Ogni volta che un femminicidio occupa le pagine dei giornali, la stessa domanda torna a galla: poteva essere evitato? Troppo spesso la risposta è sì. Perché non si tratta di delitti improvvisi, scaturiti da una rabbia cieca e incontrollata, ma di crimini preceduti da segnali chiari, allarmi inequivocabili, avvertimenti ignorati. Sono femminicidi annunciati. Dietro molte di queste tragedie ci sono denunce archiviate, richieste di aiuto rimaste inascoltate, minacce sottovalutate. Le donne raccontano, scrivono, bussano alle porte delle istituzioni. Dicono: “Se mi succede qualcosa, saprete chi è stato.” Eppure quelle parole, che dovrebbero suonare come un’eco fortissima, si perdono in un labirinto di burocrazia, scetticismo e lentezze giudiziarie. La cronaca recente ci insegna che il femminicidio raramente è un fulmine a ciel sereno. Spesso è il punto di arrivo di una catena di violenze psicologiche, controlli ossessivi, persecuzioni quotidiane. La gelosia diventa prigione, l’amore si trasforma in possesso, e la libertà di una donna diventa la miccia che scatena la furia di chi non accetta il rifiuto. In questi casi, il confine tra vita e morte è scritto nelle omissioni. Ogni mancata misura cautelare, ogni ritardo nella protezione, ogni sottovalutazione delle minacce è un passo in più verso l’irreparabile. È qui che il silenzio sociale e istituzionale diventa complice. Non basta indignarsi dopo: occorre ascoltare prima. I femminicidi annunciati ci costringono a una riflessione scomoda: viviamo in una società che ancora fatica a credere alle donne. Che minimizza la violenza psicologica, che liquida le minacce come “esagerazioni”, che considera le denunce come atti di conflittualità familiare e non come grida di allarme. In questo vuoto, la vittima resta sola, intrappolata tra paura e sfiducia. La psicologia criminale ci mostra come il femminicidio non sia un gesto improvviso, ma il risultato di una escalation. Prima l’isolamento, poi il controllo, quindi le minacce, infine la violenza fisica. Un crescendo che spesso segue uno schema preciso, riconoscibile. Eppure, nonostante gli studi, nonostante le campagne di sensibilizzazione, continuiamo a leggere storie di donne che avevano denunciato più volte, senza ottenere protezione. Il problema non è soltanto giuridico, ma culturale. Finché continueremo a raccontare questi delitti come “tragedie della gelosia” o “raptus improvvisi”, resteremo ciechi davanti al loro vero volto: la volontà di possesso assoluto, l’idea che una donna non sia libera di scegliere, amare, lasciare. Rompere il meccanismo dei femminicidi annunciati significa ribaltare questa prospettiva. Significa credere alle parole delle vittime, dare peso a ogni segnale, intervenire tempestivamente. Significa potenziare le reti di protezione, rendere la giustizia più veloce, formare chi raccoglie denunce a cogliere la gravità di certe frasi. Ma significa anche lavorare sulla società, sull’educazione, sui modelli culturali che ancora legittimano il possesso maschile come forma di amore. Ogni volta che una donna viene uccisa dopo aver chiesto aiuto, non è solo lei a cadere: cade un pezzo di noi, del nostro sistema di tutela, della nostra capacità di ascolto. I femminicidi annunciati non sono misteri irrisolti, non sono enigmi criminali. Sono verità scritte in anticipo, a volte nero su bianco. E la domanda che dobbiamo porci non è più “come è potuto accadere?”, ma “perché non abbiamo agito prima?”
La stanchezza emotiva
Quando pensiamo alla stanchezza, ci viene subito in mente il corpo: le gambe pesanti, le spalle contratte, la voglia di stendersi e dormire. Ma non sempre la fatica è fisica. Molto spesso è la mente, non il corpo, a essere esausta. Si chiama stanchezza emotiva, e non passa con una notte di sonno né con un fine settimana di riposo. È una forma di usura interiore che nasce dal peso dei pensieri, dalle preoccupazioni, dai conflitti non risolti, dalle aspettative che ci opprimono. Non dipende solo da ciò che facciamo, ma soprattutto da ciò che sentiamo – e da quanto spazio concediamo a quelle emozioni di restare dentro di noi senza essere elaborate. I segnali invisibili La stanchezza emotiva non si manifesta sempre con sintomi eclatanti: i suoi segnali sono sottili, ma chiari. Ci si accorge di non provare più interesse per ciò che prima appassionava, di diventare facilmente irritabili anche per motivi banali, di faticare a gioire per una buona notizia. Cresce la sensazione di vuoto, di indifferenza, quasi come se la vita scorresse accanto a noi senza riuscire a coinvolgerci davvero. A volte il corpo reagisce con insonnia, mal di testa, tensioni muscolari, ma la radice resta psicologica: è la mente che non ce la fa più a sostenere i carichi interiori accumulati. Dare troppo senza rigenerarsi Una delle cause più comuni della stanchezza emotiva è il continuo dare energia agli altri senza concedersi tempo per ricaricarsi. Accade a chi si prende cura di una famiglia, a chi lavora in contesti di grande responsabilità, a chi ha un carattere empatico e tende a farsi carico dei problemi altrui. Quando ci si dedica solo al “fare per gli altri”, dimenticando il proprio spazio di rigenerazione, l’esaurimento emotivo diventa inevitabile. Non è questione di altruismo, ma di equilibrio: non si può donare continuamente senza rifornire la propria riserva interiore. Riconoscere i propri pesi nascosti Il primo passo per affrontare questa condizione è riconoscere ciò che ci pesa. Molti evitano di fermarsi a riflettere per paura di scoprire emozioni scomode, ma ignorarle non fa che amplificare il problema. Scrivere un diario emotivo può essere uno strumento potente: mettere nero su bianco le preoccupazioni, le delusioni, le paure aiuta a far emergere ciò che si nasconde sotto la superficie. Dare un nome ai sentimenti li rende più gestibili: l’ansia diventa identificabile, la tristezza trova una cornice, la rabbia viene incanalata. Piccole pause per grandi benefici Non servono grandi rivoluzioni per rigenerarsi: a volte bastano piccole pause quotidiane. • Pochi minuti di respiro consapevole per rallentare i pensieri. • Una breve meditazione guidata per alleggerire la mente. • Un momento di silenzio, senza schermi e notifiche, per ritrovare se stessi. Sono gesti semplici, ma se ripetuti con costanza diventano veri e propri strumenti di cura. La stanchezza emotiva si riduce quando impariamo a nutrire la nostra interiorità tanto quanto nutriamo i nostri impegni. Il valore del chiedere aiuto Un altro passaggio fondamentale è riconoscere quando da soli non basta. Chiedere supporto – a un amico, a un familiare, a un professionista – non è segno di debolezza. Al contrario, è un atto di forza e lucidità: significa avere il coraggio di ammettere i propri limiti e la volontà di uscirne. La cultura del “devo farcela da solo” spesso alimenta l’esaurimento emotivo. In realtà, nessuno è fatto per reggere sempre e comunque ogni peso. Condividere le proprie difficoltà alleggerisce e crea connessioni autentiche. Prendersi cura di sé non è egoismo Viviamo in una società che premia chi corre, chi produce, chi non si ferma mai. In questo contesto, concedersi pause o momenti per sé rischia di sembrare un lusso o addirittura un atto egoista. Ma la verità è l’opposto: prendersi cura di sé è una forma di sopravvivenza. Un serbatoio vuoto non può alimentare nessuno. Allo stesso modo, una persona svuotata emotivamente non può essere di reale sostegno agli altri. Occuparsi del proprio benessere è il primo passo per poter dare in modo sano e duraturo. La stanchezza emotiva è silenziosa, ma potente. Non si vince con la forza di volontà o con il semplice riposo fisico, ma con un lavoro più profondo di riconoscimento, accoglienza e cura. Imparare a fermarsi, a scrivere, a respirare, a chiedere aiuto significa imparare a vivere con maggiore consapevolezza. Non è egoismo: è un atto di amore verso se stessi e, indirettamente, verso chi ci sta accanto. Prendersi cura di sé non è egoismo: è una forma di sopravvivenza.
Marco Belocchi – Anno Omega (quando tutto ebbe inizio)
L’apocalisse come rinascita: il teatro che attraversa il divino, la follia e la poesia C’è un confine sottile, impercettibile, dove la fine e l’inizio si toccano. Un punto sospeso tra la luce e l’ombra, tra l’uomo e Dio, tra la parola e il silenzio. È lì che nasce Anno Omega, la nuova sfida teatrale di Marco Belocchi, regista e interprete che trasforma la filosofia in emozione, la spiritualità in gesto scenico, la poesia in carne viva. Liberamente tratto dai testi di Maria Letizia Avato, Anno Omega (quando tutto ebbe inizio) non è solo uno spettacolo: è un viaggio cosmico e intimo, un varco simbolico in cui l’umanità si specchia nella propria caducità, e il divino — ironico, fallibile, umano — si lascia interrogare dalla follia. Abbiamo incontrato Marco Belocchi per esplorare con lui il senso di questo “anno finale”, che forse è anche il primo di un nuovo ciclo. Marco, “Anno Omega” è un titolo potente, quasi apocalittico. Cosa rappresenta per te “l’Omega”, questo momento in cui “tutto ebbe inizio”? È la fine del mondo o la sua continua rinascita? L’Omega, inevitabilmente non disgiunto dal segno Alpha, ha un carico simbolico che interessa il pensiero “alto” dalla filosofia alla religione, sino alle sempre superabili frontiere della matematica. Dal mio punto di vista, Omega, è un punto che rappresenta il compimento ma, al contempo è dotato di 2 facce: una che guarda il percorso fatto e una che apre verso un percorso nuovo, tutto da esplorare, quindi, venendo alla domanda, direi che per me rappresenta la Fine ma così vicina al Principio, un po’ come la carta della Morte dei Tarocchi che simboleggia sia la fine che la rinascita. Certo in questi tempi così sinistri e inquieti, segnali ormai piuttosto evidenti ci fanno pensare atterriti che stiamo attraversando l’Anno Omega ma, volendo coltivare una pur piccola speranza, potremmo anche pensare ad un nuovo Inizio. Il testo di Maria Letizia Avato intreccia filosofia, spiritualità e poesia. Da regista, come hai lavorato per tradurre sulla scena questa materia così impalpabile e cosmica, mantenendo al tempo stesso un contatto con l’emozione dello spettatore? Il testo di Maria Letizia è l’adattamento drammaturgico, fatto dalla stessa autrice, di 2 racconti. Pur essendo stati rielaborati per il teatro, hanno mantenuto un linguaggio poetico molto forte ed è stato per me un impegno e una sfida entusiasmante, come regista, tradurre in azione ed emozione molti concetti che sono sicuramente poco palpabili. L’autrice ha dato voce ad un’Anima, a Dio (Ambrosius) alla Coscienza e far agire tali figure è stata impresa non facile. Però avvalendomi di uno spazio astratto come il teatro di Documenti, di video e soprattutto dell’ottima musica originale di Bianchini, spero di esser riuscito a creare un’atmosfera sospesa, onirica e altamente poetica. Nel primo atto, Dio e il folle dialogano in uno spazio astratto, quasi metafisico. Come hai diretto questo confronto tra il Creatore e la sua creatura, tra la presunzione divina e la lucidità della follia? Questo primo atto presenta già nella scrittura alcuni elementi concreti ai quali far riferimento, trattasi comunque di un bizzarro dialogo che vede i due soggetti, (inframmezzati dalla presenza di un narratore, da me interpretato, che potrebbe simboleggiare il Destino, ma anche l’autore/regista o persino il pubblico stesso), affrontarsi in singolar tenzone con punti di vista piuttosto divergenti. Ma mettere in scena Dio (anche se ribattezzato Ambrosius) non può esser fatto se non usando l’ironia, e il folle, il suo specchio, lo sfida, lo provoca, gli mette di fronte il Male del mondo, che sembra inevitabile e consustanziale alla creazione. Hai descritto Ambrosius come un Dio “sciatto e un po’ borioso”, mentre Felice diventa la sua coscienza ribelle. È anche una lettura ironica del potere, delle sue contraddizioni e della sua cecità? Beh, se vogliamo parafrasare le parole della Genesi: “fatto a sua immagine e somiglianza” dobbiamo anche prendere in considerazione che l’intero Creato, uomo compreso, siano una combinazione di gigantesche contraddizioni. Come ho detto prima c’è sicuramente molta ironia in questo testo e potrei persino direche, per quanto riguarda il Potere, non è questione di cecità, ma di mancanza assoluta di occhi. Nel secondo atto, l’“Anima sola” sceglie di rinascere per amore, barattando la luce divina con la poesia. È un atto di debolezza o di suprema libertà? Ti ritrovi in questa tensione tra il divino e l’umano, tra l’eterno e l’effimero? Certamente mi ci ritrovo, sopratutto se consideriamo il divino non limitato al cristianesimo, che in fondo è tra le religioni ultime arrivate, ma allargato a tutte le manifestazioni del divino che hanno accompagnato l’umanità sin da epoche lontanissime. In Anno Omega (come fusione di 2 testi) appare sovente il concetto di ciclicità, di opposti, di inizio così vicino alla fine, si potrebbe quindi affermare che debolezza e libertà sono il frutto di uno stesso pensiero. Dopo tutto cosa ne sarebbe del divino senza l’umano? Il Teatro di Documenti, ideato da Luciano Damiani, è uno spazio unico. In che modo questo luogo ha influenzato la tua regia e la percezione onirica che volevi evocare nello spettatore? Nella mia carriera ho avuto modo di lavorare spesso al Teatro di Documenti, sin dalla sua inaugurazione quasi quarant’anni fa, soprattutto quando avevo a che fare con drammaturgie fuori dagli schemi, che richiedevano uno spiccato sforzo fantastico e l’unicità di questo spazio mi ha sempre reso possibile concretizzare al meglio le mie visioni registiche. Siamo in un teatro creato per suggestionare ed emozionare: il bianco crema smaltato delle pareti e del pavimento, la disposizione delle sale, le scale, i cunicoli, le botole, ne fanno un teatro davvero unico ed evocativo. E spero che anche questa volta il pubblico rimanga favorevolmente “intrappolato” dalle suggestioni che ho tentato di creare. La musica originale di Fabio Bianchini accompagna e avvolge la narrazione. Come si intreccia la dimensione sonora con la parola teatrale? È un contrappunto, un’eco o una guida per l’immaginazione del pubblico? Lavoro con Fabio Bianchini da 30 anni, siamo “artisticamente” una coppia di fatto! Una coppia che s’intende con poche parole, talvolta
La dieta delle zucche: come sopravvivere ai dolci e agli appuntamenti lampo
Ottobre è il mese in cui il mondo intero, o almeno il Kent, sembra finire sotto l’incantesimo di una zucca gigante e onnipresente. Tutto improvvisamente ha il sapore di zucca: zuppa di zucca, torta di zucca, caffè alla zucca, candele alla zucca, persino deodoranti per auto alla zucca. Io sospetto seriamente che ci sia una setta segreta sponsorizzata da ortolani, un culto sotterraneo che ci manipola attraverso cappuccini speziati e muffin arancioni. In paese c’è chi giura che la Starbucks locale abbia ormai più fedeli della chiesa anglicana. La zucca come stato mentale Il problema è che io, Pippa Pickle, 56 anni, sono incapace di resistere ai dolci autunnali. Entro in una pasticceria “solo per guardare” e ne esco con un’intera crostata alla zucca “per la colazione della settimana” (che in realtà dura due colazioni al massimo). Ogni fetta diventa una relazione sbagliata: all’inizio dolce, poi pesante, infine indigesta. E, come se non bastasse, insieme alla zucca arrivano anche gli uomini stagionali. Quegli esemplari maschili che spuntano come funghi dopo la pioggia, desiderosi di appuntamenti rapidi e conversazioni leggere. “Andiamo a bere un pumpkin latte?” mi scrivono. Che tradotto significa: “So già che non ti richiamerò, ma intanto mi faccio un selfie con una tazza instagrammabile.” Le amiche e i consigli (poco utili) Vivian, la più pragmatica, sostiene che dovrei approfittarne: “Cara, gli uomini stagionali sono come i maglioni di Zara: economici, durano un mese, e poi li butti senza rimpianti.” Rachel, invece, è più romantica: “Pensa che carino: bere una zuppa di zucca insieme e poi passeggiare tra le foglie secche.” Peccato che i miei ultimi appuntamenti si siano conclusi con uomini che controllavano la Premier League sul cellulare invece di guardarmi negli occhi. Kate, naturalmente, è filosofica: “La zucca rappresenta il ciclo della vita. Devi accettarla, assimilarla e poi lasciarla andare, come un amore passeggero.” Io, onestamente, l’unica cosa che riesco ad assimilare è la panna montata sopra al cappuccino. Gavin e la sua verità scomoda Poi arriva Gavin, il mio amico gay dalla lingua affilata: “Tesoro, il problema non è la zucca. Il problema è che tu dici sì a tutto: agli uomini, ai dolci, alle calorie vuote. Non è una dieta delle zucche che ti serve, ma una dieta dei no.” Forse ha ragione, ma l’ultima volta che ho provato a dire no a un pumpkin muffin, ho finito per comprarne due “per sicurezza”. La mia dieta di ottobre Così ho deciso: quest’anno seguirò la mia personale “dieta delle zucche”. Non significa privarmi, ma sopravvivere. • Una fetta di torta? Solo se ho davvero voglia, non perché “è di stagione”. • Un appuntamento lampo? Solo se l’uomo in questione ha più di due foto profilo e almeno una senza bicipiti. • Un pumpkin latte? Solo se me lo offre lui e non se lo dimentica in macchina mentre controlla le notifiche. Conclusione: meno zucche, più sostanza Metà ottobre e già mi ritrovo con troppi zuccheri e troppi messaggi di “ciao bellissima” da uomini con selfie in palestra. Ma la verità è che la zucca, come certi uomini, è perfetta solo a piccole dosi: colorata, dolce, stagionale. Quindi la mia filosofia è semplice: prenditi la zucca giusta, non tutte quelle che ti propinano. Che sia una fetta di torta ben fatta o un appuntamento con un uomo che non ti fa rimpiangere il divano e la tisana. E se proprio devo scegliere, meglio un dolce peccato che un appuntamento amaro.
Sotto questo crollo: ridere tra le macerie
Conversazione con Adriano Marenco sul teatro dopo la fine del mondo C’è un rumore che non smette mai di risuonare: quello del crollo. Non è soltanto un boato, ma un’eco che abita la nostra quotidianità. Crollano i muri, le ideologie, le illusioni di progresso. Crolla l’idea stessa che il teatro possa ancora salvarci. Eppure, dentro questo silenzio di macerie, Adriano — autore di Sotto questo crollo — sceglie di far parlare i giullari, i sopravvissuti, i piccoli esseri che si ostinano a cavare sangue dalle rape. Il suo è un teatro che non consola, ma resiste. Un teatro che ride, anche quando tutto è finito. Adriano, il tuo testo nasce da un’immagine fortissima: il crollo. È un crollo metaforico, esistenziale, politico o semplicemente umano? Da dove nasce questa idea, e cosa rappresenta oggi “il crollo” per te? Di metaforico c’è poco, vorrei ce ne fosse molto di più. La situazione è molto concreta. I protagonisti vogliono assolutamente vivere e combattere per conquistare il nulla che è rimasto. Si sono adattati al nulla e anche con un certo buon umore. Continuano a cavare allegramente sangue dalle rape. Vivono in una società che ha fatto suo il crollo delle aspettative, delle ideologie, della civiltà. Si sono adattati come scarafaggi che ogni tanto si fanno la guerra per passare il tempo. Non può esistere tragedia per loro. Sotto questo crollo viene dalla fine del nostro mondo privilegiato. La tragedia è stata trasferita in altre zone del mondo. La tragedia sporca. Nel nostro tutto è farsa. La tragedia è faticosa, la farsa può essere divertente. Molto meglio la farsa. I tuoi personaggi – Il Re del Crollo, Pep e Coro – sembrano sopravvissuti a un disastro del senso. Che tipo di umanità portano in scena? Sono caricature, simboli o specchi deformanti di noi spettatori? Sono come una famiglia disfunzionale. Quindi normalissima. Sono quello che è oggi la società, una massa che lotta per le briciole cadute dal tavolo. Nel testo si respira un’atmosfera di fine epoca. Hai dichiarato che “noi non meritiamo di essere narrati in una tragedia con catarsi”: una frase potentissima. Credi che la società contemporanea abbia perso la capacità di redenzione? La frase è di un altro bravissimo drammaturgo, Stefano D’Angelo, l’ha scritta riguardo Sotto questo crollo e mi trova totalmente d’accordo. La società nel suo complesso sembra aver perso l’empatia. Se parliamo proprio di questo esatto momento storico, una società capace di redenzione in un qualche modo esiste ancora e si esprime attraverso gesti di solidarietà all’apparenza insensati. È però una società fuori dalle istituzioni. Ho la brutta sensazione che la situazione nella quale si trovano i tre protagonisti dello spettacolo sia più vicina di quando lo spettacolo è stato scritto. Il linguaggio di “Sotto Questo Crollo” è asciutto, ironico, crudele, ma anche poetico. Come lavori sulla parola teatrale? È ancora un’arma di resistenza nel tempo della comunicazione rapida e dell’immagine? Assolutamente sì. Anzi ancora di più. Può essere una falla nel sistema. Un granello nell’ingranaggio, anche solo per dargli fastidio. Io lavoro per dire il massimo nel minimo spazio possibile e cerco di dirlo in modo diretto e allo stesso tempo evocativo. E non è affatto per un bisogno di velocità nella comunicazione. Credo semplicemente che togliere gli orpelli dalla parola, restringere il brodo e non allungarlo sia necessario. Trovare le parole per dirlo, ma anche per non dirlo è sempre una sfida. La mia poi vuole sempre essere anche una parola politica. So bene che anche questo è un gesto insensato e in fondo una resistenza fine a sé stessa. C’è una dimensione giullaresca, quasi medievale, che attraversa l’opera. Il teatro dei giullari torna a essere lo specchio dei tempi di peste. È una metafora del nostro presente pandemico, politico, o morale? Il nostro nuovo tempo della peste, che in altre zone del mondo non è mai finito, è in gran parte politico. La morale, quella l’abbiamo abbondantemente persa da diversi decenni. E non ce ne crucciamo molto. Eliminando le sovrastrutture che ci impediscono di dire come stanno le cose, riducendo all’osso il linguaggio allora torna a galla un po’ di verità, e quando si è nei tempi della peste possono parlare al popolo solo i predicatori o i giullari. Da una parte coloro che parlano di cose incredibili e senza senso, bestemmiano contro l’umanità e non sono di nessun aiuto. Dall’altra i giullari. Il Collettivo Lubitsch ha uno stile riconoscibile: scarno, potente, visionario. Come si è intrecciata la tua scrittura con la regia di Simone Fraschetti e con l’interpretazione fisica di Silvio Murari, Nathalie Bernardi e Francesco Balbusso? Io lavoro praticamente da prima che avessi imparato a sillabare con Fraschetti. Simone è un regista fenomenale. Mi chiedo spesso perché ancora lavori con me e non negli stabili. Lui sa come tradurre in scena la mia scrittura. E non dimentichiamoci di Pamela Adinolfi, le sue foto di scena sono dei veri Caravaggio. Silvio Murari, Nathalie Bernardi e Francesco Balbusso sono attori eccellenti, versatili e con grandissime qualità comiche e drammatiche. Le fondono insieme alla perfezione. Parliamoci chiaro, noi facciamo le nozze con i fichi secchi e una drammatica comicità è quello che fa andare avanti. Scarni, potenti, visionari in una parola drammaticamente comici. Il crollo come atto scenico è anche un atto di rivelazione. Cosa resta dopo il crollo? Cosa sopravvive, secondo te, dell’uomo, del teatro e dell’arte? Scrivere il crollo è anche un atto apotropaico. Cosa resta dopo il crollo, le macerie. Sono buone per costruire. Ma prima le devi vedere queste macerie, le devi vedere esattamente per quello che sono. Questo è il lavoro dell’arte, soprattutto del teatro. Il luogo dove le cose scomode diventano divani del pensiero. Hai vinto premi importanti e continui a scrivere testi radicali, non concilianti. Qual è oggi, per te, la responsabilità di un autore teatrale? Raccontare la rovina o tentare di salvare ciò che resta? Raccontare la rovina è salvare ciò che resta. Togliere la speranza, attaccata là ad arte per fare una carezza al lettore o al pubblico,
CARMELO ABBATE – IL CASO GARLASCO: IL DELITTO, L’INCHIESTA, LA SENTENZA
Un viaggio nel mistero che ancora divide l’Italia Il 13 agosto 2007, nella quiete estiva di Garlasco, una tragedia sconvolge un’intera nazione: Chiara Poggi viene trovata senza vita nella villetta di famiglia. Da quel momento, il nome di Alberto Stasi, fidanzato della vittima, entra nell’immaginario collettivo come simbolo di uno dei processi più complessi, discussi e controversi della cronaca italiana. Assolto in due gradi di giudizio, condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni per omicidio volontario: un verdetto che non ha mai spento i dubbi, le domande, le ipotesi alternative. Oggi, Carmelo Abbate – giornalista, saggista e volto noto di Quarto Grado – riporta sul palco “Il Caso Garlasco – Il delitto, l’inchiesta, la sentenza”, uno spettacolo-inchiesta che intreccia giornalismo narrativo e teatro civile. Attraverso documenti autentici, testimonianze, ricostruzioni e nuovi spunti investigativi, Abbate accompagna il pubblico dentro le pieghe oscure di una storia che continua a dividere e interrogare l’opinione pubblica: chi ha davvero ucciso Chiara Poggi? Un evento unico, che unisce emozione, riflessione e giornalismo d’inchiesta, per rivivere – e forse rileggere – uno dei casi giudiziari più seguiti d’Italia. Un viaggio nel cuore del mistero, dove la verità non è mai una sola. ️ Acquista i tuoi biglietti numerati cliccando qui www.megliodiieri.it/s/spettacoli/carmelo-abbate-il-caso-garlasco-il-delitto-linchiesta-la-sentenza Chi è Carmelo Abbate Giornalista e scrittore, le sue inchieste hanno fatto il giro del mondo, raggiungendo testate internazionali come Newsweek, The Washington Post, The Guardian, BBC, France2, El Mundo e persino la Pravda. Commentatore per Rai, Mediaset, Sky e La7, oggi è tra i protagonisti di Quarto Grado e fondatore del progetto narrativo Storie degli altri. Per tutte le informazioni: www.storiedeglialtri.it
Pasolini e Roma. Cinquant’anni dopo: la città, la verità, la memoria
Cinquant’anni dopo la sua morte, Roma continua a portare addosso le tracce di Pasolini. Nei muri scrostati delle borgate, nei tramonti che colorano di rosso i tetti popolari, nei volti dei ragazzi che camminano per strade che non conoscono più la povertà ma custodiscono la stessa rabbia antica, la sua voce è ancora lì. Roma non è più quella che lui raccontava: le baracche sono sparite, le periferie si sono fatte città. Ma l’anima, quella profonda e popolare, sopravvive sotto la polvere del tempo, tra i palazzi, i mercati e le voci che resistono. Pasolini continua a guardarci con lo stesso sguardo lucido e spietato con cui osservava i “frutti d’una storia tanto diversa”. Nei suoi versi, nelle sue immagini, nel suo cinema che graffia e interroga, ritroviamo la diagnosi di un Paese che non ha mai smesso di essere malato di disuguaglianze e illusioni. Oggi, nel silenzio rumoroso delle nostre città digitali, la sua voce ci chiede di tornare a vedere, a capire, a scegliere. Celebrare Pasolini non significa metterlo su un piedistallo. Significa impedirne la dimenticanza. Significa ricordare che la sua morte — violenta, irrisolta, ingiusta — resta una ferita aperta nella carne viva della cultura italiana. E che il suo pensiero, più che mai, è un atto di resistenza. Abbiamo intervistato Tonino Tosto. Cinquant’anni dopo la sua morte, quanto è ancora viva la Roma di Pasolini? Cosa resta del suo sguardo sulle borgate e sull’anima popolare della città? Il pensiero, le opere, le sue posizioni sono oggi di grande attualità, spesso sembrano espresse non oltre cinquanta anni fa ma recentemente. La Roma raccontata da Pasolini è molto cambiata: Le borgate sono state sanate da amministrazioni comunali efficienti (come quella di Petroselli). Lo sguardo sulle borgate (oggi periferie) e sull’anima popolare della città resta anch’esso sempre attuale. I suoi versi in questo caso fotografano i pregi, i difetti i vizi e le virtù di un popolo che fa delle diversità la sua unicità. Li osservo, questi uomini, educati ad altra vita che la mia: frutti d’una storia tanto diversa, e ritrovati, quasi fratelli, qui, nell’ultima forma storica di Roma. Li osservo: in tutti c’è come l’aria d’un buttero che dorma armato di coltello: nei loro succhi vitali, è disteso un tenebrore intenso, la papale itterizia del Belli, non porpora, ma spento peperino, bilioso cotto. Il vostro progetto unisce arti visive, scrittura, cinema e teatro. Come si può parlare di Pasolini oggi, in modo attuale e non solo celebrativo? Per noi il termine “celebrativo” significa lavorare per evitare che il passare del tempo favorisca la “dimenticanza” e che la crescente “non conoscenza” prevalga favorendo la promozioni di versioni false e inattendibili. Celebrare per non permettere che si continui a coprire la vicenda dell’omicidio di Pasolini. Il caso è ancora aperto e è ancora possibile capire perché e da chi fu costruita, ordinata e eseguita la sua uccisione. Il nostro progetto si fonda sulla esigenza di unire i diversi linguaggi dell’arte pasoliniana alle nuove opportunità che questi hanno oggi di essere raccontati anche con il contributo di nuove tecnologie. In questo un ruolo fondamentale hanno Cinema, Teatro (molto presenti nel nostro programma) confronti, dibattiti e scrittura (il nostro percorso formativo prevede che i partecipanti scrivano oggi (in versi o in prosa) sui temi, sui luoghi e sui personaggi che segnano il percorso autoriale e di vita di Pasolini. Il Teatro Porta Portese diventa un laboratorio di memoria e partecipazione. Quanto conta oggi avere spazi dove arte e cittadinanza si incontrano davvero? Il Centro Culturale AttivaMente, Teatro Porta Portese, si è, in questi anni, proposto come luogo di produzione e rappresentazione per artisti affermati e per giovani che si affermeranno; luogo di incontro e socializzazione, di spettacoli, di conoscenze, di letture, buon ascolto; centro di ricerca e scambio di storie e memorie, formazione per giovani, adulti, artisti, compagnie e performer e luogo espositivo per artisti emergenti e affermati. L’obiettivo è sempre quello di combattere – anche attraverso le attività culturali, formative e performative – l’indifferenza, il crescente individualismo, la non partecipazione alla vita sociale e l’abbandono dei momenti e dei luoghi aggregativi. È auspicabile avere tanti spazi culturali e aggregativi in ogni Municipio di Roma. Luoghi nei quali gli artisti sono cittadini a disposizione di altri cittadini e l’Arte è il collante per favorire conoscenza, partecipazione e ritorno allo stare insieme a vedere un film, assistere a uno spettacolo, ascoltare un concerto, leggere un libro, visitare una mostra, sorridere al vicino. Tutto ciò è fondamentale per non precipitare nell’imbarbarimento sociale. Spero che le Istituzione capiscano che è su Cultura, formazione e socializzazione che si gioca il nostro futuro. Nel suo libro “Pasolini e Roma” lei racconta il legame profondo tra il poeta e la città. In quali luoghi di Roma si sente ancora la sua presenza? La presenza di Pasolini nella città di Roma è sempre profonda e attuale. È necessario che i suoi versi, le immagini, le descrizioni, i suoni, i profumi, il degrado e la bellezza di questa “Stupenda e misera città” siano presenti nelle nostre proposte culturali. Pasolini è sempre vivo ed attuale. L’oblio e l’ignoranza si battono favorendo la conoscenza. Il mio libro – con i suoi “Racconti di scena” nei quali Pasolini e alcuni eventi storici sono protagonisti – vuole dare un contributo a questa necessità di mantenerlo sempre in primo piano sulla nostra scena quotidiana. Quanto le arti visive e il teatro possono aiutarci a tenere vivo il pensiero pasoliniano, soprattutto tra i più giovani? Tanto. Le Arti possono contribuire a tenere vivo e presente il pensiero pasoliniano. In questo Teatro e arti visive connesse possono contribuire al dialogo con il mondo giovanile e stimolare conoscenza, approfondimento e nuove riflessioni/produzioni sull’attualità e l’evoluzione/involuzione del mondo che Pasolini attraverso le sue produzioni ci racconta. Pasolini è stato spesso scomodo e profetico. Pensa che oggi siamo pronti ad ascoltarlo davvero? Purtroppo no! L’individualismo esasperato e la non conoscenza – spesso sventolata come status symbol – allontanano molti dallo studio del suo mondo poetico e dall’approfondimento di
Marco Travaglio torna a teatro con “I Migliori Danni della nostra vita – Terza stagione”
L’anteprima al Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca) Marco Travaglio torna sul palcoscenico con la pungente ironia e la lucidità critica che da anni lo rendono una delle voci più controcorrente del giornalismo italiano. L’anteprima del suo nuovo spettacolo, “I migliori danni della nostra vita – Terza stagione”, andrà in scena al Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca), in una serata che promette di unire informazione, satira e riflessione civile. Biglietti numerati disponibili su: www.megliodiieri.it/s/spettacoli/marco-travaglio-anteprima-nuovo-spettacolo Un viaggio ironico tra i “danni” del potere Nel suo inconfondibile stile satirico, Travaglio ripercorre gli ultimi anni della storia politica italiana, svelandone contraddizioni, ipocrisie e paradossi. Con il consueto mix di sarcasmo e documentazione rigorosa, il direttore del Fatto Quotidiano analizza come – a suo dire – i poteri marci della politica, della finanza e dell’informazione compiacente abbiano sistematicamente ribaltato il voto degli italiani, trasformando ogni richiesta di cambiamento in una nuova forma di restaurazione. Da Monti a Draghi, da Letta a Renzi, fino al governo Meloni, Travaglio racconta il ritorno dell’“Ancien Régime” sotto diverse maschere: tecnocratica, finto-progressista o destrorsa. Al centro del racconto, la memoria del cosiddetto “Conticidio”, il rovesciamento – secondo il giornalista – dell’unica formula di buon governo capace di battere la destra. Un’Italia “a sovranità limitata” Sul palcoscenico, tra ironia e amarezza, Travaglio allarga lo sguardo oltre la politica interna, raccontando un’Italia sempre più genuflessa ai falchi europei e agli Stati Uniti, trascinata in guerre o crisi economiche spesso contro i propri interessi. Dalle bugie di bilancio ai falsi moralismi, dalle narrazioni sull’Ucraina e sulla Russia ai conflitti in Medio Oriente, lo spettacolo denuncia il filo rosso di un potere che manipola, distorce e riscrive la verità in tempo reale. Satira, memoria e resistenza civile “I migliori danni della nostra vita – Terza stagione” non è solo un titolo ironico, ma una dichiarazione d’intenti: trasformare l’indignazione in consapevolezza, la risata in strumento di resistenza. Con la sua penna affilata e la sua capacità di collegare i fatti alla memoria storica, Travaglio offre al pubblico uno spettacolo che è insieme inchiesta, monologo teatrale e atto di libertà. ANTEPRIMA NAZIONALE: Teatro Manzoni, Massarosa (Lucca) Mercoledì 15 ottobre 2025, ore 21:00 Biglietti numerati disponibili su: megliodiieri.it Marco Travaglio torna sul palco per ricordarci che l’Italia non è solo un paese da raccontare: è una storia da decifrare, con ironia, lucidità e coraggio.
Gli archetipi del male: i volti oscuri dei serial killer
Quando si parla di serial killer, la mente corre subito al sangue, alle indagini, ai processi che hanno scosso l’opinione pubblica. Ma dietro la cronaca si nasconde qualcosa di più profondo: una grammatica del male, un insieme di archetipi che ritornano come maschere in un rituale oscuro. I serial killer, pur nelle loro differenze, incarnano figure ricorrenti, simboli universali che attraversano culture e tempi, rivelando un volto ancestrale della violenza. Carl Gustav Jung parlava di archetipi come immagini primordiali radicate nell’inconscio collettivo. Allo stesso modo, i profiler e i criminologi hanno individuato schemi psicologici e comportamentali che si ripetono nei serial killer. Non si tratta solo di classificazioni tecniche: sono narrazioni del male, modelli che ci aiutano a comprendere la logica nascosta dietro l’orrore. L’archetipo del visionario Il visionario è colui che uccide spinto da voci, allucinazioni, deliri religiosi o mistici. Crede di obbedire a una forza superiore. È la personificazione della follia che si traveste da missione sacra. Ogni delitto diventa per lui un atto rituale, un’offerta, una purificazione. Non si percepisce come colpevole: pensa di essere lo strumento di un disegno più grande. L’archetipo del missionario Il missionario non uccide per delirio, ma per convinzione ideologica. Si autoproclama “giustiziere” e sceglie le sue vittime perché rappresentano un gruppo sociale, una categoria o un comportamento che disprezza. Nella sua mente, elimina ciò che ritiene impuro. È un archetipo che incarna la distorsione del potere morale: chi si erge a giudice assoluto, trasformando il pregiudizio in condanna capitale. L’archetipo dell’edonista L’edonista uccide per piacere. La sua forza è la brama di sensazioni: eccitazione sessuale, adrenalina, dominio. Per lui il delitto è un’esperienza da ripetere, un viaggio in cui la vittima è solo un mezzo per soddisfare un bisogno insaziabile. È la maschera più inquietante, perché la violenza diventa puro intrattenimento interiore, una droga che brucia ogni freno. L’archetipo del dominatore Qui il motore è il controllo. Il serial killer dominatore non si limita a sopprimere la vittima: la vuole piegare, umiliare, rendere strumento del proprio potere. È un archetipo che affonda le radici nel desiderio di onnipotenza, nella necessità di trasformare l’altro in oggetto. Il piacere non è nell’uccidere, ma nell’assoggettare. Ogni crimine diventa un teatro sadico in cui l’assassino recita il ruolo di dio oscuro. Questi archetipi non sono compartimenti stagni: spesso si intrecciano, si contaminano. Un visionario può avere tratti edonistici, un missionario può trasformarsi in dominatore. La mente criminale è un labirinto, e gli archetipi sono solo torce che illuminano tratti del percorso. Ma perché ci affascinano tanto? Forse perché, in fondo, questi modelli sono specchi distorti della nostra psiche. Il visionario è l’ombra della fede, il missionario l’ombra della giustizia, l’edonista l’ombra del desiderio, il dominatore l’ombra del potere. Ci spaventano perché parlano di noi, delle nostre pulsioni primitive, di ciò che reprimiamo per vivere in società. Osservare gli archetipi del male significa dunque esplorare non solo i killer, ma anche i nostri limiti. Significa riconoscere che il crimine non nasce nel vuoto, ma si radica in ossessioni, ideologie, desideri che appartengono, in forma embrionale, all’essere umano. E allora la scena del crimine, i profili psicologici, le indagini diventano più di un lavoro investigativo: diventano un viaggio negli abissi della mente. Un viaggio che inquieta e attrae, perché ci costringe a confrontarci con il lato oscuro che abita ogni archetipo.
Roberto Lipari – L’ultimo spettacolo
C’è chi dice che la prima volta non si scorda mai. Ma se fosse l’ultima? Se un comico, dopo aver fatto ridere migliaia di persone, decidesse di salire sul palco per l’ultima volta? Sarebbe lo show più divertente, il più surreale o il più intimo di sempre? È da questa domanda che nasce “L’ultimo spettacolo” di Roberto Lipari, pronto a emozionare e far ridere il pubblico del Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca). Un viaggio tra risate e confessioni Roberto Lipari non è solo un comico: è un narratore della vita contemporanea. Sul palco porta le sue esperienze, i suoi paradossi quotidiani, i dubbi e i sogni che appartengono a tutti. Questa volta, però, lo fa con un tocco in più: per la prima volta apre davvero il cassetto personale, trasformando la sua comicità in un monologo che mescola risata e introspezione. Il risultato? Un viaggio esilarante dentro la sua testa, che diventa specchio della nostra. Perché mentre lui si interroga sulla sua carriera, noi ci ritroviamo a ridere delle stesse incertezze che accompagnano le nostre vite. La comicità che pensa, la riflessione che diverte Lipari non rinuncia al suo sguardo acuto sulla società. Dalla generazione dei “sempre connessi” ai paradossi dell’attualità, ogni battuta diventa occasione per ridere e riflettere allo stesso tempo. È la sua cifra distintiva: la capacità di trasformare la quotidianità in comicità intelligente, mai banale, sempre autentica. Ed è qui che lo spettacolo si fa speciale: la risata non è solo sfogo, ma diventa strumento per guardarsi intorno, per riconoscersi nei tic della società, per sorridere dei difetti di tutti noi. L’ultima volta, forse? Il titolo dello spettacolo è una provocazione: sarà davvero l’ultimo? Lipari gioca con questa ambiguità, costruendo una narrazione che accompagna il pubblico passo dopo passo, risata dopo risata, riflessione dopo riflessione, verso una scelta che forse arriverà… o forse no. Perché in fondo la comicità è così: non ha un punto d’arrivo definitivo. È sempre un “ultimo spettacolo” e allo stesso tempo il primo di una nuova stagione. Un appuntamento da non perdere Il Teatro Manzoni di Massarosa si prepara ad accogliere uno show che promette emozioni, risate e un pizzico di malinconia, quella bella, che accompagna i momenti indimenticabili. Roberto Lipari porta sul palco un pezzo di sé, e lo condivide con il pubblico senza filtri: ci sarà da ridere, ma anche da pensare. Ci sarà leggerezza, ma anche profondità. Ci sarà, soprattutto, la voglia di vivere insieme un’esperienza che resterà impressa. Non lasciarti scappare questa occasione: prenota ora il tuo posto numerato e scopri se davvero sarà l’ultimo spettacolo. Clicca qui per i biglietti Perché se la prima volta non si scorda mai, l’ultima… potrebbe sorprenderti ancora di più.
Gli Autogol – Risate a tutto campo al Teatro Manzoni
Ci sono spettacoli che ti fanno sorridere. E poi ci sono serate che ti fanno ridere fino alle lacrime, quando il divertimento diventa contagioso e ti ritrovi a sentirti parte di una grande squadra. È questo l’effetto de Gli Autogol, il trio comico più amato d’Italia, pronti a calcare il palco del Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca) con uno show che promette di trasformare la platea in uno spogliatoio pieno di gag, imitazioni e parodie irresistibili. Dallo spogliatoio al palco Alessandro, Michele e Rollo portano in scena ciò che li ha resi celebri: la capacità di raccontare il mondo dello sport con un’ironia tagliente, diretta, sempre vicina al pubblico. Lo spettacolo è ambientato in uno spogliatoio, quel luogo mitico e familiare dove tutti, almeno una volta, hanno vissuto le ansie e i rituali prima di una partita di calcetto con gli amici o, oggi, prima dell’ormai immancabile partita di paddle. È lì che nascono i luoghi comuni, i personaggi esagerati, i tic che riconosciamo in ogni compagno di squadra. E loro, Gli Autogol, li trasformano in sketch travolgenti, alternando i cavalli di battaglia più amati a nuove trovate comiche capaci di conquistare dal vivo tanto quanto sul web. Le parodie che fanno scuola Chi li segue online lo sa: le parodie sono la loro firma. Dalla vita quotidiana al calcio giocato, ogni tema diventa materiale per una caricatura irresistibile. E nello spettacolo non mancheranno i loro pezzi più iconici, quelli che hanno fatto ridere milioni di follower. E poi ci sono le imitazioni, un’altra colonna portante del trio. I grandi protagonisti della Serie A – giocatori, allenatori, presidenti – prenderanno vita sul palco in una girandola di battute e tic che ogni tifoso riconoscerà al volo. È il bello della comicità degli Autogol: sanno unire sportivi e non, appassionati di calcio e semplici amanti della risata. Una risata di squadra La forza di questo spettacolo sta nella sua coralità. Non sei solo spettatore: sei parte della partita. Riconosci quei personaggi, rivedi te stesso o i tuoi amici, ti ritrovi a ridere di quelle situazioni che fanno parte del quotidiano di tutti. Lo show diventa così un’esperienza collettiva, un momento in cui il teatro si trasforma in campo da gioco, dove la squadra è fatta di pubblico e comici insieme. Il palco come un grande campo di gioco Gli Autogol hanno portato il linguaggio del web sul palcoscenico senza perdere spontaneità. La loro comicità è fresca, diretta, moderna: funziona in rete, ma dal vivo acquista un’energia nuova, fatta di sguardi, di tempi comici condivisi, di risate che si moltiplicano in platea. Il Teatro Manzoni di Massarosa sarà la cornice perfetta per questa partita speciale: novanta minuti abbondanti di ironia, parodie e gag che non concedono pause, come un match giocato ai supplementari. Non perdere l’occasione: prenota subito il tuo posto numerato e preparati a tifare per la risata! Clicca qui per i biglietti Perché, alla fine, il calcio è passione. Ma con Gli Autogol, diventa soprattutto una scusa meravigliosa per ridere insieme.
Andrea Tosatto – La verità fa ridere (anche quando brucia)
Ci sono comici che ti accarezzano con la risata. E poi c’è Andrea Tosatto, che preferisce darti uno schiaffo sonoro e farti ridere lo stesso. Uno che non si accontenta della battutina facile o della risata di circostanza: lui affonda, graffia, ribalta, mette a nudo la realtà con la delicatezza di un bulldozer. Ed è proprio questo il segreto del suo successo: dire ad alta voce ciò che molti pensano e nessuno osa pronunciare. Il suo nuovo spettacolo approda al Teatro Manzoni di Massarosa (Lucca) e si preannuncia come un concentrato di ironia corrosiva, verità scomode e risate liberatorie. Il ficcanaso che ci voleva Tosatto si definisce curioso, ficcanaso, insolente. E in effetti lo è. Si infila nelle pieghe della società, mette il naso dove non dovrebbe, scova le ipocrisie e le racconta sul palco con quella faccia tosta che spiazza e conquista. È feroce, dissacrante, ironico al punto giusto. E soprattutto è vero: mai banale, mai costruito, mai piatto. In un’epoca in cui si misura ogni parola per paura di urtare la sensibilità di qualcuno, lui va dritto come un treno senza freni. E lo fa con stile, trasformando il politicamente scorretto nella sua bandiera. Politicamente scorretto, finalmente Il pubblico lo ama proprio per questo: perché dice le cose che tutti pensano, ma nessuno ha il coraggio di ammettere. La sua comicità non è un anestetico, ma una scarica elettrica. Non ti rilassa, ti scuote. Ti costringe a ridere di ciò che di solito ti indigna, a riflettere su ciò che di solito eviti, a riconoscere nelle sue battute quel pezzo di realtà che preferivi ignorare. E mentre lo fa, ti sorprendi a ridere. Ridere forte, ridere liberato. Perché la verità, quando è detta con la sua ironia pungente, diventa irresistibile. Uno spettacolo che non fa sconti Dimenticatevi i filtri, le mezze misure, i “forse” e i “ma”. Tosatto non ne ha bisogno. Lui ti prende di petto, ti mette davanti allo specchio e, con una battuta, ti smonta e ti rimonta. Non salva nessuno: politica, attualità, relazioni, vizi quotidiani… tutto finisce nel suo mirino, e nessuno ne esce illeso. Ed è proprio questa la sua forza: la capacità di unire intelligenza e ironia, cattiveria e leggerezza, facendo del palco un’arena dove la risata è l’unica arma consentita. Perché vederlo dal vivo Perché Andrea Tosatto non si limita a “fare ridere”. Dal vivo è un’esperienza: un ciclone che ti investe, un mix di adrenalina, satira e comicità che in teatro acquista tutta la sua potenza. Il Teatro Manzoni di Massarosa diventerà il ring perfetto per il suo nuovo spettacolo: una serata dove si ride, si pensa, ci si indigna e ci si riconcilia con la risata più autentica, quella che nasce quando qualcuno osa dire ciò che nessun altro ha il coraggio di dire. Non perderti l’occasione di esserci: acquista subito i tuoi posti numerati e preparati a ridere come non hai mai fatto. Clicca qui per i biglietti Perché, alla fine, la verità può fare male. Ma con Tosatto, fa sempre ridere.



