Un amore rifiutato, la solitudine e il desiderio che si trasforma in imposizione. In “One More Kiss, Dear”, scritto con Giovanni Caloro, che firma anche la regia, Francesca Pimpinelli porta in scena una donna dalle molte contraddizioni. Con l’autrice e interprete esploriamo il confine tra attaccamento e possesso, tra il dolore del rifiuto e la responsabilità delle proprie scelte.
Francesca, “One More Kiss, Dear” nasce da un amore rifiutato con cinismo e crudeltà. Come è nata l’idea dello spettacolo e che cosa volevate esplorare di quel momento in cui il sentimento di una persona si scontra con il rifiuto dell’altra?
Lo spettacolo è l’ampliamento di un monologo breve, vincitore della rassegna De Rebus Amoris 2024, che nasce con il titolo “L’amore ai tempi del ghosting”. Quello che ci interessava sondare, attraverso il fenomeno del ghosting e poi ancor di più con quello dello stalking, è la dinamica di potere che si instaura tra due parti di un rapporto relazione. Uno dei due impone con la forza il suo potere, che nega il confronto, che sia obbligando la sua assenza o la sua presenza. E quindi è questa la domanda che ci siamo fatti: cosa succede nella nostra testa quando siamo obbligati a riflettere da soli su una relazione che prevederebbe una controparte? E cosa succede invece quando scegliamo di imporci, negando l’ascolto all’altro?

Lo spettacolo sembra un monologo, ma la protagonista ha due facce che si mescolano e si sovrappongono. Come hai costruito queste due dimensioni del personaggio, nella scrittura e poi attraverso la voce e il corpo?
Le due facce si sovrappongono mano a mano come due pettini: ci sono ripensamenti, riflessioni, ma anche bugie, indizi sparsi, depistaggi. La difficoltà è stata proprio questa, individuare il punto di rottura oltre il quale le riflessioni diventano false e i ripensamenti bugie. E dal punto di vista interpretativo è stato da subito molto chiaro che le due facce non sarebbero dovute essere scisse, ma che si sarebbe dovuto costruire un personaggio che ha un percorso e un arco narrativo crepuscolare, non sempre definito.
“Fin dove l’attaccamento è cura dell’altro?” è uno degli interrogativi centrali della storia. Nel dare vita alla protagonista, dove hai individuato il confine tra il desiderio di amare qualcuno e il bisogno di trattenerlo?
La protagonista vive questo amore totalmente nella solitudine. E se in un primo momento vi è costretta dall’altro, in un secondo momento è lei stessa a scegliere di portare avanti la storia da sola, a dispetto di ciò che la controparte pensa, desidera, comunica. Credo che il confine, il punto di rottura sia il momento in cui, finalmente messa nelle condizioni di poter ascoltare la posizione dell’oggetto dei tuoi desideri, lei sceglie di restare nella sua solitudine emotiva e di plasmare la realtà a immagine e somiglianza di ciò che vuole.
La donna dialoga con personaggi reali o immaginari, anche se in scena è sola. Che cosa riesce a confessare, o a nascondere a se stessa, attraverso questi interlocutori?
Francesca progressivamente cerca sempre di più di mentire, a tutti, per conservare l’immagine di sé che si è creata quando è stata ghostata. Eppure, in questo tentativo di negarsi alla realtà, a volte riesce a essere estremamente sincera. Questo la rende spiazzante: avere la necessità di esternare dell’umanità mentre si costruisce una maschera per nascondere il proprio male.

Sei coautrice insieme a Giovanni Caloro, che firma anche la regia. Come avete lavorato sul passaggio dal testo alla scena, soprattutto nei momenti in cui la protagonista può risultare scomoda o difficile da comprendere?
È stato molto importante lavorare sul personaggio sia con la necessità di empatizzare, azione indispensabile per l’attore per calarsi in un ruolo, sia con l’obiettivo di non simpatizzare e, in estrema sintesi, di non giustificare. Per questo, nei momenti più critici, abbiamo ridotto il pathos il più possibile, per non romanticizzare e fare leva sull’emotività del pubblico in una direzione che non ci interessa e non ci appartiene.
“L’amore è eterno? E l’odio?” sono due domande che lo spettacolo lascia aperte. Dopo aver attraversato questa storia come autrice e interprete, quale domanda vorresti che il pubblico portasse a casa sulle proprie relazioni?
Francesca è, tutto sommato, una persona ordinaria, non reca in sé il germe del maligno o della follia: in definitiva, Francesca, in potenza, potrebbe essere chiunque di noi. E quindi vorremmo che il pubblico, uscendo dalla sala, si chiedesse “Ma quella volta anche io mi sono imposto? Sono stato anche io così?” e, per estensione “Io posso dirmi innocente?” e che queste riflessioni fossero di stimolo, per tutti, per curare un po’ di più gli altri, in futuro.

“One More Kiss, Dear” lascia allo spettatore una domanda scomoda: quanto spazio concediamo alla libertà dell’altro quando contraddice i nostri desideri? Nelle parole di Francesca Pimpinelli, il teatro diventa un’occasione per riconoscere le proprie contraddizioni e interrogarsi sulla responsabilità che ogni relazione comporta.