Il dolore può diventare silenzio, ma può anche trasformarsi in voce. Ed è proprio per dare voce a tutte le vittime di violenza che nasce “Lacrime Furenti”, la manifestazione che il 15 ottobre 2025 riempirà Piazza Santi Apostoli a Romacon un sit-in, flash mob e testimonianze. Non una semplice ricorrenza, ma un grido collettivo contro femminicidi, violenze di genere, bullismo e ogni forma di sopraffazione. Abbiamo chiesto alla giornalista e scrittrice Laura Marinaro, da anni impegnata nella narrazione e nell’analisi dei fenomeni di cronaca e violenza, cosa significa oggi esserci e raccontare. Laura, “Lacrime Furenti” non è solo un evento simbolico ma un presidio permanente di coscienza civile. Cosa rappresenta per lei? Rappresenta un atto di responsabilità collettiva. Troppo spesso la violenza viene ricordata solo nelle date ufficiali o nei titoli dei giornali, mentre la vita delle vittime e dei loro familiari resta segnata ogni giorno. Questa manifestazione vuole rompere il meccanismo dell’oblio e dire a gran voce che non possiamo più accettare l’indifferenza. Lei racconta da tempo storie di violenza e di resistenza. Cosa cambia quando il dolore privato diventa pubblico, in piazza? Cambia tutto. Quando una madre, un padre, un fratello portano la propria testimonianza davanti alla collettività, quel dolore diventa un patrimonio comune. Non è più un dramma individuale, ma un dovere sociale: ascoltare, riconoscere, agire. È lì che la memoria diventa strumento politico e culturale. Uno degli obiettivi di “Lacrime Furenti” è restituire dignità anche agli uomini per bene, chiamati a prendere posizione. Quanto è importante questo passaggio? Fondamentale. La violenza non è un problema “delle donne”: è un problema culturale che riguarda tutti. Serve che gli uomini onesti, i padri, i figli, i fratelli dicano chiaramente da che parte stanno. Rompere il silenzio maschile è uno dei gesti più rivoluzionari che possiamo fare. Ci sarà anche la consegna di un documento ufficiale al Parlamento. Crede che la politica sia pronta ad ascoltare? La politica deve ascoltare. Perché ogni femminicidio non è solo un fatto di cronaca, è un fallimento delle istituzioni. La consegna del documento è un atto concreto, che porta la voce delle associazioni e delle famiglie direttamente dentro le istituzioni. Non è più tempo di slogan, servono azioni. Che messaggio vorrebbe restasse negli occhi e nei cuori di chi parteciperà a questa giornata? Vorrei che tutti capissero che la violenza non è un destino ineluttabile, ma una battaglia che possiamo combattere insieme. Che il dolore può trasformarsi in azione, e che ogni singola voce conta. “Lacrime Furenti” non è solo memoria, è speranza attiva. Il 15 ottobre, in Piazza Santi Apostoli, non ci saranno solo lacrime. Ci sarà la forza di chi pretende giustizia, la dignità di chi non vuole più essere invisibile, la voce di chi crede che il cambiamento sia possibile. Come ricorda Laura Marinaro, “resistere significa non lasciare che il dolore resti privato, ma farne un impegno pubblico”. Lacrime Furenti nasce dal dolore, ma guarda alla speranza: mai più silenzio, mai più indifferenza.
Il podcast: Vite Private
Le storie di cronaca nera non finiscono con una sentenza. Dietro ogni titolo, ogni processo, ci sono vite che continuano: quelle di chi ha perso, di chi ha fatto del male e di chi deve convivere con un prima e un dopo. Da questa consapevolezza nasce Vite Private, il nuovo podcast scritto e prodotto dalle giornaliste Simona De Giuseppe e Laura Marinaro, disponibile su tutte le piattaforme. Un progetto che non si limita a raccontare il fatto, ma guarda oltre, scavando nelle ferite, nei silenzi, nei tentativi di ricostruzione. Abbiamo intervistato Laura Marinaro. Laura, da dove nasce l’urgenza di un podcast come Vite Private? Nasce dall’idea che dietro ogni crimine ci siano conseguenze che non si esauriscono mai. Abbiamo voluto raccontare non solo il momento del fatto, ma ciò che accade dopo: la resilienza di chi sopravvive, i dilemmi di chi ha sbagliato, il dolore di chi resta. È un modo per dare voce a chi spesso rimane in ombra. Qual è la differenza principale tra il vostro format e i tanti podcast crime che oggi popolano le piattaforme? Noi non ci fermiamo alla cronaca. Vite Private è un progetto intimo, non giudicante. C’è il racconto del caso, ma soprattutto ci sono le parole dei protagonisti, seguite dall’analisi di esperti che aiutano a decifrare emozioni, traumi, possibilità di rinascita. Non spettacolarizziamo, restituiamo umanità. La prima puntata è dedicata a Stefano Savi, vittima della coppia dell’acido. Perché avete scelto di iniziare proprio da lui? Perché la sua storia è emblematica: è la testimonianza di chi, pur devastato da un evento terribile, è riuscito a ricostruirsi, a non restare solo vittima. È il simbolo del “tempo della rinascita”, il filo conduttore che attraversa molte delle storie che racconteremo. Il podcast alterna voci di vittime, familiari e persino di chi ha commesso un reato. Che responsabilità comporta dare spazio a prospettive così diverse? Una responsabilità enorme. Ma crediamo che il compito del giornalismo sia anche questo: dare strumenti di comprensione, mostrare complessità, aprire domande scomode. Non significa giustificare, ma provare a capire, per riflettere tutti insieme sulla giustizia, sul perdono e sulla fragilità umana. Cosa spera che resti negli ascoltatori dopo ogni episodio di Vite Private? Vorrei che restasse una riflessione profonda: che dietro ogni storia ci sono persone, che il dolore non si cancella ma può trasformarsi, che la resilienza è possibile. Se chi ci ascolta si ferma a pensare, anche solo per un attimo, al valore della vita e delle relazioni, allora avremo raggiunto il nostro obiettivo. Vite Private non è un podcast che cerca il sensazionalismo, ma la verità emotiva. Non racconta il “crime” per sé, ma il dopo: i vuoti, le rinascite, le ferite che diventano identità. Con la voce di Laura Marinaro e Simona De Giuseppe, queste storie ci obbligano a guardare in faccia la fragilità umana, ma anche la sua straordinaria capacità di resistere. Perché la cronaca finisce nei giornali, ma la vita, privata e collettiva, continua sempre.
E fummo vivi – L’alba della Resistenza
Ci sono quartieri che non sono solo luoghi, ma memorie viventi. San Lorenzo è uno di questi: ferito, ribelle, capace di trasformare il dolore in voce collettiva. Con E fummo vivi – L’alba della Resistenza, terzo capitolo di una trilogia teatrale, si compie un viaggio nella storia dimenticata della prima strage fascista. Non un racconto museale, ma un atto di resistenza culturale: fatto di poesia, ironia popolare e corpi che tornano a vivere sulla scena. Abbiamo intervistato Veronica Liberale. Come nasce l’idea di portare in scena la storia della prima strage fascista a San Lorenzo e di raccontarla attraverso le vite ai margini? L’idea nasce dal mio legame profondo con il mio quartiere d’origine, San Lorenzo, e dal rapporto vivo e stimolante con il suo attuale Comitato di Quartiere. “E fummo vivi” è il terzo testo di una trilogia dedicata proprio a San Lorenzo: il primo era incentrato sul bombardamento del 1943 ( Pane, latte e lacrime) il secondo sul periodo dell’occupazione tedesca, raccontato attraverso la parabola umana di padre Libero Raganella, figura sanlorenzina di grande spessore ( Io Libero) È stato proprio il Comitato di Quartiere a suggerirmi di completare il percorso narrativo affrontando il periodo dell’ascesa del fascismo e la ribellione del quartiere, sfociata nella prima strage fascista. Da lì è nata l’urgenza di dare voce a una memoria collettiva troppo spesso dimenticata. Il testo alterna poesia, coralità e ironia popolare: come hai lavorato sul linguaggio per restituire fedelmente l’anima del quartiere? Il linguaggio è popolare, crudo, diretto ma anche incredibilmente intenso e poetico. È il linguaggio di un quartiere che, all’epoca, era “fuori le mura”, escluso dal piano regolatore, abitato da chi arrivava con niente , spinto dalla necessità. Eppure, da quella umanità ai margini, nacque uno slancio sociale, politico e culturale senza precedenti. Negli anni ’20, a San Lorenzo c’era addirittura una delle biblioteche più grandi d’Europa, in via dei Sardi, poi distrutta dai fascisti. Per restituire con autenticità questa voce collettiva, ho studiato testi e testimonianze dirette, grazie anche al prezioso supporto dello storico Rolando Galluzzi, esperto di storia romana e sanlorenzina. Nel testo convivono l’anima più bassa, quotidiana e prosaica del quartiere e quella più lirica, visionaria, resistente. Pina, la lavandaia ostinata, e sua figlia Maria che scrive poesie: che valore hanno queste due figure femminili nel racconto della Resistenza nascente? Pina, dura e calcolatrice, padrona della stalla che subaffitta agli altri personaggi, rappresenta il quartiere stesso: ruvido, pericoloso, ma anche capace di accogliere e includere. Sua figlia Maria, che scrive poesie sugli scampoli di stoffa, è invece l’anima poetica di questa resistenza umana: la voce della bellezza che sopravvive anche nella miseria, il potere delle parole che guariscono e tengono viva la memoria. Intorno a loro si muove un coro di personaggi ai margini, ciascuno con una forza e una dignità proprie, essenziali allo svolgimento della storia. Insieme compongono una resistenza corale, viva, vera. Raccontare la prima strage fascista con nomi e volti significa dare identità a chi spesso è stato dimenticato: che responsabilità hai sentito nel riportare in vita questa memoria collettiva? E’ stata una grande responsabilità, soprattutto perché lo spettacolo ha debuttato proprio a San Lorenzo, in piazza, davanti alla sua gente. Ma accanto a questa responsabilità, ho sentito anche una profonda soddisfazione: ridare dignità e nome a vittime che la Storia e lo Stato – ha dimenticato. Persone uccise due volte: prima dalla violenza fascista, poi dall’oblio. Un lavoro prezioso in questo senso è stato fatto dal giornalista e scrittore Gabriele Polo, che nel libro Assalto a San Lorenzo ha riportato per la prima volta i nomi delle vittime della strage. Da lì è partito anche il mio desiderio di trasformare quei nomi in volti, in voci, in corpi vivi sulla scena. E’ nato così “E fummo vivi” fondendo fatti storici veri con personaggi di fantasia. Quanto ha influito il legame con San Lorenzo e con il suo Comitato di Quartiere nel processo creativo e nella regia? Ha influito moltissimo. Quando si ha un legame così profondo con una comunità, non si può scrivere “su” di essa, ma “insieme” ad essa. Il processo creativo è stato guidato proprio da questo legame vivo e condiviso: ascolti, scambi, memoria collettiva. Il Comitato di Quartiere ha giocato un ruolo fondamentale, non solo nel sostegno al progetto, ma anche nel suo orientamento umano e politico. È un esempio concreto di come il teatro possa nascere dal basso e diventare strumento di identità, partecipazione e resistenza culturale Lavoro corale – Lo spettacolo si definisce una “commedia umana corale”: come hai costruito la dinamica di gruppo tra gli attori e le diverse sensibilità artistiche? Ho scelto un gruppo di attori con cui avevo già lavorato, persone e artisti di talento e umanità, di cui ho fiducia e stima. Sapevo che con loro non avrei costruito solo uno spettacolo, ma un progetto, quasi un manifesto. Insieme abbiamo dato voce a una coralità fatta di fragilità, ironia, rabbia, poesia e resistenza. Ognuno ha portato la propria sensibilità artistica, ma anche un pezzo della propria visione politica e umana. Il risultato è una commedia umana, nel senso più profondo del termine. Basti pensare che gli scampoli di poesia scritti dal personaggio di Maria, sono di Rita Cattani, amica e collega scrittrice. Un lavoro di squadra insomma. La partecipazione canora di Romina Bufano e il ruolo del Sor Capanna portano la voce popolare in scena: che funzione hanno musica e canto nel tessuto narrativo? Hanno una duplice valenza. Da un lato, il Sor Capanna – realmente esistito, vissuto proprio a San Lorenzo, stornellatore straordinario a cui deve molto anche Petrolini – rappresenta la voce popolare che sbeffeggia il potere e accende l’ironia. Dall’altro, con il passare degli eventi, diventa il “coro greco” della tragedia, capace di commentare e accompagnare la storia fino al suo epilogo oscuro, profondamente umano e politico. Le canzoni interpretate da Romina Bufano amplificano tutto questo: sono memoria viva, ironia, emozione e denuncia. Sono la voce di chi spesso non ha voce. Guardando all’Italia di
C’é del fantastico anche nella semplicità
In uscita nelle sale il 15 ottobre 2025 “Alcooltest” è l’ultimo film del regista Stefano Usardi che vede come protagonista il celebre Drupi. C’è del fantastico anche nella semplicità. È questa la cifra stilistica che accompagna da sempre il cinema di Stefano Usardi, regista capace di trasformare luoghi, volti e gesti quotidiani in racconti universali. Con Alcooltest, in uscita nelle sale il 15 ottobre 2025 e interpretato dal celebre Drupi al suo esordio da protagonista sul grande schermo, Usardi firma un’opera che oscilla tra realismo e visione onirica, tra intimità e surrealtà, affrontando i temi della caduta, del riscatto e del dialogo tra generazioni. Abbiamo intervistato il regista Stefano Usardi. Alcooltest racconta una storia profondamente umana, tra sogni infranti e possibilità di rinascita. Qual è stata la scintilla che l’ha portata a scrivere e dirigere questo film? In generale tendo a cercare personaggi semplici, ma che vivono completamente sfasati rispetto alle convenzioni del mondo che li circonda, e tutte le volte c’è qualche personaggio o elemento che ricorda loro il fatto di essere comunque connessi agli altri, questa è sostanzialmente la cosa che mi interessa. Soprattutto ora che l’individualismo ha ormai preso il sopravvento su ogni aspetto delle nostre vite, in ogni ambito, anche all’interno della famiglia, mi piace vedere che ci possono essere storie di collettività a rendere tutto più colorato e musicale. C’è del fantastico anche nella semplicità. La scelta della Valbelluna come ambientazione non è casuale: è la sua terra e nel film diventa quasi un personaggio. Che legame ha con questo territorio e cosa ha voluto trasmettere attraverso di esso? A dire la verità sono nato e cresciuto a Basilea, ma poi a 12 anni mi sono trasferito in montagna, nel Bellunese. Cerco da sempre di capire come mai le persone rimangono in un posto e come questo modifichi la loro percezione del mondo. È strano, ma ogni luogo ha una sua particolarità e la gente, involontariamente, ne è condizionata. Sono molto curioso di sentire le critiche da parte dei paesani che si vedranno nel film. Sergio, interpretato da Drupi, è un uomo sospeso tra il peso del passato e la ricerca di un nuovo inizio. Quanto di universale c’è in questa storia di caduta e riscatto? Penso ci sia molto di universale: non conosco vita che non abbia alti e bassi, si cerca sempre di comprendere cosa ci può rendere più forti e capire le condizioni per la risalita. Sergio è proprio in un momento così, emarginato, ma pronto al riscatto. Il film mette in dialogo diverse generazioni: dagli anni ’70 di Sergio, alle nuove band, ai giovani personaggi. Cosa l’affascina di questo confronto intergenerazionale? Anche questa è una caratteristica dei nostri film. C’è sempre un rapporto tra persone con età molto diverse, mi piace far notare che nel presente, da vivi, non c’è alcuna differenza d’età, conta molto di più la voglia di vivere e di fare cose, questo i miei personaggi lo sottolineano sempre. E poi nella società attuale si elogia sempre la gioventù come qualità, ma non è così, ci sono giovani qualitativi e altri molto meno. Secondo me la giovinezza non sempre è una qualità, e la stessa cosa si può dire dell’anzianità. Questo per dire che non ha importanza l’età, ma la qualità del proprio pensiero, la creatività, la curiosità. Nei miei film ci sono sempre anziani altamente qualitativi. Ha dichiarato che durante le riprese il film stesso sembrava prendere una propria direzione, quasi come se vi guidasse. Ci racconta un momento sul set in cui ha percepito questa magia? È vero, questo film è cresciuto con una sua autonomia, non ho dovuto intervenire ma solo cercare di non esagerare con la deviazione. Ho sempre amato questa condizione in cui le situazioni si creano da sole e condizionano il film. Di episodi ce ne sono molti, ma ad esempio una notte con le mucche che scappavano un ombra casuale ha creato un gioco di luci incredibile che ancora oggi facciamo fatica a capire come sia successo. Ad ogni modo con il prossimo progetto vorrei provare ad avere un maggiore controllo, anche se so che non sarà così… Drupi, alla sua prima esperienza da protagonista al cinema, ha portato autenticità e improvvisazione. Com’è stato lavorare con lui e quanto ha arricchito il personaggio di Sergio? Drupi è un grande. Una bella persona accompagnata da Dorina, persona altrettanto bella. Loro mi hanno lasciato tranquillo e io ho cercato di assecondare la spontaneità di Sergio-Drupi. Lui poi, quando si trattava di parlare di musica aveva una conoscenza delle dinamiche esatte di quel mondo che ha sicuramente reso più vero il personaggio di Sergio. Alcooltest alterna momenti intimi e riflessivi a scene più surreali e grottesche, come le sagre paesane o la fuga del vitello. Come ha costruito questo equilibrio tra realismo e visione onirica? L’equilibrio si è creato da sè, sempre se si può parlare di equilibrio. Io provo sempre a fare dei film drammatici, eccetto i primi due, che avevano espressamente una nota comica, ma poi alla fine questa drammaticità assume sempre una connotazione surreale, grottesca. Mi piacerebbe sapere il perché, forse è il mio modo di sdrammatizzare il dramma. Guardando al futuro, cosa spera che il pubblico porti a casa dopo aver visto Alcooltest? Quale emozione o riflessione le piacerebbe restasse impressa negli spettatori? È un film enigmatico, che offre molti spunti di riflessione. Sicuramente il pubblico ha grande libertà interpretativa. Diciamo che la riflessione maggiore mi piacerebbe che fosse quella legata alla collettività, al capire che gli altri possono avere una visione diversa dalla nostra e che tutto può essere visto anche in un altro modo. Non saranno emozioni forti, ma profonde riflessioni, spero. I prossimi due film cercherò, invece di puntare più sull’emozione dello spettatore, con un pizzico di drammaticità in più. In Alcooltest non ci sono risposte facili, ma riflessioni aperte: la collettività che arricchisce l’individuo, la possibilità di rinascere dopo lo smarrimento, l’idea che la qualità del pensiero conti più dell’età. Stefano Usardi ci consegna un film enigmatico, a
Autunno e cambiamento: come gestire la paura del nuovo
L’autunno non arriva mai in punta di piedi: lo riconosci subito nell’aria che si fa più fresca, nei colori che virano verso l’oro e il rosso, nel rumore secco delle foglie sotto le scarpe. È una stagione di passaggio, forse la più simbolica tra tutte, perché ci costringe a guardare in faccia l’idea stessa del cambiamento. La natura rallenta, le giornate si accorciano, la luce muta, e insieme a questi segni esterni spesso nasce in noi una sensazione di trasformazione interiore. Per alcuni l’autunno è poesia pura: i tramonti caldi, l’odore della pioggia, il piacere di tornare in casa con una coperta sulle gambe. Per altri, invece, diventa un promemoria costante che nulla resta fermo, che ogni cosa evolve, e questo può generare inquietudine. Ma perché abbiamo tanta paura del nuovo? La mente e la stabilità La nostra mente è programmata per amare la prevedibilità. Le routine ci rassicurano, gli schemi conosciuti ci fanno sentire protetti. L’imprevisto, invece, viene percepito come un rischio: se non so cosa accadrà, non so come difendermi. Per questo il cambiamento, anche quando porta opportunità, ci appare spesso come una minaccia. Non è pigrizia, non è debolezza: è biologia, è istinto di sopravvivenza. La paura, dunque, non è un nemico da eliminare. È un meccanismo di protezione che ci mette in allerta. Il problema nasce quando le diamo troppo potere: se lasciamo che prenda il comando, rischiamo di rinchiuderci in una gabbia di abitudini, dove nulla cambia ma nulla cresce. Resistere o accogliere Due sono gli errori più comuni davanti a una trasformazione: resistere con tutte le forze o cercare di controllare ogni minimo dettaglio. In entrambi i casi si finisce per sprecare energie preziose. Il cambiamento, infatti, non si lascia governare del tutto: accade, scorre, ci investe. Possiamo solo decidere come attraversarlo. L’atteggiamento più utile è quello di chi procede passo dopo passo. Non serve rivoluzionare tutto in un giorno: basta iniziare da piccoli gesti quotidiani che diventano ancore di stabilità. Un caffè al mattino sempre nello stesso posto, una passeggiata alla stessa ora, una telefonata settimanale a una persona cara. Questi rituali sono punti fermi che ci aiutano a non perdere l’equilibrio mentre intorno a noi tutto cambia. Dare un nome alle emozioni Un altro strumento fondamentale è imparare a dare un nome a ciò che proviamo. Quando non riconosciamo le emozioni, queste ci travolgono. Quando invece le identifichiamo – “sto provando ansia”, “mi sento spaventato”, “sono incerto” – iniziamo a prenderne le misure. Scrivere un diario, parlare con qualcuno di fidato o semplicemente prendersi un momento di riflessione diventa un modo per trasformare la paura in consapevolezza. Il cambiamento fa meno paura quando smette di essere un nemico invisibile e diventa una realtà che sappiamo osservare e descrivere. Un passaggio, non un ostacolo Molti vivono il cambiamento come una barriera da abbattere: “Devo superare questa difficoltà, devo vincere questa sfida”. Ma forse la chiave sta nel cambiare prospettiva: il nuovo non è un muro, ma un ponte. Non va sfondato, va attraversato. Ogni trasformazione porta con sé un insegnamento, anche se all’inizio non riusciamo a vederlo. L’autunno ce lo ricorda con semplicità: le foglie cadono, ma solo così la pianta potrà rigenerarsi in primavera. La natura non ha paura di lasciar andare, e forse dovremmo imparare lo stesso. Un invito a rallentare Accogliere il cambiamento significa anche concedersi il tempo di viverlo. Non è necessario avere subito tutte le risposte. Non serve pianificare ogni cosa. A volte è più utile rallentare, respirare, osservare. In un mondo che ci spinge sempre a correre, l’autunno ci invita al contrario: a fermarci, a ritrovare il ritmo interiore, a prepararci con calma al nuovo che verrà. Il cambiamento non è una minaccia, è la trama stessa della vita. Possiamo temerlo, possiamo cercare di evitarlo, ma prima o poi ci raggiunge. Accoglierlo non significa rinunciare alla sicurezza: significa costruire nuove sicurezze lungo il cammino. E allora, in questa stagione che profuma di transizione, possiamo imparare a guardare il nuovo non come un nemico, ma come un compagno di viaggio. La paura resterà, ma potrà trasformarsi in un campanello che ci ricorda di prestare attenzione, non in una catena che ci immobilizza. Il cambiamento non è un ostacolo da abbattere, ma un passaggio da attraversare.
Andrea Volpe – Le Bestie di Satana
Alla fine degli anni ’90, nelle campagne tra Varese e Milano, si muoveva un gruppo di giovani che, dietro la facciata di feste, droga e musica metal, nascondeva uno dei capitoli più oscuri della cronaca nera italiana. Li chiamarono Le Bestie di Satana, e tra loro Andrea Volpe divenne uno dei protagonisti più noti, non solo per la sua partecipazione agli omicidi, ma anche per le confessioni che avrebbero squarciato il silenzio. La nascita del culto Volpe e gli altri membri del gruppo erano adolescenti e ventenni, attratti dal fascino oscuro del satanismo, ma soprattutto dalla promessa di appartenenza. In un contesto fatto di disagio familiare, vuoto esistenziale e abuso di sostanze, il culto diventò un rifugio. Non era religione, ma una gabbia mentale: rituali, giuramenti, minacce reciproche. Il gruppo trasformò la fragilità dei singoli in violenza collettiva. I delitti Tra il 1998 e il 2004, le Bestie di Satana si resero responsabili di omicidi che scossero l’Italia intera. Tra le vittime, Mariangela Pezzotta, uccisa brutalmente nel 2004, proprio per mano di Volpe e dei suoi complici. Ma prima ancora erano state sacrificate Chiara Marino e Fabio Tollis, due giovani soffocati nel 1998 durante un “rito”. Gli omicidi non erano il frutto di pura follia improvvisa: erano il culmine di anni di manipolazioni, paure e dipendenze reciproche, in cui la vita e la morte diventavano strumenti di controllo. Il profilo di Andrea Volpe Volpe era considerato uno dei più suggestionabili del gruppo. La sua fragilità psicologica lo rese terreno fertile per l’influenza degli altri. • Dipendenza dal gruppo: senza la setta si sentiva perso. • Fragilità identitaria: incapace di costruire un sé autonomo. • Suggestione: facilmente manipolabile. • Escalation violenta: dall’autodistruzione con droghe alla distruzione dell’altro. Il suo coinvolgimento negli omicidi non fu solo esecutivo: partecipò attivamente, e nel caso di Mariangela fu lui stesso a sparare, a scavare la fossa, a inscenare la fuga. La svolta Dopo l’arresto, Andrea Volpe iniziò a collaborare con gli inquirenti. Le sue confessioni furono decisive per ricostruire i delitti e smantellare il gruppo. Raccontò rituali, dinamiche interne, violenze. Una voce che rivelò l’orrore, ma che allo stesso tempo sollevò interrogativi sulla sua credibilità e sul peso delle sue stesse responsabilità. Condannato a 33 anni di carcere, ottenne sconti di pena grazie alla collaborazione. In molti lo accusarono di aver usato la confessione come strategia per salvarsi, più che come gesto di pentimento autentico. Una vicenda generazionale Il caso delle Bestie di Satana è anche lo specchio di un’epoca: giovani persi tra disagio, musica estrema, dipendenze, alla ricerca di un senso che non trovavano. Il satanismo fu più un’etichetta che una fede, ma bastò a incanalare la rabbia e il vuoto in violenza cieca. La riflessione finale Andrea Volpe resta una figura emblematica: carnefice e al tempo stesso vittima di un contesto tossico, incapace di opporsi, ma capace di premere il grilletto. La sua storia ci interroga sul potere del gruppo, sulla fragilità delle menti giovani, e su quanto la sete di appartenenza possa trasformarsi in tragedia. Perché il male, a volte, non nasce da un singolo mostro, ma da un branco che decide di sacrificare l’innocenza sull’altare del vuoto.
Donata Marzocchi: la vita è sempre grazia e mistero
Ci sono persone che dimostrano, con la loro stessa esistenza, che l’età non è mai un limite, ma piuttosto una sfida da accogliere con coraggio, ironia e leggerezza. Donata Marzocchi ha 79 anni, è stata insegnante di lettere, madre di due figli e oggi orgogliosa nonna di cinque nipoti. Un giorno, quasi per gioco, ha aperto un profilo Instagram. Quella che sembrava una curiosità è diventata presto una passione e poi un vero e proprio lavoro: raccontare sé stessa, l’amore per la vita, la bellezza del comunicare anche – e soprattutto – quando la società tende a relegarti nel ruolo di “anziano invisibile”. Donata invece è una donna viva, entusiasta, sognatrice. E ci regala una lezione preziosa: non è mai troppo tardi per iniziare qualcosa di nuovo. Donata, ci racconta come è nato il suo profilo Instagram? Tutto è cominciato un po’ per gioco. Volevo capire cosa facessero i giovani, compresi i miei nipoti, su questa piattaforma. Ho iniziato a pubblicare qualche foto, qualche pensiero. Non avrei mai immaginato che potesse crescere così tanto e diventare parte integrante della mia quotidianità. È stata una sorpresa bellissima. Lei è stata insegnante di lettere per molti anni. Quanto le è servita questa esperienza nel suo percorso da “influencer”? Tantissimo. La letteratura mi ha insegnato che le parole non sono mai neutre: possono ferire, ma soprattutto possono aprire mondi. Quando scrivo un post o rispondo a un commento, non sto solo comunicando: sto creando un legame. Credo che questo sia il mio vero patrimonio, più ancora delle competenze digitali. Spesso si pensa che i social siano un territorio riservato ai giovani. Lei cosa risponde a chi ha questa visione? Rispondo che non è vero! La vita non si chiude mai in una categoria anagrafica. A 79 anni sento di avere ancora molto da dare e molto da imparare. I social, se usati bene, sono un ponte tra generazioni. Io ricevo energia dai giovani e cerco di restituire loro la mia esperienza. Quanto è importante, secondo lei, restare attivi e sognatori anche con l’avanzare dell’età? È fondamentale. Se ci si ferma, si rischia di spegnersi dentro. Io credo che ognuno di noi abbia bisogno di un progetto, di un sogno da coltivare. Non deve essere per forza qualcosa di grandioso: può essere un hobby, un viaggio, una nuova amicizia. L’entusiasmo è un elisir di lunga vita. Lei è madre e nonna. Come vivono i suoi figli e nipoti questa sua avventura su Instagram? All’inizio erano un po’ increduli, forse anche divertiti. Ora mi sostengono e a volte mi prendono in giro affettuosamente. I miei nipoti mi insegnano qualche trucco tecnico, mentre io cerco di insegnare loro che la vita non finisce con una data di nascita, anzi: a volte ricomincia proprio quando meno te l’aspetti. Ha mai avuto paura della solitudine? Sì, certo. La solitudine è una compagna che ogni persona conosce, soprattutto con l’età. Ma il segreto sta nel non lasciarla prendere il sopravvento. Comunicare, aprirsi, cercare contatti è un modo per non sentirsi mai soli. Instagram, per me, è stato proprio questo: un antidoto contro il silenzio. Se dovesse dare un consiglio a una persona della sua età che si sente “arrivata alla fine del viaggio”, cosa le direbbe? Direi: non pensare mai che sia troppo tardi. Non è mai troppo tardi per iniziare un corso, leggere un libro, aprire un profilo social, o innamorarsi. Finché respiriamo, abbiamo la possibilità di reinventarci. Io a 79 anni non mi sento “conclusa”, ma in cammino. La voce di Donata Marzocchi è quella di chi non ha paura del tempo che passa, ma lo abbraccia come un alleato. In un mondo che spesso associa l’età al declino, lei ci ricorda che ogni giorno può essere un inizio, non una fine. La sua storia è un invito a non smettere di cercare, di raccontare, di amare. Perché la vita, anche a 79 anni, può essere sorprendentemente piena.
Quando la Parola si fa voce: Fernando Maraghini ed Erica Pacileo raccontano la Speranza
Certe volte, la vita sembra avere bisogno di un respiro più profondo. Non un semplice evento, non una serata da calendario, ma un tempo sospeso in cui fermarsi, ascoltare, guardarsi intorno e chiedersi: che cosa ci tiene vivi? Che cosa ci rende umani, nonostante le fatiche, i dolori, le cadute? Il Festival dello Spirito, giunto alla sua seconda edizione, sembra nascere da questa domanda. Non è una rassegna come le altre: è un percorso che intreccia la Parola e l’Arte, la musica e il teatro, la riflessione e il silenzio. Quest’anno, con una novità decisiva: non solo Arezzo, ma l’intero territorio diocesano diventerà scena, con incontri e momenti di meditazione diffusi nei vicariati. Al centro, due figure che danno carne e voce a questa visione: Fernando Maraghini, attore che leggerà i Salmi di Speranza nell’evento inaugurale, ed Erica Pacileo, direttrice artistica e anima organizzativa del Festival insieme all’associazione culturale Almasen. Li incontriamo ad Arezzo, in un pomeriggio che già porta con sé l’attesa di settembre, per parlare con loro di fede, speranza e della forza fragile e invincibile dell’arte. Il dialogo Fernando sorride con discrezione, come se le parole che sta per pronunciare non fossero davvero sue, ma appartenessero a un altrove che si limita a custodire. «I Salmi – dice – non si recitano. Non sono versi da teatro. Sono voci che arrivano da un abisso lontano e che chiedono solo di essere ascoltate. Il mio compito non è interpretare, ma farmi attraversare. Non devo imporre il mio timbro, ma diventare strumento, respiro. Ogni volta che leggo un Salmo, sento che la speranza non è una costruzione mentale: è un atto di affidamento, di resistenza, di fiducia che anche nel buio esiste una mano che non ci lascia cadere». Accanto a lui, Erica Pacileo lo ascolta con uno sguardo attento, quasi protettivo. È lei a raccontare la scelta di portare il Festival nei vicariati: «La Parola non può restare chiusa in una città, per quanto bella sia Arezzo. Deve circolare, deve farsi incontro. Ogni comunità ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa, e la speranza non è mai un’esperienza solitaria: cresce quando diventa condivisione. Così abbiamo deciso che quest’anno il Festival fosse un viaggio, un seme sparso in più terre. Ogni incontro sarà diverso, perché diverso è il volto di chi ascolta Il merito di questo viaggio nella ‘Parola’ nei vicariati va attribuito a Maria Madiai che si è fatta carico di organizzare il tour. Siamo un team condiviso, a ci-dirigere il Festival insieme a me e Fernando c’è anche il prezioso Alessandro Melis». Il discorso si fa più intimo quando chiediamo a Fernando cosa significhi, per lui, unire teatro e spiritualità: «Non serve essere credenti per vibrare davanti a un Salmo. L’arte arriva dove la ragione non basta. Può aprire spiragli anche a chi si definisce lontano, scettico. Io credo che il teatro, quando è vero, sia sempre un atto spirituale: ti mette davanti a te stesso senza filtri, ti obbliga a guardarti e a guardare l’altro. E in quell’istante, se c’è onestà, se c’è ascolto, qualcosa si muove. Qualcosa si apre». Erica sorride. Le sue parole, invece, hanno il ritmo della concretezza, di chi sa che dietro la poesia ci sono impegni, incastri, budget, fatica. «La parte più difficile – confessa – è conciliare i sogni con i mezzi. Portare avanti un festival gratuito, aperto a tutti, richiede un coraggio che a volte sembra imprudenza. Ma poi arriva il momento in cui una chiesa si riempie di silenzio, le persone trattengono il respiro davanti a una nota o a un verso. In quell’istante capisci che stai facendo qualcosa che vale, che lascia un segno. E allora ogni fatica trova il suo senso». E poi c’è lo “Stabat Mater” di Pergolesi, che chiuderà il pomeriggio inaugurale. Chiediamo a Fernando cosa significhi confrontarsi con un’opera così radicale nel dolore e nella compassione. Lui abbassa lo sguardo, come se volesse rispettare la densità di quel titolo. «Lo Stabat Mater è il canto di una madre che vede morire il figlio. È uno dei vertici del dolore umano. Eppure quella musica non è disperazione: è pianto che si trasforma in luce, è ferita che diventa bellezza. È un insegnamento per tutti: non possiamo cancellare la sofferenza, ma possiamo attraversarla, lasciando che si trasformi. E questo, per me, è il cuore stesso della speranza». Infine, chiediamo a Erica di chiudere lei, con una definizione personale. Da dove nasce la speranza? Ci pensa un istante, poi dice: «Nasce dall’incontro. Quando usciamo da noi stessi, quando non restiamo prigionieri delle nostre paure, ma ci affidiamo all’altro, allora la speranza fiorisce. È fragile, certo. Ma è reale. E la Parola ci ricorda che nessuno è solo. Ogni volta che un uomo o una donna sente questo, anche solo per un attimo, allora la speranza ha già messo radici». Il Festival dello Spirito non è solo un calendario. È un atto di resistenza silenziosa in un tempo che corre troppo in fretta. È la voce che diventa preghiera, la musica che trasforma la ferita, lo sguardo che si apre al volto dell’altro. Arezzo e i suoi vicariati diventano, per una settimana, il luogo in cui la Speranza prende forma concreta: nei Salmi letti da Fernando, nei sogni organizzativi di Erica, nelle parole del Vescovo Migliavacca, nei canti e nei silenzi delle comunità. E alla fine resta una certezza sottile ma potente: la Speranza non è un lusso, non è un’illusione. È un seme che chiede solo di essere custodito. E quando l’arte, la fede e la comunità si stringono insieme, quel seme non può che germogliare.
Vivian, Rachel, Kate & Gavin: la tribù di Pippa Pickle
Se c’è una cosa che mantiene Pippa Pickle ancora in piedi – oltre al prosecco ghiacciato e alla sua scorta personale di biscotti al burro – è la sua tribù. Un manipolo di anime assortite che, come un gruppo di supereroi un po’ sgangherati, la salva quotidianamente da sé stessa e dalle sue disavventure sentimentali. La verità è che dietro ogni single over 50 c’è un team di supporto psicologico improvvisato: le amiche e l’amico gay. Vivian – la filosofa cinica Vivian è l’amica che dice sempre la verità. Sempre. Anche quando non richiesto. “Pippa, smettila di uscire con uomini che hanno la stessa affidabilità di un ombrello di plastica,” è una delle sue frasi tipiche. Lavora nell’editoria, fuma sigarette sottili come spaghetti e colleziona aforismi cinici che potrebbe stampare e vendere come biglietti motivazionali per disillusi. Il suo ruolo nella tribù? Tagliare corto con il bisturi del sarcasmo quando Pippa si illude troppo. Rachel – la romantica cronica Se Vivian è la voce della ragione, Rachel è l’eco di Cupido. Convinta che l’amore vero sia dietro l’angolo (anche se Pippa abita in un villaggio con più fantasmi che uomini disponibili), Rachel è quella che la spinge a iscriversi alle app di dating. “Dai, magari stavolta è quello giusto!” esclama ogni volta. Rachel crede ancora nelle cene a lume di candela, nei messaggi del buongiorno e nelle sorprese floreali. Pippa la ascolta, sorride e pensa: “Magari il mio destino non è un principe azzurro, ma un rider col sushi.” Kate – la pragmatica Kate è l’amica organizzata. Agenda sempre in borsa, Excel per pianificare anche una semplice serata al pub. “Se vuoi evitare gli uomini sbagliati, serve un filtro,” dice. Ha provato a creare per Pippa un foglio Excel con colonne tipo: “età – lavoro – inclinazione a sparire dopo tre appuntamenti – presenza di ex invadenti – indice di affidabilità emotiva”. Peccato che Pippa, di fronte agli schemi, finisca sempre col barrare solo la colonna: “mi fa ridere, sì/no”. E di solito è un no. Gavin – l’oracolo fashion & gin tonic E poi c’è Gavin. L’amico gay che tutti vorrebbero. Ironico, teatrale, con una sciarpa diversa per ogni stato d’animo e una collezione di cocktail shaker da museo. È lui a riportare Pippa sulla terra quando le amiche oscillano tra cinismo e romanticismo. “Tesoro, dimentica quell’uomo. Ha le scarpe sbagliate. Se non sa abbinare il colore della cintura, non saprà mai abbinare la tua vita alla sua.” La sua filosofia è semplice: gin tonic prima, drammi dopo. La tribù come terapia Le serate con la tribù di Pippa sono un rito. Tavolo riservato al pub “The Black Horse”, bottiglia di prosecco sul ghiaccio e sessione di auto-aiuto collettivo. Vivian stila diagnosi ciniche, Rachel propone soluzioni romantiche, Kate pianifica strategie pratiche e Gavin alza il bicchiere con un: “Alla prossima catastrofe amorosa di Pippa!” E Pippa, nonostante tutto, ride. Perché se l’amore è un campo minato, almeno lei ci cammina sopra con accanto chi le tiene la mano… o almeno le passa il bicchiere di vino. Conclusione La verità è che, senza la sua tribù, Pippa sarebbe persa tra sogni infranti e appuntamenti imbarazzanti. Ma con Vivian, Rachel, Kate e Gavin al suo fianco, persino la solitudine diventa una commedia brillante.
Ansia da performance: riconoscerla e gestirla
Con la ripartenza di settembre, la pressione aumenta: “devo dare il massimo, non posso sbagliare”. Questa sensazione è l’ansia da performance, uno stato che logora e che colpisce chiunque si trovi a dover dimostrare il proprio valore. Come si manifesta L’ansia da prestazione non sempre si mostra con sintomi eclatanti. Spesso agisce in modo sottile: insonnia, irritabilità, difficoltà a concentrarsi, procrastinazione. In altre parole, la mente cerca di difendersi dalla paura di fallire mettendo in atto comportamenti che, paradossalmente, peggiorano la situazione. Da dove nasce Le radici stanno nel bisogno di approvazione e nella paura di non essere all’altezza. Spesso alimentata da contesti competitivi o da aspettative personali troppo elevate, questa ansia diventa un circolo vizioso: più ci sforziamo di fare bene, più la tensione cresce. Strategie di gestione • Auto-compassione: imparare a parlarsi con gentilezza invece che con giudizio. • Obiettivi realistici: suddividere i compiti in step gestibili. • Pause rigenerative: ricordarsi che fermarsi non è tempo perso, ma guadagnato. Un esercizio utile La respirazione consapevole è uno strumento semplice ed efficace. Inspirare contando 4, trattenere per 2, espirare lentamente per 6 aiuta a ridurre la tensione. Bastano pochi minuti al giorno per allenare la calma. Non siamo macchine da prestazione: il nostro valore non dipende solo dai risultati, ma anche dalla capacità di prenderci cura di noi stessi.
Leonarda Cianciulli – La Saponificatrice di Correggio
Tra i vicoli di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, la vita sembrava scorrere lenta negli anni del fascismo. Nessuno avrebbe immaginato che dietro le tende di una casa apparentemente comune si nascondesse una delle storie più macabre della cronaca nera italiana. Leonarda Cianciulli, ricordata come la Saponificatrice di Correggio, trasformò la superstizione in omicidio, e i corpi delle sue vittime in sapone e dolci. Un passato di dolore e superstizione Leonarda non fu mai una donna serena. La sua infanzia fu segnata da abusi e maltrattamenti, e già in giovane età aveva tentato più volte il suicidio. Convinta di essere perseguitata da una maledizione materna, cercò rifugio nella magia, nelle credenze popolari e nella superstizione. Il matrimonio con Raffaele Pansardi non portò pace: tra aborti spontanei e lutti familiari, Leonarda sviluppò un’ossessione per la protezione dei figli, unica ragione di vita. La paura di perderli la spinse a credere che solo un sacrificio umano avrebbe potuto salvarli. I delitti Tra il 1939 e il 1940, tre donne scomparvero misteriosamente a Correggio. Tutte conoscenti della Cianciulli, attratte da promesse di lavoro e matrimonio. Nessuna fece mai ritorno. Le indagini rivelarono l’orrore: i corpi erano stati fatti a pezzi, bolliti, sciolti. Leonarda utilizzava il grasso umano per produrre sapone e dolci, che distribuiva persino ai vicini. Un dettaglio che, ancora oggi, gela il sangue: la normalità con cui il mostruoso si mescolava alla quotidianità. Il profilo psicologico La Cianciulli incarnava un caso estremo di psicosi con delirio magico-religioso. Credeva davvero che i sacrifici potessero proteggere suo figlio dalla morte, come se l’omicidio fosse un atto di amore distorto. • Ossessione materna: i figli come unica ragione di vita. • Superstizione patologica: il sacrificio come talismano. • Controllo ossessivo: organizzazione minuziosa degli omicidi. • Assenza di empatia: la vittima diventa solo mezzo, non persona. La sua mente univa pragmatismo spietato e allucinazione, trasformando il delirio in gesto concreto. Il processo e la condanna Scoperta e arrestata nel 1940, la donna confessò senza esitazione. “Non finirono nel bidone, li trasformai in sapone”, dichiarò con inquietante freddezza. Condannata a 33 anni di reclusione e 3 di manicomio giudiziario, trascorse il resto della vita in istituto psichiatrico, fino alla morte nel 1970. Una vicenda che interroga ancora Il caso della Saponificatrice non è solo cronaca nera: è il racconto di come superstizione, dolore e distorsione psichica possano intrecciarsi fino a generare l’orrore. Non un mostro nato tale, ma una donna consumata dalla paura, dalla perdita, dalla follia. La sua storia resta come un monito: dietro i gesti più mostruosi può nascondersi una logica che, pur malata, ha un suo senso agli occhi di chi la compie. Ed è in quella sottile linea tra delirio e realtà che il male si traveste da amore.
Pippa Pickle e la vita da single a 56 anni (tra sushi, solitudine e sorprese)
Essere single a 56 anni, nel villaggio più infestato di fantasmi d’Inghilterra – Pluckley, Kent – è già di per sé una sitcom. Se poi la single in questione è Pippa Pickle, giornalista dal tacco perennemente incrinato e cuore ostinatamente in affitto, la vita diventa una tragicommedia. Il letto king size e la coperta tutta per sé “Essere single ha i suoi vantaggi,” dice Pippa con aria saggia mentre afferra il telecomando come fosse uno scettro reale. Primo vantaggio: nessuno che russa accanto. Secondo vantaggio: nessuno che le ruba la coperta. Terzo vantaggio: può dormire in diagonale, in verticale, in spirale. Il letto king size è suo. Solo suo. Certo, c’è anche l’altra faccia della medaglia: Netflix che chiede con tono da zia giudicante “Stai ancora guardando?”, come se volesse dire: “Ancora sola, cara?” Ma Pippa, con la sua solita ironia, risponde allo schermo: “Sì, Netflix, sono ancora sola. E allora?” La serata sushi per uno Ci sono momenti in cui la vita da single diventa un po’ surreale. Come quella volta che Pippa ordinò sushi per due, fingendo al telefono che ci fosse anche “un ospite”. In realtà, l’ospite era la sua autostima, che aveva bisogno di compagnia. Alla fine mangiò tutto da sola e si addormentò con il rotolino di maki ancora in mano. Vivian, Rachel e Kate la prendono sempre in giro: “Ma non puoi ordinare direttamente ‘sushi per uno’?” “No,” risponde Pippa indignata, “non voglio che il ragazzo delle consegne pensi che sia sola.” “Pippa, sei sola,” interviene Gavin, “ma lo diciamo con amore.” Le sorprese dell’età A 56 anni succede che la libertà diventi sexy, anche se sei in pigiama felpato con l’elastico che cede. Succede che inizi ad apprezzare il silenzio, anche se poi ti ritrovi a parlare con la pianta di ficus in soggiorno. Succede che ti guardi allo specchio e pensi: “Ok, ho più rughe che like su Instagram, ma almeno le rughe non spariscono il giorno dopo come gli uomini su Tinder.” Il lusso della libertà Le amiche sposate la guardano con invidia mista a pietà. Vivian, che convive con un professore di filosofia, sbotta: “Tu almeno non ti sorbisci le lezioni infinite sul senso della vita mentre lavi i piatti.” Rachel sospira: “Io darei tutto per un weekend senza mio marito che si porta dietro il suo drone ovunque andiamo.” Kate, più pragmatica, commenta: “Essere single ti mantiene agile. Io ho bisogno di un Excel anche solo per pianificare una cena.” E così Pippa sorride, alza il bicchiere di prosecco e brinda alla sua condizione. Perché se c’è una cosa che ha imparato è che la solitudine non è una condanna, ma un lusso da indossare con ironia. Conclusione Single a 56 anni? Pippa Pickle dice che è un’arte raffinata: fatta di piccole gaffe, grandi libertà e la certezza che la compagnia migliore, alla fine, è quella che riesci a darti da sola… magari con una vaschetta di sushi in mano.



