Gabriela: quando il teatro respira tra ironia e disperazione Ci sono testi che arrivano addosso come un’onda: improvvisi, necessari, impossibili da ignorare. Con l’acqua alla gola – Sulla punta della lingua, la nuova regia di Gabriela, è uno di quei lavori che non cercano lo spettatore, ma lo travolgono. Una commedia nera che scivola tra sarcasmo e dolore, tra il desiderio di gridare e l’impossibilità di farlo. Sul palco, un appartamento invaso da yogurt scaduti e illuminato solo dalla luce intermittente di un frigorifero diventa metafora di un mondo allo sbando, di una generazione che annaspa ma non smette di cercare ossigeno. In questa intervista, la regista racconta il percorso creativo, la visione e l’urgenza di dare voce a chi troppo spesso non viene ascoltato: i giovani. Gabriela, “Con l’acqua alla gola – Sulla punta della lingua” è una commedia nera che unisce ironia e disperazione. Da dove nasce la tua esigenza di mettere in scena un testo che naviga tra questi due estremi emotivi? Veramente l’esigenza si è palesata appena mi è stato sottoposto il testo. C’era talmente tanta urgenza in quelle parole che stavo leggendo che l’ho fatta subito mia. Trovo assolutamente necessario, in questo contesto storico, ascoltare cosa hanno da dire i giovani. Ci aiuterebbe a crescere, a vedere un futuro con occhi diversi, ne sono certa. L’immagine dell’appartamento invaso da yogurt scaduti e illuminato da un frigorifero è potentemente simbolica. Come hai lavorato sulla costruzione visiva e scenografica di questo spazio quasi claustrofobico? L’impianto scenico è stato l’autore a suggerirlo. Non ho trovato nulla di sbagliato nel suo descrivere la scena, non avevo nulla da stravolgere. Il testo di Francesco Benedetto gioca con il surreale e l’assurdo. Qual è stata la tua chiave registica per tradurre in scena una scrittura così densa e visionaria? Per me ci sono due modi per affrontare una regia: la necessità e l’urgenza di mettere in scena un testo per te indispensabile o la commissione di un’opera, anche se non totalmente condivisa. Indubbiamente, il testo di Francesco mi ha permesso di adottare il primo modo. Quando ti trovi davanti a questo livello di scrittura, è un piacere e grande divertimento fare regia. Francesco per me è stato una bellissima scoperta. Sono certa che in futuro sentiremo parlare di lui! Gli attori – Paolo Cutroni, Daniele Bianchini, Serena Sansoni ed Elena Biagetti – mostrano un forte affiatamento sul palco. Come hai costruito con loro la dinamica di gruppo e la coralità della messa in scena? Sono stata molto fortunata perché ho trovato un gruppo di giovani attori, colleghi da tempo, con un affiatamento ben consolidato, insieme all’autore e al mio assistente alla regia Filippo Benini. Cosa posso aggiungere? Testo bellissimo, attori bravissimi e, soprattutto, una compagnia di giovani. Un’iniezione di frizzante vitalità per una boomer come me! Il titolo stesso, “Con l’acqua alla gola – Sulla punta della lingua”, suggerisce un’urgenza espressiva, un momento limite. Qual è per te il “mondo che crolla” evocato nel sottotitolo “Quando il mondo crolla è il momento perfetto per saltare”? “Il mondo che crolla” è quello che stiamo vivendo, non ci sono dubbi. Se ce ne rendessimo conto staremo tutti a ragionare su come cercare “il momento perfetto per saltare”. Molti, in qualche modo, lo stanno facendo. La maggioranza non vede il crollo rovinoso sotto i suoi piedi. In molti tuoi lavori emerge una tensione tra quotidiano e poetico, tra corpo e parola. In che modo questo spettacolo prosegue – o stravolge – la tua ricerca artistica? Io, personalmente, non conosco alcun altro modo di fare Teatro: osservare ciò che ti circonda e cercare il linguaggio adatto per rappresentarlo. Quando metti in scena uno spettacolo stai raccontando una favola e gli spettatori sono bambini (inconsapevoli di esserlo) che la stanno a sentire. Bisognerebbe rispettare il linguaggio delle favole per far sì che chi ascolta possa immedesimarsi nella storia raccontata. 6. In molti tuoi lavori emerge una tensione tra quotidiano e poetico, tra corpo e parola. In che modo questo spettacolo prosegue – o stravolge – la tua ricerca artistica? Il Teatro Trastevere ospita spesso nuove realtà e linguaggi emergenti. Quanto è importante per te debuttare in uno spazio indipendente, in un contesto così vicino al pubblico e alla sperimentazione? Non possiamo che ringraziare il Teatro Trastevere per questa bella e importante opportunità. E, con esso, tutti gli spazi indipendenti che, tra mille difficoltà, danno la possibilità di espressione a giovani compagnie che, altrimenti, resterebbero invisibili. Questa, per me, resta la forma più sana e sincera di fare teatro. Senza ingerenze, senza pressioni e compromessi. Dopo questo debutto, cosa immagini per il futuro dello spettacolo e per la compagnia? È un punto di partenza, una denuncia, o forse un grido generazionale? Mi auguro per loro che questo spettacolo possa avere un futuro, possa essere visto e ascoltato il più possibile. Mi ripeto, lo reputo estremamente necessario e contemporaneo, non mi sembra ragionevole che non possa trovare la sua giusta collocazione in una programmazione teatrale. Tra frigoriferi accesi e parole che ribollono, Con l’acqua alla gola – Sulla punta della lingua diventa una metafora collettiva: quella di un’epoca sospesa tra l’apatia e la rivolta, tra la paura di affondare e la voglia di respirare. Gabriela, con la sua regia
Il cambio di stagione e il cambio di fidanzato
Dicono che l’autunno sia la stagione del romanticismo: foglie che cadono leggere, passeggiate nei boschi con la sciarpa svolazzante, castagne arrosto che scottano le dita e tè bollente davanti al camino. Io, onestamente, vedo solo armadi che esplodono come valigie Ryanair a fine vacanza, gonne scozzesi che sembrano uscite da un revival degli anni ’90 e – come se non bastasse – un ex che ha deciso di scrivermi proprio mentre mettevo via i bikini. Coincidenze? Io non credo. Ogni anno, puntuale come la pioggia nel Kent, mi ritrovo a fare il cambio di stagione. Una pratica che per molte donne è un atto organizzativo, per me invece diventa un reality show intitolato: “Vestiti che non entrano più”. C’è sempre quel paio di jeans che conservo con la stessa tenacia con cui un archeologo custodisce un reperto: nella speranza, un giorno, di tornarci dentro. Jeans che rappresentano perfettamente la relazione ideale: stretti, scomodi e pronti a farti piangere. Ed è proprio mentre tentavo di infilarmi in quegli assassini di denim che ho avuto la mia illuminazione: perché non fare il cambio di fidanzato insieme al cambio dell’armadio? Uomini come maglioni infeltriti Pensiamoci: se buttiamo via i maglioni infeltriti che pizzicano il collo e non ci stanno più bene addosso, perché non liberarci anche degli uomini infeltriti? Quelli che ti scrivono solo quando piove. Quelli che spariscono con la frase “non sono pronto” (ma intanto sono prontissimi a iscriversi su Tinder). E, soprattutto, quelli che hanno ancora la madre che gli stira le camicie con più amore di quanto abbiano mai dimostrato a te. Vivian, la più pratica del gruppo, ha subito proposto un’idea: “Pippa, dovresti aprire una bancarella a Pluckley. Lo chiamerei Mercatino dell’usato sentimentale. Occasioni imperdibili: usato garantito, qualche graffio, ma ancora funzionanti. Ci fai anche lo scontrino, così se non vanno bene li riporti indietro.” Rachel, invece, ha rilanciato con un piano d’azione ancora più creativo: “Cambio armadio/fidanzato in simultanea. Metti via i vestiti leggeri, metti via pure George e tutti gli altri estivi, e tieniti solo quelli da stagione fredda. Almeno quelli che sanno accendere un camino e non solo spegnere conversazioni su WhatsApp.” Kate, la più filosofica (e forse la più pericolosa dopo due bicchieri di Chardonnay), ha citato un proverbio tibetano che sospetto abbia inventato sul momento: “Così come la foglia cade, anche l’uomo giusto cadrà… ai tuoi piedi. Basta aspettare.” Aspettare cosa? Il problema è che io aspetto da 56 anni. E l’unica cosa che cade, puntualmente, ogni autunno, sono le mie certezze e la mia autostima davanti allo specchio. Non so voi, ma io credo che la filosofia tibetana andrebbe rivisitata con un bicchiere di gin tonic alla mano. Così ho preso una decisione solenne, quasi presidenziale: quest’anno il mio armadio avrà solo vestiti che mi fanno sentire bene, e la mia vita solo uomini che non mi fanno sentire uno zerbino. Che poi, a conti fatti, potrei ritrovarmi con tre maglioni e nessun fidanzato. Ma almeno saranno i maglioni giusti. E, se proprio dovrò avvolgermi in qualcosa di caldo nelle fredde serate autunnali, meglio la lana cachemire che un uomo che non risponde ai messaggi. Gli amori dimenticati come i cappotti sul fondo E poi, diciamolo: il bello del cambio stagione è che si scoprono cose dimenticate. Un vecchio cappotto ancora in buono stato. Un paio di stivali che sembravano perduti. O, perché no, persino un uomo interessante rimasto sepolto dietro la pila dei ricordi, ancora con l’etichetta attaccata. Magari, dietro una sciarpa mai indossata, si nasconde l’occasione che non avevo notato. O forse no, e va bene lo stesso: l’autunno resta comunque la stagione perfetta per una cioccolata calda, una nuova agenda da compilare e la certezza che nessun cambio di fidanzato è obbligatorio… a meno che non lo decida io. E così, con le foglie che cadono e i jeans che non si chiudono, ho capito che la vita – come l’armadio – va riorganizzata ogni tanto. Perché il vero cambio di stagione non è quello dei vestiti, ma quello delle priorità. E, se proprio devo scegliere, meglio un cappotto che mi scalda che un uomo che mi raffredda.
Lungo le vie del cuore – Società Teosofica, la storia italiana
“Ogni cosa nell’universo – e in tutti i suoi regni – ha coscienza” (H.P. Blavatsky) Nel silenzio che precede la creazione, ogni idea autentica sembra nascere da un ascolto interiore. Così è stato per “Lungo le vie del cuore”, il nuovo film documentario di Maria Erica Pacileo e Fernando Maraghini, che abbiamo intervistato, dedicato alla Società Teosofica Italiana e alla sua straordinaria storia, iniziata nel 1902 a Roma. Un viaggio spirituale e culturale che attraversa più di un secolo, intrecciando scienza, filosofia, religione e arte, per raccontare l’avventura di uomini e donne che, nel silenzio del tempo, hanno cercato la luce nell’essere umano. “Lungo le vie del cuore” è un titolo poetico e profondo. Da dove nasce e cosa racchiude per voi? Maria Erica Pacileo: Il titolo è ispirato a un libro di Antonio Girardi che è stato segretario generale della Società Teosofica Italiana. “Lungo le vie del cuore”rappresenta per noi il cammino interiore che ciascun essere umano può intraprendere quando decide di ascoltare la propria voce più autentica. È un percorso che non ha confini geografici, ma solo risonanze dell’anima. La Teosofia ci invita proprio a questo: riconoscere che la conoscenza più alta non viene solo dalla mente, ma dal cuore illuminato. Fernando Maraghini: Sì, e anche dal desiderio di raccontare un’esperienza spirituale non come qualcosa di astratto o distante, ma come una realtà viva, che si muove dentro le persone. La Teosofia parla di fratellanza universale, ma questa fratellanza non si costruisce con i concetti: si costruisce attraverso l’esperienza del cuore, l’ascolto e la condivisione. Il titolo è la sintesi di questo viaggio umano e interiore. Com’è nata l’idea di raccontare la storia della Società Teosofica Italiana attraverso un film? Fernando Maraghini: Nel giugno del 2024, quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto, ci siamo resi conto di trovarci di fronte a una storia poco conosciuta ma di una profondità straordinaria. La Società Teosofica Italiana è nata nel 1902, ventisette anni dopo la fondazione del movimento a New York da parte di Helena Petrovna Blavatsky e Henry Steel Olcott. È una storia che attraversa l’Italia culturale e spirituale del Novecento: filosofi, scienziati, psicologi, scrittori, artisti… molti di loro, in modi diversi, hanno dialogato con la Teosofia. Sentivamo che questo patrimonio doveva essere raccontato e condiviso. Maria Erica Pacileo: Abbiamo iniziato ponendoci una domanda: “Da quale punto di osservazione iniziare la narrazione di un progetto spirituale così vasto?” E la risposta non è arrivata subito. L’abbiamo aspettata in silenzio, lasciando che fossero le parole e le esperienze dei teosofi a guidarci. Così abbiamo raccolto un flusso di testimonianze, di visioni, di passioni. Il film è nato da questo ascolto. Qual è stato l’aspetto più complesso nel dare forma cinematografica a un tema spirituale come la Teosofia? Maria Erica Pacileo: La sfida era raccontare l’invisibile. Non si trattava solo di ripercorrere eventi storici o biografie, ma di far percepire allo spettatore una vibrazione, una frequenza interiore. Per questo abbiamo scelto un linguaggio che alterna la parola al silenzio, la testimonianza alla contemplazione, le immagini alla musica. Ogni scelta visiva è stata pensata per accompagnare chi guarda dentro un’esperienza, non dentro una lezione. Fernando Maraghini: Esatto. Abbiamo cercato di evitare l’approccio didascalico. Il nostro obiettivo non era “spiegare” la Teosofia, ma lasciarla emergere. Il cinema può essere un mezzo di meditazione, se usato con la giusta intenzione. Ci siamo lasciati guidare più dall’intuizione che dal progetto, più dal cuore che dallo schema. Nel vostro manifesto creativo si parla di una “carestia etica e spirituale” nel mondo contemporaneo. Quale messaggio desiderate trasmettere con questo film? Fernando Maraghini: Viviamo in un’epoca in cui l’uomo ha moltiplicato le connessioni tecnologiche ma ha smarrito quelle interiori. Il pensiero teosofico, invece, ci ricorda che l’essere umano è parte di un tutto, che esiste un principio di unità e di sacralità in ogni forma di vita. Il nostro film è un invito alla memoria spirituale: ricordare chi siamo, da dove veniamo, e perché siamo qui. Maria Erica Pacileo: La Teosofia custodisce tre principi fondamentali che restano attualissimi: 1. Formare un nucleo di Fratellanza Universale dell’umanità, senza distinzione di razza, credo o genere. 2. Incoraggiare lo studio comparato delle religioni, delle filosofie e delle scienze. 3. Investigare le leggi inesplicate della natura e le facoltà latenti dell’uomo. Sono principi che appartengono a ogni essere umano, indipendentemente dal credo. Essi non impongono, ma invitano. Ecco perché la Teosofia, oggi più che mai, non è solo una dottrina: è una necessità evolutiva. Qual è stata l’emozione più forte durante la realizzazione del documentario? Maria Erica Pacileo: L’incontro con i teosofi italiani e stranieri. Ognuno di loro custodisce un frammento di luce, una parola che può aprire un varco nel cuore di chi ascolta. Durante le interviste ci siamo sentiti parte di una grande famiglia spirituale, unita da un intento comune: lavorare per l’evoluzione dell’essere umano. Fernando Maraghini: E forse anche la consapevolezza che questo film non ci appartiene. È un’opera collettiva, un canale. Noi abbiamo semplicemente raccolto e armonizzato una voce corale, quella di chi crede nella possibilità di un mondo più consapevole e fraterno. Il film è anche un atto di servizio spirituale, oltre che artistico. Come avete vissuto questo doppio ruolo? Fernando Maraghini: Lo abbiamo vissuto come un atto di gratitudine. Il cinema, per noi, è un linguaggio sacro, una forma di preghiera visiva. Servire la bellezza, la verità e la fratellanza attraverso un film significa partecipare a un progetto più grande di noi. Ogni fotogramma è stato un gesto di devozione. Maria Erica Pacileo: E anche un atto di fiducia. Abbiamo sentito che, lungo questo cammino, qualcosa ci guidava. Per questo abbiamo scelto di intitolare il film “Lungo le vie del cuore”: perché è il cuore il vero regista di questa storia. “Lungo le vie del cuore” non è solo un documentario: è un invito al risveglio della coscienza, un atto d’amore verso la vita e verso l’essere umano. In un tempo che spesso confonde progresso con frenesia, questo film ricorda che la vera evoluzione è
La sindrome del “non ho tempo”
“Non ho tempo.” Quante volte al giorno pronunciamo – o ascoltiamo – questa frase? Forse è il mantra più diffuso della nostra epoca, il ritornello che accompagna giornate frenetiche e vite sempre connesse. Ma fermiamoci un attimo: è davvero così? Il tempo oggettivo è uguale per tutti. Ognuno di noi ha a disposizione 24 ore al giorno, né una di più, né una di meno. Ciò che cambia non è la quantità, ma la percezione che abbiamo delle nostre ore e, soprattutto, la capacità di gestire priorità ed energie. La corsa senza fine La sensazione di correre continuamente nasce da due fattori principali: il sovraccarico di impegni e le aspettative – nostre e degli altri. Viviamo in una società che premia la produttività, che esalta chi è sempre “indaffarato”, come se il valore di una persona fosse misurabile dal numero di attività che riesce a svolgere. In questo contesto, la mente interpreta la pressione come “mancanza di tempo”. E così, anche se oggettivamente le ore ci sarebbero, non riusciamo a sentirle nostre. È come se il tempo ci scivolasse tra le dita, sempre troppo veloce per riuscire a trattenerlo. Non è il tempo che manca La verità è che spesso non mancano le ore, ma manca la capacità di dire no, di delegare, di ritagliarsi spazi personali. Quante volte accettiamo un impegno solo per senso del dovere? Quante altre ci lasciamo trascinare dalle richieste altrui, senza chiederci se sono davvero compatibili con le nostre priorità? Il risultato è una vita riempita fino all’orlo, senza pause, senza margini, dove ogni minuto sembra già prenotato da qualcun altro. La sindrome del “non ho tempo” Questa sindrome non è solo una questione organizzativa, ma anche psicologica. Dire “non ho tempo” spesso significa dire “non riesco a gestire tutto”, “non so come mettere ordine tra le mie priorità”, “ho paura di deludere qualcuno se mi fermo”. È un sintomo del nostro bisogno di controllo e, allo stesso tempo, del timore di non bastare mai. Dietro la frenesia si nasconde anche la difficoltà a stare da soli, a lasciare spazi vuoti. Il silenzio, l’ozio, la lentezza sono diventati quasi tabù: sembrano perdite di tempo, quando invece sono nutrimento per la mente. Strategie per riprendersi il tempo La buona notizia è che la percezione del tempo può cambiare. Non possiamo aggiungere ore alla giornata, ma possiamo imparare a usarle meglio, restituendo loro valore. • Stabilire priorità reali: non tutto ha lo stesso peso. Fare una lista non solo delle cose da fare, ma di quelle davvero importanti, aiuta a ridimensionare gli impegni. • Accettare che non tutto può essere fatto subito: imparare a posticipare senza sensi di colpa è un atto di maturità. • Dire no: ogni volta che accettiamo qualcosa che non vogliamo o non possiamo fare, stiamo togliendo tempo a noi stessi. • Delegare: non dobbiamo fare tutto da soli. Chiedere aiuto non è debolezza, ma intelligenza. • Creare micro-pause rigenerative: anche dieci minuti al giorno per leggere, respirare, camminare o semplicemente non fare nulla hanno un potere straordinario. Il tempo non si trova, si crea Aspettare di “avere tempo” è un’illusione: il tempo libero non cade dal cielo, va costruito. È una scelta consapevole, un modo di abitare le nostre giornate senza subirle. Quando smettiamo di rincorrere l’orologio e iniziamo a decidere come impiegare le nostre ore, recuperiamo una forma preziosa di libertà. Il tempo non è solo una misura cronologica: è la materia di cui è fatta la nostra vita. La sindrome del “non ho tempo” non si cura correndo di più, ma rallentando. Non si supera aggiungendo impegni, ma imparando a selezionarli. E soprattutto, non si risolve cercando il tempo altrove: si risolve imparando a crearlo dentro di noi, scegliendo con cura dove investire le nostre energie. Essere padroni del proprio tempo significa essere padroni della propria vita.
WALKLAB® Emozioni in Movimento® arriva a Forte dei Marmi!
Sabato 15 novembre 2025 – Ore 14.30 ISCRIVITI subito cliccando qui: www.walklab.it/walklab-a-viareggio1/ Camminare non è mai stato così divertente, energico e allenante! Hai mai pensato di trasformare una semplice passeggiata in un’esperienza multisensoriale, dinamica e piena di energia positiva? Con WALKLAB® Emozioni in Movimento® potrai farlo! Sabato 15 novembre 2025, alle ore 14.30, ti aspetta un appuntamento unico a Forte dei Marmi, dove la camminata sportiva incontra la musica, il fitness e il benessere mentale. Un’esperienza innovativa: la camminata con le cuffie wireless Ogni partecipante riceverà una cuffia wireless sanificata e pronta all’uso, attraverso cui potrà ascoltare la voce del coach e il ritmo travolgente della musica che accompagna ogni passo. Sarai immerso in un percorso sensoriale dove la natura, il movimento e il suono diventano un tutt’uno. Una sinergia perfetta per scaricare lo stress, migliorare la forma fisica e rigenerare mente e corpo. Fitness, ritmo e divertimento Con la guida esperta di un Coach del Team Walklab, camminerai lungo i percorsi più suggestivi di Forte dei Marmi, tra mare, pineta e scorci mozzafiato. L’attività è adatta a tutti: si alternano momenti di camminata sportiva, esercizi di fitness dinamico e statico, e momenti di pura energia condivisa. Un modo nuovo, smart e motivante di vivere il benessere, in gruppo ma connessi interiormente. Perché partecipare a WALKLAB® Ricarichi corpo e mente Ti muovi al ritmo della musica Alleni il fisico in modo naturale Condividi energia positiva con il gruppo Vivi un’esperienza all’aria aperta tra natura e libertà “Camminare non è mai stato così divertente ed allenante.” Come partecipare Prenota subito la tua cuffia e assicurati il posto per questo evento esclusivo. I posti sono limitati e l’esperienza è a numero chiuso per garantire il massimo coinvolgimento. ISCRIVITI ORA cliccando qui: https://www.walklab.it/walklab-a-viareggio1/ Importante Tutte le cuffie utilizzate durante gli eventi WALKLAB® vengono consegnate pulite e sanificate con cura dal nostro staff nella fase di check-in. La sicurezza e il benessere dei partecipanti sono sempre la nostra priorità. WALKLAB® Emozioni in Movimento® Più che una camminata, un viaggio di energia, musica e consapevolezza. Lasciati guidare dal ritmo, dalla natura e dalle emozioni. Ti aspettiamo a Forte dei Marmi, sabato 15 novembre 2025, alle 14.30. Non mancare: la tua energia fa la differenza!
La Sciagura – Cronaca di un governo di scappati di casa
Andrea Scanzi torna in teatro con un nuovo, irresistibile monologo di satira civile Dopo il successo di “Renzusconi” (2018) e “Il cazzaro verde” (2019-2020), Andrea Scanzi torna sul palcoscenico con un nuovo spettacolo che promette di far discutere, sorridere (amaramente) e riflettere: “La Sciagura – Cronaca di un governo di scappati di casa”, tratto dall’omonimo libro edito da Paper First. Con il suo stile graffiante e inconfondibile, Scanzi porta in scena novanta minuti di satira politica, musica e indignazione lucida, in un viaggio dentro l’attualità più grottesca del nostro Paese. Un monologo feroce, ma anche profondamente civile, che analizza con ironia e precisione chirurgica il percorso politico di Giorgia Meloni e la deriva di un governo che, tra contraddizioni, gaffe e nostalgie stantie, sembra ormai smarrito tra propaganda e realtà. La cronaca di un’Italia che (non) si riconosce più Dalla seconda carica dello Stato Ignazio La Russa ai proclami folcloristici di Donzelli, dai treni di Lollobrigida ai quadri di Sgarbi, Scanzi costruisce una narrazione satirica impietosa e spietatamente divertente. Non mancano riferimenti alle inchieste su Santanché e Delmastro, al “capodanno col botto” di Pozzolo, alle sparate di Valditara e Sangiuliano, fino alle tesi oscurantiste di Vannacci. Il tutto condito con citazioni di Gaber e Guccini, che la premier sembra amare, ma – sottolinea Scanzi – “senza averne mai capito davvero il senso”. Tra una risata amara e un applauso liberatorio, il pubblico si ritrova dentro un racconto in cui il confine tra teatro e realtà si assottiglia fino quasi a scomparire. “La Sciagura” è molto più di uno spettacolo: è un atto di resistenza culturale, un grido lucido e appassionato contro la mediocrità del potere e la rassegnazione civile. Satira, musica e coscienza civile Come sempre, Andrea Scanzi alterna momenti di comicità tagliente a passaggi di intensa riflessione, accompagnato da suggestioni musicali che danno ritmo e respiro al monologo. Il risultato è un ritratto impietoso ma necessario dell’Italia di oggi — un Paese sospeso tra il disincanto e la necessità di ritrovare una voce critica, un’anima, un senso di dignità collettiva. “La Sciagura” non fa sconti a nessuno, ma parla a tutti. È teatro civile, è satira, è memoria e attualità. È la cronaca di un tempo in cui la risata diventa una forma di resistenza. Uno spettacolo da non perdere Un appuntamento imperdibile per chi ama la satira intelligente e il teatro che fa pensare. Perché ridere del potere – quando il potere diventa tragicomico – è il primo passo per riprendersi la libertà del pensiero. Acquista i tuoi biglietti numerati qui: ️ www.megliodiieri.it/s/spettacoli/la-sciagura-cronaca-di-un-governo-di-scappati-di-casa-la-terza-stagione/ “La Sciagura – Cronaca di un governo di scappati di casa” di e con Andrea Scanzi. Un monologo irresistibile, amaro, necessario. Per raccontare l’Italia di oggi. E per ricordarci che, nonostante tutto, ridere è ancora un atto politico.
La scena del crimine: quando i luoghi parlano
La scena del crimine non è mai muta. È un palcoscenico in cui si è consumato un dramma, e come ogni teatro conserva tracce, ombre, residui della rappresentazione. Non c’è sangue che non lasci memoria, non c’è oggetto spostato che non racconti una storia. A chi sa osservare, quel luogo diventa una mappa invisibile: un linguaggio fatto di silenzi, di dettagli, di contraddizioni. Entrare in una scena del crimine è come varcare la soglia di una dimensione sospesa. L’aria è densa, immobile, quasi consapevole di custodire un segreto. L’investigatore non può lasciarsi sopraffare dall’emozione: deve farsi spettatore silenzioso, imparare a guardare ciò che l’occhio comune rifiuta. Una porta lasciata socchiusa, un bicchiere scheggiato sul pavimento, un cellulare abbandonato sul tavolo: elementi apparentemente banali che, se ricomposti, assumono un significato preciso. Ogni scena del crimine è un racconto spezzato. L’assassino cerca di cancellare le proprie tracce, ma inevitabilmente ne lascia altre. È il paradosso dell’azione criminale: più si tenta di occultare, più si imprime un segno. Il sangue lavato lascia aloni che la scienza sa rivelare, le finestre chiuse raccontano di una fuga precipitosa, le impronte digitali diventano firme inconsapevoli. L’investigazione è un’arte paziente, una lettura tra le righe del caos. Non sempre, però, la verità emerge subito. Ci sono scene che parlano in modo ambiguo, che confondono, che generano più domande che risposte. Alcuni delitti restano avvolti nel mistero proprio perché il luogo del crimine è stato manipolato, contaminato o addirittura costruito ad arte per depistare. In questi casi, l’investigatore deve andare oltre il visibile: ricorrere alla psicologia, alla logica, all’intuizione. Il fascino oscuro della scena del crimine è racchiuso in questa tensione tra silenzio e voce. Non è soltanto un insieme di reperti, ma un frammento di vita interrotto, un istante congelato nel tempo. Lì si incrociano la vittima e il carnefice, il passato e il futuro, la giustizia e l’errore. Ogni investigatore sa che non sta solo cercando prove: sta tentando di dare voce a chi non può più parlare. In fondo, la scena del crimine non appartiene solo alla cronaca, ma anche alla memoria collettiva. Rappresenta il luogo in cui l’ordine sociale è stato infranto, e per questo diventa simbolo, monito, mistero. Quando un caso resta irrisolto, quel luogo continua a vivere nella mente di chi lo ha visto, alimentando paure, leggende, sospetti. Nel silenzio di una stanza sigillata, tra nastri gialli e luci fredde, la scena del crimine rimane lì, immobile. Eppure, chi vi entra sa che ogni oggetto parla, ogni impronta respira, ogni dettaglio racconta. Perché il crimine non svanisce mai del tutto: resta inciso nei luoghi, nelle cose, nella memoria. E sta a noi, osservatori e cercatori di verità, imparare ad ascoltare quella voce nascosta.
Delitti in tacchi alti: Pippa Pickle Crime
Se qualcuno dovesse aprire un fascicolo su Pippa Pickle, il titolo ufficiale sarebbe qualcosa come: “Giornalista, 56 anni, potenziale detective, tacchi a spillo pericolosi come armi contundenti”. Un dossier che farebbe tremare persino Scotland Yard e ridere qualunque avvocato in toga. Pippa vive a Pluckley, nel Kent, villaggio noto per i fantasmi più che per i crimini. Un posto in cui l’unico delitto registrato negli ultimi vent’anni è stato il rapimento collettivo delle sedie di plastica dal pub locale durante una notte di tempesta. Ma Pippa, con la sua rubrica per il Daily Whisper, è convinta che il mistero aleggi dietro ogni siepe, tra una tazza di tè e una partita di bingo. L’ultima indagine? Niente meno che la misteriosa sparizione della cheesecake al limone dalla cucina del vicino. Un dramma che, a sentir lei, “avrebbe potuto minare la sicurezza alimentare dell’intero Kent”. Tre piste per un dolce mistero Pippa ha aperto il suo quaderno rosa shocking e stabilito tre ipotesi investigative: 1. Furto con destrezza. Forse la colf affamata, sorpresa da un attacco di glicemia, aveva colpito e poi occultato la prova. 2. Vendetta amorosa. L’ex fidanzata del vicino, ancora furiosa, aveva deciso di sabotare la dieta con un gesto estremo. 3. Serial killer di dolci. Già ribattezzato da Pippa con grande fantasia giornalistica: Sugar Jack. Lo scenario era pronto. A quel punto, serviva il supporto delle sue fidate compagne di sventura: Vivian, Rachel e Kate. Le tre, però, invece di fornire prove utili, hanno aperto una bottiglia di Chardonnay e iniziato a inviarle screenshot di Google sulle proprietà benefiche del limone. Rachel, sempre la più fantasiosa, ha azzardato: “Pippa, ascoltami: sono stati gli alieni. I marziani cercano zuccheri raffinati per alimentare l’astronave. Se ti sparisce anche il tiramisù, chiama la NASA.” Gavin, voce della ragione (più o meno) E poi è arrivato Gavin. Amico gay, elegante fino all’ultima piega della giacca, con l’aria cinica di chi potrebbe recensire un delitto come se fosse una passerella di moda. “Cara, se non trovi il colpevole entro stasera, ti consiglio di denunciare direttamente il frigorifero. In ogni caso, evita di interrogare il gatto: ha più credibilità di te.” Pippa, pungolata dall’ironia dell’amico, ha deciso di passare all’azione. L’investigatrice in tacchi a spillo Armata dei suoi tacchi vertiginosi – più pericolosi di un tirapugni – e di un taccuino che sembrava uscito da un set di Sex and the City, Pippa ha iniziato a pedinare i vicini. Ha spiato dalle tende con un binocolo del 1987, ereditato da uno zio ex boy-scout, e ha preso appunti meticolosi sulle impronte trovate sul pavimento. Peccato che le impronte misteriose si siano rivelate, dopo attenta analisi, quelle delle sue stesse scarpe di vernice. “L’indagine si complica” ha annotato con aria solenne, senza ammettere neanche a sé stessa la gaffe. Il colpevole con i baffi Dopo ore di indagini infruttuose, il mistero sembrava destinato a restare insoluto. Finché, come in ogni buon noir, è arrivato il colpo di scena: il gatto del vicino, colto sul fatto con i baffi imbiancati di panna e l’aria soddisfatta di chi ha appena compiuto il colpo del secolo. Pippa, combattuta tra la delusione e il sollievo, ha preso il suo laptop e scritto l’articolo della settimana. Titolo: “Il killer aveva i baffi e faceva le fusa”. Morale con tacchi Certo, nessun delitto efferato. Nessuna colf criminale. Nessun marziano goloso. Solo un gatto cleptomane con tendenze da pasticcere. Ma la morale è chiara: Pippa può anche inciampare nei suoi tacchi durante un inseguimento immaginario, ma resta imbattibile nell’arte di trasformare i piccoli drammi quotidiani in un noir degno di Netflix. E in fondo, chi ha davvero bisogno di Sherlock Holmes quando può seguire su Instagram una Pippa Pickle che vede misteri ovunque e li racconta con l’ironia di chi non si arrende mai, nemmeno davanti a una cheesecake scomparsa? Perché, nel mondo di Pippa, ogni vicolo cieco può diventare un giallo, ogni gatto un sospetto, e ogni tacco a spillo… un’arma del delitto perfetta.
Jack Nobile con Hyde – Magia senza confini al Teatro Manzoni
Ci sono serate che non si dimenticano, attimi sospesi che hanno il potere di riportarci bambini, quando tutto sembrava possibile e il confine tra realtà e sogno non era ancora tracciato. È questo ciò che promette il nuovo spettacolo di Jack Nobile con Hyde, in scena al Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca): un evento che non è soltanto intrattenimento, ma un viaggio emozionante dentro l’essenza stessa della meraviglia. Jack Nobile – L’alchimista della meraviglia Prestigiatore e youtuber di fama internazionale, Jack Nobile è considerato un pioniere della magia digitale. Con oltre 1,5 milioni di iscritti e più di mezzo miliardo di visualizzazioni su YouTube, ha trasformato il mondo della prestidigitazione in un linguaggio universale, accessibile e affascinante per milioni di persone. Allievo di maestri come Juan Tamariz e Dani Daortiz, ha portato la magia oltre il palcoscenico, facendola diventare esperienza quotidiana, divulgazione, arte. Autore di tre libri e fondatore della Scuola di Magia Online, la piattaforma più ricca al mondo di contenuti magici, Nobile è oggi un punto di riferimento internazionale. Non solo: la sua tecnica nella Sand Art, raffinata e poetica, lo ha reso un innovatore capace di unire la magia alla forza evocativa delle immagini. Hyde – Il talento che reinventa l’illusione Al suo fianco, Hyde, tra le più giovani promesse italiane della magia e imprenditore del web, porta in scena una creatività travolgente. Specializzato nell’arte del cubo di Rubik, Hyde ha saputo trasformare un oggetto comune in una fonte inesauribile di stupore. Dai suoi progetti imprenditoriali come Hydestore e Playbrain, fino alle invenzioni originali come HydeCube e Cubomagia, Hyde non si limita a eseguire trucchi: li reinventa, li plasma, li porta a livelli mai visti prima. Con il suo mazzo di carte ispirato alla sezione aurea, i DVD di magia e i rompicapi che hanno conquistato il web, Hyde si conferma un artista che unisce ingegno, passione e capacità di sorprendere con uno stile fresco e inconfondibile. Uno spettacolo che unisce due mondi La forza di questo spettacolo è nell’incontro tra due generazioni e due approcci diversi alla magia, uniti da un unico obiettivo: riportare il pubblico a credere nell’impossibile. Jack con la sua eleganza raffinata, la sua visione universale e il suo linguaggio che sa emozionare chiunque. Hyde con la sua energia giovane, la sua creatività esplosiva e la sua capacità di reinventare continuamente il gioco dell’illusione. Insieme, costruiscono un’esperienza che non si limita a stupire, ma entra nel cuore. È un dialogo tra arte, tecnologia e immaginazione, dove lo spettatore diventa parte integrante dello spettacolo, complice di un viaggio che mescola sogno e realtà. Un appuntamento da non perdere Il Teatro Manzoni di Massarosa si trasformerà in un luogo senza tempo, dove ogni gesto diventa poesia e ogni sguardo si riempie di stupore. Non è solo uno spettacolo di magia: è un invito a lasciarsi andare, a vivere un’esperienza che tocca corde profonde, che risveglia la curiosità, che fa tornare a credere che, a volte, l’impossibile è davvero possibile. Prenota subito il tuo posto e vivi la magia dal vivo: Acquista i biglietti numerati qui Perché la vera magia non è solo nei trucchi, ma nello sguardo di chi sceglie di lasciarsi sorprendere. E questa volta, la sorpresa promette di essere indimenticabile.
Caratteri Mobili
Nel cuore di Roma, il Teatro Trastevere si prepara ad alzare il sipario su una nuova stagione che promette di intrecciare artigianalità e visione contemporanea. “Caratteri Mobili” non è soltanto un titolo evocativo, ma una dichiarazione di intenti: il teatro come luogo vivo, in movimento, in costante trasformazione, proprio come i caratteri tipografici che prendono forma tra le mani dei maestri artigiani. Alla vigilia della presentazione ufficiale, prevista per il 7 ottobre, abbiamo incontrato il direttore artistico Marco Zordan per scoprire da dove nasce questa idea e quale direzione guiderà il Teatro Trastevere nel corso della stagione 2025-26. Come nasce l’idea di “Caratteri Mobili” e perché proprio questo titolo per la nuova stagione teatrale del Teatro Trastevere? Nasce dalla visita questa Primavera ad un Antica Stamperia di Cosenza, rimessa in piedi da alcuni Ragazzi e arricchita con uno spazio teatrale. L’atmosfera che si respirava era un mix di artigianalità, sogno e resistenza…quello che mi piacerebbe ci fosse al Teatro Trastevere. Inoltre è qualcosa che ha bisogno di maestria ed impegno per far uscire un testo bello e leggibile e anche qui ci vedo un parallelo con la produzione di uno spettacolo che vogliamo sia ben fatto e adatto ad una comprensione universale…ed infine il doppio senso che da la parola caratteri: che in Inglese significa personaggi e mobili perchè cambiano, si evolvono, mutano…sul nostro palco. Nel comunicato parlate di tipografia e di movimento: che legame c’è tra l’artigianalità della stampa antica e la vostra visione teatrale di quest’anno? Come detto prima noi siamo un Teatro che ospita produzioni indipendenti che hanno nell’atigianilità, più o meno esibita la loro cifra. Vorremmo fare in modo che questo divenga un valore piuttosto che un minus rispetto a compagnie e teatri più dotati economicamente. Quali saranno i temi principali e i linguaggi artistici che il pubblico potrà incontrare durante la stagione 2025-26? Per i temi siamo sempre attenti a quelle che sono le istanze sociali che la società civile esprime e che qualche bravo artista riesce a tradurre sul palco. I linguaggi saranno molteplici senza preclusioni aprioristiche ma speriamo soprattutto che siano spettacoli ben fati, curati, dai quali si esca soddisfatti. Il progetto “Germogli” appare come una restituzione artistica: in che modo si inserisce nel percorso complessivo e quale valore aggiunto porta alla stagione? E’ un piccolo modo per dire Ci Siamo, empatizziamo con voi compagnie, cerchiamo un dialogo, tentando di superare una atavica contrapposizione tra gestori e compagnie a volte appiattito al mero rapporto economico. Il vostro motto è “non c’è Vita se non c’è Evoluzione, e non c’è Teatro se non c’è Vita”: cosa significa concretamente questo per gli attori, i registi e il pubblico che vivranno questa stagione? Panta Rei! Per dirla con i Greci! Apparte gli scherzi ci rendiamo conto stagione dopo stagione che quello che raccontiamo e diciamo evolve anno dopo anno come evolve la nostra società ed è necessario cercare di intercettare questo flusso per essere contemporanei e attuali…inoltre, artisticamente parlando se sul palco un personaggio non evolve, non muta non cambia, rimane piatto mentre la mobilità di un carattere ne determina la vitalità che sicuramente rende l’esperienza teatrale più appagante. Cosa si deve aspettare chi entrerà al Teatro Trastevere il 7 ottobre per l’invito speciale? Sarà una serata di presentazione o già un’esperienza teatrale vera e propria? Il 7 Ottobre racconteremo in breve i 20 spettacoli che compongono la stagione tra una restituzione e l’altra del progetto Germogli, in uno scambio dove chi ne fa già parte osserva chi ne farà parte in un futuro prossimo. La nuova stagione del Teatro Trastevere si annuncia dunque come un viaggio tra linguaggi, storie e trasformazioni, fedele al motto che accompagna la compagnia: “non c’è Vita se non c’è Evoluzione, e non c’è Teatro se non c’è Vita”. Il 7 ottobre non sarà solo un momento di presentazione, ma un’esperienza condivisa, un assaggio di quello scambio vitale che anima il palcoscenico e il suo pubblico. “Caratteri Mobili” diventa così un invito a lasciarsi sorprendere, ad accogliere il cambiamento, a vivere il teatro come un atto collettivo di resistenza e immaginazione.
Pippa Pickle, la giornalista che inciampa nelle notizie (e nei tacchi)
Fare la giornalista a 56 anni non è un mestiere: è uno sport estremo. Soprattutto se ti chiami Pippa Pickle, vivi a Pluckley (paese famoso per i fantasmi) e scrivi di costume e società per il Daily Whisper. Pippa ama il suo lavoro. O meglio: ama l’idea di sé stessa come giornalista elegante, brillante, con taccuino di pelle e penna stilografica. Peccato che la realtà sia molto più… slapstick. Quando il cane diventa ministro Una delle sue gaffe più memorabili risale a una conferenza stampa politica. Doveva presentare un breve profilo del nuovo ministro, ma nella fretta di scrivere, confuse il nome del politico con quello del suo cane (apparso in una foto social). Risultato? Un articolo che cominciava con: “Il labrador Max ha promesso riforme rapide ed efficaci.” La redazione rise per una settimana. Il ministro no. La caduta in conferenza Altro episodio degno di un film comico: Pippa in prima fila a una conferenza di moda, tacco dodici, vestito color senape, posa elegante. Al momento delle domande, si alza con sicurezza… e il tacco si incastra nel parquet. L’intera sala ha assistito al volo planato di Pippa, finito con un sonoro “ahi” e un appunto scritto storto sul bloc-notes. Lei, rialzandosi, ha commentato con dignità: “Volevo testare la resistenza del pavimento. Confermo: è solido.” L’articolo sbagliato al posto sbagliato Poi c’è la leggendaria “gaffe natalizia”. Inviata di corsa per scrivere un pezzo su un nuovo museo inaugurato a Canterbury, Pippa consegnò l’articolo in ritardo, ma con orgoglio. Peccato che, nel casino di cartelle sul computer, invece del pezzo di cronaca mandò una sua bozza intitolata: “25 ricette alternative al tacchino di Natale”. Il direttore del Daily Whisper non sapeva se licenziarla o candidarla per una rubrica culinaria. La forza dell’autoironia Il bello è che Pippa non si abbatte. Ogni volta che inciampa (letteralmente o metaforicamente), scrive nel suo diario: “Nota per me: comprare scarpe basse, fare più attenzione agli allegati, controllare i nomi tre volte.” Ma il giorno dopo è di nuovo lì, con il rossetto un po’ storto, pronta a scrivere il pezzo del secolo… che finirà inevitabilmente con un refuso o una battuta di spirito non richiesta. La redazione la ama (più o meno) Colleghi e capi hanno ormai accettato che con Pippa non esistono mezze misure: o ti porta la storia più divertente della settimana, o combina un pasticcio cosmico. “Pippa è come un tuffo al mare in inverno,” dice un collega, “inaspettata, un po’ traumatica, ma alla fine tonificante.” E lei, di fronte a queste definizioni, alza il sopracciglio e pensa: “Beh, almeno non mi hanno paragonata a un labrador ministro.” Conclusione Tra tacchi rotti, nomi confusi e articoli smarriti, Pippa Pickle continua a lavorare con passione. Perché se il giornalismo è la ricerca della verità, allora Pippa dimostra che la verità, spesso, è semplicemente questa: la vita è troppo buffa per prendersi sul serio.
Il coraggio di dire NO: come costruire confini sani
Dire “no” è difficile. Molti di noi dicono “sì” anche quando non lo desiderano, pur di non deludere o per paura di conflitti. Questo comportamento, noto come people pleasing, può diventare logorante. Perché diciamo sempre sì? Fin dall’infanzia veniamo educati ad essere accondiscendenti e a evitare scontri. Da adulti, questo si traduce nel bisogno di essere approvati, anche a costo di sacrificare i nostri bisogni. Le conseguenze Dire sempre sì porta a stress, frustrazione e perdita di autenticità. A lungo andare, si rischia il burnout e un profondo senso di insoddisfazione personale. L’arte dell’assertività Imparare a dire no non significa essere egoisti, ma stabilire confini sani. Alcuni esempi: • Rispondere con frasi semplici e ferme. • Offrire alternative quando possibile. • Ricordarsi che dire no agli altri equivale a dire sì a sé stessi. Un gesto di cura verso sé stessi Dire no è un atto di rispetto per la propria energia, il proprio tempo e i propri valori. È un atto di coraggio che ci permette di vivere relazioni più autentiche e di proteggere il nostro benessere. Non temere di deludere: chi ti vuole davvero bene saprà rispettare i tuoi confini.



