Il tango, secondo Pippa Pickle, è una forma di resistenza emotiva. Secondo il maestro argentino Javier, invece, è “un gioco di seduzione e fiducia”. Dopo due lezioni, Javier scompare. Con la borsa di Kate, tre numeri di telefono e metà delle ballerine del corso. Pippa apre l’indagine: “Motivo del delitto: eccesso di fascino e scarso senso di responsabilità.” Vivian: “Te l’avevo detto, gli uomini che ballano troppo bene nascondono qualcosa.” Rachel: “Sì, di solito un matrimonio e un mutuo.” Gavin: “Pippa, tu non hai bisogno di un partner di tango. Hai bisogno di un avvocato.” Tre giorni dopo, Javier riappare con una rosa rossa e un sorriso smagliante. “Mi dispiace, ho avuto un problema personale.” Pippa lo guarda e pensa: “La rosa è finta. Come lui.” Scrive nel suo diario: “Il tango è come l’amore: bello finché non calpesti il piede sbagliato.” E firma l’articolo: “Delitto al corso di tango – ballare con il sospetto.”
Sembri tua madre – Il tempo che resta nell’aria
C’è un teatro che non racconta le grandi epopee, ma ciò che resta tra le pieghe: i silenzi sospesi, i gesti che non abbiamo visto, le parole che tornano a bussare quando meno ce l’aspettiamo. Il teatro di Francesca Bruni appartiene a questa forma di delicatezza potente: un’indagine sensibile sulla memoria emotiva, su ciò che ereditiamo senza volerlo, e sul modo in cui la famiglia si inscrive dentro di noi con un’ostinazione misteriosa. In Sembri tua madre la regista costruisce un tempo che non è lineare, ma interiore; una casa che non è scenografia, ma organismo vivo; una musica che non accompagna, ma guida. L’abbiamo incontrata per farci raccontare l’origine di questo lavoro sorprendente, il suo metodo, la sua visione e il confine – sottile e fragile – tra ciò che vediamo in scena e ciò che ci attraversa senza che ce ne accorgiamo. Da cosa nasce il desiderio di lavorare su una temporalità emotiva, più che cronologica, per raccontare una famiglia? Quando ho iniziato a scrivere questo spettacolo, mi sono resa conto che la cronologia non mi interessava: mi interessava l’effetto che hanno su di noi le cose che non abbiamo detto, le decisioni rimandate, i momenti che avremmo voluto trattenere. Il teatro permette questo piccolo lusso: lasciare che il tempo si pieghi per mostrare ciò che, nella vita, scivola via troppo in fretta. Hai detto che “ogni gesto e parola restano nell’aria e si ripetono”. Qual è la somiglianza familiare – reale o simbolica – che ti ha ispirata di più nella scrittura di Sembri tua madre? Quando dico che “le parole restano nell’aria e si ripetono”, penso a tutte quelle piccole eredità invisibili che ci portiamo dietro. C’è un momento in cui ti sorprendi a usare una frase che non ti appartiene, un tono che riconosci come “familiare”, e capisci che il confine tra noi e chi ci ha cresciuti è più sottile di quanto crediamo. Mi interessava proprio quella soglia sottile in cui ti scopri simile, pur continuando a pensare di essere completamente diverso. La cucina romana, il caffè, il giradischi: uno spazio domestico che diventa quasi un personaggio. Come hai costruito questo ambiente affinché parlasse da solo, rivelando le crepe prima ancora che i personaggi le mostrino? La cucina dello spettacolo è un luogo che tutti troveranno molto familiare: la casa dei nostri genitori, dei nostri nonni. Quella generazione che, quando comprava casa, comprava anche i mobili per tutta la vita. Mobili solidi che non si cambiavano perché non serviva cambiarli: resistevano. Ricordo ancora mio padre dire a mia madre, dopo vent’anni con la stessa cucina: “È ancora nuova.” E in effetti lo era: non si era rovinata perché, forse, una volta, i materiali erano migliori, più solidi. Quell’idea di una casa che invecchia ma resta in piedi mi sembrava perfetta per raccontare i protagonisti di questa storia: una coppia che ha continuato ad amarsi e a restare insieme nonostante le difficoltà della vita. Ho cercato quindi di costruire una cucina che avesse lo stesso tipo di resistenza: un ambiente semplice, vissuto, che porta addosso il passato ma resta saldo, come fa l’amore quando dura davvero. La musica, da Nina Simone a Taylor Swift, attraversa epoche lontane e sensibilità diverse. Che ruolo ha avuto la colonna sonora nella scrittura e nella regia? È stata un punto di partenza o un filo rosso che hai trovato strada facendo? Chi conosce i miei testi o le mie regie sa quanto per me la musica sia fondamentale. Spesso non parto dalle parole, ma da un brano: ascolto una canzone e da lì immagino la scena, il ritmo e persino il modo in cui i personaggi si muovono o si guardano. Anche in Sembri tua madre è stato così. La musica, per me, non è un sottofondo, ma una struttura. È il punto di partenza ogni volta che devo capire in che direzione va una scena. Forse è anche per questo che spesso mi viene chiesto se la colonna sonora sia stata composta appositamente per lo spettacolo: perché le musiche che scelgo finiscono sempre per sembrare nate appositamente per quel momento, per quel gesto, per quella scena. Il cast è composto da attori molto diversi per linguaggi ed energie. Qual è stata la sfida più grande nel dirigere un ensemble che deve sembrare una “famiglia vera”, con tutte le sue dolcezze e le sue fratture? La sfida più grande è stata trovare un respiro comune pur mantenendo le differenze individuali. Gli attori hanno energie, tecniche e perfino storie professionali molto diverse, e proprio questo ha reso la famiglia più credibile: una famiglia reale non è mai omogenea. Lavorare con attori come Roberto Pesaresi, Daniela Bianchi, Francesco Della Torre, Giulia Mataloni e Michel Berinuccisignifica confrontarsi ogni giorno con sensibilità, ritmi e generazioni diverse, ed è stato anche incredibilmente divertente adattare modalità differenti per trovare un linguaggio comune. E poi, come succede solo a teatro, è accaduto qualcosa di inatteso: pian piano sono emerse somiglianze spontanee. Gesti simili, camminate che si avvicinavano, piccole inflessioni che si allineavano senza che nessuno lo chiedesse. È la magia del nostro mestiere: entri nei personaggi e, a un certo punto, il loro modo di stare al mondo si riflette nel cast. Nascono sinergie inspiegabili che rendono l’insieme più vero. Nel tuo teatro c’è sempre una sottile vena cinematografica, quasi una lente che osserva da vicino ciò che non viene detto.In Sembri tua madre qual è “l’inquadratura” invisibile che senti più tua? Ogni regista, credo, custodisce una propria ossessione visiva. La mia è lo sguardo laterale: ciò che i personaggi non dicono, ciò che sfugge dall’angolo del presente. La mia “inquadratura invisibile” è sempre quella che osserva un dettaglio: una mano che sfiora un oggetto, un respiro trattenuto, una postura che tradisce una verità. Spesso scherzo con gli attori dicendo: “Lo so, lo vedrà solo la prima fila… ma farà la differenza.” E lo penso davvero. Perché adoro lavorare con attori che mettono le emozioni al centro ditutto, anche a teatro. Soprattutto quelli che usano
Se ne va Ornella Vanoni: l’ultimo inchino della donna che non ha mai avuto paura della vita
Ornella Vanoni se n’è andata a 91 anni, nella sua casa, così come aveva sempre immaginato: in silenzio, senza proclami, senza clamore. La definivano “la cantante della mala”, ma lei è stata molto di più. Una donna magnetica, ironica, insofferente alla retorica e alle pose. Una voce ruvida e insieme morbida che, per oltre mezzo secolo, ha raccontato l’amore, la vita, le crepe dell’anima, trasformandosi in una delle presenze più riconoscibili e sincere del nostro panorama artistico. La sua scomparsa lascia un vuoto enorme. Non solo nella musica italiana, ma in un immaginario collettivo che aveva trovato in lei un punto di riferimento: la capacità di essere fragile e fortissima allo stesso tempo, malinconica e spavalda, elegante e tagliente. Una donna che, fino all’ultimo, ha saputo farci sorridere di lei e con lei. Una vita che non ha mai conosciuto la noia Ornella aveva paura della noia più che della morte. Lo ripeteva spesso, con quel tono disincantato che era diventato la sua firma. Temendo di diventare “una vecchia che si annoia”, scherzava sul suo stesso tempo che passava, anche se di monotono nella sua vita non c’è stato mai niente. Nata a Milano nel 1934, cresciuta in un’Italia ferita dalla guerra, aveva imparato presto che sopravvivere non è solo una questione di fortuna, ma di carattere. E il carattere, lei, lo aveva eccome. Così come quel velo di malinconia che non l’ha mai abbandonata, frutto anche di una ferita malcurata durante i bombardamenti, una cicatrice sul collo che l’aveva resa insicura del corpo ma mai invisibile. Strehler, Paoli, e gli amori che l’hanno formata e ferita Il primo grande amore della vita artistica e personale di Ornella è stato Giorgio Strehler. Fu lui a convincerla che la sua voce non era un caso ma un destino. A intravedere nella sua timidezza un talento feroce. A volerla sul palco a cantare ballate nere, stornelli della mala, confessioni metropolitane di donne tormentate. Strehler fu il maestro, l’amante, il grimaldello che le aprì la porta del teatro e della musica. Un rapporto intenso, a tratti sbilanciato, che Ornella ricorderà sempre con gratitudine e disagio, perché lui era genio e ossessione, passione e ferita. Poi arrivò Gino Paoli, l’altro grande amore, quello impossibile, quello proibito. Una relazione costruita su canzoni indimenticabili, su sguardi che non potevano appartenere a nessun altro, su un desiderio che non trovava mai pace. “Forse l’ho amato così tanto perché sapevo di non poterne avere davvero”, aveva detto una volta. È stata una storia vissuta tra segretezza e scandalo, tra dolcezza e rabbia, tra dipendenza e distanza. Ma senza quella storia, forse, non avremmo avuto alcune delle pagine più struggenti della musica italiana. Un carattere difficile? No, un carattere vero Ornella era così: intensa, difficile, autoironica, senza filtri. Non aveva mai paura di dire di no, né di dire quello che pensava. Le attribuivano antipatie celebri e rivalità inesistenti. Lei sdrammatizzava. Con Mina, per esempio, non c’è mai stata competizione: “Eravamo diverse. Ed è stato un bene: due uguali non servivano”. Con Patty Pravo, un legame di follia, stima e libertà. Con Lucio Dalla, una delle amicizie più profonde, basata su un rispetto reciproco che è raro perfino tra colleghi. E poi i racconti di vita, le battute fulminanti, quell’umorismo a volte cupo, a volte irresistibile, che negli ultimi anni l’aveva trasformata in un’icona anche per i più giovani, che l’avevano scoperta sui social quasi più che nelle canzoni. Una carriera che ha lasciato tracce indelebili Molti la ricordano per un solo brano, un solo momento, un solo successo. Ma la verità è che Ornella Vanoni ha attraversato sette decenni di musica, reinventandosi ogni volta. Tra i suoi brani più iconici: • L’appuntamento, diventato un classico mondiale, inserito anche in colonne sonore internazionali; • Una ragione di più, graffiante e struggente, forse il suo simbolo emotivo; • Senza fine, che porta l’eco della storia d’amore con Paoli; • Io ti darò di più, • Eternità, • Imparare ad amarsi, che ha segnato una delle sue rinascite più recenti. Ma più delle canzoni, rimarrà la sua voce: un graffio elegante, una carezza ruvida, un’emozione che non copiava nessuno. Tra leggerezza e profondità: l’eredità di una donna irripetibile Negli ultimi anni, molti avevano iniziato a guardarla come a un personaggio eccentrico, quasi caricaturale. Lei lo sapeva e fingendo di stare al gioco, in realtà lo smontava: “Aspettano che dica una parolaccia, ma non sanno che la parolaccia è l’ultimo dei miei talenti”. Dietro le risate, però, c’era un pensiero profondo sulla vita, sul tempo, sull’amore, sulla morte. A chi le chiedeva cosa immaginasse oltre la fine, rispondeva con quella ironia poetica che le era propria: “Forse diventeremo luce. Magari una lampadina a LED, almeno consumiamo poco”. Forse oggi Ornella è davvero una piccola luce da qualche parte. Un bagliore che non abbaglia ma scalda Un faro irregolare, vibrante, malinconico, come la sua voce. E chissà che quel senso di leggerezza che sapeva regalarci — anche quando dentro portava tempeste — non resti con noi per sempre.
Diego Fusaro in scena: come difendersi dal sistema finanziario predatorio?
Il nostro presente è dominato da un sistema economico che non si limita più a condizionare i mercati, ma plasma identità, desideri, affetti, linguaggi e persino il modo in cui immaginiamo il futuro. Nel cuore di questo scenario, torna una domanda essenziale: come difendersi dal sistema finanziario predatorio che governa, spesso in modo invisibile, le nostre vite? Su questo interrogativo — urgente e scomodo — è costruito il nuovo evento con Diego Fusaro, ora in prevendita sulla piattaforma Meglio di Ieri. Un appuntamento che promette di essere una vera immersione nella filosofia critica del presente. Prevendita disponibile sulla pagina ufficiale dello spettacolo. Una voce filosofica fuori dal coro Fusaro è considerato una delle voci più indipendenti e controcorrente della riflessione filosofica contemporanea. La sua traiettoria intellettuale sfugge a ogni classificazione: è marxista e idealista, allievo di Hegel e Gentile ma sempre critico verso ogni forma di dogma. La sua filosofia si muove al di là della destra e della sinistra, rifiutando etichette e appartenenze per concentrarsi sulla comprensione radicale della realtà. Per Fusaro, la filosofia è scienza della verità, un sapere che non deve solo descrivere, ma trasformare la Totalità. È uno strumento di emancipazione, di consapevolezza, di resistenza. Il capitalismo tecno-finanziario: la nuova forma del potere Il cuore dell’incontro è il sistema finanziario contemporaneo, che Fusaro definisce “predatorio” perché: • sottrae sovranità agli Stati, • precarizza le esistenze, • omologa culture e pensieri, • trasforma i cittadini in consumatori permanenti, • impone ritmi e modelli che appiattiscono il pensiero critico. Il capitalismo non è più, secondo Fusaro, una questione solo economica: è una struttura psico-antropologica che entra nelle vite con la stessa naturalezza con cui scorriamo un’app sul telefono. Difendersi significa allora vedere, comprendere, resistere — tre verbi che definiscono la postura filosofica del suo pensiero. Un percorso tra i suoi libri più influenti Durante l’evento, Fusaro guiderà il pubblico attraverso alcuni dei concetti elaborati nei suoi libri di maggiore successo, che hanno contribuito a ridisegnare il dibattito sul capitalismo, la globalizzazione e la libertà individuale: • Bentornato Marx! – il ritorno del pensiero critico contro le mistificazioni del mercato • Minima mercatalia – la filosofia del capitalismo come nuova religione globale • Pensare altrimenti – la necessità di un dissenso consapevole • Il nuovo ordine erotico – l’individualismo che plasma perfino la sfera intima • Glebalizzazione – la trasformazione delle persone in “nuovi servi della gleba” • Difendere chi siamo – identità e radici come resistenza culturale • Odio la resilienza – la retorica tossica dell’adattamento forzato • Demofobia, Sinistrash, La dittatura del sapore • Marx a Wall Street – l’analisi delle contraddizioni dell’alta finanza Sono opere che hanno riportato al centro il ruolo della filosofia come bussola per orientarsi in un mondo in costante mutamento. Un evento per recuperare pensiero critico e autonomia In un’epoca di accelerazioni continue, algoritmi e manipolazioni sottili, l’appuntamento con Diego Fusaro è un invito a fermarsi, pensare, scegliere. Non è una semplice conferenza, ma una chiamata alla consapevolezza: riappropriarsi del proprio sguardo per non essere inghiottiti da un sistema che vive dell’obbedienza dei suoi soggetti. La difesa, secondo Fusaro, inizia sempre dallo stesso punto: non accettare passivamente ciò che ci viene raccontato come inevitabile. Un appuntamento da non perdere. Per chi desidera comprendere il nostro tempo e imparare a decodificare i meccanismi del potere economico, l’incontro con Diego Fusaro è un’occasione preziosa. Diego Fusaro – Conferenza teatrale Cosa fare per difendersi dal sistema finanziario predatorio? Prevendite su Meglio di Ieri
Pino Rinaldi porta in scena “Il Mostro di Firenze – La verità nascosta”
Un cambio di programma, sì. Ma non un semplice rimpiazzo: è un’occasione imperdibile per chi ama la vera investigazione, le indagini controcorrente e la ricerca ostinata della verità. L’evento che sostituisce Roberto Lipari sarà infatti un appuntamento di altissimo livello giornalistico: la conferenza teatrale di Pino Rinaldi “Il Mostro di Firenze – La verità nascosta”, ora in prevendita al link ufficiale Meglio di Ieri. Prevendita: disponibile sulla pagina dedicata allo spettacolo. Una domanda che brucia da 40 anni: chi è davvero il Mostro di Firenze? C’è un filo rosso che attraversa uno dei casi più inquietanti della storia italiana: una serie di omicidi efferati, una verità giudiziaria mai davvero convincente e una pista investigativa lasciata cadere nel silenzio. La conferenza teatrale di Rinaldi nasce esattamente qui: nella necessità, civile e professionale, di riaprire un capitolo archiviato troppo in fretta. Rinaldi riporta alla luce la famosa “pista sarda”, un’indagine approfondita, documentata, ricca di riscontri e di interrogativi irrisolti. Una pista che — come sottolinea da sempre — non è mai stata smentita nei fatti, eppure è stata inspiegabilmente accantonata. È possibile che il Mostro di Firenze non sia Pacciani? Che non siano Vanni e Lotti, i cosiddetti “compagni di merende”, gli autori di quegli omicidi? La conferenza affronta senza tabù ogni elemento, ogni retroscena, ogni omissione. Pino Rinaldi: una vita al servizio delle verità scomode Per chi segue la cronaca investigativa italiana, il nome di Pino Rinaldi è una garanzia. Giornalista dal 1990, ha trascorso 27 anni come inviato di “Chi l’ha visto?”, immergendosi in decine di casi complessi, storie irrisolte, misteri di cui spesso è rimasto l’unico testimone documentale. Negli anni ha scritto e condotto per la Rai: • documentari di inchiesta, • programmi crime come Vertigo, • Commissari, • Detectives, realizzati in collaborazione con la Polizia di Stato. Ha inoltre portato il suo stile diretto e investigativo anche su altri network: • sul canale Nove ha condotto il format internazionale Faking It, • su La7 è alla guida del programma di cronaca Ignoto X, diventato un riferimento per chi cerca analisi rigorose e non convenzionali. Il suo approccio è sempre lo stesso: indagare dove gli altri si fermano, fare domande che nessuno vuole più fare, illuminare le zone d’ombra. Una conferenza teatrale unica nel suo genere Quello che Rinaldi porterà sul palco non è uno spettacolo, ma una vera e propria inchiesta dal vivo. Documenti, mappe, cronologie, testimonianze, intercettazioni, riscontri e incongruenze: tutto ciò che per anni è rimasto sepolto tra faldoni e archivi tornerà alla luce davanti al pubblico. Una narrazione lucida, serrata, quasi cinematografica, che ricostruisce: • gli errori investigativi, • le piste abbandonate, • gli indizi ignorati, • e soprattutto le verità che nessuno ha voluto ascoltare. È un’occasione rara per vedere il lavoro di un giornalista investigativo nella sua forma più pura, senza filtri, senza compromessi, senza sceneggiature addomesticate. Un evento necessario, oggi più che mai Il caso del Mostro di Firenze non è solo cronaca nera: è un pezzo di storia italiana, un enigma che ha segnato la giustizia, la politica, i media e l’immaginario collettivo. E mentre la verità continua a sfuggire, chi ha cercato davvero di inseguirla rischia di essere relegato al margine. Per questo l’iniziativa di Pino Rinaldi è più che una conferenza: è un atto civile. Un invito a non accontentarsi, a pensare con la propria testa, a recuperare spirito critico e memoria. A ricordare che dietro ogni mistero irrisolto non c’è solo un colpevole: c’è un Paese che merita risposte. Un appuntamento da non perdere L’evento sostitutivo di Roberto Lipari si trasforma così in un’occasione straordinaria: un viaggio dentro uno dei casi più discussi d’Italia, guidato da una delle voci più autorevoli del giornalismo investigativo contemporaneo. “Il Mostro di Firenze – La verità nascosta” Conferenza teatrale di Pino Rinaldi Prevendite disponibili sul sito ufficiale Meglio di Ieri
Cornuti e contenti: Marco Travaglio torna a teatro e ci mette davanti allo specchio
Riflessioni amare — e necessarie — su politica, informazione e responsabilità collettiva Per anni abbiamo puntato il dito contro la mala-politica, contro la mala-informazione, contro il circo delle promesse non mantenute e degli scandali riciclati. Abbiamo denunciato, analizzato, gridato allo scandalo. Eppure, forse, è arrivato il momento di chiedercelo senza ipocrisie: ma non sarà anche colpa nostra? Sì, nostra. Di noi cittadini che, in un sistema che già zoppica, continuiamo a scegliere gli stessi protagonisti che ci hanno deluso, tradito, illuso. Noi che concediamo fiducia a chi ha già dimostrato di non meritarla, come se ci piacesse prendere porte in faccia sempre uguali, all’infinito. Perché milioni di italiani votano per chi si è già dimostrato incapace? Perché rinnoviamo mandati a chi ha dimostrato di non saperli gestire? Perché consegniamo il nostro futuro nelle mani di chi, quel futuro, lo ha già compromesso? Una risposta c’è, anche se non ci piace: perché siamo parte del problema. La complicità inconsapevole (o fin troppo consapevole) Ogni volta che premiamo con il voto un politico che ci ha già tradito, stiamo dicendo al sistema: “Va benissimo così, continua pure”. Ogni volta che compriamo giornali che diffondono bufale, che clicchiamo sui titoli acchiappaclic, che guardiamo programmi costruiti per manipolare più che informare, stiamo firmando una cambiale: “Disinformatemi ancora, grazie”. Non è solo “colpa loro”: è colpa di chi li tiene in piedi. Perché finché certi giornali continueranno a vendere, certe trasmissioni a macinare ascolti, certi influencer a ricevere like, non cambierà nulla. E non cambierà perché non conviene cambiare. Finché la truffa è redditizia, la truffa continua. La guerra dell’informazione (che stiamo perdendo) Nel mezzo ci sono questioni drammatiche, che non meriterebbero leggerezza né disattenzione: la guerra internazionale che bussa alle nostre porte, l’indipendenza della magistratura messa in discussione da un referendum che promette semplificazione ma rischia di erodere equilibri democratici fondamentali. Eppure molti italiani rimangono spettatori passivi, anestetizzati da una narrazione confusa, gridata, contraddittoria. Informati poco, male, o peggio: informati come fa comodo a qualcuno. L’astensione: ribellione apparente, resa totale Un altro mito da sfatare è quello dell’astensione come gesto rivoluzionario. Molti la vivono come l’estrema forma di ribellione al sistema. In realtà, è il contrario: è l’assicurazione sulla vita del sistema. Perché a non votare sono soprattutto gli elettori liberi, critici, disincantati: proprio quelli che potrebbero cambiare davvero le cose. I voti di scambio, di abitudine, di fedeltà cieca invece ci sono sempre. E i risultati elettorali, guarda caso, li premiano. In pratica: più ci asteniamo, più siamo “cornuti e contenti”. O forse solo cornuti. Ma sicuramente non ribelli. Come si esce da questo circolo vizioso? Con consapevolezza, responsabilità e un cambio di postura mentale. No, non salveremo il Paese in un giorno. Ma possiamo evitare di essere complici della sua deriva. Occorre ripartire da: • Informazione critica: scegliere fonti affidabili, spegnere ciò che manipola. • Partecipazione attiva: il voto è un dovere verso noi stessi, non verso i partiti. • Controllo dal basso: chi governa deve sapere che lo osserviamo, lo giudichiamo, lo valutiamo. • Sana ribellione: non quella che urla sui social, ma quella che agisce nel quotidiano. Un manuale di autodifesa democratica Ecco perché oggi più che mai serve un “manuale di autodifesa”. Uno strumento che aiuti a: • riconoscere le manipolazioni, • smascherare le narrazioni tossiche, • ribellarci con gli strumenti civili che abbiamo, • spezzare l’invisibile catena che ci tiene imprigionati nel ruolo dei cornuti contenti. Ridere amaramente della nostra condizione può essere liberatorio. Prenderne coscienza, invece, può essere rivoluzionario. Perché il problema non è solo chi ci governa o chi ci disinforma. Il problema, spesso, è chi permette che questo accada. Smettiamo di essere complici silenziosi. Smettiamo di essere cornuti — e per giunta contenti. Ricominciamo da noi.
Il mistero del pacco scomparso
Tutto inizia con una notifica: “Il tuo pacco è stato consegnato.” Pippa apre la porta… e non trova niente. Un delitto perfetto, pensa. Nessun testimone, nessuna traccia, nessuna prova. Parte l’indagine. Taccuino in mano, Pippa interroga i vicini. Il signor Hobbs nega ogni coinvolgimento, anche quello con la realtà. La signora Weller, invece, confessa di “odiare Amazon”. Rachel sospetta un traffico internazionale di corrieri infedeli, mentre Vivian pensa a un sabotaggio dei servizi postali. “Cara,” dice Gavin, “forse il vero colpevole è la tua memoria. Hai controllato dove l’hai spedito?” Pippa si blocca. Ricontrolla la mail. Il pacco era stato inviato… al suo vecchio indirizzo di Londra. Scrive sul suo diario: “Caso chiuso: colpevole, la mia stessa distrazione. Pena: una serata a ordinare nuovi pacchi.” E conclude il suo pezzo per il Daily Whisper con la solita filosofia: “Non tutti i misteri si risolvono con la scienza. Alcuni richiedono solo di leggere meglio le email.”
Il fantasma degli ex
Dicembre è un mese magico. La neve, le luci, le canzoni, il profumo di cannella… E soprattutto: gli ex. Che spuntano come funghi emotivamente tossici, rigorosamente senza preavviso e senza nessun senso del tempismo emotivo. Non so quale misterioso fenomeno cosmico si attivi durante il mese di dicembre — forse l’allineamento dei pianeti, forse l’avvicinarsi del Natale, forse solo la noia — ma è un dato scientificamente verificato nella mia vita: a dicembre, gli ex tornano. Sempre. Come i film di Natale in TV. Come i panettoni sugli scaffali. Come la mia incapacità di ignorarli al primo messaggio. Quest’anno il primo a scrivere è stato Daniel, quello che al primo appuntamento mi aveva confessato di non credere nell’amore. Lo stesso che poi aveva scritto poesie su di me… copie sputate di Rupi Kaur, ma pur sempre poesie. Il suo messaggio? “Ciao Pippa. Pensavo a te.” Alle 23:58. Del 1° dicembre. Un tempismo perfetto, da Calendario dell’Avvento del disagio. Ovviamente ho fatto la cosa più adulta e matura: ho buttato il telefono sul divano e mi sono nascosta dietro un cuscino. Vivian, quando gliel’ho raccontato, ha risposto: “Non è un ex. È un promemoria di ciò che NON devi più fare.” Gavin ha aggiunto: “Tesoro, dicembre è il mese dei saldi emotivi: tornano tutti sperando in un tuo sconto.” E io ho capito che sì, il Natale porta generosità… ma non abbastanza da offrirla a Daniel. Il secondo fantasma del Natale Sentimentale è stato Simon, il mio “quasi fidanzato” dell’anno scorso. Quasi, perché dopo due mesi di uscite e confidenze, lui dichiarò che non era pronto per una relazione. Tre giorni dopo aveva una relazione. Con un’istruttrice di pilates. Molto flessibile. Molto convinta delle sue scelte. Simon mi ha scritto una mattina: “Ciao. Che fai per Natale?” Ho riletto il messaggio quattro volte per capire se avesse sbagliato destinatario. Kate, quando gliel’ho riferito, ha commentato con il suo solito zen psicologico: “Gli ex tornano quando percepiscono che hai trovato un equilibrio.” Vivian: “Oppure quando l’istruttrice di pilates li lascia.” Gavin: “Pippa, mai fidarsi di un uomo che ti scrive a dicembre. È come uno che ti regala una bilancia a Natale: non vuole il tuo bene.” Voto Gavin, come sempre. Ma il vero climax arriva con George. Lui non è solo un ex. Lui è “l’illusione semovente”, come dice Vivian. È quell’uomo che sembrava diverso, profondo, serio… e poi è scomparso con la stessa rapidità con cui io scompaio davanti a un corso di zumba. George esercita su di me un effetto pericoloso: quello del forse stavolta è diverso. Effetto che ha devastato più donne della febbre spagnola. Il suo messaggio è arrivato una sera, mentre stavo decorando l’albero con una vigoria emotiva degna di un film romantico. “Ciao Pippa. Posso chiamarti?” No. La risposta è no. Sempre no. Universale no. Eppure… Eppure mi sono fermata con la pallina in mano, ho trattenuto il fiato e ho pensato: “Perché proprio ora?” La risposta l’ha data Rachel, la più poetica del gruppo: “Dicembre è il mese in cui tutti sentiamo nostalgia di ciò che abbiamo perso. Anche loro.” Sì, magari. O magari George si è ricordato della mia ricetta del vin brulé. O voleva solo un’altra occasione per sparire dopo sette giorni. Gavin, invece, ha fornito la versione avanzata del fenomeno: “Tesoro, gli ex sono come le luci dell’albero: quando non funzionano, li butti. Ma ogni anno li tiri fuori lo stesso e speri che quest’anno facciano miracoli.” Una metafora dolorosamente accurata. La verità è che dicembre è un mese emotivamente pericoloso. Le luci ci ammorbidiscono, la musica ci rende vulnerabili, il freddo ci fa desiderare abbracci che non dovremmo volere. E così gli ex lo sanno. Lo percepiscono. È come se avessero un radar interno che si attiva appena iniziamo a sentirci un po’ troppo tranquille. A volte tornano per noia. A volte per ego. A volte perché i loro nuovi flirt non sanno fare il purè. A volte tornano perché ricordano qualcosa di bello. E a volte… ritornano solo perché sanno che tu sei una brava persona. E che risponderai. O lotterai per non farlo. Alla fine, però, quello che ho capito — a 56 anni, con più ex che paia di guanti invernali — è questo: gli ex che tornano a dicembre non vogliono un nuovo inizio. Vogliono solo un’altra fine addolcita. Vogliono un “come stai?”, un “che fai?”, un “ti penso”, un “ti manco?” per riempire un vuoto temporaneo. Ma non vogliono davvero noi. Non vogliono davvero me. E allora questa volta ho fatto qualcosa che Pippa Pickle, in passato, non avrebbe mai fatto. Ho messo il telefono in modalità aereo. Ho acceso una candela alla vaniglia. Ho messo su una musica jazz. E mi sono servita una tazza gigante di cioccolata calda con panna. Poi ho pensato: Io non sono un’edizione limitata da rimpiangere a dicembre. Io sono Pippa. Con le mie amiche, il mio lavoro, il mio gatto sociopatico, le mie scelte sbagliate, il mio cuore testardo. E quest’anno, sotto l’albero, voglio solo una cosa: lasciare i fantasmi al loro posto. Nel passato.
La richiesta – Stefano Jacurti: la guerra che ritorna, le ferite che non passano
C’è un luogo della memoria americana che non smette mai di sanguinare: la Guerra Civile. Stefano Jacurti, autore, attore e ricercatore appassionato di West e Civil War, lo conosce come pochi. In La richiesta porta sul palco un conflitto antico che torna a parlarci con voce contemporanea, perché le fratture che dividono un Paese – oggi come ieri – non appartengono solo alla storia. Con parole dirette, dense di esperienza e visione, Jacurti ci accompagna dentro lo spettacolo: un mosaico di vite, di scelte impossibili, di amicizie spezzate e di verità che bruciano. Un viaggio nell’animo umano prima ancora che in un campo di battaglia. “La richiesta” porta sul palco la guerra civile americana, ma con una chiave fortemente contemporanea. Qual è stato l’innesco emotivo e intellettuale che l’ha spinta a scrivere questo testo proprio adesso, in un’America che sembra nuovamente polarizzata? Il clima che giunge dagli Stati Uniti, dove le tensioni sociali si fanno sempre più assordanti, mi ha fatto scrivere di botto. Gli americani devono stare attenti: potrebbe scoppiare una nuova guerra civile, visto che quella dell’Ottocento vissuta dai personaggi del mio testo è stata terrificante, la seconda tragedia dopo lo sterminio degli Indiani d’America. Durante la pièce si percepisce che la guerra civile non è solo un conflitto storico, ma un trauma collettivo fatto di amicizie spezzate e fratelli contrapposti. Cosa significa per lei raccontare una guerra fratricida, e in che modo questa narrazione parla anche al nostro presente? Significa riflettere su qualcosa di essenziale: se scoppiasse una guerra civile in Italia, cosa proverei sapendo che dall’altra parte c’è un caro amico, con cui ho condiviso anni belli e spensierati? Sapendo che io combatterei fino all’ultimo e anche lui non sarebbe da meno? Il personaggio del generale Grant ha una forza iconica, ma anche un tormento interiore. Come ha lavorato sulla sua psicologia e sulla sua ambivalenza morale, soprattutto nel rapporto tra leadership e memoria personale della guerra? La richiesta è uno spettacolo, non una conferenza sulla guerra civile americana. Detto questo, Grant mi è molto familiare: la prima biografia in lingua italiana su di lui è la mia, altrimenti non avrei potuto interpretarlo. Era il generale più temuto dai confederati, noto per la sua determinazione, ma nel privato aveva un vissuto spesso sofferto. Documentarsi è fondamentale: senza ricerca seria sarebbe impossibile mettere in scena qualsiasi periodo storico. Ma il punto è un altro: non importa quanto ne sappia il pubblico. Importa il coinvolgimento emotivo. Bisogna colpire le persone con un virtuale pugno allo stomaco. Nello spettacolo compaiono figure molto diverse: un colonnello, un corrispondente di guerra, un sergente “senza domani” e una donna misteriosa che chiede un incontro a Grant. Cosa rappresentano simbolicamente questi personaggi e quale dinamica di guerra interiore portano in scena? A raffica, questi personaggi porteranno cannonate di emozioni, tutte diverse. Lo spettacolo è una storia a più voci, non schierata né con l’Unione né con la Confederazione. È un racconto di come ogni individuo viva quel conflitto terribile. Ognuno porta la sua piccola storia nell’enorme carnaio della guerra di secessione: una guerra fratricida, circondata da una comunità ancora in catene, con rappresaglie incendiarie e 650.000 caduti. Un macabro record. Bisognava tornare davanti a quelle migliaia di croci con una storia in cui molti potessero riconoscersi. La donna che arriva da Grant è un elemento chiave della trama. Senza svelare troppo, qual è il significato profondo della sua “richiesta” e perché è centrale per comprendere la natura del conflitto? La richiesta di Peggy è fondamentale, come lo è la sua figura. È una donna piena di coraggio e, anche se le sue ragioni non sono tutte dalla sua parte, resta un personaggio sincero: la sua autenticità è la sua forza. Ma nello spettacolo c’è molto altro… è una storia intensa, dall’inizio alla fine. Le divise e i costumi provengono dalla sua collezione privata. Quanto influisce l’autenticità dei dettagli sulla credibilità emotiva e sulla capacità degli attori di “entrare” davvero in quell’epoca? Incide moltissimo. Oggi si parla di mood, io lo chiamo atmosfera. È molto suggestivo vedere qualcosa del genere a teatro: quelle divise le abbiamo viste nei film, ma indossarle cambia tutto. Aiuta gli attori, grazie anche alla regia di Marco Belocchi, perché sapevo che quel periodo lo conosceva bene. Lei ha dedicato molti anni della sua carriera artistica al West e alla Civil War. Cosa significa continuare a portare questi mondi a teatro oggi, in un’Italia che raramente affronta questi temi? Per me è motivo di orgoglio, pur restando con i piedi per terra. Sono mondi rari da vedere a teatro e anche nel cinema indipendente. In Italia non siamo in molti a trattare western e Civil War, ma se non fossi stato seguito avrei smesso da tempo. L’importante è avere una storia da raccontare. Prima lo facevo con i registi Emiliano Ferrera e Alessandro Iori; oggi con Marco Belocchi. Ma prima o poi ci ritroveremo tutti. “La richiesta” parla di conflitto, responsabilità, memoria e riconciliazione. Qual è il messaggio più urgente che vuole arrivi al pubblico quando si alza il sipario? Non mi aspetto mai nulla. Lavoro a testa bassa e pedalo forte. Sarà il pubblico a decidere come sentirsi alla fine. Ho scritto il testo in un momento delicato, un giro di boa anagrafico che sta arrivando anche per me. Da quello stato d’animo sono partiti molti input. Non so dove colpiremo il pubblico – ma so che lo colpiremo. Ed è questo che conta. La richiesta non è solo una storia di guerra: è un atto di memoria viva. Jacurti ne fa un monito e, allo stesso tempo, un viaggio emotivo in un’umanità ferita che cerca risposte impossibili. Quando il sipario si chiude, resta addosso la sensazione di aver guardato dentro un dolore antico che continua a parlare al presente. Perché le guerre passano, ma le loro ombre restano. E il teatro, quando è vero, ci obbliga a guardarle negli occhi.
Lenny Bruce: la parola che brucia Tra comicità, censura e un’ipotesi di verità nascosta
C’è una domanda che attraversa il tempo come un lampo: quanto costa davvero la libertà di parola? Per Lenny Bruce, comico corrosivo e rivoluzionario, quel prezzo è stato altissimo. Non sappiamo con certezza se il suo lavoro l’abbia portato alla morte, non possiamo affermarlo. Ma possiamo indagare, intuire, leggere tra le righe di una storia piena di luci accecanti, ombre profonde e verità scomode. “In questo spettacolo abbiamo scelto di spingerci oltre, di ipotizzare un omicidio, una possibilità: una partita di droga “tagliata male”, forse non per caso, forse per eliminarlo” ci dice Antonello Avallone. E come lui non smette di ripetere: “è la nostra interpretazione, non un’affermazione storica. Ma i dubbi sulla morte di Lenny ci sono, e ci inquietano ancora. Ho voluto portare tutto questo sul palco non solo per raccontare un uomo, ma per parlare a tutte le persone che, ieri come oggi, hanno provato a cambiare qualcosa nella vita collettiva”. Lenny credeva davvero di poter cambiare l’America. Forse aveva scelto una meta troppo grande. Ma aveva scelto anche la verità, il coraggio, la sua voce. E allora la domanda iniziale ritorna: che cosa succede quando un uomo decide di non tacere più? Questo spettacolo è un tentativo di rispondere e a questa domanda e ad altre ci risponde Antonello Avallone in questa coinvolgente intervista. Lenny Bruce è stato un comico scomodo, un uomo che ha pagato con la vita il prezzo della sua libertà di parola. Cosa l’ha spinta a portare la sua storia sul palcoscenico oggi, in un’epoca in cui la censura assume forme nuove e sottili? Precisiamolo: non è detto che il suo lavoro l’abbia portato alla morte! Con l’autore di questo spettacolo Giuseppe Pavia, abbiamo voluto dare la nostra interpretazione ipotizzando un omicidio: ci sono molti dubbi sulla morte di Lenny. Quello che sappiamo è che è la droga che l’ha portato a morire e noi ipotizziamo che fosse una partita tagliata male apposta per eliminarlo. Ripeto, è comunque una nostra ipotesi. Ho voluto portare in scena questa storia per tutte le persone che cercano e hanno cercato di cambiare qualcosa nella vita collettiva. Lenny credeva di poter di cambiare l’America: una meta, forse, troppo grossa. Nel suo spettacolo convivono comicità, dramma, satira e tragedia. Qual è stata la sfida più grande nel trovare l’equilibrio tra il Lenny comico e il Lenny martire della libertà? È stato spontaneo. Quando scelgo uno spettacolo vado d’istinto, ci metto amore puro, per cui non ho fatto nessun calcolo. Ho letto il copione, conoscevo il personaggio e ho dato una mia interpretazione. Lei ha dichiarato di essere sempre stato affascinato da questo personaggio. Qual è stato il momento, nella vita di Bruce, che più l’ha colpita e che ha voluto restituire con forza in scena? Forse il momento in cui Lenny, innamorato pazzo di Honey,decide di lasciarla, viste le pressioni che lui stava subendo dalla polizia, per il linguaggio che usava e gli argomenti che trattava nei suoi spettacoli. Il procuratore dello Stato di New York aveva tentato di demolire Lenny attraverso la moglie, convincendola che nella situazione in cui si trovava stava rischiando grosso. Il procuratore cerca di convincere Honey a far ragionare Lenny. Luidecide, nonostante il grande amore, che è più importante la sua missione per la società. “Non posso stare zitto di fronte a qualcuno che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato a seconda del colore della pelle”. Diceva Lenny Bruce. La scenografia mozzafiato e l’uso delle luci e dei costumi sembrano avere un ruolo fondamentale nello spettacolo, quasi come un personaggio aggiunto. In che modo ha lavorato con i suoi collaboratori per creare quest’atmosfera tra il reale e il visionario? Sono andato dallo scenografo Alessandro Chiti e gli ho spiegato l’idea che avevo in mente. Lui mi ha proposto una soluzione molto originale e di grande impatto visivo, che ho accettato e che è quella che abbiamo realizzato, mi sono fidato molto e ho avuto ragione. La scenografia è stupenda. Le luci servono a creare una particolare atmosfera, tipica dei Night Club di un tempo, manca solo l’odore di fumo e la conseguente nuvola di fumo delle sigarette. Ogni tanto usiamo la macchina del fumo ma non è la stessa cosa. La vicenda di Lenny è anche una denuncia: un uomo che combatte contro istituzioni, morale comune e pregiudizi. Quanto pensa che questa storia parli al pubblico italiano di oggi, tra nuove forme di intolleranza e di controllo sociale? Sono passati 40 anni e sono cambiate troppe cose. Nel panorama odierno, soprattutto quello italiano, si ha paura di prendere certi argomenti ma per avere consenso del pubblico si usano parolacce e argomenti sboccati, sotto questo aspetto non vedo collegamenti con il passato. È una storia americana d’altri tempi. Lenny diceva… “Perché mi volete togliere la parola? Ci sono cose peggiori in questo paese e io non faccio male a nessuno”. Il cast che la affianca porta in scena figure chiave nella vita e nella caduta di Lenny. Come ha lavorato con Riccardo Bàrbera, Giulia Di Quilio, Giuseppe Renzo, Francesca Cati e Flaminia Fegarotti per restituire coralmente la complessità della sua parabola? La parabola viene fuori da sola quando si cerca di lavorare nelle profondità dei personaggi. Lenny, per esempio, era un uomo che non voleva semplicemente il corpo della bellissima Honey e lei proprio di questo si innamora, oltre al fatto di avere accanto un uomo molto forte caratterialmente. Abbiamo lavorato molto sull’indagare questi aspetti emotivi dei personaggi. Nel 1974 Bob Fosse portò Lenny al cinema con Dustin Hoffman. Cosa ha scelto di mantenere fedele a quella versione e cosa invece ha voluto ribaltare o riscrivere, per rendere la sua messa in scena unica? Il testo è stato scritto da Giuseppe Pavia e non è un adattamento del film di Fosse. Ci tengo a precisarlo: il film è costruito sulle interviste fatte alla moglie e alla madre di Lenny. È una storia raccontanta raccogliendo stralci della loro vita. Noi, invece, abbiamo cercato di dare una certa continuità alla storia raccontando
Cigno, cigno. Il teatro che attraversa il dolore: dialogo con Antonio sul massacro del Circeo
Ci sono storie che il tempo non riesce a archiviare. Vicende che restano sospese, come una ferita che non smette di pulsare sotto la pelle del Paese. Il massacro del Circeo è una di queste: un trauma collettivo, un’ombra lunga che continua a sovrapporsi al presente. Raccontarlo non è un esercizio di memoria, ma un atto civile. Un gesto che chiede coraggio, lucidità, responsabilità. Antonio Monaco questo coraggio lo ha avuto. Ha scelto di attraversare il dolore attraverso il teatro, di guardarlo in faccia, di restituirgli una forma scenica che non ammicca, che non indulge, che non compiace. Cigno, Cigno non è solo uno spettacolo: è un corpo a corpo con ciò che siamo stati e con ciò che, purtroppo, potremmo essere ancora. È una domanda che risuona tra platea e palcoscenico: cosa resta di un orrore quando lo porti a teatro? E cosa cambia, dentro di noi, quando siamo costretti a farci testimoni senza più lo schermo a proteggerci? Questo incontro con Antonio Monaco è un viaggio dentro quella scelta artistica e umana. Una discesa nella storia, nel potere, nella violenza di genere, nella responsabilità del racconto. Ma anche uno sguardo verso la speranza – minima, fragile, necessaria – che il teatro possa ancora smuovere, disturbare, trasformare. Antonio, da dove nasce l’urgenza di portare in scena una storia tanto terribile e reale come quella del massacro del Circeo? Cosa ti ha spinto, artisticamente e umanamente, a confrontarti con un dolore collettivo così profondo? Amo il teatro di cronaca. E gli anni Settanta sono stati un decennio particolarmente ricco di spunti. Nel 2022 ho messo in scena un testo, Articolo 90, ispirato all’omicidio della vigilatrice carceraria Germana Stefanini, uccisa da un gruppo armato affiliato alle brigate rosse. È una vicenda poco conosciuta, che la memoria collettiva ha probabilmente dimenticato, che forse si è persa nel marasma degli omicidi che hanno caratterizzato quegli anni, e nel mio piccolo ho cercato di riportarla alla luce. Quando ho scelto di portare in scena il massacro del Circeo l’ho fatto con tutt’altro intento, perché questa è invece una vicenda che tutti conoscono, anche solo per sentito dire. È stato un fatto che ha avuto una risonanza mediatica spaventosa. È una ferita collettiva. Che fa ancora male, nonostante siano passati 50 anni. Non ha niente di anacronistico: è tutto ancora fin troppo attuale. Il titolo “Cigno, Cigno” evoca grazia, ma anche fragilità e morte. Perché questa scelta? Qual è il significato simbolico del “cigno” in relazione alla violenza narrata nello spettacolo? “Cigno, cigno. C’è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola” è il messaggio che fu diramato dai carabinieri per segnalare una macchina sospetta, quellanella quale poi sono state ritrovare Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, appunto. È un dettaglio davvero minuscolo, che però suscita sempre tantissima curiosità negli spettatori, che fino alla fine si domandano il perché di questo titolo. E lo spettacolo si conclude proprio con questa frase, sciogliendo definitivamente ogni dubbio. Poi è chiaro che, al di là del riferimento storico legato al massacro del Circeo, il cigno è una creatura così poetica, così delicata, che rappresenta il perfetto contraltare della bestialità che ha caratterizzato la vicenda. Hai scelto di raccontare un fatto di cronaca nera attraverso un atto unico teatrale. Quali difficoltà e responsabilità comporta tradurre un orrore reale in linguaggio scenico, senza scadere nella morbosità o nel voyeurismo? La scelta del linguaggio teatrale è stata una sfida e un esperimento al tempo stesso. Sia la televisione che i social oggi sono pieni di contenuti true crime. Ma lo schermo, piccolo o grande che sia, rappresenta sempre e comunque un filtro, una distanza tra te che guardi e la tragedia che viene raccontata. Mi sono domandato: che cosa succederebbe se eliminassimo quella barriera? Se portiamo queste vicende su un palcoscenico, quella distanza non c’è più. E questo, a livello emotivo, fa tanta differenza. Poi chiaramente si è trattato di bilanciare quella crudeltà proprio per non cadere nella morbosità e nel voyeurismo. La maggior parte delle violenze avviene infatti fuori scena. È un qualcosa che viene suggerito, che viene evocato, non viene mai sbattuto in faccia allo spettatore. Poi sicuramente c’è chi avrebbe preferito qualcosa del genere: alcune persone hanno sostenuto che lo spettacolo fosse troppo “leggero”, quasi una favoletta. Lo spettacolo è stato descritto come “disturbante”, ma necessario. Secondo te, oggi, il teatro deve ancora disturbare per smuovere coscienze? O può essere anche un luogo di elaborazione e catarsi? Penso che il teatro possa e debba fare entrambe le cose: disturba perché ti costringe a esserci dentro a livello fisico, non c’è più quel filtro, quella barriera che oggi più che mai è sempre presente tra noi e il resto del mondo; allo stesso tempo, questo fatto di essere costretti a condividere un “qui e ora” con altre persone offre la possibilità di rielaborare emozioni collettive e anche traumi collettivi, come in questo caso. E non è detto che questi traumi debbano necessariamente essere elaborati con il magone. Magari c’è chi riesce a elaborarli con un po’ più di leggerezza. Ognuno utilizza il linguaggio che gli è più congeniale. Nella messa in scena emerge una profonda riflessione sul potere, sul patriarcato e sulla violenza di genere. In che modo Cigno, Cigno dialoga con il presente e con le forme contemporanee di misoginia e sopraffazione? Il massacro del Circeo è stato una delle manifestazioni più brutali e allo stesso tempo rappresentative di quella cultura patriarcale e di quella misoginia che, per quanto in forme diverse, ancora oggi sopravvivono. I media e i social sono pieni di narrazioni che colpevolizzano le vittime, perché chissà come erano vestite, perché si sono appartate con un uomo che non conoscevano, perché hanno alzato troppo il gomito, perché hanno cambiato idea all’ultimo minuto… È un qualcosa di molto difficile da stradicare. Il massacro del Circeo è un trauma collettivo che ancora oggi parla al nostro Paese. Come hai lavorato con gli attori per restituire non solo l’orrore, ma anche la dignità delle vittime
Amore, cappuccino e crimini d’identità
Per Pippa Pickle, l’amore è un campo minato. Soprattutto se l’uomo che ti offre un cappuccino al bar del Kent ha lo stesso sguardo di George Clooney… e la fedina sentimentale di Casanova. “Si chiama John,” le dice sorridendo, mentre la schiuma disegna cuori nella tazza. “Anch’io!” risponde Pippa, già pronta a scrivere la storia del secolo: Amore a prima moka. Dopo due giorni, Vivian fa una ricerca su Google. “John è sposato. Tre figli. E la moglie insegna krav maga.” Rachel si affretta: “Ehi, almeno non ha detto che lavora per la CIA, è un passo avanti.” Gavin, lapidario come sempre: “Tesoro, hai appena flirtato con un reato di bigamia.” Pippa affronta l’uomo al bar con il tono di una detective: “Allora, John, dov’è il corpo del reato?” Lui balbetta. Lei sorseggia il cappuccino, ormai freddo, e capisce che la verità è amara quanto la caffeina. Rientrata a casa, Pippa scrive: “Amare dopo i cinquanta è come ordinare un cappuccino senza zucchero: elegante, ma amarognolo.” E archivia il caso come “Frode sentimentale con schiuma di latte.” Ma promette a se stessa che, al prossimo appuntamento, sceglierà un espresso. Senza bugie, senza zucchero.



