzata”, com’è in questo caso, dove il paesaggio sonorocontinuativo funziona come la griglia di accordi di un blues , imponendomi di rispettare rigorosamente certi appuntamenti. Di
“Diffidato”: quando raccontare la verità diventa pericoloso
Il monologo-inchiesta di Nello Trocchia Ci sono storie che non vogliono essere raccontate. E poi ci sono giornalisti che scelgono comunque di farlo. “Diffidato” non è solo un titolo. È una condizione. È una minaccia. È un confine sottile tra il diritto di sapere e il rischio di pagare per aver parlato. Un monologo che è un atto di coraggio “Diffidato” è il monologo scritto e portato in scena da Nello Trocchia, uno dei più autorevoli cronisti d’inchiesta italiani nel campo dell’antimafia e del giornalismo investigativo. Non è teatro nel senso tradizionale. È inchiesta viva. Un racconto che nasce sul campo, tra documenti, minacce, silenzi e verità scomode. Un viaggio dentro ciò che spesso resta invisibile: il rapporto tra crimine e potere. Il prezzo della verità Cosa significa raccontare davvero ciò che accade? Qual è il costo umano, professionale, psicologico? “Diffidato” pone domande che disturbano: • Chi paga quando la verità emerge? • Chi tenta di fermarla? • E soprattutto: perché? Nel monologo, Trocchia non si limita a informare. Espone se stesso. Porta sul palco le storie che ha seguito da vicino, le pressioni subite, le linee sottili attraversate ogni giorno da chi fa informazione indipendente. Parole, immagini, suono: un’esperienza immersiva “Diffidato” è costruito come un racconto multimediale: • parole che colpiscono • musica che amplifica l’emozione • video che documentano e rendono tangibile la realtà Il risultato è un’esperienza immersiva, quasi cinematografica, dove il pubblico non osserva soltanto… ma vive. Un giornalista scomodo Nello Trocchia è una voce riconosciuta del giornalismo investigativo italiano: • inviato di Piazzapulita su La7 • collaboratore de Il Fatto Quotidiano • firme su L’Espresso • esperienza anche in Rai Il suo lavoro è sempre stato caratterizzato da una costante: andare oltre la superficie. E questo, spesso, ha un prezzo. Tra libertà e censura “Diffidato” non parla solo di cronaca. Parla di democrazia. Perché dove l’informazione viene ostacolata, intimidita o delegittimata, qualcosa si incrina nel sistema stesso. Questo monologo diventa allora: • una denuncia • una testimonianza • un atto politico, nel senso più alto del termine Il silenzio e il rumore C’è una frase non detta che attraversa tutto lo spettacolo: il silenzio è sempre una scelta. Scegliere di parlare, invece, è un atto di rottura. E chi rompe il silenzio, spesso, viene “diffidato”. Perché vederlo Perché non è solo teatro. È realtà che entra in scena. È uno spettacolo che lascia domande aperte, inquietudini, riflessioni. E forse anche una consapevolezza più profonda del mondo in cui viviamo. 👉 Acquista qui i biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/nello-trocchia-diffidato/
Quando il pensiero diventa spettacolo
La conferenza teatrale di Franco Del Moro e Marcello Foa C’è un momento, raro e prezioso, in cui la parola smette di essere semplice comunicazione e diventa esperienza. È lì che nasce qualcosa di diverso: un incontro tra idee, emozioni e coscienza critica. È esattamente ciò che promette la conferenza teatrale con Franco Del Moro e Marcello Foa, un evento che si colloca a metà strada tra il teatro e il pensiero contemporaneo. Due voci, un unico palcoscenico Da una parte, Franco Del Moro: scrittore, editore, fondatore e direttore del bimestrale Ellin Selae. Un autore che ha fatto della riflessione culturale e della ricerca artistica la sua cifra distintiva. Le sue parole non sono mai solo parole: sono strumenti per interrogare il reale. Dall’altra, Marcello Foa: giornalista, dirigente, autore. Un volto noto del panorama mediatico italiano ed europeo, con un passato da inviato speciale per Il Giornale, la direzione del Corriere del Ticino e la presidenza della RAI tra il 2018 e il 2021. Più recentemente, la sua voce ha accompagnato gli ascoltatori su Rai Radio 1 con Giù la maschera, programma dedicato all’attualità e alla libertà di pensiero. Oltre la conferenza: un’esperienza teatrale Quello che rende questo evento unico è il formato: non una semplice conferenza, ma una conferenza teatrale. Qui il pubblico non è spettatore passivo, ma parte di un viaggio. Le parole si intrecciano con la scena, il ritmo, la presenza. Il pensiero prende corpo. È un format che rompe gli schemi: • non c’è distanza tra palco e platea • non c’è rigidità accademica • c’è, invece, coinvolgimento emotivo e intellettuale Temi che interrogano il presente In un’epoca dominata da velocità, superficialità e informazione frammentata, eventi come questo rappresentano una pausa necessaria. Un invito a fermarsi. A pensare. A dubitare. Del Moro e Foa portano sul palco due prospettive diverse ma complementari: • la dimensione artistica e simbolica • la lettura giornalistica e geopolitica Il risultato è un dialogo che attraversa: • la libertà di espressione • il ruolo dei media • la costruzione della verità • il rapporto tra individuo e società Il fascino della parola viva C’è qualcosa di profondamente umano nel ritrovarsi insieme ad ascoltare, riflettere, lasciarsi provocare. In un mondo digitale, dove tutto scorre e nulla resta, questa conferenza teatrale restituisce alla parola il suo peso originario: quello di creare connessioni reali. Un appuntamento da non perdere Non è solo uno spettacolo. Non è solo un dibattito. È un’esperienza che unisce cultura, informazione e teatro, capace di lasciare tracce anche dopo che le luci si sono spente. 👉 Acquista qui i tuoi biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/franco-del-moro-e-marcello-foa/
Terra–Solaris: il luogo dove i fantasmi imparano a parlare
Ci sono fantasmi che non fanno rumore. Non trascinano catene. Non abitano case abbandonate. Vivono dentro di noi. Sono i rimpianti che non abbiamo mai nominato. Le parole che non abbiamo detto. Le vite che avremmo potuto vivere… e non abbiamo vissuto. È da qui che inizia Terra–Solaris, lo spettacolo di Rick DuFer e Carol Mag. Non da un racconto, ma da una domanda: hai mai davvero ascoltato i tuoi fantasmi? Non è un semplice monologo. È un attraversamento. Le parole si intrecciano con la musica, il pensiero con l’emozione, la filosofia con qualcosa di più fragile e umano: il ricordo. Si cammina tra mondi diversi: • quelli di Solaris, dove i fantasmi prendono forma dai nostri sensi di colpa • quelli del Paradiso dantesco, dove le anime ci costringono ad accettare la realtà • quelli di Gulliver e di Shakespeare, che ci mettono davanti ai nostri limiti Ma il vero luogo del viaggio non è la scena. È dentro. A un certo punto diventa chiaro: i fantasmi non sono entità lontane. Sono presenze intime. Sono ciò che ritorna quando il rumore del mondo si abbassa. Quando restiamo soli. Quando smettiamo di distrarci. Rick DuFer li chiama per nome, li interroga, li espone. Carol Mag li accompagna con la musica, come se ogni nota fosse una porta che si apre. E il pubblico, quasi senza accorgersene, inizia a riconoscerli. La musica in Terra–Solaris non è un sottofondo. È un linguaggio parallelo. Dice quello che le parole non riescono a dire. Accarezza, disturba, risveglia. A volte consola. A volte mette a nudo. È come se ogni suono fosse un ricordo che riaffiora senza chiedere permesso. C’è un momento, nello spettacolo, in cui non si può più fingere. Non si può ridere per alleggerire. Non si può distrarsi. Si resta lì, davanti a sé stessi. E si capisce che il vero coraggio non è evitare i fantasmi. È restare ad ascoltarli. Perché solo attraversandoli si può davvero comprendere qualcosa di sé. Terra–Solaris si muove su un confine sottile: • tra ciò che è stato e ciò che poteva essere • tra ciò che siamo e ciò che temiamo di diventare • tra la vita e quella strana eco che chiamiamo memoria È uno spettacolo che non offre risposte facili. Non consola. Non semplifica. Ma accompagna. E, in un tempo in cui tutto corre veloce, fermarsi ad ascoltare ciò che ci abita dentro è forse l’atto più rivoluzionario. Quando le luci si riaccendono, qualcosa resta. Non una trama. Non una morale. Ma una sensazione sottile: di aver incontrato qualcosa di vero. Magari scomodo. Magari fragile. Ma necessario. Perché, in fondo, non si tratta di eliminare i fantasmi Si tratta di imparare a conviverci. E forse — finalmente — a capirli. 👉 Per acquistare i biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/rick-dufer-carol-mag-terra-solaris/
Donne & Uomini: ridere dell’amore, delle incomprensioni… e di noi stessi
Ci sono dialoghi che iniziano con un innocente “Non ho niente…” e finiscono con una guerra fredda lunga tre giorni. Ci sono silenzi che pesano più di mille parole. E parole che, dette nel momento sbagliato, possono diventare detonatori emotivi. È da qui che nasce Donne & Uomini, lo spettacolo di Andrea Tosatto. Da quella zona fragile, quotidiana, universale in cui tutti – almeno una volta – ci siamo persi cercando di capirci. Sul palco non ci sono eroi. Ci siamo noi. Le coppie che si amano ma litigano per un messaggio non risposto. I single che giurano di stare bene da soli… salvo poi crollare davanti a una canzone. Gli ex che tornano nei pensieri proprio quando sembrava finita davvero. Tosatto prende queste situazioni e le smonta, con una precisione quasi chirurgica. Le osserva, le esaspera, le restituisce al pubblico trasformate in risata. Ma sotto quella risata c’è sempre qualcosa che punge. Perché la domanda che attraversa tutto lo spettacolo è semplice, eppure spiazzante: come possiamo parlare la stessa lingua… e non capirci mai davvero? Le scene si susseguono come frammenti di vita vissuta: • discussioni che partono da niente e diventano epiche • fraintendimenti che si trasformano in drammi • aspettative mai dette che diventano delusioni reali Il pubblico ride. Ride tanto. Ma è una risata che ha sempre un retrogusto di riconoscimento. Perché, a un certo punto, succede qualcosa: non stai più guardando uno spettacolo. Stai rivedendo una tua conversazione. Un tuo errore. Una tua storia. Donne & Uomini non giudica. Non prende posizione. Non dice chi ha ragione. Fa qualcosa di più scomodo: mostra. Mostra quanto siamo diversi. Ma anche quanto siamo, paradossalmente, identici nei nostri bisogni: • essere visti • essere ascoltati • essere amati senza dover tradurre ogni emozione E allora quella comicità diventa quasi uno specchio. Uno specchio senza filtri, in cui è impossibile non riconoscersi almeno una volta. C’è un momento, nello spettacolo, in cui tutto sembra chiarissimo. Le differenze, le dinamiche, gli errori. Eppure… non basta. Perché nonostante tutto – le incomprensioni, le litigate, i silenzi – continuiamo a cercarci. A innamorarci. A riprovarci. È forse questa la verità più semplice e più disarmante che emerge: non siamo fatti per capirci perfettamente. Siamo fatti per provarci. Che tu sia in coppia, single, reduce da una storia complicata o felicemente innamorato… troverai qualcosa di tuo in questo spettacolo. Perché Donne & Uomini parla di relazioni, sì. Ma soprattutto parla di umanità. E lo fa con leggerezza, ironia e quella sincerità un po’ spietata che, alla fine, fa bene. Alla fine, quando le luci si riaccendono, resta una sensazione precisa. Non quella di aver capito tutto. Ma quella di aver capito qualcosa in più. Magari piccolo. Magari scomodo. Ma sufficiente per pensare, sorridendo: “Ah… ecco perché.” Se vuoi vivere questa esperienza dal vivo, puoi acquistare i biglietti qui: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/donne-uomini-di-e-con-andrea-tosatto/
SCOMODE VERITÀ Quando il teatro diventa un atto d’accusa
La luce si abbassa lentamente. Non c’è scenografia a distrarre, non c’è finzione a proteggere. Solo una voce, un corpo, e parole che pesano come macigni. Alessandro Di Battista entra in scena senza maschere. Non interpreta. Non recita. Espone. Accusa. Scava. E lo fa partendo da una domanda implicita, quasi sussurrata tra le righe: quante verità siamo disposti a sopportare, prima di voltare lo sguardo? Non è uno spettacolo, almeno non nel senso classico del termine. È un viaggio dentro le crepe della narrazione ufficiale. Afghanistan. Iraq. Libia. Nomi che abbiamo ascoltato per anni, spesso distrattamente, mentre scorrevano nei telegiornali tra una pubblicità e un talk show. Ma qui, su quel palco, non sono più parole lontane. Diventano immagini, decisioni, conseguenze. Diventano responsabilità. Di Battista ricostruisce, collega, mette in fila eventi che – raccontati separatamente – sembrano casuali, ma che, nella sua narrazione, assumono un disegno preciso. Un sistema. Una logica. Non c’è neutralità. E non viene nemmeno promessa. La voce si fa più dura quando entra nel cuore del presente. Ucraina. Gaza. Qui il racconto cambia ritmo. Si spezza. Si carica. Non è più solo analisi. È indignazione. Le parole diventano fendenti: contro il modo in cui le guerre vengono raccontate, contro le immagini che vediamo e quelle che non vediamo, contro il silenzio selettivo che decide quali morti meritano attenzione e quali no. E allora la domanda torna, più forte: chi decide cosa dobbiamo sapere? C’è un momento, durante lo spettacolo, in cui il pubblico non è più solo spettatore. È chiamato in causa. Perché il bersaglio non è soltanto la politica – accusata di aver smarrito autonomia, dignità, visione – ma anche quella zona grigia in cui tutti, in qualche modo, abitiamo: l’abitudine. L’abitudine a credere. L’abitudine a non verificare. L’abitudine a delegare. Di Battista insiste su questo punto con una lucidità quasi scomoda: non esiste propaganda senza qualcuno disposto ad accoglierla. E poi c’è il passaggio più delicato. Quello sul conflitto israelo-palestinese. Qui il linguaggio si fa ancora più netto, più rischioso. Si entra in un territorio dove le parole possono incendiare, dividere, ferire. Lui non arretra. Parla di storia, di potere, di trasformazioni. Parla di Gaza come di una ferita aperta, raccontata – secondo la sua visione – troppo poco e troppo male. È uno dei momenti in cui la sala si tende. Si percepisce. Non tutti sono d’accordo. Ma tutti ascoltano. Ed è forse questo il punto più potente dello spettacolo: non cerca consenso, cerca reazione. Verso la fine, il tono cambia ancora. Dopo la denuncia, dopo l’accusa, arriva qualcosa di inatteso: una possibilità. Non una soluzione, non una verità definitiva. Ma un invito. A informarsi. A dubitare. A scegliere. A non restare neutrali, perché – suggerisce – la neutralità, in certi contesti, è già una posizione. “Scomode verità” è un titolo che mantiene la promessa. Perché quello che resta, uscendo dalla sala, non è tanto ciò che si è ascoltato, ma ciò che si è iniziato a mettere in discussione. Non è uno spettacolo che consola. Non è uno spettacolo che unisce. È uno spettacolo che incrina. E in un tempo in cui tutto scorre veloce, superficiale, dimenticabile, forse è proprio questo il suo gesto più radicale: costringerci a fermarci. E a chiederci, con un filo di inquietudine: e se le verità più difficili fossero proprio quelle che non vogliamo vedere?
Jack Nobile – Il mago e il maestro: quando l’illusione diventa musica
Cosa accade quando la magia incontra la musica? Quando un gesto diventa illusione e una nota si trasforma in incanto? Nasce uno spettacolo raro, elegante, sorprendente: “Il mago e il maestro”, con Jack Nobile e Adriano Del Sal. Un viaggio sensoriale dove realtà e percezione si fondono, e il pubblico smette di osservare… per iniziare a sentire. Magia e armonia: un dialogo tra arti Questo spettacolo non è una semplice alternanza tra numeri di magia e momenti musicali. È un dialogo continuo, un intreccio tra due linguaggi che si amplificano a vicenda. Da una parte: • l’illusione, il mistero, la sorpresa Dall’altra: • la precisione, l’emozione, la profondità del suono La chitarra classica diventa racconto. La magia diventa ritmo. E insieme creano un’esperienza immersiva, dove ogni elemento è parte di un’unica narrazione. Jack Nobile: la nuova magia contemporanea Con oltre 12 anni di esperienza, Jack Nobile è uno dei volti più riconoscibili della magia moderna. Il suo percorso è fatto di studio, passione e innovazione: • oltre 1,5 milioni di iscritti su YouTube • 60.000 mazzi di carte personalizzati venduti • autore di tre libri • allievo di maestri internazionali come Juan Tamariz e Dani Daortiz Ma soprattutto, è un artista che ha saputo portare la magia nel presente, rendendola accessibile, affascinante e profondamente narrativa. La sua specialità? Cartomagia, ombre cinesi, Sand Art. Tecniche che diventano poesia visiva. Adriano Del Sal: il virtuosismo che emoziona Accanto a lui, Adriano Del Sal: un maestro della chitarra classica, capace di trasformare ogni nota in emozione pura. Il suo percorso artistico è straordinario: • 12 primi premi in concorsi nazionali e internazionali • riconoscimenti prestigiosi come il “Julian Arcas” e il “Michele Pittaluga” • il premio “La Chitarra d’oro” • concerti nei più importanti festival e teatri del mondo Dal 2015 è docente all’Università della musica e delle arti di Vienna, ma sul palco resta, prima di tutto, un narratore. Uno che non suona soltanto. Racconta. Uno spettacolo che supera i confini “Il mago e il maestro” è un’esperienza che va oltre il genere: • non è solo magia • non è solo musica • è un incontro tra due mondi Uno spettacolo che sorprende, emoziona, coinvolge. Che ti fa chiedere: “Come è possibile?” E subito dopo: “Cosa ho appena sentito?” Vivi l’esperienza Un evento esclusivo, pensato per chi ama lasciarsi stupire e per chi cerca qualcosa di davvero diverso. 👉 Per acquistare i biglietti: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/jack-nobile-il-mago-e-il-maestro/ Tra realtà e illusione In fondo, magia e musica hanno qualcosa in comune: entrambe ci portano altrove. E in un tempo in cui tutto sembra spiegabile, prevedibile, immediato… uno spettacolo come questo ci ricorda il valore dello stupore. Perché a volte, per capire davvero, bisogna prima lasciarsi incantare.
