Sabato 13 maggio Ettore Fiore e Alessandro Campaiola presentano “Rivivere”, un cortometraggio con Alessandro Campaiola, Franco Mannella, Monica Ward, Noemi Medini, Federico Campaiola, Flavio Marini. La trama racconta che Michele si risveglia continuamente in macchina: rivive la scena della morte del padre in un incubo ricorrente. Non riesce ad accettare quell’evento e crede che non valga più la pena continuare a vivere. Poi, qualcosa in quel sogno cambia. I dialoghi con il padre non sono più gli stessi. È un sogno o sta davvero parlando con suo padre, l’unica persona in grado di rassicurarlo nel momento del bisogno spingendolo a riprendere in mano la propria vita? “Michele è un ragazzo che non riesce a superare il trauma della perdita del padre. Questo anche a causa del suo carattere sempre distaccato nei confronti della figura paterna, nonostante gli volesse bene. Aveva bisogno del suo supporto, seppur non lo lasciava mai intendere. Da qui anche la loro posizione all’interno delle scene in macchina dove rivive la sequenza prima dell’incidente. Michele difatti si trova sempre a riposare nei sedili posteriori, tanto che il padre alla guida, dovrà usare lo specchietto retrovisore per guardarlo in viso. Un dettaglio che ci tenevo a far notare proprio perché sottolinea ancora di più quel distacco tra i due, che andrà a colmarsi solo nella sequenza finale. In quest’ultimo incontro Michele si troverà infatti nel sedile anteriore di fianco al padre. Questo anche per richiamare la sua posizione nella realtà tanto che per la prima volta avrà anche il suo aspetto e gli abiti che indossa nel presente. Questa volta però non sta rivivendo semplicemente il momento dell’incidente, ma avrà un faccia a faccia “reale” con il padre. Poi starà allo spettatore credere se sia tutto frutto della sua immaginazione, o se davvero, nel momento più buio della sua vita, abbia avuto un vero incontro con lui in un piano tra il sogno e la realtà”, racconta il regista Ettore Fiore. “Tra amici passiamo spesso serate in cui vediamo film o parliamo di cinema e progetti personali. In una di queste mi rivolgo ad Alessandro Campaiola e gli spiego il bisogno di realizzare un’idea che avevo in mente da tempo. Qualcosa da realizzare assieme, con lui come protagonista e io alla direzione. Il periodo della pandemia non aveva aiutato e tra un coprifuoco e l’altro riusciamo a scrivere finalmente la sceneggiatura di “Rivivere”. All’interno di essa abbiamo inserito molto di noi, anche riferimenti e citazioni ad avvenimenti reali, proprio per rendere il risultato il più personale possibile e poter dare il meglio di noi. Per la prima volta in vita mia mi hanno permesso di concentrarmi unicamente sulla regia” continua Ettore Fiore. Abbiamo intervistato, Alessandro Campaiola, uno dei protagonisti che ci porta all’interno di questo lavoro intenso e denso di significati. Il cortometraggio Rivivere di cosa parla? Parla di morte, di vita ma soprattutto di rinascita. Parla della difficoltà per un essere umano di accettare una perdita e quanto una perdita può impattare negativamente sulla vita di qualcuno. Parla di come una persona può trovare la forza per affrontare un lutto. Da chi è formato il cast? Il cast è composto da me, Alessandro Campaiola, nel ruolo di Michele; Franco Mannella, attore straordinario senza il quale questo cortometraggio non si sarebbe potuto realizzare, nel ruolo del papà di Michele; mia madre Monica Ward che interpreta la madre di Michele; mio fratello Federico Campaiola e Flavio Marini che interpretano due brutti ceffi di quartiere; ed infine Noemi Medini amica d’infanzia di Michele e di cui ha una cotta. Perché Michele ha un incubo ricorrente? L’incubo è dato da un forte trauma che è la perdita del padre in un incidente stradale in cui anche Michele è coinvolto, ma è lui l’unico superstite. L’incubo è una rappresentazione del suo blocco temporale a quel momento. È come se anche lui fosse morto quel giorno, lui si è fermato lì e non è più andato avanti. Cosa rappresenta per Michele la morte? E la morte del padre che significato ha nella sua esistenza? Riusciamo veramente a dare un significato alla morte? Il punto è che alla morte spesso non si riesce a dare un significato. Michele, il protagonista, non riesce a dare un significato alla morte del padre e per questo si blocca e si ritrae alla vita. È un cambiamento di rotta: Michele perde la voglia di vivere, abbandona i suoi sogni e finisce in brutti giri. C’è, nel cortometraggio, la ricerca del senso e del significato della vita e della morte? Questo progetto è arrivato in un momento della mia vita in cui ho vissuto un lutto e in quella di Ettore Fiore, che poi ha avuto l’idea, in cui c’era molta paura di perdere una persona amata. In quel momento entrambi stavamo proprio vivendo questa ricerca di cui tu parli e quindi è stato inevitabile trasferirla nel corto. Il vero protagonista è il trauma? La vera protagonista di questo cortometraggio è la rinascita. In quest’epoca dove si vive poco la spiritualità si fa più fatica ad affrontare la morte e si fanno veramente i conti con tematiche importanti e il ritornare a vivere dopo il lutto è il tema di questo corto. Sembra una seduta di analisi dove il padre diventa la proiezione del figlio e rivive nel qui e ora per riordinare emozioni e vissuti, oppure è solo una mia interpretazione errata? Interpretazione più che giusta ma sbagliata allo stesso tempo. Vorremmo che lo spettatore interpretasse a modo proprio il cortometraggio, il suo significato è soggetto a più interpretazioni e anche quella che dici tu potrebbe essere corretta. L’essere umano quante volte si pone come spettatore della vita? A mio avviso molto poco. Stiamo pretendendo la magia. Oggi c’è la scienza che ci spiega tutto. Nella mia esperienza personale, dopo il mio lutto, mi sono fermato e sono stato spettatore della vita. Prima di quel momento vivevo in maniera sistematica senza farmi troppe domande. Guardare la propria vita da spettatore, invece, è utile per capire in che
Se invito il buio, la luce scappa
Dal 1 al 21 aprile 2023 la galleria Art GAP accoglie la personale fotografica “Se invito il buio, la luce scappa” di Mario Carbone, a cura di Annalisa Di Domenico. “Mario Carbone fotografa situazioni, sguardi, architetture, che trascendono il tempo. Egli non rincorre la bellezza di un’immagine effimera, ma fissa una verità data dagli elementi quotidiani dell’esistenza. Chi guarda le opere di Carbone non può che riconoscersi nel vissuto che lo lega ai suoi simili: ci si rivede nel ragazzino con la palla sotto la maglietta che sembra “incinto”, per riprendere le parole dei bambini, e non si può non provare empatia se si inciampa negli occhi disperati della donna all’osteria “Al vero Albano”, dove si incontravano gli artisti romani negli anni ’50, appoggiata al muro e chiusa nel suo malessere. L’opera fotografica di Carbone va oltre la ricerca della composizione e delle simmetrie, perché egli indaga la verità delle atmosfere di una Roma in bianco e nero in cui due giovani discutono questioni d’amore o due donne scrivono su un piccolo taccuino, incuranti della forza dell’Arco di Costantino, che si erge alle loro spalle. Ma è nella ricerca della luce, o del “buio”, che si scopre la forza delle immagini di questo artista”, racconta Annalisa di Domenico. La ricchezza sta nei “Contrasti netti disegnano i volumi e ne delineano le figure, come in un dipinto di Raffaello, il buio sembra temere la vicinanza dei toni più chiari, i quali rivelano l’immagine nella sua crudezza. Qui le rughe sul volto della donna anziana evidenziano una vita dura che l’ha segnata non solo nell’animo e la freschezza del viso della donna indiana, imprigionata in un mondo sordo, evidenzia la sua inquietudine. Anche nelle opere a colori, l’artista restituisce la forza della poesia di immagini semplici, attraverso tinte tenui di un mondo quasi rarefatto. In una Piazza del Popolo silenziosa, ritroviamo la figura di una donna seduta su una panchina, cinta in un abito celeste che, persa nei suoi pensieri, sembra voglia suggerire un attimo contemplativo in una città caotica o il piede di una statua antica, in primo piano, scritto da vandali metropolitani che hanno voluto lasciare la loro impronta nel tempo. In tutti questi scatti, Carbone fa rivivere l’umanità che ci ha preceduto, che si è sgretolata ed è divenuta invisibile. Nelle sue inquadrature, egli esplora il mondo eterogeneo degli uomini e delle donne, in un mix di espressioni che partono sempre dalla vita vera. La mostra è un racconto visivo, organizzato con immagini che dialogano due a due, in cui le persone interpretano la precarietà dell’esistenza umana e che Carbone fissa come impressioni fotografiche al di là del proprio tempo” continua Annalisa di Domenico che ci ha regalato una splendida intervista portandoci all’interno dell’anima creativa di questo straordinario artista. Perché: “Se invito il buio, la luce scappa”? In collaborazione con la Fondazione Mario Carbone e con il figlio Roberto, abbiamo scelto come titolo una frase che Mario ha detto, parlando tra sé e sé, così, come fosse una riflessione: “Se invito il buio, la luce scappa”, proprio a sottolineare come soltanto nella dualità, in questo continuo rincorrersi degli opposti, sia possibile creare il contrasto che crea l’immagine nella fotografia. Ma questa riflessione è interessante anche nella vita di ognuno di noi, perché anche in essa è sempre necessario cercare di creare un equilibrio. Nel suo lavoro, Carbone si è interessato tanto alla luce quanto al buio, alla parte “oscura” dell’immagine, e ha dovuto mediare sempre per trovare in ogni fotografia la giusta atmosfera. La luce catturata da un obiettivo cosa trasmette e crea? È proprio questo il punto, la luce è solo uno degli elementi, perché senza il buio essa non “risuona”. Nelle opere di Carbone si trova spesso questa dicotomia, tanto cha a volte il buio sembra temere la vicinanza dei toni più chiari, ed è in questo alternarsi che si disegnano i volumi, si delineano le figure, e vengono rivelate le immagini nella loro crudezza: nelle rughe sul volto della donna anziana, che evidenziano una vita dura che l’ha segnata non solo nell’animo e la freschezza del viso della donna indiana, imprigionata in un mondo sordo, evidenzia la sua inquietudine. Ogni contrasto evoca qualcosa di più profondo. Quanto è significativo riuscire a fermare un istante che può diventare eterno? Le fotografie in mostra restituiscono momenti autentici di umanità. Gli uomini e le donne che sono stati fotografati da questo artista, hanno continuato a vivere nella loro quotidianità senza rendersi conto di essere diventati protagonisti di un’immagine cristallizzata nel tempo. Carbone ha colto un momento della loro vita “normale” che, però, lui considerava significativa e non importa se questi scatti risalgono al passato, chi ferma lo sguardo sulle sue opere riconosce l’intenzione di Mario, perché le azioni degli uomini e delle donne nascondono sempre significati ancestrali che appartengono alla memoria collettiva. Perché organizzare una mostra fotografica? L’archivio di Mario Carbone è ricchissimo di materiale fotografico e video ed è necessario rendere queste opere fruibili. Con la pandemia siamo stati costretti a fermarci, ma ora dobbiamo con forza riappropriarci degli spazi culturali. Le opere di Carbone e di altri artisti come lui devono avere la possibilità di uscire dagli archivi e di farsi conoscere anche dai più giovani. Si può venire alla mostra perché si decide di farlo o si può “inciampare” nelle fotografie esposte, perché si passeggia per le vie del centro di Roma. L’importante è incontrare questo artista, perché le sue immagini nutrono e ampliano la nostra visione del mondo. Sono tanti i “fotografi” soprattutto al tempo dei social, ma la fotografia di fatto che cos’è? La fotografia contemporanea tende ad essere un mezzo che spesso esaspera la realtà e la vita stessa. Siamo entusiasti di poter postare una foto, ma allo stesso tempo siamo spaventati dai giudizi che essa provoca. Dietro alle immagini che ci rappresentano nella nostra vita onlife, riprendendo il neologismo di Luciano Floridi, spesso non c’è un progetto, un’esigenza di indagine. La fotografia, a mio parere, dovrebbe essere un momento
Anna Karenina. Un Viaggio in un Magone di prima classe
Emilio Celata è: “Anna Karenina. Un Viaggio in un Magone di prima classe”, di Emilio e Elisa Celata oltre che Sandro Nardi. Il tutto firmato dalla regia di Sandro Nardi. La sfida è importante ma assolutamente riuscita ovvero condensare le 1600 pagine del romanzone “Anna Karenina” in un’ora di teatro divertente, coinvolgente e con una sorpresa finale che non ti aspetti. Cosa questa assai curiosa e intrigante. Perché alla fine vi renderete conto che loro ci sono davvero riusciti lasciando il pubblico con il fiato sospeso fino all’ultimo secondo. Emilio Celata, incastrato in un quadrato di luci, dipinge il surrealismo ritmico dei tanti personaggi che girano intorno alla protagonista, Anna Karenina; donna fuori di sé, caparbiamente presente a sè stessa. La regia visionaria di Sandro Nardi crea atmosfere che tendono a mutare velocemente, i pochissimi oggetti in scena stupiscono lo spettatore quando si trasformano in figure che accompagnano l’attore quasi a non volerlo lasciare solo dentro la scena; Anna appare ritmicamente naif e tremendamente vera, Anna è totalizzante. Il racconto è un insieme di impressioni che, in un saliscendi di vortici intrecciati di surrealismo e verismo, incarnano lo stile di scrittura di Emilio e Elisa Celata e Sandro Nardi. La narrazione non è certo lineare ma lo spettatore riuscirà comunque a uscirne indenne, meravigliato e arricchito. Un lavoro teatrale non solo da vedere e ascoltare ma anche da assaporare e tradurre all’interno del proprio vissuto come quel qualcosa che accarezza, stimola e motiva riflessioni nuove e costruttive. Emilio Celata ci racconta e si racconta portandoci per mano all’interno di questo poderoso lavoro teatrale. Chi è Emilio Celata? È un attore e un autore teatrale che ha trovato nella fantasia del regista Sandro Nardi l’ingranaggio per trasformare testi surreali e grotteschi in spettacoli teatrali originali. Nelle ultime produzioni i testi sono scritti a sei mani con Elisa Celata e lo stesso Nardi e disegnati intorno alle capacità mimiche dell’attore Cosa c’entra Emilio Celata con Anna Karenina? Niente. E questa forse è la caratteristica principale dello spettacolo. Il fatto che il personaggio di Anna sia interpretato da un uomo in veste di uomo sottolinea ancora di più il carattere surreale del testo che apre al pubblico nuove visioni Perché un viaggio in un Magone di prima classe? Una costante del trio autoriale è quello di giocare con le parole. In questo caso abbiamo associato l’elemento principale dei viaggi di Anna Karenina al suo caratteristico stato emotivo. Come è stato possibile condensare le 1600 pagine del romanzone “Anna Karenina” in un’ora di teatro divertente, coinvolgente e con una sorpresa finale che non ti aspetti? Nel momento in cui ci si confronta con un classico abbiamo di fronte due strade: seguirlo alla lettera o affrontarlo in modo libero rischiando di sembrare, a volte, irriverenti. Noi abbiamo scelto la seconda strada che ci ha condotto ad un finale che il pubblico non si aspetta e che merita, ovviamente, di essere vissuto in teatro Quanta Anna Karenina c’è in questo lavoro? C’è tanto di Anna Karenina e c’è tutto quello che ritenevamo essenziale degli altri personaggi Poi perché scegliere Anna Karenina? Si potrebbe dire che si presta bene ad una doppia lettura perché è un esempio di amore passionale e rivoluzionario, ma anche di un amore tossico Che cosa rappresenta nell’immaginario collettivo? Anna è considerata un’icona dell’amore passionale contro tutto e contro tutti. Ma in realtà contro cosa? E nell’immaginario teatrale? Nell’immaginario teatrale è un personaggio tragico quanto moderno. Un personaggio intenso e vero ben scritto dal genio Tolstoj e quindi è possibile coglierne, in teatro, le varie sfumature. Abbiamo sfruttato questa possibilità evidenziando alcuni aspetti che si sono comodamente trasformati in scene bizzarre e comiche. Come Che tipo di regia ha fatto Sandro Nardi? Una regia visionaria che crea atmosfere che tendono a mutare velocemente. Tutto si svolge in un quadrato all’interno del quale l’attore utilizza pochissimi oggetti di scena che riescono a stupire lo spettatore quando si trasformano in figure, accompagnandolo in un viaggio a volte surreale e a volte poetico. Una messa in scena bizzarra con ritmi naif e con un saliscendi di vortici intrecciati di surrealismo e verismo. Come Un attore nel legno del teatro e poi? Ci piace fare un teatro che fa divertire e riflettere, in questo caso abbiamo scelto un classico della letteratura mondiale per mettere in evidenza una figura femminile, appunto “Anna”, che vuole essere una donna emancipata, che vuole avere il potere di decidere da che parte stare e che rompe gli equilibri opponendosi a quel sistema in cui si rifiuta di vivere. Anna è rivoluzione. Anna e la società, colpevole di averla spinta al suicidio, un gesto con cui denuncia la violenza, la falsità, l’ipocrisia. Morirà consapevole di aver vissuto come voleva. Come viene costruita scenicamente Anna Karenina? Si parte sempre da un’idea che poi prende forma. In questa produzione abbiamo pensato che l’attore doveva vivere in uno spazio ben delineato. È nato così uno spazio bianco, delineato da una cornice nera, dotata di luci a neon, un quadro al cui interno nascono le azioni sceniche e dove i vari personaggi dell’opera prendono vita, con azioni sceniche in cui si intrecciano e si creano delle atmosfere surreali, attraverso una messa in scena contemporanea, per una proposta nuova di fare teatro. C’è un fil rouge che lega l’oggi all’epoca di Anna Karenina? Sì, consideriamo la storia di Anna Karenina attualissima e forse, per alcuni versi, addirittura più moderna rispetto alla società di oggi ed è questo uno dei temi principali dello spettacolo. Qual è il messaggio per lo spettatore? È un invito a guardare la realtà da altri punti di vista. Cambiare ottica significa poter trovare dei risvolti comici negli aspetti più tragici e viceversa. Chi sono i compagni di viaggio? Con Emilio Celata Autori: Emilio e Elisa Celta e Sandro Nardi Regia Sandro Nardi Disegno luci Filip Marocchi Scenografia Sandro Nardi Produzione Teatro Boni Andrete in tour? Anna Karenina è in tour. Progetti? Stiamo lavorando ad una nuova produzione che debutterà il prossimo luglio, “Signornò –
L’arte si racconta
Sabato 1° aprile a partire dalle ore 18:00 in Viale Giuseppe Mazzini,1 a Roma, la galleria Patrizia Anastasi Arte, in collaborazione con ARTEORATV presenta la mostra: “L’arte si racconta”. Perché da qualsiasi angolazione si veda l’arte è anima e cuore, spazio e appartenenza, essenza e intimità, apertura e chiusura, infinito e finito. Un dialogo intenso con sé, l’Altro e il mondo. Così tra scultura, acrilico, collage e fotografia, nasce la collettiva di quattro artisti straordinari come: Angelo Savarese, Alberto Cusella, Stefano Mezzaroma ed Euplemio Macrí, che tramite le loro opere si raccontano. Scrittura, scultura e pittura si fondono nelle opere di Angelo Savarese, autore di racconti di vissuto interiore e di immagini contemporanee. La sua sensibilità artistica lo porta alla creazione di opere in cui fluiscono emozioni e sensazioni, coordinate e raccordate dall’uso sapiente del colore. Savarese ha realizzato insieme al maestro Michelangelo Pistoletto il celebre progetto artistico/culturale “la bandiera del mondo” e ha recentemente realizzato un’opera scultorea in bronzo, “L’angelo fedele”, dedicata alla figura del Maresciallo dei Carabinieri, posizionata all’interno della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze. Magmatiche e ipnotiche, le illusioni di Savarese ci trasportano nell’io interiore dell’artista, dai suoi pensieri che egli esprime nelle sue frasi o nelle suggestioni procurate dai suoi ricordi. Sembra un mondo sospeso quello dei dipinti di Savarese, un mondo vissuto ma ancora non posseduto, cercato con passione. Alberto Cusella invece potremmo definirlo: “Un ‘Petrarca dell’arte astratta’. Una visione antropocentrica della pittura e una poetica di sentimenti in contrasto rendono le sue opere vibranti e vive. I colori musicalmente si alternano, si mescolano, si sfidano tra le trame di segni ortogonali, un orizzonte divide la tela ed è testimone dell’equilibrio della vita, la luce e l’ombra, il bene e il male. Colore e forma sono complici nel voler dominare una natura che è pur presente. Cusella è un artista espressionistico che molto sperimenta, la sua tavolozza è vivida, i primari oscillano tra piani in evidenza e piani in dissolvenza, si decolorano, si sciolgono, altre volte sono corposi, materici, e il quadro prende stabilità e forza (Sabrina Papili)”. Stefano Mezzaroma, laureato in economia alla Bocconi, è amministratore della società di famiglia che opera nel settore immobiliare ed è diventato allo stesso tempo un grande artista a 360 gradi coltivando le sue grandi passioni da oltre 20 anni: pittura, fotografia, scultura e musica (è stato anche un noto dj della night Life milanese dove ha vissuto per 5 anni). Sperimenta da sempre nuove tecniche artistiche, tra cui la vernice spray, pic collage, screen printing e dettagli sul digitale. Stefano è stato in grado di sviluppare uno stile unico ispirato ai grandi maestri della pop art da warhol al nostro Schifano passando per street artist come Shepard Fairey (Obey). Ricorrenti sono le figure iconiche della cultura popolare anni 80 e 90 e i grandi brand commerciali che abbina e rielabora. Uno dei suoi più grandi collezionisti è lo stilista Giorgio Armani, inoltre dopo aver portato alcune sue opere alla 54 esima biennale di Venezia, padiglione Italia, una selezione dei suoi lavori sono stati permanentemente esposti nella galleria Hausammann di Cortina d’Ampezzo. Euplemio Macrì nasce a Roma nel ’65. Dopo studi classici e musicali, prosegue la sua ricerca sul linguaggio teatrale, filmico, fotografico, poetico, e, in primis, pittorico. In questa mostra, da` uno sguardo alla vita, ad un immaginario nato da scenari figurativi, scomposti nei loro elementi, trattati come in una astrazione, che vengono elaborati, riconfigurati e dinamizzati liberamente. Luna Berlusconi è pittrice e scultrice, si presenta così al grande pubblico internazionale. Partendo dalle sue esperienze giovanili accanto a Gino De Dominicis ne ha fatta di strada la ragazza che sognava di entrare da protagonista nella storia dell’arte. Del resto, la stoffa non le mancava e nemmeno i mezzi, infatti, si è fatta le ossa nell’ambito della comunicazione nelle aziende di famiglia ed oggi la comunicazione è tutto! Ce lo insegnano grandi nomi come Koons Banksy e Hirst. Ora provate a pensare dove potrà arrivare un’artista di grande talento come lei e con la sua esperienza in questo campo strategico! Utilizza un linguaggio Pop estremamente evoluto e contemporaneo, alterna con sapienza temi puramente Pop con tematiche legate alla condizione femminile nel mondo, ha creato dal nulla un materiale nuovo e seducente come il magnete. Insomma, è l’Artista perfetta! Spesso ci si chiede se si può andare oltre le intuizioni dei grandi maestri del Novecento, la risposta è che solo i grandi possono farlo! Questo è ciò che ha fatto un artista romano che si chiama Giampiero Malgioglio. E la cosa incredibile che è partito da concetti che più lontani di così non si possono nemmeno immaginare. Infatti, è riuscito ad unire la tecnica delle estroflessioni di Bonalumi e Castellani con il linguaggio pop che più pop non si può. Nelle sue opere tridimensionali vivono in perfetta armonia queste due anime che raccontano il nostro tempo con eleganza e raffinatezza. Le sue Minnie, Topolino, Marilyn, Diabolik e le firme dei grandi brand iconici del nostro tempo oggi le troviamo nelle grandi manifestazioni internazionali a partire da art Basel Miami e nelle più importanti gallerie internazionali di Milano Londra Parigi e New York! Durante la mostra sarà fatto un omaggio speciale agli artisti: Luna Berlusconi e Giampiero Malgioglio. A contorno della serata la splendida voce di Emmanuelle D’Alterio. Ospiti illustri saranno presenti a questo straordinario evento, troveremo: la manager di Luna Berlusconi Paula Mordo, il critico Pasquale Lettieri, il quale presenterà l’artista Angelo Savarese. Sulla scena romana, l’artista Luna Berlusconi è rappresentata dalla galleria di Patrizia Anastasi e da ARTEORATV di Roberto Porcelli, che con le sue conosciutissime e famose televendite ci descrive le opere di tanti artisti storici e emergenti. In questo spazio artistico e culturale ci saranno anche le opere di Giampiero Malgioglio in esclusiva con il gallerista Luigi Proietti, tramite ARTEORATV di Roberto Porcelli in collaborazione con Patrizia Anastasi. Alla mostra sarà presente anche Helena De Jesus di “other couture”, un brand di moda ispirato all’arte africana, l’artista Angelo Savarese e l’architetto Giovanni
Quando hai un piano … accertati che sia quello giusto!
Sabato 25 marzo sarà in scena: “Quando hai un piano … accertati che sia quello giusto!” scritto da Luca Giacomozzi, per la regia di Enrico Maria Falconi. Interpreti: Martina Valentini Marinaz e Stefano Scaramuzzino. Un appuntamento importante per un lavoro teatrale che farà molto riflettere. È una commedia in due tempi in cui, dietro la risata e i tempi comici, si vuole sottolineare la voglia di stare in due, pur con litigi e battibecchi. Il testo è scritto da Luca Giacomozzi, proveniente dal cabaret e già autore di brillanti commedie di successo per Franco Oppini, Sandra Milo e tanti altri, mentre la regia è curata da Enrico Maria Falconi. Amore e divertimento prendono l’ascensore insieme, ma continueranno verso lo stesso piano? I protagonisti di questa divertente commedia, un uomo e una donna, si ritrovano per caso nella stessa stanza d’albergo, dove si sono recati per esigenze diverse e per incontrare persone diverse. Nessuno dei due però sa di avere davanti la persona sbagliata. In questa stanza inizia la loro conversazione “equivoca”. Si incontrano/scontrano in un divertente susseguirsi di parole e azioni tra la serietà e la comicità, ma non sembrano comprendersi. “Quando hai un piano … accertati che sia quello giusto!” è veramente una commedia esilarante scaturita dalla penna di Luca Giacomozzi, portata in scena dalla maestria di Stefano Scaramuzzino e Martina Valentini Marinaz. La produzione è di Andrea Leone. Uno spettacolo che parla di amore, soffermando l’attenzione sulla voglia di essere in due. Una commedia adatto un po’ a tutte le età. “Il divertimento è assicurato! Riusciranno a trovare il modo di combaciare? O è un incastro impossibile? Venite a scoprilo!”, dicono gli interpreti Martina Valentini Marinaz e Stefano Scaramuzzino che insieme ci hanno raccontato questa loro commedia così accattivante e interessante. Arrivati a questo punto non ci resta che dire: “Quando hai un piano … accertati che sia quello giusto!”, siete d’accordo? Eh, sì… perché se fate come i nostri personaggi che sbagliano il piano dell’albergo, vi ritrovate a fare una figura di… anche se poi sbagliare piano ha portato a farci conoscere… ma non sveliamo come quando e perché altrimenti non venite a vederlo. Come si fa a sapere che il piano è quello giusto? Non esiste una risposta semplice a questa domanda poiché dipende dal contesto specifico e delle conseguenze che portano da un errore ad una scelta consapevole e di cuore. Inoltre non è detto che piano trovato sia veramente quello giusto (e nemmeno quello sbagliato). Che cosa vuole mettere l’accento la commedia? Quando le scelte di due persone completamente estranee si incontrano e si mescolano, è come se si creasse una sorta di magia che può portare a un amore possibile, infatti in questa situazione, Dino e Leila si incontrano per caso mentre sbagliano il piano di un albergo (in realtà quella che sbaglia il piano è Leila, la bionda…), e si sentono un po’ disorientati e forse persino frustrati all’inizio. Ma poi, quando si guardano intorno e si accorgono di essere insieme in un luogo nuovo e sconosciuto, nasce una sorta di complicità, una sensazione di “siamo nella stessa barca”. E così, mentre cercano di capire come tornare sui loro passi e trovare la strada giusta, iniziano a parlare e conoscersi meglio, condividendo le loro esperienze e raccontandosi le loro storie. Nasce quindi una scintilla, un’attrazione reciproca che diventa sempre più forte man mano che si conoscono meglio. E alla fine, quando trovano finalmente la loro destinazione, non vogliono lasciarsi più. E così, da uno sbaglio nel piano di un albergo, nasce un amore possibile, che è l’accento di tutto l’impianto drammaturgico. La risata apre la strada alla consapevolezza? La risata può certamente contribuire ad aprire la strada alla consapevolezza in alcune situazioni. Si dice che quando ridiamo, il nostro cervello rilascia endorfine che causano una sensazione di benessere e piacere. Questo ci aiuta a ridurre lo stress e l’ansia, che spesso ostacolano la nostra capacità di pensare chiaramente e di essere consapevoli del momento presente. Inoltre, la risata può aiutare a creare un ambiente più rilassato e accogliente, come succede al nostro pubblico dove le persone che ascoltano i nostri racconti si sentono a proprio agio e sono più aperte a nuove idee e prospettive. Questo nel nostro lavoro può favorire la comunicazione e la condivisione di idee, che sono entrambe importanti per acquisire una maggiore consapevolezza. Tuttavia, è importante sapere che la risata da sola non è sufficiente per diventare consapevoli o raggiungere una maggiore consapevolezza, infatti vi faremo anche piangere. Spesso si litiga e si fanno battibecchi inutili poi la vita e l’incontro è altro, siete d’accordo? Sì, sia io che Martina siamo d’accordo che spesso le dispute e i battibecchi possono essere inutili e non portano a nulla di costruttivo. Anche se, è possibile che, nonostante queste dispute, si possa continuare a vivere e a interagire in modo positivo con le persone coinvolte. È comunque importante sottolineare che la vita è un insieme di esperienze, emozioni e relazioni che vanno oltre le piccole liti quotidiane. Gli incontri con le persone possono essere molto significativi e arricchenti, indipendentemente dai conflitti che si possono avere con loro. Perché si tende a litigare? Si litiga oggi un po’ per tutto: Differenze di opinione, Mancanza di comunicazione, Frustrazione, Mancanza di rispetto o addirittura Bisogno di avere ragione! È un male “attuale” estremizzato dai social e dalla globalizzazione… tuttavia io e Martina amiamo pensare che questi litigi non sempre sono necessariamente negativi o dannosi, in realtà se gestiti in modo costruttivo possono portare ad una maggiore comprensione reciproca, tutto questo a patto che ci sia un atteggiamento di ascolto e di apertura verso le idee degli altri. Amore e divertimento prendono l’ascensore insieme, ma continueranno verso lo stesso piano? Per Leila e Dino sicuramente sì! Anche se l’amore e il divertimento possono essere componenti importanti di una relazione, ma non sono gli unici fattori che determineranno se la relazione continuerà verso lo stesso piano. È possibile che una relazione inizi con una forte
Nessuno dopo te
Martedì 21 marzo torna a Teatrosophia una produzione firmata Teatrosophia dopo il grande successo ottenuto nella scorsa stagione. Si tratta di “Nessuno dopo di te”, scritto e diretto dal direttore artistico Guido Lomoro. Una nuova versione, con un nuovo cast di attori di grande talento, Alessandro Mannini e Tony Scarfì. Uno spettacolo in cui si mescolano la parola, la poesia ed il movimento scenico e coreografico, quest’ultimo curato dalla danzatrice e coreografa Maria Concetta Borgese. Una storia d’amore intensa, inaspettata, tormentata, bramosa, smodata, appassionata, coraggiosa, scandalosa.Una storia d’amore vissuta tra coraggio e paura. Un tumultuoso viaggio interiore. Lo spettacolo narra l’intreccio e l’incontro/scontro tra due anime, l’una bisognosa d’amore, l’altra votata alla rassegnazione, entrambe incomplete e travagliate. Diego, benestante, ha una vita dopotutto risolta ma affaticata da un inguaribile bisogno di amare e di essere amato. Mirko ha fatto una scelta “ai limiti” sfruttando l’unico talento che pensa di avere. Vive a metà. Nell’assoluta certezza di non meritare un’esistenza migliore. S’incrociano a distanza più volte fino a che arriva il momento dell’incontro. Ne nasce una storia, carica di non detto, vissuta in una gabbia: in comune hanno un alibi che consente ad entrambi di proseguire la loro relazione. Diego, sfidando la comune morale, insegue questo amore, combatte anche per dare una seconda possibilità alla vita di Mirko. Ma quest’ultimo è frenato dalla paura e dal profondo senso di rassegnazione. Accade però qualcosa, di indotto o forse casuale che lo costringe ad una scelta. Alessandro Mannini e Tony Scarfì si raccontano e ci raccontano questo loro intenso lavoro che tanto appassiona il pubblico. “Nessuno dopo te” o nessuno dopo di voi? Nessuno dopo di te è un po’ una promessa in una relazione. C’è un lungo percorso che ci porta a pronunciare quelle parole. Lo stesso vale tra un regista e i suoi attori. Speriamo di aver fatto nostri i due protagonisti a tal punto da non poter davvero più immaginare nessuno dopo di noi. Questa messinscena ha già subito un cambio cast rispetto alla scorsa edizione; quindi, non sempre è una cosa scontata. Perché interpretare una storia d’amore intensa, inaspettata, tormentata, bramosa, smodata, appassionata, coraggiosa, scandalosa? Sicuramente lo spettacolo nasce da un’esigenza dell’autore, Guido Lomoro, che scrive il testo di getto, in una commistione di prosa e poesia, dove “ordinario” ed “extra-ordinario” si incontrano, scontrano e collimano nella performance live del palcoscenico. C’è troppo “non detto” dietro ad ogni frase per limitarsi a cogliere l’essenza della pièce da una semplice lettura. Andava sicuramente interpretata, sviscerata, vissuta. Tutto questo dove vi ha portato oltre ad avere un grande successo la scorsa stagione? Come detto, lo spettacolo è venuto fuori dalla penna di Guido Lomoro, durante la claustrofobia del lockdown. Quindi l’anno scorso c’era tanta voglia di tornare sul palcoscenico e di far conoscere questo testo al pubblico. Il successo che ne è conseguito è stato un imput per Lomoro per approfondirlo e scavare all’interno delle anime dei due personaggi attraverso una nuova messinscena e persino un nuovo cast. A dirla tutta, è stato leggermente modificato anche il finale. Guido Lomoro è esigente? Guido è esigente come qualsiasi regista con cui ci sia capitato di lavorare. Ovviamente lavora in modo da offrire al suo pubblico un’esperienza unica e significativa, il ché è anche il nostro obiettivo sulla scena. Abbiamo avuto grande libertà di espressione e di confronto per arrivare a cucire questi due personaggi sulla nostra pelle, senza grossi limiti o imposizioni. Perché una nuova versione? Cosa mancava alla prima messa in scena? Non sappiamo esattamente cosa mancasse. Probabilmente adesso lo spettacolo ha acquisito più sfumature, pur puntando in realtà ad una regia più asciutta e semplice della precedente. Potremmo osare dire che sia più autentico. Quanto è difficile mescolare parola, poesia e movimento scenico e coreografico? Entrambi nel nostro passato attoriale ci siamo imbattuti in diversi stili e generi performativi, dal teatro prettamente di prosa a quello più fisico, senza l’ausilio della parola. Questo tipo di lavoro però richiede ancora più attenzione e precisione scenica perché tutti i livelli convivono e coincidono in armonia tra loro, ed è importante che nessuno di questi prevalga sull’altro. Di fatto l’opera di cosa tratta? Tratta di una storia d’amore tra due anime che sembrano indissolubilmente legate e completamente sciolte allo stesso tempo. Quanta paura e quanto coraggio serve in una storia d’amore? Oserei dire tutta la paura e tutto il coraggio che abbiamo. Alle volte la paura stessa di donarsi a qualcuno o di perdere una persona nella nostra vita diventa motore dell’azione del coraggio. Trovare il coraggio di Amare, magari esperito anche attraverso la paura, credo doni tutto un altro sapore ad una relazione. Che cosa narra lo spettacolo? L’incontro/scontro tra Mirko e Diego. Il loro modo di entrare in relazione con l’altro, sia dal punto di vista fisico che emotivo; le loro resistenze che emergono di continuo; e soprattutto l’impatto che un’altra vita ci lascia quando entra in intimità con noi. Voi chi interpretate? Alessandro Mannini interpreta Diego, un ragazzo che apparentemente ha tutto dalla vita ma avverte l’insopportabile mancanza di qualcuno con cui condividerla; Tony Scarfì invece interpreta Mirko, un escort di professione che dopo alcuni momenti difficili nel suo passato, crede di aver finalmente trovato un suo posto nel mondo, fino a ché non incontrerà Diego, pronto a stravolgere la sua vita. Perché a volte si vive a metà? Per mancanza di coraggio. La vita che cos’è? Potremmo dare un milione di risposte a questa domanda o forse nessuna. La vita è ciò che accade, ciò che decidiamo che accada e alle volte va al di fuori di ogni controllo. A Mirko e Diego capita un po’ questo, perdono il controllo ma forse non riescono ad abbandonarsi davvero alla vita. L’incontro con l’altro cosa rappresenta? Una sospensione, un cambio della propria percezione sensoriale e dello spazio tempo. Una continua conoscenza di sé tramite l’altro. Per i nostri personaggi rappresenta soprattutto un motivo per cui lottare. Quanto è importante stare con l’altro in armonia e condivisione? È essenziale! Ascoltare
Con-Fundere o la delirante mescolanza della ragione
Debutta sabato 18 marzo a teatro: “Con-Fundere o la delirante mescolanza della ragione” scritto, diretto e interpretato da Andrea Chiapasco e Emanuele Franco. Con-Fūndēre è un ambizioso progetto teatrale che vorrebbe rispondere alle domande: Posso fondere due coscienze in una? Si può giocare a carte e perdere sempre? È possibile innamorarsi di uno schiaffo? Purtroppo, non è uno spettacolo di risposte affermative e nemmeno definitive, anzi, in realtà durante il viaggio, si scopre di essere usciti dalla logica delle soluzioni, tanto da portarci via ulteriori quesiti in aggiunta ai sopracitati. È difficile dare risposte esatte, ma gli autori e gli interpreti proveranno ad essere esaustivi per andare al punto (Go -> dot) cruciale della questione. Per la sicurezza, con-sigliano ugualmente di tener stretti i punti interrogativi. Per questo motivo, invitano l’organizzazione ospitante ad aiutarli ad istruire il gentile pubblico riguardo questa delicata faccenda, esortando anche i visitatori a prenderne alcuni in prestito direttamente dal palco, in caso di necessità. Nessuno esercita un vero e proprio con-trollo sulla scena, se non la con- fūsione stessa. Tutti avete però l’opportunità unica di prendervi parte. Andrea Chiapasco ed Emanuele Franco raccontano questa straordinaria avventura, interpretazione e sfida intima e conoscitiva di sé, del mondo e dell’altro. “CON-FŪNDĒRE o la delirante mescolanza della ragione” di cosa tratta? Si tratta di un viaggio nella mente di Andrea Chiapasco ed Emanuele Franco. Di ritorno dal viaggio, abbiamo partorito questo spettacolo, che ci piace definire “Comico con morale”: comico perché speriamo e crediamo che possa far divertire e ridere, morale perché allo stesso tempo abbiamo provato a sdrammatizzare certe situazioni che in alcuni ambiti possono creare problemi e disagi. Tramite l’immedesimazione proviamo a raccontare la coppia come “rapporto di gruppo essenziale” in tutte le sue declinazioni. Perché la ragione è una delirante mescolanza? Chi dice di avere ragione non ce l’ha per forza. La ragione non è mai univoca, perché essa dà ragione ad una parte di storia, non alla sua interezza. Ognuno costruisce la propria in relazione agli eventi ed è per questo che l’abbiamo definita “delirante mescolanza”: un turbinio di idee, convinzioni, con-fusioni di diverse teorie che portano ad una differenza di vedute facilmente paragonabile ad una sorta di caos. È possibile fondere due coscienze in una? Domanda a cui è difficile rispondere, come anche a tutte le altre a cui abbiamo provato a trovare risposte nello spettacolo. Non sappiamo se sia possibile, sicuramente con questo “viaggio” abbiamo provato a riscoprire l’unione possibile tra due individui in diverse tipologie di coppie, creando da due persone un’unica entità caratterizzata e mossa dai singoli, ma che si realizza grazie al legame con l’Altro. Si può giocare a carte e perdere sempre? Assolutamente sì. Assolutamente no. Dipende con chi giochi. D’altronde, se giochi con Jim e Joe (due personaggi cruciali delle vicende narrate nello spettacolo), non potrai che imparare a giocare bene le tue carte con ogni mezzo possibile (anche non lecito): l’importante è avere sempre un Jolly da calare. È possibile innamorarsi di uno schiaffo? Ci piace pensare che la risposta non sia così scontata. Edgar e Josette proveranno a far capire allo spettatore quanto si possa nascondere dietro ad uno schiaffo, quanti motivi ci siano per darne uno e come un viaggio di due anime possa partire da esso. Il viaggio che cosa rappresenta? Per noi due? La scoperta continua di nuovi modi per farci ridere ed emozionare l’un l’altro. Per lo spettacolo la risposta è molto simile, ma ribaltata sul pubblico. Noi abbiamo cercato di creare un piccolo universo all’interno di questo nostro progetto e ci piace l’idea di accompagnare lo spettatore in un viaggio alla scoperta di nuove emozioni, di nuovi modi di vedere le cose e di nuovi interrogativi che speriamo riescano a smuovere qualcosa in lui. Le soluzioni esistono? Si, se le cerchi. No, se non ti soffermi abbastanza sugli interrogativi. Esistono le risposte esatte? Eccome! A volte però le risposte esatte cambiano, dettate da quello che ogni spettatore riesce a trovare all’interno dello spettacolo. A noi piace stuzzicare l’intelletto degli spettatori che decidono di vedere il nostro spettacolo, li consideriamo curiosi. Ci piace sapere che cercheranno queste risposte esatte anche se non saranno sicuri di averle trovate. C’è un punto cruciale in tutto questo argomentare? Si, un punto c’è: quello interrogativo. Non fatevi ingannare però, questo spettacolo non è un giallo. Il nostro modo di essere e di ragionare ci porta a mettere degli interrogativi in primis a noi stessi, e quindi abbiamo semplicemente pensato di coinvolgere il pubblico all’interno di questo nostro processo. Perché consigliate di tener stretti i punti interrogativi? Perché è il bello di essere con-fusi. In una società come quella in cui viviamo, dove le risposte la fanno da padrone e tutti ormai hanno la possibilità e quasi si sentono in dovere di dire la propria opinione, crediamo possa aver senso fare un passo indietro ed iniziare a porci quesiti. Quesiti su noi stessi, sulla società in cui viviamo, sul nostro futuro, sulla vita… Farsi domande, anche senza trovare immediatamente le risposte, è una chiave per la consapevolezza e crescita personale, senza diventare una “macchina di opinioni”. Si può esercitare un vero e proprio con-trollo sulla scena, se non la con- fūsione stessa? Perché? Sulla con-fusione siamo sicuri di si, mentre sul con-trollo il discorso si fa più impegnativo. Crediamo che un progetto come questo riesca a funzionare veramente quando inizi a dimenticarti di dover tenere per forza tutto sotto con-trollo e accetti che alcune cose derivino dal caos. Di fatto, con quest’opera qual è il messaggio che volete realmente trasmettere? Vogliamo trasmettere la gioia della risata e della riflessione, che possono coesistere in uno spazio come quello di “Con-fūndēre”. E il pubblico? Come reagirà? Se già lo sapessimo, non andremmo a portare questa storia in giro! Ogni volta che ci siamo ritrovati con un pubblico differente, le risposte sono arrivate in modi e momenti inaspettati rispetto ai precedenti. Per questo motivo non ci aspettiamo niente, lasciandoci travolgere dalle emozioni che scambieremo con chi verrà a vedere la storia. Chi
Elementi
Sabato 18 marzo la galleria d’arte FABER presenta l’esposizione “Elementi 4 2 3” di Manuela Giusto. La ricerca artistica di Manuela Giusto è condensata antologicamente nel progetto “Elementi 4 2 3” che rappresenta la sintesi del suo complesso sentire umano e artistico. Un lavoro intenso e complesso iniziato nel 2004, oggi nel 2023 viene raccolto in una mostra che ne narra il dipanarsi, ma non ne segna la conclusione. Un percorso visuale che, partendo dalla pittura, si avvale della fotografia per raccontare l’interazione tra gli elementi naturali e il corpo. Nelle immagini, la plasticità dei corpi si fonde con la fisicità degli elementi naturali, generando universi immaginifici che si imprimono con forza sulla pelle dei soggetti ritratti. La pelle diventa il medium tra l’interiorità e la materia, il corpo la superficie che testimonia l’istante in cui un pensiero prende forma attraverso colore e luce. Nell’iconografia dell’artista la mescolanza tra elementi e corpo diviene altro; diviene natura, spirito, per tornare all’umano, in una rappresentazione antropomorfa e archetipale. Il percorso espositivo pensato in site specific consente allo spettatore di immergersi letteralmente in un corpus di opere organico, concepito come una scenografia teatrale, in cui a dominare non è un criterio cronologico bensì sinestetico sensoriale, organizzato per elementi. Il supporto adottato diventa funzionale alla creazione di un effetto scenico enfatizzato dal suggestivo impatto della grande installazione modulare in cui si articola l’intero progetto. “Ho scelto la fotografia per vedere oltre, per lasciare una traccia visibile di un’idea; una necessità che si sprigiona dall’interno in un processo creativo. Ogni fotografia è un mezzo per ri-costruire un’altra visione della realtà”, dice l’artista. Manuela Giusto si racconta e ci racconta il suo mondo e la sua arte. Chi è Manuela Giusto? Ci sto lavorando … per capirlo. Perché ha deciso di seguire il mondo artistico della fotografia? Perché è stato un collante tra le mie passioni. Natura, corpo e pittura. Quando ha fatto il suo primo lavoro? Nel 2004 quando ho esposto a Londra le prime immagini del progetto sugli Elementi. Che cosa significa per lei uno scatto fotografico? Può essere la forma di un pensiero o un gesto necessario per ricordare. L’arte che cosa è? Una possibilità creativa per raccontare il nostro tempo. L’uomo ha bisogno dell’arte? Assolutamente si Che cosa ricerca nei suoi lavori? Un dialogo tra il corpo e la materia Il progetto “Elementi” che cosa rappresenta nel suo percorso di artista? È un progetto che si muove con me … racconta il modo in cui confronto nel tempo luce, colore, materia e pelle. Che cosa vuole comunicare al suo pubblico con questa mostra? Un dialogo tra un insieme di immagini realizzate in 19 anni sullo stesso tema. Dove si svolgerà la mostra? Galleria d’arte FABER – via dei banchi vecchi 31 – dal 18 marzo al 29 aprile. Quanto è importante per un’artista mostrare le sue opere? Penso sia importante ma non sempre necessario condividere un’intuizione con altre persone. Ci sono lavori che non ha mai fatto vedere a nessuno? Ovviamente si. Perché? Ci sono progetti che ancora non hanno preso una forma definita. Con la fotografia si fissa un attimo e poi? Si sceglie se riviverlo o no. La traccia di un’immagine che cosa rappresenta nell’immaginario collettivo? Posso dirti che rappresenta per me la testimonianza della nostra esistenza. Noi siamo frammenti di vissuti esperienze mondi e possibilità, come un grande puzzle che diventa corpo unico in uno scatto fotografico, è d’accordo? Si, condivido che siamo il risultato delle nostre scelte e del nostro vissuto. Cosa pensa delle tante foto social? Penso che sia una grande possibilità di condivisione, dipende dall’uso che ognuno ne fa. Lei è una persona social? Direi di No. La dimensione dell’esserci trova spazio nei suoi lavori? Sicuramente si nel progetto sul corpo e gli elementi naturali. Progetti? Un’installazione di immagini retroilluminate in uno spazio buio Vuole aggiungere altro? No … grazie mille dell’intervista.
Scusate… ma dovevo!
Il 26 marzo debutta al Teatro Trastevere lo spettacolo: “Scusate ma dovevo”, una commedia scritta da Emiliano Morana e Alessandro Bonanni per la regia di Emiliano Morana. Tra gli interpreti troviamo: Emiliano Morana, Andrea Zanacchi e Paolo Roberto Ricci. La trama racconta di Mattia e Tommaso Scartocci due fratelli romani. Il primo è non vedente a causa di uno stupido incidente coi petardi di Capodanno, un handicap che lo ha reso anche molto scontroso e intrattabile; il secondo gli fa quasi da tutore occupandosi serenamente di tutte le faccende del fratello, sapendo ormai come prenderlo e gestirlo. Tommaso decide di portare il fratello in una famosa clinica ospedaliera di New York, convincendolo che si tratta della clinica oftalmica numero uno al mondo e che lì potrà finalmente riacquistare la vista. In ospedale faranno la conoscenza di Michele Lorusso, dottore cinico e rigoroso che ha deciso di lasciare la sua Puglia a favore del sogno americano dal momento che, in Italia, gli è sempre stato impossibile trovare lavoro. L’incontro fra i 3 darà vita ad un susseguirsi di gag e risate: l’irascibilità di Mattia si scontrerà con la pignoleria del Dottor Lorusso e, fra loro, Tommaso cercherà di essere l’ago della bilancia che mantiene tutto in equilibrio. Anche perché solo in questo modo gli sarà possibile andare fino in fondo nel suo rocambolesco piano. Sì… Perché il problema agli occhi non è il vero motivo per cui Mattia, a sua insaputa, è stato trascinato a New York. Cosa nasconde Tommaso Scartocci? Il Dottor Lorusso come prenderà la verità dei fatti? Lo scopriremo a teatro nella commedia brillante “Scusate… ma dovevo!”, scritta da Emiliano Morana ed Alessandro Bonanni per la regia di Emiliano Morana. Intanto abbiamo intervistato Emiliano Morata che ci conduce all’interno di questo suo lavoro. Drammaturgo, regista e attore e poi? Il teatro è il mio habitat naturale e mi piace spaziare in tutte e tre le vesti, spesso singolarmente o anche tutte e tre insieme come nel caso di questa commedia. “Scusate … ma dovevo!” di cosa parla? “Scusate … ma dovevo!” è una commedia che rispecchia un genere ben preciso: è una commedia dell’equivoco, con farsa e con paradossi. E in questo caso specifico l’argomento a differenza di diverse commedie che rientrano in questa categoria non si basa sull’equivoco uomo e donna, moglie ed amante, ma si parla di rapporto tra fratelli. Perché ambientare a Roma l’impianto dell’opera? L’opera non è ambientata a Roma, l’opera è ambientata in una clinica newyorkese, proprio per partire da un grande paradosso; in questa grande clinica newyorkese si andrà a creare un’atmosfera tipicamente italiana. Chi sono Mattia e Tommaso? Mattia e Tommaso sono due fratelli che in maniera differente dimostrano il loro attaccamento, il loro amore l’un l’altro. Che cosa fanno nella vita? Non è specificato nella commedia cosa fanno nella vita. Mattia è diventato non vedente e questo handicap è diventato il suo “lavoro”, in quanto essendo una cecità causata da un’incidente, lo ha portato a crogiolarsi in questo stato. Tommaso si occupa del fratello, vediamo all’interno dello spettacolo che fa un lavoro non specificato ma che comunque gli permette di prendersi cura in maniera completa di Mattia. Qual è il loro rapporto? È un rapporto tra fratelli, vero in cui si sopportano e si supportano. Quanto è difficile andare d’accordo tra fratelli? Andare d’accordo tra fratelli non è difficile; è difficile tanto quanto naturale, è un qualcosa che non si sceglie, è un qualcosa che si ha, un fratello maggiore si ritrova ad essere fratello maggiore non per sua scelta, ma perché viene al mondo l’altro; e un fratello minore nasce già essendo fratello; quindi, è uno dei rapporti più naturali e puri che possa esserci tra due persone. Tommaso per il fratello tenta l’impossibile tant’è? Tant’è che fa un qualcosa che ora non posso spoilerare, ma che va visto in teatro. Chi è Santino Lorusso e come si declina nella loro vita? Santino Lorusso è la persona giusta incontrata al momento giusto, un incontro totalmente fortuito e inusuale che si rivelerà fondamentale per Tommaso e Mattia. Ilarità e vita vissuta sono l’ingrediente di questo lavoro, quanto è importante vivere la vita con leggerezza? Tendo sempre a fare una distinzione tra l’ilarità e la leggerezza nella vita con quella che poi metto in scena, la leggerezza e l’ilarità portate in scena non possono secondo me essere coadiuvate a quelle della vita, in quanto in scena cerco sempre di portare qualcosa che non rispecchia sempre me stesso. Quanto è importante saper stare in equilibrio nei rapporti familiari? È importante stare in equilibrio nei rapporti, in generale, poi la famiglia è sempre un qualcosa che richiede una personale lettura nel trovare equilibrio. All’interno dell’opera c’è un colpo di scena, un finale inaspettato? C’è un colpo di scena e c’è un finale inaspettato. Chi sono i suoi compagni di viaggio? Andrea Zanacchi e Paolo Roberto Ricci, due straordinari attori che ho voluto al mio fianco e con i quali sono contento di condividere questa avventura. Andrete in tour? Ci stiamo lavorando, è molto probabile. Progetti? Progetti ce ne sono tanti, vediamo poi cosa succederà in futuro. Vuole aggiungere altro? Viva il teatro.
Il Buco
Roberta Calandra torna in teatro con una sua opera interpretata da Nadia Perciabosco per la regia di Laura De Marchi. Un’opera densa e intensa che smuove non solo emozioni ma anche sensazioni, riflessioni e pensieri intimi molto importanti. Potremmo riassumere il tutto prendendo spunto dal comunicato stampa che recita: c’è chi nasce bomba e chi nasce ciambella e, per motivi assolutamente personali, passa la vita a nascondere, tentar di riempire, mediare, ostentare il proprio “buco di formazione”. Questo monologo tragicomico, che utilizza diversi registri di umorismo, da quello psicoanalitico di matrice anglosassone al ritmo concitato del cabaret, mostra in scena una donna sola, autoironicamente introspettiva, irrimediabilmente (o quasi) avvoltolata su se stessa e sui propri fantasmi, ma non del tutto chiusa al cortocircuito che spezza il cerchio della solitudine, in un inarrestabile flusso di parole, impressionantemente simile a quello di tutte noi, almeno in alcuni snodi cruciali dell’esistenza… “Il Buco … la prima cosa che si mangia sono gli altri … poi quando stai da sola … tutto quello che trova … il Buco è fatto così”! Tant’è che “Il Buco” è un monologo tragicomico di Roberta Calandra che da diversi anni è in tournée in giro per l’Italia, tratta questo: la “mancanza”, il “disagio”, “il buco” appunto …per qualcosa che non c’è … e si trasforma in sintomo “qualcosa da riempire” ma con cosa? Cibo? Sonno? Sigarette? Sesso? Droga? Amore? “Finché uno non ha riempito il suo buco da solo nessun altro può farlo” quindi anche l’amore no … forse … allora la protagonista intraprende un cammino di continue cadute e risalite perché il buco “ti sbatte a terra” dopo che hai creduto di sconfiggerlo …. Quando meno te l’aspetti … si ripresenta! Nella messinscena la protagonista fa una sorta di outing: un monologo/confessione nel quale racconta il suo rapporto con il buco: un rapporto ambiguo perché il buco è un nemico da sconfiggere ma nello stesso tempo è “il motivo per il quale sono viva” Una metafora, quindi, dell’arte che continua a motivare il perché si crea … forse per riempire un buco altrimenti incolmabile!? “Nadia Perciabosco, viaggia così, tra un rapporto diretto con il pubblico nel quale racconta senza mezzi termini il suo rapporto con il buco ad una narrazione nella quale rivive, in una sorta di flashback cinematografico comico ed a tratti esilarante, le fasi nelle quali ha tentato di combattere il buco! Una messinscena ironica, commovente, divertente, a tratti straziante … un testo che non lascia indifferenti perché tutti possono riconoscersi con questo buco per il quale stimolando la nostra reazione a sopravvivere…forse siamo vivi” racconta la regista Laura De Marchi. Nadia è molto di più e lo possiamo cogliere da questa intervista. Chi è Nadia Perciabosco? O mamma mia, che domanda difficile!!!… Nadia è una ragazza di Catania che un giorno ha deciso di seguire i suoi sogni e vivere nel modo che più le si addice… Roberta Calandra che cosa rappresenta e significa per lei? Roberta si è manifestata all’improvviso, un giorno che aveva nevicato a Roma e da lì è iniziata la nostra collaborazione… per me è un’amica, una sorella, una socia, una complice, una compagna di merende ma anche una dispensatrice di sfide. Il monologo “Il buco” di Roberta Calandra quando incide nella sua vita di attrice? Questo testo ha segnato uno spartiacque, perché mi ha permesso di mettere insieme un po’ tutte quelle che sono le mie caratteristiche come attrice, non solo, ma è anche in continua evoluzione, cresce e si modifica in base agli eventi e alla partecipazione del pubblico Quanto è difficile un monologo? Non particolarmente, per me… Il lavoro che si fa sul personaggio è lo stesso, sia sul monologo che per un testo a due o più personaggi… Perché è un monologo tragicomico? Perché è come la vita… in una giornata, ma anche nell’arco di un’ora della nostra esistenza, si passa da uno stato d’animo a un altro così, velocemente e repentinamente e sul palco si cerca di portare la vita, così com’è… I nostri fantasmi quanto incidono nella nostra vita? Dipende… a volte più, a volte meno… a volte sono loro a vivere al nostro posto (e lì, bisogna preoccuparsi). Nel buco chi c’è e che cosa c’è? Nel buco c’è tutto e niente… tutto quello che ci buttiamo dentro, le cose o le persone con cui lo nutriamo, anche inconsapevolmente… le parti di noi che divora… ma è anche un pozzo da cui si può estrarre oro… Siamo tutti all’interno di un buco? …Magari siamo tutti bucati… Come possiamo combattere il buco? “…È impossibile combattere con il buco, più lo ricalchi, più lui diventa forte…” è una citazione del testo…. È possibile uscire fuori? Secondo me, vale lo stesso discorso che si fa per il tunnel… se non puoi uscirne, arredalo!!! Cadere e rialzarsi sono esperienze cucite e tramate nella vita di ognuno, quanto sono importanti? Beh, direi che sono la vita stessa… cadere è funzionale al rialzarsi, cioè mi serve, ci serve per tornare in piedi, facendo leva sul terreno su cui si è caduti… se non si cade non si può assaporare la gioia del rialzarsi… Lei ha lavorato con i grandi del teatro quanto è importante l’esperienza? L’esperienza è tutto. Non ci sono esperienze piccole o grandi… specialmente quando si è giovani bisogna macinare esperienza, accettare tutto, imparare da tutto e da tutti, mettersi alla prova, lavorare su sé stessi, sfidarsi, non accontentarsi mai. Che cosa si aspetta da quest’opera? Mi aspetto di stupirmi, ogni volta. E dal pubblico? Spero si faccia prendere per mano per giocare, insieme. Lei ha un buco nella sua vita? Anche più di uno!! Sono un’accumulatrice seriale, un buco lo trovo sempre…. Che cosa farà da grande? La cantante rock o l’astronauta. Progetti 2023? Ho in programma di riprendere un altro monologo che Roberta ha scritto apposta per me e altre cose interessanti di cui, al momento, non posso parlare… Vuole aggiungere altro? Si, vorrei dire a tutti e tutte di “imbucarsi” alle repliche del
In alto mare
Venerdì 17 marzo al Teatro Marconi debutterà: “In alto mare” di Slawomir Mrozek per la regia di Andrea Goracci. Nel cast troviamo: Anania Amoroso, Livio Sapio, Luca Vergoni, Andrea Meloni, Riccardo Musto. Senza dubbio un’opera che condurrà lo spettatore a riflettere su tempi significativi della vita e dell’essere nel mondo. Il testo, scritto dal drammaturgo polacco Mrozek nel 1961, a distanza di sessant’anni conserva intatta la sua feroce attualità. Dopo il debutto alla regia del giovane e talentuoso Goracci al Marconi Teatro Festival 2022, torna in scena a grande richiesta uno spettacolo acclamato dal pubblico del Marconi che vede in scena giovani e promettenti attori. La trama si snoda all’interno di una narrazione intensa e densa di significati. Tre uomini, costretti nello spazio esiguo di una zattera che li accoglie in un mare scuro e immobile, mettono in campo le caratteristiche ideologiche e le capacità dialettiche derivanti dai loro ruoli, in un dibattito costante (quasi da moderno talk show) che diviene disputa, in cui è in gioco la loro stessa vita. Il “piccolo”, il “medio”, il “grande”, rappresentano tre classi di una società capitalista: il popolo, il potere politico, il potere economico. Gli esiti di questo scontro per assicurassi la sopravvivenza sono facilmente intuibili. I toni sono quelli della commedia nera, permeati da una comicità macabra e sorprendente. Andrea Goracci, giovane ma talentuoso regista, ci racconta questo suo lavoro conducendoci all’interno con generosità e competenza. Caro Andrea, conosciamoci un po’: ci racconta di lei? Sono un ragazzo di 24 anni la cui passione è sempre stata il teatro, fin da quando ero piccolo. Dalle scuole medie ho preso parte alla compagnia di “Chiodo Storto” con cui annualmente facevo spettacoli, ma in veste di attore. Poi, grazie anche a Marco De Riso, insegnante della compagnia, ho capito che preferivo di più stare dietro le quinte che davanti al pubblico: ho quindi iniziato ad aspirare al ruolo di regista. Finito il liceo, infatti, ho iniziato a lavorare con Claudio Boccaccini in qualità di allievo, diventando, ad oggi, un suo collaboratore. Perché mettere in scena: “In alto mare” di Slawomir Mrozek? “In alto mare” è un testo feroce, crudo. La necessità di metterlo in scena non nasce non solo dalla sfida personale di mettere in scena uno spettacolo, seppur breve, molto denso e scenograficamente complesso, ma anche quello di riportare alla luce uno spettacolo che, scritto nel 1961, continua a conservare ancora oggi la sua attualità. Chi sono i suoi compagni di viaggio? Gli attori Luca Vergoni, Livio Sapio, Anania Amoroso, Andrea Meloni e Riccardo Musto. La costumista Lucia Cipollini. La scena è di Antonella Rebecchini e Mattia Lampasona per la realizzazione della zattera. Come ha scelto il suo cast? La scelta del cast ha previsto la ricerca di persone professionali e appassionate tra quelle che nel corso degli anni ho avuto la fortuna di incontrare. E difatti ognuno dei membri ha apportato il proprio miglior contributo allo spettacolo fino a sentirlo come un lavoro a tutti gli effetti collettivo. Ha un Maestro a cui si ispira? Le storie e gli aneddoti dei grandi del teatro e del cinema sono sempre per me fonte di ispirazione e ammirazione. Ma ciò che mi motiva è vedere intorno a me tutti quelli che sono veri professionisti di questo mestiere e il senso di sacrificio che molto spesso quest’ultimo comporta. Il mio “padre artistico” è senz’altro Claudio Boccaccini ed è sicuramente suo il “verdetto finale”, e quello che per me conta di più, sul mio lavoro. “In alto mare” di che cosa parla? Tre naufraghi e una zattera in mezzo al mare. Esaurite le provviste, si ritrovano a dover scegliere chi mangiare di loro tre per poter sopravvivere. Siamo tutti in una zattera di rottami legati insieme da funi lise e sdrucite, qual è l’insegnamento? Di morale in questo spettacolo ce n’è poca: quello che abbiamo davanti è una vignetta, anche satirica, che, purtroppo, si avvicina pericolosamente alla realtà – oggigiorno più di quanto avrebbe potuto quando è stata scritta. Che cosa rappresentano il “piccolo”, il “medio”, il “grande”? I personaggi si chiamano, da testo, “grosso”, “medio” e “piccolo”, non per caratterizzazione fisica, ma per avere una divisione concettuale che assegna ai personaggi dei ruoli in quelle dinamiche che si presentano quando delle persone – o più in grande un popolo – si ritrovano in una situazione di limitazione di spazi o di risorse. Alla fine dello spettacolo, infatti, chi viene mangiato è proprio il “piccolo”, anche se sembra illogico, dal momento che il “grosso” sacrificandosi potrebbe risolvere ampiamente il problema. La dinamica più frequente in queste situazioni, però, è che il più prepotente vince anche sulla logica, e l’istinto di autoconservazione – o di tenersi il posto, si potrebbe dire – prevale sul bene collettivo. La società, oggi, quanto incide nella vita di ognuno di noi? Direi piuttosto che siamo noi ad incidere sulla società, in quanto membri di quest’ultima. Abbiamo dunque il dovere di essere consapevoli di appartenere ad una collettività. Il testo, scritto dal drammaturgo polacco Mrozek nel 1961, a distanza di sessant’anni conserva intatta la sua feroce attualità, perché? La drammaturgia del teatro dell’assurdo di Mrozek è una caratteristica della sua prima produzione, ma la sua propensione alla satira politica e sociale pregna le sue opere, andando quasi sempre a mettere a nudo una scomoda realtà. Lei ha debuttato al Marconi Teatro Festival 2022, ci racconta le sue emozioni? Sicuramente ha rappresentato per me un grandissimo traguardo, spero il primo di molti. Per quanto riguarda le emozioni provate la sera, ero entusiasta di poter mostrare la nostra messa in scena di cui sono estremamente fiero. Che cosa si aspetta dal pubblico? Che venga. Progetti 2023? Spero di poter trovare spazio e mezzi per poter mettere in scena molti altri spettacoli che ho in mente, primo tra tutti “Teppisti!” di Giuseppe Manfridi, su cui sto attualmente lavorando a livello (ancora) personale. Vuole aggiungere altro? Ringrazio Felice Della Corte, direttore del Teatro Marconi, per le opportunità che mi ha dato e che continua
La Reine de Marbre
Giovedì 9 marzo a Teatrosophia debutterà: “La Reine de Marbre”, uno spettacolo multilingue per la regia di Flavio Marigliani. Interpreti: Mayil Georgi Nieto, Marta Iacopini, Flavio Marigliani. Il Teatro Multilingue torna a Teatrosophia dopo il successo di Mrs Green e Goodbye Papà e una tournée che li ha portati a Madrid, Bristol, Kingston e varie volte a Londra. È l’unica compagnia che crea spettacoli multilingue, più lingue mescolate in maniera naturale all’interno della stessa pièce, particolarità che nulla toglie alla comprensione del testo. La trama si snoda in un itinerario avvincente: un veliero alla deriva nel Mediterraneo. El Capitan Arlecchino e due dame di compagnia di una regina decapitata nel XVIII secolo, Madonna Angelica e Petite Lucrecia, sono i sopravvissuti di una tempesta senza precedenti che li porta a scontrarsi con le barche dei migranti in rotta verso l’Europa. Fanno naufragio in una Grecia devastata dagli incendi, pescano plastica dal mare e, pur di sopravvivere in un mondo a loro sconosciuto, si reinventano democratici del XXI secolo vendendo i simboli della democrazia ai bagnanti sulle spiagge. “La Reine de Marbre” è un divertissement di commedia e assurdo che attraverso una reinterpretazione dei meccanismi della commedia dell’arte, pone uno sguardo fortemente critico ai problemi politici e sociali del mondo odierno. Marta Iacopini ci conduce attraverso questa intervista nel mondo de “La Reine de Marbre”. Cosa molto interessante: uno spettacolo multilingue. Di che cosa si tratta? Un progetto teatrale che è nato nel 2020, l’idea di creare spettacoli in cui più lingue si mescolano all’interno della stessa storia in maniera naturale e organica, arricchendo di significato la trama e la storia stessa. Ma attenzione, non sono spettacoli solo per poliglotti, anzi! Non serve conoscere tutte le lingue per seguire la storia e capire, per divertirsi o riflettere a seconda del contesto. Come nasce l’idea di uno spettacolo multilingue? L’idea nasce sempre dalla storia, quella è la base. E la storia è sempre multilingue, anche in embrione. Una volta creata la storia, si lavora ai dialoghi e alle scene, con un lavoro fino di attenzione allo scambio linguistico in scena, di modo che abbia significato e sia comprensibile. Forse richiama la filosofia e l’etica dell’integrazione? Assolutamente sì. L’idea di andare oltre le lingue e la tanto pubblicizzata barriera fra lingua nativa e lingua “straniera” non è che un invito a recepire l’altro, quella persona o quel qualcosa che pensiamo, o che ci portano a pensare, sia diverso da noi. Il pubblico che cosa restituisce dopo lo spettacolo? Un feedback estremamente positivo. È un esperimento; c’è chi ci segue dal 2020 e ha visto vari spettacoli dal vivo e chi viene per la prima volta. Lasciarsi andare oltre la barriera linguistica non è semplice, specie quando si parla di temi sociali o politici che richiedono comprensione, ma ci si sorprende sempre di quanto si riesca a capire e di quanta “sintonizzazione” avviene a teatro. Venire per credere. Il 9 marzo debutterà “La Reine de Marbre” di che cosa parla? “La Reine de Marbre” parte da un veliero, quelle imbarcazioni con alberi e vele che associamo alla scoperta degli oceani, che va alla deriva per il mar Mediterraneo. A bordo ci sono El Capitán Arlecchino e due dame di compagnia di una regina decapitata nel XVIII secolo, Madonna Angelica e Petite Lucrecia. I tre sopravvivono ad una tempesta senza precedenti che li porta a scontrarsi con le barche dei migranti in rotta verso l’Europa. Fanno naufragio in una Grecia devastata dagli incendi, pescano plastica dal mare e, pur di sopravvivere in un mondo a loro sconosciuto, si reinventano democratici del XXI secolo vendendo i simboli della democrazia ai bagnanti sulle spiagge. Che cosa significa che “La Reine de Marbre” è un divertissement di commedia e assurdo? Lo spettacolo è una rivisitazione di alcuni meccanismi della commedia dell’arte per affrontare temi di rilevanza politica e sociale del mondo contemporaneo. Un viaggio nel tempo, se si vuole, in cui i tre protagonisti metteranno in luce le contraddizioni e i paradossi della nostra società. Divertissement perché ci sono parecchi momenti di commedia e di situazioni assurde, ma mai fini a se stesse; servono per mettere in luce ciò che un trattamento più normale o canonico dei temi non arriverebbe a fare. È stato questo il vantaggio di aver inserito personaggi della commedia dell’arte fuori dal loro contesto, giocando con la maschera in chiave contemporanea. Quanto la politica e i problemi sociali del mondo odierno emergono nella drammaturgia della commedia? Molto. Il testo e la sua interpretazione hanno lo scopo di mettere in luce le contraddizioni all’interno delle quali viviamo. Anche in maniera forte, senza mezzi termini. I tre personaggi che rappresentano i tre ideali della Rivoluzione francese nascono da una spinta reale dell’essere umano nel momento in cui vengono sistematizzati, entrano nel sistema e perdono la loro natura e lo slancio da cui nascono, l’urgenza e la necessità di esistere. E per questo vengono strumentalizzate. El Capitán Arlecchino chi è, che cosa rappresenta nella commedia? El Capitán Arlecchino è il filo che tiene insieme lo sviluppo della trama, nella commedia e nell’adattamento al mondo contemporaneo. È una rielaborazione della figura di Arlecchino, una delle maschere storiche della commedia dell’arte, ma in chiave contemporanea. Un personaggio che cerca sempre espedienti per sopravvivere e imbrogliare il prossimo, ma anche agile e con una capacità di adattamento fenomenale… finirà anche lui deluso? Arlecchino trova il modo per adattarsi ai tempi, trova sempre un modo per adattarsi al mondo che cambia, esattamente come ha fatto realmente la sua maschera attraverso i secoli adattandosi sempre fino ad arrivare al giorno d’oggi. Capacità di adattamento. In ogni caso se la cava. Indossa altri elementi di maschera che trasformano solo la machera, ma il cuore di Arlecchino rimane lo stesso. Mentre Madonna Angelica e Petite Lucrecia chi sono? Sono due dame di compagnia di una regina decapitata nel XVIII secolo… sarà “lei”? Non viene mai detto, ma si può pensare. Una rappresenta la cultura europea dell’Illuminismo, l’altra il mondo extra-Europeo, al limite fra i concetti



