Tra i vicoli di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, la vita sembrava scorrere lenta negli anni del fascismo. Nessuno avrebbe immaginato che dietro le tende di una casa apparentemente comune si nascondesse una delle storie più macabre della cronaca nera italiana. Leonarda Cianciulli, ricordata come la Saponificatrice di Correggio, trasformò la superstizione in omicidio, e i corpi delle sue vittime in sapone e dolci.
Un passato di dolore e superstizione
Leonarda non fu mai una donna serena. La sua infanzia fu segnata da abusi e maltrattamenti, e già in giovane età aveva tentato più volte il suicidio. Convinta di essere perseguitata da una maledizione materna, cercò rifugio nella magia, nelle credenze popolari e nella superstizione.
Il matrimonio con Raffaele Pansardi non portò pace: tra aborti spontanei e lutti familiari, Leonarda sviluppò un’ossessione per la protezione dei figli, unica ragione di vita. La paura di perderli la spinse a credere che solo un sacrificio umano avrebbe potuto salvarli.
I delitti
Tra il 1939 e il 1940, tre donne scomparvero misteriosamente a Correggio. Tutte conoscenti della Cianciulli, attratte da promesse di lavoro e matrimonio. Nessuna fece mai ritorno.
Le indagini rivelarono l’orrore: i corpi erano stati fatti a pezzi, bolliti, sciolti. Leonarda utilizzava il grasso umano per produrre sapone e dolci, che distribuiva persino ai vicini. Un dettaglio che, ancora oggi, gela il sangue: la normalità con cui il mostruoso si mescolava alla quotidianità.
Il profilo psicologico
La Cianciulli incarnava un caso estremo di psicosi con delirio magico-religioso. Credeva davvero che i sacrifici potessero proteggere suo figlio dalla morte, come se l’omicidio fosse un atto di amore distorto.
• Ossessione materna: i figli come unica ragione di vita.
• Superstizione patologica: il sacrificio come talismano.
• Controllo ossessivo: organizzazione minuziosa degli omicidi.
• Assenza di empatia: la vittima diventa solo mezzo, non persona.
La sua mente univa pragmatismo spietato e allucinazione, trasformando il delirio in gesto concreto.
Il processo e la condanna
Scoperta e arrestata nel 1940, la donna confessò senza esitazione. “Non finirono nel bidone, li trasformai in sapone”, dichiarò con inquietante freddezza. Condannata a 33 anni di reclusione e 3 di manicomio giudiziario, trascorse il resto della vita in istituto psichiatrico, fino alla morte nel 1970.
Una vicenda che interroga ancora
Il caso della Saponificatrice non è solo cronaca nera: è il racconto di come superstizione, dolore e distorsione psichica possano intrecciarsi fino a generare l’orrore. Non un mostro nato tale, ma una donna consumata dalla paura, dalla perdita, dalla follia.
La sua storia resta come un monito: dietro i gesti più mostruosi può nascondersi una logica che, pur malata, ha un suo senso agli occhi di chi la compie. Ed è in quella sottile linea tra delirio e realtà che il male si traveste da amore.









