In uscita nelle sale il 15 ottobre 2025 “Alcooltest” è l’ultimo film del regista Stefano Usardi che vede come protagonista il celebre Drupi.
C’è del fantastico anche nella semplicità. È questa la cifra stilistica che accompagna da sempre il cinema di Stefano Usardi, regista capace di trasformare luoghi, volti e gesti quotidiani in racconti universali. Con Alcooltest, in uscita nelle sale il 15 ottobre 2025 e interpretato dal celebre Drupi al suo esordio da protagonista sul grande schermo, Usardi firma un’opera che oscilla tra realismo e visione onirica, tra intimità e surrealtà, affrontando i temi della caduta, del riscatto e del dialogo tra generazioni. Abbiamo intervistato il regista Stefano Usardi.

Alcooltest racconta una storia profondamente umana, tra sogni infranti e possibilità di rinascita. Qual è stata la scintilla che l’ha portata a scrivere e dirigere questo film?
In generale tendo a cercare personaggi semplici, ma che vivono completamente sfasati rispetto alle convenzioni del mondo che li circonda, e tutte le volte c’è qualche personaggio o elemento che ricorda loro il fatto di essere comunque connessi agli altri, questa è sostanzialmente la cosa che mi interessa. Soprattutto ora che l’individualismo ha ormai preso il sopravvento su ogni aspetto delle nostre vite, in ogni ambito, anche all’interno della famiglia, mi piace vedere che ci possono essere storie di collettività a rendere tutto più colorato e musicale. C’è del fantastico anche nella semplicità.
La scelta della Valbelluna come ambientazione non è casuale: è la sua terra e nel film diventa quasi un personaggio. Che legame ha con questo territorio e cosa ha voluto trasmettere attraverso di esso?
A dire la verità sono nato e cresciuto a Basilea, ma poi a 12 anni mi sono trasferito in montagna, nel Bellunese. Cerco da sempre di capire come mai le persone rimangono in un posto e come questo modifichi la loro percezione del mondo. È strano, ma ogni luogo ha una sua particolarità e la gente, involontariamente, ne è condizionata. Sono molto curioso di sentire le critiche da parte dei paesani che si vedranno nel film.

Sergio, interpretato da Drupi, è un uomo sospeso tra il peso del passato e la ricerca di un nuovo inizio. Quanto di universale c’è in questa storia di caduta e riscatto?
Penso ci sia molto di universale: non conosco vita che non abbia alti e bassi, si cerca sempre di comprendere cosa ci può rendere più forti e capire le condizioni per la risalita. Sergio è proprio in un momento così, emarginato, ma pronto al riscatto.
Il film mette in dialogo diverse generazioni: dagli anni ’70 di Sergio, alle nuove band, ai giovani personaggi. Cosa l’affascina di questo confronto intergenerazionale?
Anche questa è una caratteristica dei nostri film. C’è sempre un rapporto tra persone con età molto diverse, mi piace far notare che nel presente, da vivi, non c’è alcuna differenza d’età, conta molto di più la voglia di vivere e di fare cose, questo i miei personaggi lo sottolineano sempre. E poi nella società attuale si elogia sempre la gioventù come qualità, ma non è così, ci sono giovani qualitativi e altri molto meno. Secondo me la giovinezza non sempre è una qualità, e la stessa cosa si può dire dell’anzianità. Questo per dire che non ha importanza l’età, ma la qualità del proprio pensiero, la creatività, la curiosità. Nei miei film ci sono sempre anziani altamente qualitativi.
Ha dichiarato che durante le riprese il film stesso sembrava prendere una propria direzione, quasi come se vi guidasse. Ci racconta un momento sul set in cui ha percepito questa magia?
È vero, questo film è cresciuto con una sua autonomia, non ho dovuto intervenire ma solo cercare di non esagerare con la deviazione. Ho sempre amato questa condizione in cui le situazioni si creano da sole e condizionano il film. Di episodi ce ne sono molti, ma ad esempio una notte con le mucche che scappavano un ombra casuale ha creato un gioco di luci incredibile che ancora oggi facciamo fatica a capire come sia successo. Ad ogni modo con il prossimo progetto vorrei provare ad avere un maggiore controllo, anche se so che non sarà così…

Drupi, alla sua prima esperienza da protagonista al cinema, ha portato autenticità e improvvisazione. Com’è stato lavorare con lui e quanto ha arricchito il personaggio di Sergio?
Drupi è un grande. Una bella persona accompagnata da Dorina, persona altrettanto bella. Loro mi hanno lasciato tranquillo e io ho cercato di assecondare la spontaneità di Sergio-Drupi. Lui poi, quando si trattava di parlare di musica aveva una conoscenza delle dinamiche esatte di quel mondo che ha sicuramente reso più vero il personaggio di Sergio.
Alcooltest alterna momenti intimi e riflessivi a scene più surreali e grottesche, come le sagre paesane o la fuga del vitello. Come ha costruito questo equilibrio tra realismo e visione onirica?
L’equilibrio si è creato da sè, sempre se si può parlare di equilibrio. Io provo sempre a fare dei film drammatici, eccetto i primi due, che avevano espressamente una nota comica, ma poi alla fine questa drammaticità assume sempre una connotazione surreale, grottesca. Mi piacerebbe sapere il perché, forse è il mio modo di sdrammatizzare il dramma.
Guardando al futuro, cosa spera che il pubblico porti a casa dopo aver visto Alcooltest? Quale emozione o riflessione le piacerebbe restasse impressa negli spettatori?
È un film enigmatico, che offre molti spunti di riflessione. Sicuramente il pubblico ha grande libertà interpretativa. Diciamo che la riflessione maggiore mi piacerebbe che fosse quella legata alla collettività, al capire che gli altri possono avere una visione diversa dalla nostra e che tutto può essere visto anche in un altro modo. Non saranno emozioni forti, ma profonde riflessioni, spero. I prossimi due film cercherò, invece di puntare più sull’emozione dello spettatore, con un pizzico di drammaticità in più.

In Alcooltest non ci sono risposte facili, ma riflessioni aperte: la collettività che arricchisce l’individuo, la possibilità di rinascere dopo lo smarrimento, l’idea che la qualità del pensiero conti più dell’età. Stefano Usardi ci consegna un film enigmatico, a tratti grottesco, che lascia allo spettatore la libertà di interpretare. Un invito a guardare il mondo con occhi nuovi, ricordando che anche nella semplicità può nascondersi il fantastico.









