E fummo vivi – L’alba della Resistenza

Ci sono quartieri che non sono solo luoghi, ma memorie viventi. San Lorenzo è uno di questi: ferito, ribelle, capace di trasformare il dolore in voce collettiva. Con E fummo vivi – L’alba della Resistenza, terzo capitolo di una trilogia teatrale, si compie un viaggio nella storia dimenticata della prima strage fascista. Non un racconto museale, ma un atto di resistenza culturale: fatto di poesia, ironia popolare e corpi che tornano a vivere sulla scena. Abbiamo intervistato Veronica Liberale.

Come nasce l’idea di portare in scena la storia della prima strage fascista a San Lorenzo e di raccontarla attraverso le vite ai margini?

L’idea nasce dal mio legame profondo con il mio quartiere d’origine, San Lorenzo, e dal rapporto vivo e stimolante con il suo attuale Comitato di Quartiere.

“E fummo vivi” è il terzo testo di una trilogia dedicata proprio a San Lorenzo: il primo era incentrato sul bombardamento del 1943 ( Pane, latte e lacrime) il secondo sul periodo dell’occupazione tedesca, raccontato attraverso la parabola umana di padre Libero Raganella, figura sanlorenzina di grande spessore ( Io Libero)

È stato proprio il Comitato di Quartiere a suggerirmi di completare il percorso narrativo affrontando il periodo dell’ascesa del fascismo e la ribellione del quartiere, sfociata nella prima strage fascista. Da lì è nata l’urgenza di dare voce a una memoria collettiva troppo spesso dimenticata.

Il testo alterna poesia, coralità e ironia popolare: come hai lavorato sul linguaggio per restituire fedelmente l’anima del quartiere?

Il linguaggio è popolare, crudo, diretto ma anche incredibilmente intenso e poetico. È il linguaggio di un quartiere che, all’epoca, era “fuori le mura”, escluso dal piano regolatore, abitato da chi arrivava con niente , spinto dalla necessità. Eppure, da quella umanità ai margini, nacque uno slancio sociale, politico e culturale senza precedenti.

Negli anni ’20, a San Lorenzo c’era addirittura una delle biblioteche più grandi d’Europa, in via dei Sardi, poi distrutta dai fascisti.

Per restituire con autenticità questa voce collettiva, ho studiato testi e testimonianze dirette, grazie anche al prezioso supporto dello storico Rolando Galluzzi, esperto di storia romana e sanlorenzina.

Nel testo convivono l’anima più bassa, quotidiana e prosaica del quartiere e quella più lirica, visionaria, resistente.

Pina, la lavandaia ostinata, e sua figlia Maria che scrive poesie: che valore hanno queste due figure femminili nel racconto della Resistenza nascente?

Pina, dura e calcolatrice, padrona della stalla che subaffitta agli altri personaggi, rappresenta il quartiere stesso: ruvido, pericoloso, ma anche capace di accogliere e includere.

Sua figlia Maria, che scrive poesie sugli scampoli di stoffa, è invece l’anima poetica di questa resistenza umana: la voce della bellezza che sopravvive anche nella miseria, il potere delle parole che guariscono e tengono viva la memoria.

Intorno a loro si muove un coro di personaggi ai margini, ciascuno con una forza e una dignità proprie, essenziali allo svolgimento della storia. Insieme compongono una resistenza corale, viva, vera.

Raccontare la prima strage fascista con nomi e volti significa dare identità a chi spesso è stato dimenticato: che responsabilità hai sentito nel riportare in vita questa memoria collettiva?

E’  stata una grande responsabilità, soprattutto perché lo spettacolo ha debuttato proprio a San Lorenzo, in piazza, davanti alla sua gente.

Ma accanto a questa responsabilità, ho sentito anche una profonda soddisfazione: ridare dignità e nome a vittime che la Storia e lo Stato – ha dimenticato.

Persone uccise due volte: prima dalla violenza fascista, poi dall’oblio.

Un lavoro prezioso in questo senso è stato fatto dal giornalista e scrittore Gabriele Polo, che nel libro Assalto a San Lorenzo ha riportato per la prima volta  i nomi delle vittime della strage. Da lì è partito anche il mio desiderio di trasformare quei nomi in volti, in voci, in corpi vivi sulla scena. E’ nato così  “E fummo vivi” fondendo   fatti storici veri con personaggi di fantasia.

Quanto ha influito il legame con San Lorenzo e con il suo Comitato di Quartiere nel processo creativo e nella regia?

Ha influito moltissimo. Quando si ha un legame così profondo con una comunità, non si può scrivere “su” di essa, ma “insieme” ad essa.

Il processo creativo è stato guidato proprio da questo legame vivo e condiviso: ascolti, scambi, memoria collettiva. Il Comitato di Quartiere ha giocato un ruolo fondamentale, non solo nel sostegno al progetto, ma anche nel suo orientamento umano e politico.

È un esempio concreto di come il teatro possa nascere dal basso e diventare strumento di identità, partecipazione e resistenza culturale

Lavoro corale – Lo spettacolo si definisce una “commedia umana corale”: come hai costruito la dinamica di gruppo tra gli attori e le diverse sensibilità artistiche?

Ho scelto un gruppo di attori con cui avevo già lavorato, persone e artisti  di  talento e umanità, di cui ho  fiducia e stima.

Sapevo che con loro non avrei costruito solo uno spettacolo, ma un progetto, quasi un manifesto.

Insieme abbiamo dato voce a una coralità fatta di fragilità, ironia, rabbia, poesia e resistenza. Ognuno ha portato la propria sensibilità artistica, ma anche un pezzo della propria visione politica e umana. Il risultato è una commedia umana, nel senso più profondo del termine. Basti pensare che gli scampoli di poesia scritti dal personaggio di Maria, sono di Rita Cattani, amica e collega scrittrice. Un lavoro di squadra insomma.

La partecipazione canora di Romina Bufano e il ruolo del Sor Capanna portano la voce popolare in scena: che funzione hanno musica e canto nel tessuto narrativo?

Hanno una duplice valenza.

Da un lato, il Sor Capanna – realmente esistito, vissuto proprio a San Lorenzo, stornellatore straordinario a cui deve molto anche Petrolini – rappresenta la voce popolare che sbeffeggia il potere e accende l’ironia.

Dall’altro, con il passare degli eventi, diventa il “coro greco” della tragedia, capace di commentare e accompagnare la storia fino al suo epilogo oscuro, profondamente umano e politico.

Le canzoni interpretate da Romina Bufano amplificano tutto questo: sono memoria viva, ironia, emozione e denuncia. Sono la voce di chi spesso non ha voce.

Guardando all’Italia di oggi, in che modo pensi che E fummo vivi parli al pubblico contemporaneo e quali domande vorresti lasciare agli spettatori dopo lo spettacolo?

Sono passati cento anni dai fatti raccontati, eppure certi meccanismi ritornano. Crisi sociali, disuguaglianze, silenzi comodi, morti che pesano meno di altre.

È brutto dirlo, ma ancora oggi ci sono vite che sembrano contare meno: proprio come accadde alle vittime della prima strage fascista da parte dello Stato.

In questo senso  “E fummo vivi” non è uno spettacolo sul passato: è uno spettacolo sul presente, e su quello che possiamo ancora scegliere di essere.

Vorrei che agli spettatori arrivasse questo: resistere è un verbo al presente.

Resistere è dissenso, è memoria, è parola. E la poesia – che in questo spettacolo è protagonista quanto i personaggi – è uno degli atti di resistenza più potenti che abbiamo.

E fummo vivi non è solo teatro: è memoria che si fa presente. È la voce delle vittime dimenticate, riportata in piazza, davanti alla loro gente. È un richiamo al pubblico di oggi: ricordare per resistere, resistere per restare vivi. Perché il teatro, come la storia, non è mai neutrale. È scelta, è denuncia, è collettività. E in questo spettacolo ci ricorda che resistere non è un ricordo del passato, ma un verbo al presente.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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