Gabriela: quando il teatro respira tra ironia e disperazione
Ci sono testi che arrivano addosso come un’onda: improvvisi, necessari, impossibili da ignorare. Con l’acqua alla gola – Sulla punta della lingua, la nuova regia di Gabriela, è uno di quei lavori che non cercano lo spettatore, ma lo travolgono. Una commedia nera che scivola tra sarcasmo e dolore, tra il desiderio di gridare e l’impossibilità di farlo. Sul palco, un appartamento invaso da yogurt scaduti e illuminato solo dalla luce intermittente di un frigorifero diventa metafora di un mondo allo sbando, di una generazione che annaspa ma non smette di cercare ossigeno.
In questa intervista, la regista racconta il percorso creativo, la visione e l’urgenza di dare voce a chi troppo spesso non viene ascoltato: i giovani.
Gabriela, “Con l’acqua alla gola – Sulla punta della lingua” è una commedia nera che unisce ironia e disperazione. Da dove nasce la tua esigenza di mettere in scena un testo che naviga tra questi due estremi emotivi?
Veramente l’esigenza si è palesata appena mi è stato sottoposto il testo. C’era talmente tanta urgenza in quelle parole che stavo leggendo che l’ho fatta subito mia. Trovo assolutamente necessario, in questo contesto storico, ascoltare cosa hanno da dire i giovani. Ci aiuterebbe a crescere, a vedere un futuro con occhi diversi, ne sono certa.

L’immagine dell’appartamento invaso da yogurt scaduti e illuminato da un frigorifero è potentemente simbolica. Come hai lavorato sulla costruzione visiva e scenografica di questo spazio quasi claustrofobico?
L’impianto scenico è stato l’autore a suggerirlo. Non ho trovato nulla di sbagliato nel suo descrivere la scena, non avevo nulla da stravolgere.
Il testo di Francesco Benedetto gioca con il surreale e l’assurdo. Qual è stata la tua chiave registica per tradurre in scena una scrittura così densa e visionaria?
Per me ci sono due modi per affrontare una regia: la necessità e l’urgenza di mettere in scena un testo per te indispensabile o la commissione di un’opera, anche se non totalmente condivisa. Indubbiamente, il testo di Francesco mi ha permesso di adottare il primo modo. Quando ti trovi davanti a questo livello di scrittura, è un piacere e grande divertimento fare regia. Francesco per me è stato una bellissima scoperta. Sono certa che in futuro sentiremo parlare di lui!
Gli attori – Paolo Cutroni, Daniele Bianchini, Serena Sansoni ed Elena Biagetti – mostrano un forte affiatamento sul palco. Come hai costruito con loro la dinamica di gruppo e la coralità della messa in scena?
Sono stata molto fortunata perché ho trovato un gruppo di giovani attori, colleghi da tempo, con un affiatamento ben consolidato, insieme all’autore e al mio assistente alla regia Filippo Benini. Cosa posso aggiungere? Testo bellissimo, attori bravissimi e, soprattutto, una compagnia di giovani. Un’iniezione di frizzante vitalità per una boomer come me!
Il titolo stesso, “Con l’acqua alla gola – Sulla punta della lingua”, suggerisce un’urgenza espressiva, un momento limite. Qual è per te il “mondo che crolla” evocato nel sottotitolo “Quando il mondo crolla è il momento perfetto per saltare”?
“Il mondo che crolla” è quello che stiamo vivendo, non ci sono dubbi. Se ce ne rendessimo conto staremo tutti a ragionare su come cercare “il momento perfetto per saltare”.
Molti, in qualche modo, lo stanno facendo. La maggioranza non vede il crollo rovinoso sotto i suoi piedi.
In molti tuoi lavori emerge una tensione tra quotidiano e poetico, tra corpo e parola. In che modo questo spettacolo prosegue – o stravolge – la tua ricerca artistica?
Io, personalmente, non conosco alcun altro modo di fare Teatro: osservare ciò che ti circonda e cercare il linguaggio adatto per rappresentarlo. Quando metti in scena uno spettacolo stai raccontando una favola e gli spettatori sono bambini (inconsapevoli di esserlo) che la stanno a sentire. Bisognerebbe rispettare il linguaggio delle favole per far sì che chi ascolta possa immedesimarsi nella storia raccontata.

6. In molti tuoi lavori emerge una tensione tra quotidiano e poetico, tra corpo e parola. In che modo questo spettacolo prosegue – o stravolge – la tua ricerca artistica?
Il Teatro Trastevere ospita spesso nuove realtà e linguaggi emergenti. Quanto è importante per te debuttare in uno spazio indipendente, in un contesto così vicino al pubblico e alla sperimentazione?
Non possiamo che ringraziare il Teatro Trastevere per questa bella e importante opportunità. E, con esso, tutti gli spazi indipendenti che, tra mille difficoltà, danno la possibilità di espressione a giovani compagnie che, altrimenti, resterebbero invisibili. Questa, per me, resta la forma più sana e sincera di fare teatro. Senza ingerenze, senza pressioni e compromessi.
Dopo questo debutto, cosa immagini per il futuro dello spettacolo e per la compagnia? È un punto di partenza, una denuncia, o forse un grido generazionale?
Mi auguro per loro che questo spettacolo possa avere un futuro, possa essere visto e ascoltato il più possibile. Mi ripeto, lo reputo estremamente necessario e contemporaneo, non mi sembra ragionevole che non possa trovare la sua giusta collocazione in una programmazione teatrale.
Tra frigoriferi accesi e parole che ribollono, Con l’acqua alla gola – Sulla punta della lingua diventa una metafora collettiva: quella di un’epoca sospesa tra l’apatia e la rivolta, tra la paura di affondare e la voglia di respirare. Gabriela, con la sua regia
