Quando la Parola si fa voce: Fernando Maraghini ed Erica Pacileo raccontano la Speranza

Certe volte, la vita sembra avere bisogno di un respiro più profondo. Non un semplice evento, non una serata da calendario, ma un tempo sospeso in cui fermarsi, ascoltare, guardarsi intorno e chiedersi: che cosa ci tiene vivi? Che cosa ci rende umani, nonostante le fatiche, i dolori, le cadute?

Il Festival dello Spirito, giunto alla sua seconda edizione, sembra nascere da questa domanda. Non è una rassegna come le altre: è un percorso che intreccia la Parola e l’Arte, la musica e il teatro, la riflessione e il silenzio. Quest’anno, con una novità decisiva: non solo Arezzo, ma l’intero territorio diocesano diventerà scena, con incontri e momenti di meditazione diffusi nei vicariati.

Al centro, due figure che danno carne e voce a questa visione: Fernando Maraghini, attore che leggerà i Salmi di Speranza nell’evento inaugurale, ed Erica Pacileo, direttrice artistica e anima organizzativa del Festival insieme all’associazione culturale Almasen. Li incontriamo ad Arezzo, in un pomeriggio che già porta con sé l’attesa di settembre, per parlare con loro di fede, speranza e della forza fragile e invincibile dell’arte.

Il dialogo

Fernando sorride con discrezione, come se le parole che sta per pronunciare non fossero davvero sue, ma appartenessero a un altrove che si limita a custodire. «I Salmi – dice – non si recitano. Non sono versi da teatro. Sono voci che arrivano da un abisso lontano e che chiedono solo di essere ascoltate. Il mio compito non è interpretare, ma farmi attraversare. Non devo imporre il mio timbro, ma diventare strumento, respiro. Ogni volta che leggo un Salmo, sento che la speranza non è una costruzione mentale: è un atto di affidamento, di resistenza, di fiducia che anche nel buio esiste una mano che non ci lascia cadere».

Accanto a lui, Erica Pacileo lo ascolta con uno sguardo attento, quasi protettivo. È lei a raccontare la scelta di portare il Festival nei vicariati: «La Parola non può restare chiusa in una città, per quanto bella sia Arezzo. Deve circolare, deve farsi incontro. Ogni comunità ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa, e la speranza non è mai un’esperienza solitaria: cresce quando diventa condivisione. Così abbiamo deciso che quest’anno il Festival fosse un viaggio, un seme sparso in più terre. Ogni incontro sarà diverso, perché diverso è il volto di chi ascolta Il merito di questo viaggio nella ‘Parola’ nei vicariati va attribuito a Maria Madiai che si è fatta carico di organizzare il tour. Siamo un team condiviso, a ci-dirigere il Festival insieme a me e Fernando c’è anche il prezioso Alessandro Melis».

Il discorso si fa più intimo quando chiediamo a Fernando cosa significhi, per lui, unire teatro e spiritualità: «Non serve essere credenti per vibrare davanti a un Salmo. L’arte arriva dove la ragione non basta. Può aprire spiragli anche a chi si definisce lontano, scettico. Io credo che il teatro, quando è vero, sia sempre un atto spirituale: ti mette davanti a te stesso senza filtri, ti obbliga a guardarti e a guardare l’altro. E in quell’istante, se c’è onestà, se c’è ascolto, qualcosa si muove. Qualcosa si apre».

Erica sorride. Le sue parole, invece, hanno il ritmo della concretezza, di chi sa che dietro la poesia ci sono impegni, incastri, budget, fatica. «La parte più difficile – confessa – è conciliare i sogni con i mezzi. Portare avanti un festival gratuito, aperto a tutti, richiede un coraggio che a volte sembra imprudenza. Ma poi arriva il momento in cui una chiesa si riempie di silenzio, le persone trattengono il respiro davanti a una nota o a un verso. In quell’istante capisci che stai facendo qualcosa che vale, che lascia un segno. E allora ogni fatica trova il suo senso».

E poi c’è lo “Stabat Mater” di Pergolesi, che chiuderà il pomeriggio inaugurale. Chiediamo a Fernando cosa significhi confrontarsi con un’opera così radicale nel dolore e nella compassione. Lui abbassa lo sguardo, come se volesse rispettare la densità di quel titolo. «Lo Stabat Mater è il canto di una madre che vede morire il figlio. È uno dei vertici del dolore umano. Eppure quella musica non è disperazione: è pianto che si trasforma in luce, è ferita che diventa bellezza. È un insegnamento per tutti: non possiamo cancellare la sofferenza, ma possiamo attraversarla, lasciando che si trasformi. E questo, per me, è il cuore stesso della speranza».

Infine, chiediamo a Erica di chiudere lei, con una definizione personale. Da dove nasce la speranza? Ci pensa un istante, poi dice: «Nasce dall’incontro. Quando usciamo da noi stessi, quando non restiamo prigionieri delle nostre paure, ma ci affidiamo all’altro, allora la speranza fiorisce. È fragile, certo. Ma è reale. E la Parola ci ricorda che nessuno è solo. Ogni volta che un uomo o una donna sente questo, anche solo per un attimo, allora la speranza ha già messo radici».

Il Festival dello Spirito non è solo un calendario. È un atto di resistenza silenziosa in un tempo che corre troppo in fretta. È la voce che diventa preghiera, la musica che trasforma la ferita, lo sguardo che si apre al volto dell’altro.

Arezzo e i suoi vicariati diventano, per una settimana, il luogo in cui la Speranza prende forma concreta: nei Salmi letti da Fernando, nei sogni organizzativi di Erica, nelle parole del Vescovo Migliavacca, nei canti e nei silenzi delle comunità.

E alla fine resta una certezza sottile ma potente: la Speranza non è un lusso, non è un’illusione. È un seme che chiede solo di essere custodito. E quando l’arte, la fede e la comunità si stringono insieme, quel seme non può che germogliare.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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