C’è una generazione che cresce con il peso silenzioso delle aspettative. Una generazione educata a performare, a dimostrare, a meritarsi continuamente uno spazio nel mondo. In questo spettacolo, il palco diventa il luogo in cui ambizione, fragilità e solitudine si intrecciano in modo feroce e autentico. Attraverso parole taglienti, confessioni intime e un linguaggio che oscilla tra ironia e dolore, prende forma il ritratto di chi sogna in grande ma spesso si ritrova a fare i conti con il vuoto, con il giudizio e con la paura di non essere abbastanza.

“Distinti saluti” racconta il burnout attraversando ironia, slam poetry e confessione intima. Quanto c’è di autobiografico in questo percorso emotivo e quanto invece appartiene a una generazione intera che oggi fatica a sentirsi all’altezza delle aspettative?

Per me, il processo di scrittura di uno spettacolo può nascere solo da qualcosa che mi brucia dentro personalmente. Se dovessi affrontare un tema che non mi tocca davvero, ma che semplicemente mi interessa, probabilmente finirei per scrivere un saggio, non uno spettacolo teatrale. Quindi sì, nel testo c’è sicuramente una componente autobiografica, ma questo non esclude anche una dimensione generazionale. Scrivendo e portando in scena lo spettacolo, ho scoperto che molti altri giovani provavano le stesse cose che provavo io.
Nel vostro monologo compare una “Commissione fantasma”, silenziosa ma capace di decidere il destino dell’artista. Questa figura rappresenta solo il sistema dello spettacolo o anche il giudizio sociale che molti giovani sentono costantemente addosso?

Abbiamo scelto volutamente di non attribuire un nome a questa fantomatica “Commissione”, così che il pubblico potesse identificarla liberamente con chi desiderasse: una Commissione universitaria o artistica, un datore di lavoro, il giudizio sociale, eccetera.

Avete scelto una scena quasi spoglia, fatta di pochi oggetti-simbolo e di molto buio. Come nasce questa essenzialità scenica e che ruolo ha nel creare il senso di solitudine, pressione e disincanto che attraversa lo spettacolo?

Una pedana-piedistallo, una sedia ergonomica e un grande buio attorno alla performer: abbiamo scelto tre elementi semplici e funzionali (oltre che facilmente trasportabili) per rappresentare l’ambizione, lo stakanovismo e la solitudine di chi sogna in grande ma resta confinato in camera sua.

Il palco è illuminato solamente da coni di luce, come a esaltare la sensazione di una performance continua e, allo stesso tempo, di un isolamento alienante nella propria bolla.

Il resto è affidato alla parola, che a colpi di poetry slam, autoironia e struggente confessione porta lo spettatore nei meandri più bui di una generazione cresciuta a suon di “Se vuoi, puoi”.

Il finale parla di liberazione attraverso “un piccolo sogno quotidiano”, e non attraverso il mito del grande successo. È anche una critica alla cultura contemporanea della performance e dell’iperrealizzazione personale?

Senza dubbio. A forza di essere educati a guardare lontano, stiamo perdendo la capacità di apprezzare ciò che già abbiamo e che ci rende felici. A forza di essere spinti a pensare in grande, stiamo disimparando la gioia delle piccole cose. Una sorta di presbiopia sociale e generazionale.

Lo spettacolo non offre risposte definitive, ma lascia una domanda sospesa: quanto ci stiamo perdendo mentre rincorriamo continuamente qualcosa di più grande? Forse la vera rivoluzione, oggi, è recuperare il diritto alla semplicità, alla misura umana, alla felicità delle piccole cose. In un tempo che ci vuole sempre performanti, vincenti e straordinari, fermarsi ad ascoltare la propria vulnerabilità può diventare l’atto più coraggioso di tutti.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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