C’è un teatro che non racconta le grandi epopee, ma ciò che resta tra le pieghe: i silenzi sospesi, i gesti che non abbiamo visto, le parole che tornano a bussare quando meno ce l’aspettiamo.
Il teatro di Francesca Bruni appartiene a questa forma di delicatezza potente: un’indagine sensibile sulla memoria emotiva, su ciò che ereditiamo senza volerlo, e sul modo in cui la famiglia si inscrive dentro di noi con un’ostinazione misteriosa.
In Sembri tua madre la regista costruisce un tempo che non è lineare, ma interiore; una casa che non è scenografia, ma organismo vivo; una musica che non accompagna, ma guida.
L’abbiamo incontrata per farci raccontare l’origine di questo lavoro sorprendente, il suo metodo, la sua visione e il confine – sottile e fragile – tra ciò che vediamo in scena e ciò che ci attraversa senza che ce ne accorgiamo.

Da cosa nasce il desiderio di lavorare su una temporalità emotiva, più che cronologica, per raccontare una famiglia?
Quando ho iniziato a scrivere questo spettacolo, mi sono resa conto che la cronologia non mi interessava: mi interessava l’effetto che hanno su di noi le cose che non abbiamo detto, le decisioni rimandate, i momenti che avremmo voluto trattenere.
Il teatro permette questo piccolo lusso: lasciare che il tempo si pieghi per mostrare ciò che, nella vita, scivola via troppo in fretta.
Hai detto che “ogni gesto e parola restano nell’aria e si ripetono”. Qual è la somiglianza familiare – reale o simbolica – che ti ha ispirata di più nella scrittura di Sembri tua madre?
Quando dico che “le parole restano nell’aria e si ripetono”, penso a tutte quelle piccole eredità invisibili che ci portiamo dietro.
C’è un momento in cui ti sorprendi a usare una frase che non ti appartiene, un tono che riconosci come “familiare”, e capisci che il confine tra noi e chi ci ha cresciuti è più sottile di quanto crediamo.
Mi interessava proprio quella soglia sottile in cui ti scopri simile, pur continuando a pensare di essere completamente diverso.

La cucina romana, il caffè, il giradischi: uno spazio domestico che diventa quasi un personaggio. Come hai costruito questo ambiente affinché parlasse da solo, rivelando le crepe prima ancora che i personaggi le mostrino?
La cucina dello spettacolo è un luogo che tutti troveranno molto familiare: la casa dei nostri genitori, dei nostri nonni.
Quella generazione che, quando comprava casa, comprava anche i mobili per tutta la vita. Mobili solidi che non si cambiavano perché non serviva cambiarli: resistevano.
Ricordo ancora mio padre dire a mia madre, dopo vent’anni con la stessa cucina: “È ancora nuova.” E in effetti lo era: non si era rovinata perché, forse, una volta, i materiali erano migliori, più solidi.
Quell’idea di una casa che invecchia ma resta in piedi mi sembrava perfetta per raccontare i protagonisti di questa storia: una coppia che ha continuato ad amarsi e a restare insieme nonostante le difficoltà della vita.
Ho cercato quindi di costruire una cucina che avesse lo stesso tipo di resistenza: un ambiente semplice, vissuto, che porta addosso il passato ma resta saldo, come fa l’amore quando dura davvero.

La musica, da Nina Simone a Taylor Swift, attraversa epoche lontane e sensibilità diverse. Che ruolo ha avuto la colonna sonora nella scrittura e nella regia? È stata un punto di partenza o un filo rosso che hai trovato strada facendo?
Chi conosce i miei testi o le mie regie sa quanto per me la musica sia fondamentale.
Spesso non parto dalle parole, ma da un brano: ascolto una canzone e da lì immagino la scena, il ritmo e persino il modo in cui i personaggi si muovono o si guardano.
Anche in Sembri tua madre è stato così. La musica, per me, non è un sottofondo, ma una struttura. È il punto di partenza ogni volta che devo capire in che direzione va una scena.
Forse è anche per questo che spesso mi viene chiesto se la colonna sonora sia stata composta appositamente per lo spettacolo: perché le musiche che scelgo finiscono sempre per sembrare nate appositamente per quel momento, per quel gesto, per quella scena.
Il cast è composto da attori molto diversi per linguaggi ed energie.

Qual è stata la sfida più grande nel dirigere un ensemble che deve sembrare una “famiglia vera”, con tutte le sue dolcezze e le sue fratture?
La sfida più grande è stata trovare un respiro comune pur mantenendo le differenze individuali. Gli attori hanno energie, tecniche e perfino storie professionali molto diverse, e proprio questo ha reso la famiglia più credibile: una famiglia reale non è mai omogenea.
Lavorare con attori come Roberto Pesaresi, Daniela Bianchi, Francesco Della Torre, Giulia Mataloni e Michel Berinuccisignifica confrontarsi ogni giorno con sensibilità, ritmi e generazioni diverse, ed è stato anche incredibilmente divertente adattare modalità differenti per trovare un linguaggio comune.
E poi, come succede solo a teatro, è accaduto qualcosa di inatteso: pian piano sono emerse somiglianze spontanee. Gesti simili, camminate che si avvicinavano, piccole inflessioni che si allineavano senza che nessuno lo chiedesse.
È la magia del nostro mestiere: entri nei personaggi e, a un certo punto, il loro modo di stare al mondo si riflette nel cast. Nascono sinergie inspiegabili che rendono l’insieme più vero.

Nel tuo teatro c’è sempre una sottile vena cinematografica, quasi una lente che osserva da vicino ciò che non viene detto.In Sembri tua madre qual è “l’inquadratura” invisibile che senti più tua?
Ogni regista, credo, custodisce una propria ossessione visiva. La mia è lo sguardo laterale: ciò che i personaggi non dicono, ciò che sfugge dall’angolo del presente.
La mia “inquadratura invisibile” è sempre quella che osserva un dettaglio: una mano che sfiora un oggetto, un respiro trattenuto, una postura che tradisce una verità.
Spesso scherzo con gli attori dicendo: “Lo so, lo vedrà solo la prima fila… ma farà la differenza.” E lo penso davvero. Perché adoro lavorare con attori che mettono le emozioni al centro ditutto, anche a teatro. Soprattutto quelli che usano gli occhi oltre alla voce: una qualità quasi cinematografica che, se portata sul palcoscenico, può trasformare una scena in qualcosa di più profondo.
Credo molto nella micro-gestualità: negli sguardi, nelle pause di riflessione. A teatro devono essere più evidenti che al cinema, è vero, ma restano decisivi. Un dettaglio invisibile alla platea intera può dare verità all’attore e, di conseguenza, all’interospettacolo.
È lì, in quell’attenzione millimetrica, che sento il teatro più vicino al cinema: nella precisione emotiva che non ha bisogno di spiegarsi e che, quando funziona, arriva comunque a tutti.

Lo spettacolo sembra semplice… fino a quando non smette di esserlo.
Mi diverte molto far credere che lo spettacolo sia lieve. Lineare. Quasi rassicurante.
Poi, a un certo punto, qualcosa si incrina e il pubblico non capisce subito cosa sia successo, ma sente che l’aria è cambiata.
Quell’attimo in cui percepiscono che “non è tutto come sembra” è il mio preferito: è un modo rispettoso di dire allo spettatore:“guarda meglio, fidati di meno, senti di più”.
È un debutto, quindi sono estremamente curiosa di vedere come verrà accolto.
Credo sia uno di quei lavori che ti viene voglia di rivedere per capire cosa ti è sfuggito la prima volta. E se il pubblico tornerà, allora vorrà dire che abbiamo vinto.
Con Maria Antonietta, Paolo & Francesca e Il Mostro dagli Occhi Verdi hai esplorato storie e relazioni molto diverse. Cosa rappresenta Sembri tua madre in questo percorso autoriale? È un punto di arrivo, un nuovo inizio, o una confessione?
Questo spettacolo è un ritorno all’essenziale.
Dopo aver attraversato regine, miti, gelosie e tragedie, avevo bisogno di una storia che parlasse di piccole vite, di persone che forse nessuno racconterebbe, ma che custodiscono una grandezza discreta, spesso più autentica di quella dei personaggi storici.
È un nuovo inizio, ma anche un riconoscimento. Questo è il mio modo di fare teatro: che piaccia o meno, nei miei spettacoli si esce sempre con qualcosa che rimane dentro, con una domanda, una ferita, una riflessione. Non riuscirò mai a scrivere una commedia solo per far ridere: non è nelle mie corde e non lo sarà mai.
Amo il teatro perché, da bambina, quando vidi Il berretto a sonagli, uscii dalla sala con una sensazione profonda, quasi misteriosa, nonostante i sorrisi che Pirandello sapeva strappare.Quella confusione tra risata e vertigine, tra leggerezza e verità, è stata la mia prima rivelazione teatrale. E questa storia, più di tutte, mi ha ricordato esattamente perché ho iniziato.

Sembri tua madre è un debutto che somiglia a una rivelazione lenta: all’inizio accarezza, poi incrina, infine scava. Nel racconto di Francesca Bruni emerge una poetica limpida, fatta di micro-gesti, di oggetti che diventano custodi di memorie, di musiche che spalancano epoche emotive, e di ensemble che si trasforma, prova dopo prova, in una vera famiglia scenica. Il suo è un teatro che non cerca lo spettacolo, ma la verità.
Non l’urlo, ma il respiro trattenuto. Non la cronaca, ma l’eco che lascia. Con questo lavoro Bruni torna all’essenziale, alla vertigine delle piccole vite che contengono universi interi. E ci ricorda – con la grazia di chi sa guardare dove gli altri non guardano – che il teatro funziona davvero quando ciò che accade in scena continua a esistere dentro di noi, molto dopo che le luci si sono spente.
