Tra Chaplin, clown e verità, Yari Croce porta in scena la sua vita: un viaggio tra sogni, rinunce e libertà. Con lui, l’arte di strada diventa un atto di coraggio e un grido dolce contro l’indifferenza. Ci sono artisti che cercano le luci della ribalta, e altri che trovano la loro luce negli sguardi della gente. Yari Croce appartiene a questi ultimi. Attore, giocoliere, clown, sognatore, porta l’arte tra le persone con un’intensità che disarma. Il suo spettacolo “Rivoluzione Ridicola” è una confessione sincera, un racconto di vita e di resistenza. Un atto poetico e umano, dove la strada diventa palcoscenico e la verità si mescola al sorriso. Yari, “Rivoluzione Ridicola” racconta la vita di un artista di strada, tra sogni, rinunce e sorrisi. Quanto c’è di te, della tua esperienza personale, in questo spettacolo? L’80% del mio vissuto artistico. Tra l’altro Simone Fioravanti era il mio regista nella compagnia “Teatro del Beau”, con cui ho collaborato dal 2005 al 2015. Mi ha visto crescere e conosce tutta la mia vita. Il suo adattamento teatrale rende lo spettacolo ancora più realistico rispetto allo scorso anno, quando la regia era di Sara Baccarini, che conosco da quando aveva undici anni. Anche lei fa parte della mia storia. Per questo ho voluto che nel progetto ci fossero solo persone che hanno condiviso con me un pezzo di vita: “Rivoluzione Ridicola” è una parte di me, e non avrei potuto farlo con estranei. Essere un artista di strada significa portare l’arte tra la gente, senza filtri né palcoscenici convenzionali. Cosa si prova a creare emozione in mezzo al mondo, spesso distratto e di corsa? A un certo punto lo spettacolo risponderà proprio a questa domanda… Non voglio spoilerare, ma posso dirvi che in un momento cruciale della mia carriera sono andato a vivere a Valencia senza saper parlare spagnolo. La strada mi ha insegnato che posso emozionare e divertire chiunque, ovunque, anche senza parole. Nel testo si parla di dignità, di rispetto per sé stessi e per gli altri. Quanto è importante oggi, in un tempo dove l’apparenza sembra contare più della sostanza, ricordare il valore dell’autenticità? È uno dei motivi principali per cui faccio questo spettacolo. Dal 1° maggio 2025 ho eliminato i social dalla mia vita. Ho paura che allo spettacolo non venga nessuno, perché ormai la gente vive lì dentro… ma credo ancora nel passaparola, nella curiosità umana, nel desiderio di emozioni vere. Lo spettacolo è un equilibrio di poesia, magia, clown, Chaplin, giocoleria e musica. Come hai costruito questo linguaggio così universale e delicato, capace di parlare a grandi e bambini? L’ho costruito nel tempo. Ci vuole forza di volontà, pazienza e la libertà di sperimentare. Non bisogna avere paura di osare, per sé stessi e per gli altri. La regia di Simone Fioravanti e la scrittura di Sara Baccarini e Salvatore Fazio danno vita a un racconto intenso e lieve al tempo stesso. Com’è stato lavorare con loro e tradurre le parole in emozione scenica? Sono persone che fanno parte della mia vita. È proprio questo che serve per un progetto del genere. Salvatore Fazio, invece, è stata una scoperta bellissima del 2024: un autore che consiglio a tutti, per sensibilità e capacità di cogliere l’anima delle storie. Ogni artista di strada cerca uno sguardo, un’emozione, un sorriso. Quando senti di aver davvero “toccato” il cuore del pubblico? C’è un momento che porterai sempre con te? Sì, e molti li racconto nello spettacolo. Ricordo una sera in particolare: ho visto Massimiliano Bruno, un artista e regista che stimo molto, commuoversi durante Rivoluzione Ridicola. In quel momento ho pensato: “Se si è commosso lui, che ne vede tante, allora funziona davvero”. E poi, io stesso mi emoziono sempre così tanto che a volte in scena faccio fatica a mantenere la concentrazione. “Rivoluzione Ridicola” è anche una metafora: quella di chi continua a credere nella bellezza nonostante tutto. Cosa rappresenta per te questa rivoluzione? È una denuncia verso chi lotta ogni giorno senza essere ascoltato. In Francia, se un artista di strada presenta al Comune 100 fatture in un anno, riceve uno stipendio di 1.200 euro al mese e una postazione ufficiale dove esibirsi. In Italia, invece, non è neanche considerato un mestiere. La mia rivoluzione è continuare a credere che l’arte di strada meriti rispetto e dignità. Cosa speri che lo spettatore porti con sé, uscendo dal teatro dopo aver visto lo spettacolo? Vorrei che capisse che gli artisti di strada esistono davvero, con i loro sogni e le loro difficoltà. Che l’artista di strada è una persona pura, che non scende a compromessi con la vita per la ricchezza. E che, nonostante tutto, continua a credere nella bellezza. Yari Croce è un poeta con il naso rosso, un rivoluzionario gentile. Con il suo sorriso malinconico, ci ricorda che la vera arte nasce dalla libertà, e che la libertà non si compra. “Rivoluzione Ridicola” non è solo uno spettacolo: è un manifesto d’amore per la vita e per tutti coloro che, in silenzio, continuano a credere nel potere di un sorriso. Perché a volte, l’unico modo per cambiare il mondo è fermarsi un attimo… e guardare un artista di strada che sogna.
Il delitto della calza smarrita
Se pensi che i delitti domestici non esistano, non hai mai conosciuto Pippa Pickle. Giornalista, 56 anni, vive a Pluckley — il villaggio più infestato d’Inghilterra — e convive con il sospetto costante che la sua lavatrice stia tramando qualcosa contro di lei. Tutto comincia una mattina di novembre, quando Pippa si accorge che la sua collezione di calze è inspiegabilmente dimezzata. “Non può essere un caso,” scrive sul suo taccuino rosa shocking, “qui c’è la mano di un criminale. Forse un serial killer di tessuti.” Vivian, l’amica più realista, ride: “Tesoro, le calze non spariscono. Scappano. Hanno visto il tuo abbinamento con le scarpe leopardate e si sono date alla fuga.” Rachel, l’eterna romantica, propone un’ipotesi poetica: “Forse si reincarnano in guanti spaiati, chi può dirlo?” Pippa non si arrende. Allestisce una scena del crimine nel bagno, misura tracce d’acqua e fotografa le prove: un ammasso di cotone sospetto sotto la lavatrice. Gavin, l’amico gay dal sarcasmo tagliente, arriva, osserva e commenta: “Cara, questo non è un delitto. È un dramma esistenziale di chi fa il bucato senza occhiali.” Dopo tre giorni di indagini, Pippa risolve il caso: le calze erano finite dentro la fodera del piumone. Archivia il tutto con un bicchiere di gin tonic e scrive il suo pezzo per il Daily Whisper: “Il caso della calza scomparsa – quando il vero assassino è il disordine.” Morale? Anche i misteri più assurdi si risolvono con una buona dose di ironia e un po’ di candeggina.
Garlasco – Il DNA sui capelli
Quando una traccia silenziosa può riscrivere la verità La diretta YouTube “Garlasco – Il DNA sui capelli”, condotta dal team di Overthenight con Emanuele Santandrea e Antonella Fucecchi vedrà ospite Andrea Tosatto. Un incontro che promette di gettare un importante riflessione sul delitto di Chiara Poggi, la giovane uccisa nella sua villetta di Garlasco nel 2007, e di condurre l’attenzione su un dettaglio mai davvero ascoltato: i capelli ritrovati sulla scena del crimine. Una prova mai davvero ascoltata Nel dibattito condotto da Santandrea, Fucecchi e Tosatto, l’attenzione si concentrerà non solo sull’aspetto tecnico del DNA, ma anche sulla gestione delle prove. Come sono stati repertati i capelli? Che tipo di bulbo presentavano? Sono stati contaminati o conservati correttamente? Sono stati analizzati oppure considerati ininfluenti? Domande che toccano il cuore del metodo investigativo e mettono in luce la fragilità del percorso giudiziario: quante verità si sono perse per negligenza o per eccessiva fretta nel chiudere un caso mediaticamente scomodo? I capelli diventano simbolo di ciò che non è stato visto, della prova dimenticata, di quel silenzio che — se analizzato — potrebbe gridare più forte di qualsiasi testimonianza. Sul piano forense, i capelli rappresentano una delle tracce più complesse da interpretare. Solo un capello con bulbo può rivelare il DNA nucleare completo, utile per l’identificazione certa. Senza bulbo, resta la possibilità di estrarre il DNA mitocondriale, meno univoco ma comunque rivelatore di un pattern genetico familiare. La diretta di Overthenight si presenta come un laboratorio di pensiero critico: non solo un aggiornamento di cronaca, ma una riflessione collettiva su come vengono gestiti i casi giudiziari in Italia. La voce di Antonella Fucecchi, l’analisi di Andrea Tosatto e la formazione di genetista di Emanuele Santandrea contribuiscono a restituire complessità a una vicenda troppo spesso raccontata in modo binario: colpevole o innocente, verità o bugia. Ma la verità, come spesso accade, vive nelle sfumature. E quei capelli — piccole fibre di memoria biologica — avrebbero potuto contenere la traccia di una storia mai scritta fino in fondo. Oltre la tecnica, resta il dolore. Quello di una famiglia che attende risposte, di una comunità che cerca giustizia, di una memoria che chiede di essere custodita. Perché ogni capello, ogni impronta, ogni frammento raccolto sulla scena del crimine non è solo materia: è testimone muto di un’esistenza spezzata. E finché quella voce non avrà parlato del tutto, il caso Garlasco non potrà dirsi chiuso. La diretta Titolo: Garlasco – Il DNA sui capelli ️ Produzione: Overthenight ️ Con: Emanuele Santandrea – Antonella Fucecchi – Andrea Tosatto Piattaforma: YouTube ️ Contenuti: aggiornamenti sul caso, approfondimenti forensi, focus sui capelli rinvenuti e analisi del DNA Se vuoi seguire la diretta https://youtube.com/live/rJ-b9UCIVJQ Il caso Garlasco è diventato nel tempo uno specchio della giustizia italiana, delle sue potenzialità e delle sue crepe. Questa diretta e il dibattito che ne scaturisce sono un invito a non archiviare mai ciò che resta senza voce. Perché a volte basta meno di un capello per riaprire il dialogo tra scienza, verità e coscienza.
Halloween da single a 56 anni
Ogni anno la stessa storia: arriva Halloween e io ricevo l’invito per una festa in maschera. E ogni anno mi ripeto con ferma convinzione: “No, Pippa, quest’anno non ci caschi. Resti a casa, tisana e Netflix. Fine.” Poi, inspiegabilmente, mi ritrovo vestita da strega, con un cappello che pare uscito da un mercatino delle pulci e un mantello che sa di naftalina, in una sala parrocchiale dove ci sono più ragazzini urlanti che cocktail. Altro che atmosfera gotica e misteriosa: lì dentro il massimo della trasgressione era il succo d’arancia senza zuccheri aggiunti. Le amiche e i travestimenti falliti Vivian ha scelto il classico senza tempo: la gatta sexy. Solo che l’effetto finale ricordava meno “Catwoman” e più “pantera depressa dopo tre settimane di dieta fallita”. Nonostante ciò, si aggirava tra i tavoli con un fare da predatrice, anche se la sua preda era chiaramente la ciotola di patatine. Rachel, invece, ha puntato su un look creativo: la mummia glamour. Peccato che le bende non fossero collaboranti. Ad ogni passo, un pezzo le cadeva addosso e sembrava più una performance di body positivityinvolontaria che un costume studiato. Alla fine, ha dichiarato di sentirsi come il suo ex: “A pezzi, ma ancora in circolazione”. E poi c’era Kate, immancabile filosofa del gruppo, che si è presentata in versione Maga Sibilla. Con tanto di tarocchi, pendolino e sguardo mistico. A ogni uomo che passava davanti, annunciava solennemente: “Vedo un futuro sentimentale… c’è un uomo alto, brizzolato, con senso dell’umorismo. Ma purtroppo è già sposato e vive a Canterbury”. Una Cassandra moderna con un bicchiere di sangria annacquata in mano. Il mio disastro personale Io, inutile dirlo, non sono uscita indenne. Con il mio cappello storto e il rossetto color sangue, sono stata avvicinata da tre ragazzini che, senza esitazione, mi hanno chiesto: “Scusi, signora, è la mamma di qualcuno di noi?” Signora. Mamma. Halloween. Non so quale di queste tre parole mi abbia gelato di più. Forse tutte e tre insieme. Il vero orrore di Halloween, per me, non sono i fantasmi, né i mostri, né i film horror proiettati al cinema di periferia. No, il vero orrore sono gli uomini travestiti da “maturi e affidabili”, che in realtà si rivelano indecisi cronici, eterni Peter Pan con la barba incolta e la passione per il vino biologico. Gavin e il verdetto finale A fine serata, ho mandato un messaggio disperato a Gavin, il mio amico gay dal sarcasmo più affilato di un coltello da zucca. La sua risposta? “Tesoro, Halloween a 56 anni è come il Black Friday: pensi di fare un affare, ma alla fine torni a casa con qualcosa che non ti serve e che non puoi neanche restituire.” Aveva ragione. La mia nuova regola Così ho deciso: Halloween da single non è una tragedia, è un atto di sopravvivenza. D’ora in poi niente più travestimenti ridicoli, niente più sale parrocchiali, niente più illusioni. Se proprio devo travestirmi, lo farò da me stessa: con ironia, con qualche ruga di troppo e con il coraggio di ridere anche quando la festa sembra più un incubo. Perché, in fondo, i mostri veri non sono dietro le maschere di Halloween, ma dietro le scuse degli uomini che “non sono pronti per una relazione”. E io, da buona strega del Kent, ho già pronto l’incantesimo perfetto: un brindisi con le amiche, una risata liberatoria e un paio di tacchi abbastanza alti da farmi sentire imbattibile. Buon Halloween a tutte le single: non serve un principe in costume, basta ricordarsi che la vera magia siamo noi.
Intervista esclusiva alla prima sul canale La Zia in Giallo
Negli ultimi mesi il delitto di Garlasco è tornato prepotentemente all’attenzione dell’opinione pubblica, grazie a nuovi elementi investigativi e a perizie che rimettono in discussione alcuni passaggi fondamentali delle indagini. In questo contesto, La Zia in Giallo — canale YouTube curato da Laura Marinaro — propone una diretta imperdibile: alle 19 di questa sera ospite il medico legale Pasquale Mario Bacco, che con la sua specializzazione interviene su aspetti tecnici e forensi della vicenda. Abbiamo intervistato Laura Marinaro in anteprima per scoprire cosa aspettarsi, quali domande affronteranno e perché questa puntata è così rilevante. Laura, cosa ti ha spinto a scegliere proprio il caso di Garlasco per questa diretta? È un caso che ha già una lunga storia alle spalle – il delitto risale al 2007 – ma che ancora suscita domande, dubbi, nuovi filoni investigativi. Le notizie che stanno emergendo hanno riportato l’attenzione su aspetti importanti. Volevamo offrire un approfondimento serio, diretto, tecnico – e per questo abbiamo invitato un medico legale di grande esperienza. Quali sono i punti chiave che discuterete con il professor Bacco? Saranno molti, importanti e significativi. Non li svelerò se siete curiosi vi invito a seguirci questa sera. Perché la tua audience dovrebbe collegarsi questa sera alle 19? Cosa troveranno di unico? Ci saranno due componenti chiave: una parte tecnica molto approfondita (non solo il “cosa è successo”, ma il “come lo stiamo analizzando”) e una parte di dibattito con domande da voi spettatori — perché vogliamo che sia interattiva, che emerga anche il vostro coinvolgimento. Inoltre, molte trasmissioni tendono a dare attenzione generica: noi puntiamo su dettagli inediti, su una lettura che vada oltre la cronaca. Il professor Bacco apporterà la sua visione non solo come medico legale ma anche come cultore del caso, cosa che non sempre si ascolta nei programmi più generalisti. Ci sono limiti o cose che non si potranno dire? Certamente. Non possiamo anticipare decisioni giudiziarie né sostituirci agli inquirenti. Alcuni atti sono coperti da riservatezza o ancora in corso di valutazione. Ma possiamo e vogliamo raccontare ciò che è già pubblico, spiegare i risvolti tecnici, fare chiarezza sui nuovi elementi, e stimolare – auspicabilmente – nuove riflessioni. Qual è il messaggio che vuoi lasciare al pubblico con questa puntata? Che la ricerca della verità non è mai conclusa finché ci sono domande che restano senza risposta. Il pubblico ha il diritto di conoscere, ma anche il dovere di ascoltare, comprendere e riflettere. Perché vedere La zia in giallo questa sera? Per chi ama i gialli, i casi irrisolti o quelli con nuove svolte: questa è un’occasione per aggiornarsi con fonti dirette. Per chi vuole capire “dietro le quinte” delle scienze forensi: non solo cronaca ma spiegazione tecnica. Per partecipare attivamente: non è solo “vedere passivamente” ma interagire, porre domande, magari cambiare prospettiva. Per riflettere sul sistema della giustizia, sulle indagini di lungo corso, sul peso dei media e sulle verità che emergono dopo anni. Questa sera sarà una puntata speciale, che promette di unire rigore, curiosità e partecipazione sul caso Garlasco. Per seguire la diretta https://www.youtube.com/watch?v=3sDvZpNEYU8
Assassino organizzato e disorganizzato: due volti della mente criminale
Dietro ogni delitto c’è una scena. Una stanza, una strada, un frammento di vita interrotto. Ma oltre agli indizi materiali, la scena del crimine rivela qualcosa di più profondo: la mente dell’assassino. Gli investigatori sanno che non esistono soltanto tracce fisiche, ma veri e propri modelli comportamentali che parlano del colpevole ancor prima che venga identificato. Tra questi modelli, due categorie emergono con forza: l’assassino organizzato e l’assassino disorganizzato. L’assassino organizzato L’organizzato è il calcolatore. Pianifica, prevede, controlla. Non agisce d’impulso: sceglie la vittima, seleziona il luogo, prepara la scena. Spesso porta con sé gli strumenti necessari al delitto e, terminato l’atto, si preoccupa di ripulire o occultare. È un criminale che vuole mantenere il potere anche dopo la morte della vittima, cancellando le prove e ingannando gli inquirenti. Il suo comportamento denota intelligenza, autocontrollo e sangue freddo. Molti serial killer rientrano in questa tipologia: capaci di condurre una vita apparentemente normale, di mimetizzarsi nella società, di costruire una doppia identità. L’organizzato è un predatore: osserva, studia, colpisce. La scena del crimine che lascia dietro di sé è ordinata, coerente, quasi chirurgica. L’assassino disorganizzato Il disorganizzato, al contrario, è l’improvvisatore. Agisce per impulso, spesso travolto dalla rabbia, dal desiderio o dalla frustrazione. Non pianifica, non controlla, non prevede. L’attacco è improvviso, caotico, e la scena del crimine porta i segni di questa confusione: oggetti sparsi, colpi multipli, prove abbandonate. Il disorganizzato raramente porta con sé un’arma: utilizza ciò che trova sul posto. Non pensa a coprire le tracce e spesso lascia dietro di sé impronte, DNA, testimoni. È più vulnerabile, più facilmente identificabile, perché la sua azione è specchio della sua fragilità psicologica. Non c’è freddezza calcolata: c’è tempesta emotiva. Due archetipi, una sola verità Nella realtà, però, i confini non sono mai assoluti. Molti assassini mostrano tratti di entrambe le categorie: un piano iniziale che degenera nel caos, un impulso improvviso che si trasforma in rituale. La mente criminale è fluida, sfuggente, e gli archetipi dell’organizzato e del disorganizzato servono più come bussola che come mappa definitiva. La distinzione resta però fondamentale per il profiling investigativo. Capire se un delitto porta la firma di un organizzato o di un disorganizzato significa intuire la personalità dell’autore, il suo grado di autocontrollo, il suo livello intellettivo, il suo modo di rapportarsi alle vittime. L’organizzato ci parla di un predatore che vuole esercitare dominio e controllo. Il disorganizzato ci rivela una mente tormentata, incapace di gestire la propria rabbia o frustrazione. Entrambi, però, mostrano il lato oscuro dell’essere umano: il bisogno di esprimere violenza, di trasformare l’altro in oggetto di potere o sfogo. Lo specchio della psiche Osservare una scena del crimine è come osservare un ritratto. L’assassino organizzato ci restituisce l’immagine di un cacciatore freddo, lucido, metodico. Il disorganizzato ci mostra la brutalità incontrollata, la furia cieca, la fragilità che esplode in violenza. Due volti diversi, ma entrambi figli della stessa oscurità. Eppure, ciò che inquieta davvero è che dietro questi archetipi non ci sono mostri alieni, ma esseri umani. Persone che, in modi diversi, hanno lasciato cadere ogni freno, trasformando la mente in un’arma. La loro logica può sembrare incomprensibile, eppure è leggibile: basta osservare il luogo del crimine, ascoltare il linguaggio delle tracce. La scena del crimine non mente mai. È lì che l’organizzato e il disorganizzato lasciano la propria firma. Ed è lì che investigatori e criminologi trovano le chiavi per entrare nei corridoi più bui della psiche umana.
La Capoccia – Il coraggio di ridere della vita
C’è chi dal dolore fugge e chi, invece, lo trasforma in teatro. Claudia D’Angelo appartiene a questa seconda, rara specie di anime che sanno fare della fragilità una forma d’arte. Dopo un incidente che le ha tolto persino la memoria, è tornata sul palco con “La Capoccia”, uno spettacolo che intreccia ironia, poesia e verità, dove ogni risata diventa una piccola rinascita. In scena non c’è solo l’attrice: c’è la donna che si è rimessa in piedi, con il sorriso come arma e il pubblico come bussola. Claudia, “La Capoccia” è uno spettacolo che mescola comicità, poesia e verità. Come nasce l’idea e cosa ti ha spinto a tornare in scena con questa forma così libera e personale di teatro? L’idea nasce da un vero incidente che ho fatto 8 anni fa, per il quale ho perso cose fondamentali che servono per fare il mio lavoro; Ad esempio la memoria e quello che mi ha spinto a tornare in scena è l’amore per quello che faccio e, soprattutto, il coraggio. Nel tuo modo di recitare c’è sempre una forte componente di autoironia. Quanto è importante per te ridere di te stessa per arrivare al pubblico?Ridere di sé stessi è importante per vivere meglio, sia sul palco che sotto. Lo spettacolo ha una dimensione molto viva e istintiva, anche grazie alla musica e alla sonorizzazione dal vivo. Quanto contano per te l’improvvisazione e l’energia del momento? Eh, tantissimo. “Prometti che sarà l’ultima volta”, ma il pubblico ti aspetta sempre. Cosa ti spinge, ogni volta, a tornare sul palco nonostante le promesse?Semplice: il pubblico. “La Capoccia” non è soltanto uno spettacolo: è una dichiarazione d’amore alla vita, alla scena, e a quell’imprevedibile energia che unisce chi racconta e chi ascolta. Claudia ride di sé per insegnarci che l’ironia è un modo di sopravvivere, e che il vero coraggio non è non cadere mai, ma continuare a salire su quel palco — ogni volta come fosse la prima, anche quando prometti che sarà l’ultima.
Il meteo inglese e gli uomini emotivamente instabili
Una giornata tipica nel Kent è un esercizio di sopravvivenza meteorologica. Al mattino sole, a pranzo pioggia, nel pomeriggio vento, la sera nebbia fitta come una zuppa di cipolle. Gli uomini che frequento? Identici. Prendiamo George, quello dell’ultima illusione romantica. Alle 9 mi scrive un dolcissimo buongiorno con emoji del sole. Alle 11: “Scusa, non so se sono pronto”. Alle 17, con la puntualità di un temporale estivo: “Mi manchi”. Alle 20? Sparito, come il sole dietro le nuvole londinesi. Previsioni del cuore Rachel, che ormai mi conosce meglio delle previsioni BBC, sostiene che dovrei scaricare un’appapposita: “Meteo Amore”. Secondo lei funzionerebbe così: • 50% possibilità di ghosting. • Raffiche di messaggi inutili a metà giornata. • Temperature emotive in picchiata sotto zero la sera. • Possibili schiarite temporanee con frasi tipo “Sei speciale”, subito seguite da nubifragi di incoerenza. “Almeno così” dice Rachel “sapresti quando portarti l’ombrello… o almeno una bottiglia di vino.” Vivian, l’ombrello umano Vivian invece, sempre pragmatica, la vede in modo semplice: “Pippa, compra un impermeabile e smettila di illuderti. Gli uomini instabili sono come il meteo inglese: se aspetti che cambi davvero, invecchi. Meglio essere pronta, asciutta e con i capelli sotto controllo.” Ha ragione. Io passo metà del tempo a cercare la piega perfetta dal parrucchiere, per poi rovinarmela al primo colpo di vento. Allo stesso modo, mi preparo per un appuntamento, convinta che sia “quello giusto”, e dopo due giorni mi ritrovo fradicia di delusione. Kate e la filosofia meteorologica Kate, ovviamente, ha cercato di dare una cornice filosofica a tutto questo: “Il clima mutevole ci insegna la transitorietà della vita. Così come il sole cede il passo alla pioggia, anche gli uomini entrano ed escono dal nostro orizzonte emotivo.” A quel punto ho seriamente pensato di iscriverla a un corso di meteorologia: almeno impara a distinguere un cirro da un cumulo, invece di confondere i miei drammi amorosi con la poesia buddista. Gavin, la voce del tuono Poi c’è Gavin, il mio amico gay e cinico, che con la solita precisione tagliente mi ha liquidata così: “Tesoro, il problema non è il meteo. È che tu continui a uscire senza ombrello. Tradotto: incontri uomini senza spine dorsali e ti stupisci se poi ti bagni. Scegli uno stabile e magari noioso, vedrai che il cielo resterà sereno… almeno per una settimana.” Gli ho risposto che preferisco un temporale elettrico a una noia costante. Ma, in fondo, temo che abbia colpito nel segno. Conclusione: impermeabile e ironia La verità è che dovrei smettere di aspettarmi stabilità da uomini che non sanno nemmeno cosa vogliono a cena. Sono indecisi se prendere una pizza o un’insalata, figuriamoci se sanno scegliere una compagna di vita. Forse l’unica soluzione è comprarmi davvero un impermeabile serio, uno di quelli eleganti ma resistenti, e indossarlo con orgoglio. Che piova o che esca il sole, almeno sarò preparata. Perché se il meteo inglese non cambierà mai, neppure gli uomini emotivamente instabili lo faranno. E allora, tanto vale riderci su: con i capelli un po’ arruffati, il mascara forse sbavato, ma con la certezza che – a differenza di loro – io so sempre cosa voglio per cena.
OverTheNight – Il canale YouTube che indaga nel buio del crime
Intervista esclusiva a Antonella Fucecchi ed Emanuele Santandrea, ideatori e conduttori del format che riaccende i riflettori sui grandi casi italiani, dal delitto di Garlasco alle verità nascoste delle cronache più oscure. Il mondo del true crime è in costante evoluzione, ma pochi canali riescono davvero a unire competenza, passione e rigore investigativo. OverTheNight, ideato da Antonella Fucecchi ed Emanuele Santandrea, è uno di questi. Un canale YouTube nato per esplorare le ombre della cronaca, dove la parola “verità” non è mai scontata e ogni episodio diventa un viaggio dentro la mente, la società e le pieghe più profonde della giustizia. Abbiamo intervistato i due fondatori per scoprire l’anima di questo progetto, che venerdì 24 ottobre alle ore 21:15 ospiterà una nuova puntata dedicata al caso di Garlasco, con la partecipazione di Andrea Tosatto, Pasquale Bacco, Albina Perri, Barbara Fabbroni, Andrea Ferretti e Emanuele Santandrea, sotto la conduzione di Antonella Fucecchi. OverTheNight nasce da un bisogno di verità, non di spettacolo. Antonella Fucecchi, divulgatrice e conduttrice, spiega così la filosofia del canale: Ci siamo accorti che nel racconto dei grandi casi di cronaca spesso si perdeva l’essenziale: la ricerca della verità, il rispetto per le vittime e l’analisi razionale dei fatti. OverTheNight vuole riportare equilibrio tra emozione e ragione, tra il dato tecnico e l’ascolto umano. Ogni puntata è un’inchiesta, non un talk qualsiasi. Il caso Garlasco è ancora un enigma collettivo A prendere la parola è Emanuele Santandrea, genetista e co-conduttore del format, che sottolinea come il delitto di Garlasco – la morte di Chiara Poggi e le indagini su Alberto Stasi – resti una ferita aperta: È un caso simbolico. Racconta quanto sia fragile il confine tra verità processuale e verità reale. Dopo anni, il pubblico continua a chiedersi se tutto sia stato compreso fino in fondo. Nella puntata del 24 ottobre cercheremo di mettere a confronto voci diverse: mediche, giuridiche, psicologiche e giornalistiche. Perché la verità è sempre plurale. Una squadra di esperti per leggere la cronaca con occhi nuovi L’appuntamento di venerdì 24 ottobre alle 21:15 promette un confronto ad alta tensione intellettuale con ospiti quali: Andrea Tosatto, Pasquale Bacco,Albina Perri, Barbara Fabbroni, Andrea Ferretti. Tutti insieme, coordinati dalla conduzione di Antonella Fucecchi, offriranno uno sguardo multidisciplinare su uno dei casi più discussi della storia giudiziaria italiana. Un canale dove il buio è un invito alla riflessione Alla domanda su cosa distingua OverTheNight da altri format, Antonella Fucecchi risponde: Non inseguiamo la notizia, ma la comprensione. Non vogliamo spettacolarizzare la sofferenza, ma darle voce con rispetto. Il nostro pubblico non cerca colpevoli, cerca verità. Emanuele Santandrea aggiunge: OverTheNight è un luogo libero, dove professionisti di discipline diverse possono dialogare senza filtri. Crediamo che solo il confronto aperto possa restituire dignità ai fatti e ai protagonisti di queste storie. Prossima diretta – Venerdì 24 ottobre, ore 21:15 • Titolo: L’ombra del mistero: Garlasco – Ne abbiamo Cannata una • Ospiti: Andrea Tosatto, Pasquale Bacco, Albina Perri, Barbara Fabbroni, Andrea Ferretti, Emanuele Santandrea • Conduce: Antonella Fucecchi • Dove: sul canale YouTube OverTheNight Un consiglio per gli spettatori “Accendete una luce soffusa, preparatevi una tazza di caffè e lasciatevi trasportare,” conclude Fucecchi sorridendo. “Perché la notte, con noi, non è mai solo buio: è anche scoperta, memoria e ricerca di senso”.
Intervista esclusiva ad Andrea Ferretti di GarlascoChannel
Dove la verità incontra la voce della autentica. Nato da un’idea di Andrea Ferretti – YouTuber, producer discografico e agente Nel panorama digitale, dove ogni giorno nascono canali e format, pochi riescono davvero a creare un punto d’incontro tra informazione, verità e passione. GarlascoChannel è uno di quei rari casi: nato da un’idea di Andrea Ferretti, youtuber, producer discografico e agente, il canale è diventato in poco tempo una voce riconoscibile, libera e diretta, che parla di cronaca, misteri, musica e società con autenticità e coraggio. Oggi lo incontriamo per capire com’è nato tutto, cosa c’è dietro le quinte e quale visione muove questo progetto. Andrea, partiamo dall’inizio: come nasce l’idea di GarlascoChannel? Tutto nasce da un bisogno reale: quello di raccontare le storie in modo diverso. Vengo dal mondo della musica, dove ogni suono, ogni silenzio, ha un significato. Ho voluto portare quella stessa sensibilità nel racconto della realtà. GarlascoChannel è nato per dare voce a chi non ce l’ha, per approfondire senza filtri, per restituire dignità e verità ai fatti — anche quando fanno rumore. Il nome “GarlascoChannel” richiama subito un caso emblematico della cronaca italiana. È una scelta voluta? Sì, è una scelta simbolica. Garlasco rappresenta un punto di rottura nella narrazione mediatica del crimine in Italia. È un caso che ha diviso l’opinione pubblica, ma anche una storia che ci insegna quanto sia complesso distinguere il vero dal verosimile. Quel nome è diventato un luogo della mente: da lì parte la mia riflessione su come i media raccontano il mistero, la giustizia, la vita. Non è un canale sul “caso Garlasco”, ma sull’idea di verità. Tu vieni dal mondo discografico e della notte: in che modo la musica ha influenzato il tuo modo di fare informazione? La musica ti insegna il ritmo, ma anche il silenzio. Nelle mie interviste e nei miei video cerco sempre di creare un tempo narrativo, una tensione emotiva che accompagni chi ascolta. Credo che un racconto, come una canzone, debba far vibrare qualcosa dentro. L’informazione non deve solo “dire”, deve anche far sentire. GarlascoChannel alterna contenuti di cronaca, inchieste e momenti di riflessione sociale. Come scegli cosa raccontare? Scelgo le storie che parlano, quelle che restano addosso. Non mi interessa inseguire la notizia, ma la verità emotiva che c’è dietro. Ogni storia che porto sul canale – ricordiamoci che anche in un solo caso ci sono più storie – deve avere un significato: può essere una denuncia, una ferita collettiva o un messaggio di rinascita. Mi muove la curiosità umana, non la curiosità morbosa. C’è un episodio o un momento in cui hai capito che il canale stava diventando qualcosa di più grande? Sì, quando ho iniziato a ricevere messaggi da persone che mi scrivevano “grazie, mi hai fatto pensare”. Non serve arrivare a milioni di visualizzazioni, basta toccare una coscienza. È lì che ho capito che GarlascoChannel stava diventando una comunità di pensiero, non solo un canale YouTube. Come gestisci la responsabilità di parlare di casi delicati, spesso ancora aperti o controversi? Con rispetto e documentazione. Ogni parola pesa. Cerco sempre di dare spazio alle fonti, ai familiari, agli esperti, e di evitare giudizi. Il mio obiettivo è aprire domande, non chiuderle. GarlascoChannel non è un tribunale, è un luogo di ascolto. Oggi YouTube è pieno di canali true crime e talk d’opinione. In cosa pensi che il tuo progetto si distingua? Penso nella verità dell’intento. Io non faccio “spettacolo del dolore”. Porto una sensibilità che nasce dalla mia esperienza umana e artistica. Mi interessa l’anima delle storie, non il clamore. E poi c’è una cura maniacale per il suono, la voce, l’atmosfera — elementi che arrivano dal mio background musicale. Stai lavorando anche come producer e agente: come si intrecciano queste strade? Si intrecciano naturalmente. Ho sempre pensato che le persone e i progetti vadano prodotti come si produce un brano: serve equilibrio, identità, visione. Nel mio lavoro da agente cerco di far emergere l’autenticità degli artisti, così come nel canale cerco di far emergere l’autenticità delle storie. Guardando avanti: quale sarà la prossima evoluzione di GarlascoChannel? Sto lavorando a una serie di docu-inchieste e collaborazioni con esperti del settore criminologico e psicologico. Voglio creare un format che unisca narrazione, indagine e arte visiva. Il futuro del canale sarà sempre più ibrido: tra documentario e racconto emotivo. Se dovessi definire GarlascoChannel in tre parole, quali sceglieresti? Verità. Coraggio. Umanità. Vuoi aggiungere qualcosa? Dentro di me c’è tanta voglia di giustizia. Dopo aver subito varie ingiustizie nella mia vita, ho colto l’occasione “Garlasco” per iniziare una mia battaglia personale affinché venga fatta giustizia per Chiara e Alberto, per poter credere ancora nelle istituzioni e sentirmi protetto. Nel mondo rumoroso dell’informazione digitale, GarlascoChannel è una voce che sussurra, ma lascia il segno. Andrea Ferretti ha costruito non solo un canale, ma una narrazione etica del reale: uno spazio dove la musica incontra la cronaca, dove il rispetto incontra la curiosità, e dove il mistero diventa una forma di conoscenza. Segui GarlascoChannel su YouTube. Perché la verità non si urla: si racconta.
Chiamata alle Armi Arti – Quando il Teatro si Fa Pace
C’è un momento, nella vita di chi fa arte, in cui la scena smette di essere solo un palcoscenico e diventa una piazza, un’aula, un campo di battaglia gentile. È da qui che nasce “Chiamata alle Armi Arti”, un titolo che non evoca la guerra, ma la mobilitazione delle coscienze. Una chiamata collettiva a usare l’arte come strumento di trasformazione, come gesto civile. Nel cuore di Roma, il Teatro Trastevere e la Compagnia Walden rispondono a questa chiamata con un progetto che da tre anni unisce estetica e impegno, parola e azione, riflessione e partecipazione. È “La Città di Tutti”, un festival che cresce di edizione in edizione, portando nelle scuole, nelle strade e nei teatri un messaggio che attraversa i confini dell’arte: la pace si impara, si costruisce, si recita e si vive insieme. Abbiamo intervistato Antonia Fama. Antonia, “Chiamata alle Armi Arti” è un titolo fortemente evocativo. Cosa rappresenta questa chiamata e come nasce l’idea di unire arte e impegno civile in un unico progetto? Teatro Trastevere e Compagnia Walden lavorano da tempo tenendo insieme arte e impegno civile, ancora di più da quando è nata La Città di Tutti, che ci ha dato la possibilità di tradurre in azione concreta quello che era un nostro sogno: fare del teatro uno strumento educativo. La Città di Tutti è giunta alla terza edizione. Come è cresciuto questo festival nel tempo e in che modo si è trasformato il suo messaggio? Abbiamo iniziato tre anni fa parlando di inclusione. L’anno scorso ci siamo occupati di diritti umani. Quest’anno di pace e di conflitti. Un filo che non si spezza e che ci riporta sempre al tema principale: la possibilità di offrire la propria arte, le proprie competenze teatrali, come strumento per andare oltre l’estetica. Quest’anno il tema centrale è la pace. In un momento storico segnato da conflitti e tensioni, come può il teatro – e più in generale l’arte – diventare uno strumento concreto di pace e dialogo? “L’arte non è mai solo per l’arte”, deve avere la forza di performare non solo sulla scena, ma anche fuori. Per esempio, per la parte di attività dedicata alle scuole, in queste settimane stiamo incontrando decine di ragazzi e ragazze, bambini e bambine. Per molti di loro progetti gratuiti come il nostro sono davvero una risorsa inaspettata. Il programma intreccia linguaggi diversi: poesia, stand-up comedy, teatro canzone, laboratori per bambini. Come avete scelto questa varietà di forme artistiche per trasmettere il vostro messaggio pacifista? Se vuoi parlare a tante persone, devi scegliere per ognuna il linguaggio che è capace di comprendere, e di “sentire”. Mai partire dal presupposto di essere universali, sarebbe presuntuoso pensarlo. Il coinvolgimento delle scuole e delle famiglie, in particolare con “La Strada dei semi di Pace”, è un elemento chiave. Quanto è importante per voi educare alla pace fin dall’infanzia attraverso il gioco e la creatività? Non è solo importante, è la chiave di tutto. La Strada Scolastica di via Monte Ruggero, è il frutto dell’impegno degli attivisti di Street for Kids e delle famiglie del quartiere. L’idea che una strada possa diventare una piazza, dove i bambini giocano e le famiglie si ritrovano, risponde perfettamente alla nostra idea di cosa sia il teatro. Sabato 1° novembre porterai sul palco la stand up “Make Laugh Not War”. Ridere e riflettere insieme: quanto è difficile mantenere questo equilibrio quando si affrontano temi così delicati? Certo, di fronte a un genocidio c’è ben poco da ridere. Ma quello che si può sempre fare è ridere del potere, farsi beffa di un certo contesto socio-politico, dire a tutti che il re è nudo. Fare battute su chi è fragile è deridere. Farle su chi è forte è comicità. Il festival vanta la collaborazione con l’Assemblea Capitolina e associazioni come Cittadinanzattiva. Quanto conta oggi creare reti tra artisti, istituzioni e realtà civiche per costruire una cultura condivisa della pace? Fare rete con altre realtà culturali e sociali è l’unica via per crescere. Sono queste realtà a sopperire sempre più spesso alle lacune educative e strutturali dello stato sociale. Guardando al futuro, cosa sogni per “La Città di Tutti”? Quale seme di questa edizione speri possa davvero germogliare e lasciare un segno nella città e nelle persone? Spero di cuore che negli anni questo festival diventi un appuntamento fisso per il pubblico, per le famiglie e per le scuole. Il mio augurio è di continuare il lavoro intrapreso in questi mesi anche dal 3 novembre in poi, quando la terza edizione sarà ufficialmente chiusa. Alla fine, ciò che resta di questa “chiamata alle arti” non è solo l’applauso o la luce che si spegne sulla scena. È la consapevolezza che un gruppo di artisti, insegnanti, bambini, genitori e cittadini può davvero cambiare qualcosa, anche solo per un istante, anche solo in un quartiere. Perché fare teatro – nel senso più autentico – significa mettere in scena la vita e dare voce a chi non ce l’ha. E se il mondo là fuori continua a dividersi, il sogno di “La Città di Tutti” è quello di unire: con una risata, una poesia, una storia raccontata sottovoce. Da questa terza edizione germoglia un seme di pace che non vuole essere simbolico, ma reale. Un seme che, come ogni atto d’amore civile, chiede solo di essere coltivato — insieme.
La solitudine nascosta
Si può essere circondati da persone e sentirsi comunque soli. Succede nelle feste affollate, negli uffici rumorosi, persino nelle famiglie numerose. È una forma di solitudine che non si vede a occhio nudo, perché non dipende dalla quantità di relazioni, ma dalla loro qualità. Si chiama solitudine emotiva, ed è una delle condizioni più diffuse – e meno riconosciute – del nostro tempo. Soli in mezzo agli altri Viviamo in una società che sembra offrirci connessioni infinite: messaggi istantanei, chat di gruppo, social network, meeting virtuali. I contatti si moltiplicano, ma spesso la profondità diminuisce. Ci si scambia parole, ma non si condividono emozioni. Si clicca un “mi piace”, ma non si guarda negli occhi. Il risultato è un paradosso: iperconnessi, ma disconnessi dentro. Aumentano i legami superficiali, diminuisce la percezione di essere davvero compresi. E così, anche immersi nella folla, possiamo sentirci invisibili. Il vuoto interiore La solitudine nascosta non è silenzio, è rumore vuoto. È partecipare a una conversazione senza sentirsi parte. È ridere a una battuta senza provare gioia autentica. È provare un senso di ansia sociale perché temiamo che gli altri vedano la distanza che sentiamo dentro. Questo vuoto interiore logora lentamente. Porta disinteresse, difficoltà a stabilire rapporti profondi, e talvolta un senso di alienazione. Non è mancanza di compagnia, ma mancanza di presenza autentica. Perché accade? Le cause possono essere molteplici. La cultura dell’efficienza ci spinge a relazioni “veloci”, poco impegnative. La paura di mostrarsi vulnerabili ci fa indossare maschere sociali che impediscono la vera intimità. L’ansia da prestazione relazionale – il timore di non essere abbastanza interessanti, divertenti, brillanti – ci porta a vivere i rapporti come performance, non come incontro autentico. Inoltre, la società iperconnessa alimenta un’illusione: avere centinaia di contatti equivale ad avere tanti amici. Ma la qualità di un legame non si misura in numeri: si misura nella capacità di sentirsi visti, accolti e compresi. La ricerca di connessioni autentiche Il rimedio non è aggiungere altre relazioni, ma coltivarne poche e significative. Non serve riempire l’agenda, serve aprire spazi di intimità reale. Alcuni gesti possono sembrare semplici, ma hanno un grande potere trasformativo: • Coltivare l’ascolto reciproco: non solo parlare, ma saper accogliere le parole dell’altro senza giudizio. • Dare spazio a chi ci comprende davvero: investire energie nelle persone che ci fanno sentire a casa, anche se sono poche. • Condividere la vulnerabilità: avere il coraggio di dire “sto male”, “mi sento fragile”, senza paura di essere giudicati. Quando ci permettiamo di mostrare ciò che siamo davvero, creiamo connessioni profonde. La solitudine nascosta si riduce quando smettiamo di interpretare un ruolo e iniziamo a vivere relazioni sincere. Trasformare la solitudine in presenza La solitudine emotiva non è una condanna irreversibile. Può diventare un’occasione per fermarsi e chiedersi: “Che tipo di legami sto coltivando? Mi sento davvero visto per ciò che sono?” Questa consapevolezza è il primo passo per trasformare il vuoto in presenza. A volte basta una relazione autentica per fare la differenza. Non servono cento amici: ne basta uno capace di ascoltarci davvero, di riconoscere la nostra interiorità, di restituirci l’immagine di noi stessi senza filtri. La solitudine nascosta è uno dei mali silenziosi del nostro tempo. Si nasconde dietro agende piene, profili social scintillanti, gruppi rumorosi. Ma il cuore la riconosce: sa distinguere tra compagnia superficiale e vera presenza. Per affrontarla, non dobbiamo moltiplicare i contatti, ma cercare connessioni autentiche. Solo così la solitudine smette di essere un vuoto doloroso e diventa un terreno fertile per la crescita personale e la costruzione di legami significativi. La vera compagnia non nasce dal numero di amici, ma dalla capacità di sentirsi visti e accolti.



