Sotto questo crollo: ridere tra le macerie

Conversazione con Adriano Marenco sul teatro dopo la fine del mondo

C’è un rumore che non smette mai di risuonare: quello del crollo. Non è soltanto un boato, ma un’eco che abita la nostra quotidianità. Crollano i muri, le ideologie, le illusioni di progresso. Crolla l’idea stessa che il teatro possa ancora salvarci. Eppure, dentro questo silenzio di macerie, Adriano — autore di Sotto questo crollo — sceglie di far parlare i giullari, i sopravvissuti, i piccoli esseri che si ostinano a cavare sangue dalle rape. Il suo è un teatro che non consola, ma resiste. Un teatro che ride, anche quando tutto è finito.

Adriano, il tuo testo nasce da un’immagine fortissima: il crollo. È un crollo metaforico, esistenziale, politico o semplicemente umano? Da dove nasce questa idea, e cosa rappresenta oggi “il crollo” per te?

Di metaforico c’è poco, vorrei ce ne fosse molto di più. La situazione è molto concreta. I protagonisti vogliono assolutamente vivere e combattere per conquistare il nulla che è rimasto. Si sono adattati al nulla e anche con un certo buon umore. Continuano a cavare allegramente sangue dalle rape. Vivono in una società che ha fatto suo il crollo delle aspettative, delle ideologie, della civiltà. Si sono adattati come scarafaggi che ogni tanto si fanno la guerra per passare il tempo. Non può esistere tragedia per loro. Sotto questo crollo viene dalla fine del nostro mondo privilegiato. La tragedia è stata trasferita in altre zone del mondo. La tragedia sporca. Nel nostro tutto è farsa. La tragedia è faticosa, la farsa può essere divertente. Molto meglio la farsa.

I tuoi personaggi – Il Re del Crollo, Pep e Coro – sembrano sopravvissuti a un disastro del senso. Che tipo di umanità portano in scena? Sono caricature, simboli o specchi deformanti di noi spettatori?

Sono come una famiglia disfunzionale. Quindi normalissima. Sono quello che è oggi la società, una massa che lotta per le briciole cadute dal tavolo.

Nel testo si respira un’atmosfera di fine epoca. Hai dichiarato che “noi non meritiamo di essere narrati in una tragedia con catarsi”: una frase potentissima. Credi che la società contemporanea abbia perso la capacità di redenzione?

La frase è di un altro bravissimo drammaturgo, Stefano D’Angelo, l’ha scritta riguardo Sotto questo crollo e mi trova totalmente d’accordo. La società nel suo complesso sembra aver perso l’empatia. Se parliamo proprio di questo esatto momento storico, una società capace di redenzione in un qualche modo esiste ancora e si esprime attraverso gesti di solidarietà all’apparenza insensati. È però una società fuori dalle istituzioni. Ho la brutta sensazione che la situazione nella quale si trovano i tre protagonisti dello spettacolo sia più vicina di quando lo spettacolo è stato scritto.

Il linguaggio di “Sotto Questo Crollo” è asciutto, ironico, crudele, ma anche poetico. Come lavori sulla parola teatrale? È ancora un’arma di resistenza nel tempo della comunicazione rapida e dell’immagine?

Assolutamente sì. Anzi ancora di più. Può essere una falla nel sistema. Un granello nell’ingranaggio, anche solo per dargli fastidio. Io lavoro per dire il massimo nel minimo spazio possibile e cerco di dirlo in modo diretto e allo stesso tempo evocativo. E non è affatto per un bisogno di velocità nella comunicazione. Credo semplicemente che togliere gli orpelli dalla parola, restringere il brodo e non allungarlo sia necessario. Trovare le parole per dirlo, ma anche per non dirlo è sempre una sfida. La mia poi vuole sempre essere anche una parola politica. So bene che anche questo è un gesto insensato e in fondo una resistenza fine a sé stessa.

C’è una dimensione giullaresca, quasi medievale, che attraversa l’opera. Il teatro dei giullari torna a essere lo specchio dei tempi di peste. È una metafora del nostro presente pandemico, politico, o morale?

Il nostro nuovo tempo della peste, che in altre zone del mondo non è mai finito, è in gran parte politico. La morale, quella l’abbiamo abbondantemente persa da diversi decenni. E non ce ne crucciamo molto. Eliminando le sovrastrutture che ci impediscono di dire come stanno le cose, riducendo all’osso il linguaggio allora torna a galla un po’ di verità, e quando si è nei tempi della peste possono parlare al popolo solo i predicatori o i giullari. Da una parte coloro che parlano di cose incredibili e senza senso, bestemmiano contro l’umanità e non sono di nessun aiuto. Dall’altra i giullari.

Il Collettivo Lubitsch ha uno stile riconoscibile: scarno, potente, visionario. Come si è intrecciata la tua scrittura con la regia di Simone Fraschetti e con l’interpretazione fisica di Silvio Murari, Nathalie Bernardi e Francesco Balbusso?

Io lavoro praticamente da prima che avessi imparato a sillabare con Fraschetti. Simone è un regista fenomenale. Mi chiedo spesso perché ancora lavori con me e non negli stabili. Lui sa come tradurre in scena la mia scrittura. E non dimentichiamoci di Pamela Adinolfi, le sue foto di scena sono dei veri Caravaggio. Silvio Murari, Nathalie Bernardi e Francesco Balbusso sono attori eccellenti, versatili e con grandissime qualità comiche e drammatiche. Le fondono insieme alla perfezione. Parliamoci chiaro, noi facciamo le nozze con i fichi secchi e una drammatica comicità è quello che fa andare avanti. Scarni, potenti, visionari in una parola drammaticamente comici.

Il crollo come atto scenico è anche un atto di rivelazione. Cosa resta dopo il crollo? Cosa sopravvive, secondo te, dell’uomo, del teatro e dell’arte?

Scrivere il crollo è anche un atto apotropaico.  Cosa resta dopo il crollo, le macerie. Sono buone per costruire. Ma prima le devi vedere queste macerie, le devi vedere esattamente per quello che sono. Questo è il lavoro dell’arte, soprattutto del teatro. Il luogo dove le cose scomode diventano divani del pensiero.

Hai vinto premi importanti e continui a scrivere testi radicali, non concilianti. Qual è oggi, per te, la responsabilità di un autore teatrale? Raccontare la rovina o tentare di salvare ciò che resta?

Raccontare la rovina è salvare ciò che resta. Togliere la speranza, attaccata là ad arte per fare una carezza al lettore o al pubblico, è assolutamente necessario per guardare la verità come è e quindi poterla non dico cambiare, ma perlomeno capirla.

Forse non meritiamo più la tragedia. Forse l’umanità si è adattata troppo bene alla propria rovina, trasformando la catastrofe in intrattenimento. Ma mentre le rovine si accumulano, c’è ancora chi sceglie di raccontare, di nominare l’assurdo, di fare della parola un gesto politico. In fondo, come dice Adriano, “una drammatica comicità è quello che ci fa andare avanti”. E allor

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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