Il mondo intero non solo è una ribalta ma anche esperienza ed emozione, passione e visione, passato e presente, possibilità e cambiamento. Vincenzo Bocciarelli ci conduce nel suo mondo dalle mille declinazioni artistiche regalandoci ogni volta qualcosa di nuovo e unico. I suoi infiniti progetti, l’amore incontaminato per l’arte in tutte le sue angolazioni e possibilità, il cinema, il teatro, la scrittura, la pittura e adesso anche una nuova avventura stilistica. C’è di più ma ancora non è tempo del disvelamento del nuovo progetto che lo vedrà sicuramente percorrere itinerari di successo. Caro Vincenzo, benvenuto nel mio Magazine… per te il 2022 si è aperto con tanti impegni e tanto successo, ma siamo solo all’inizio che cosa ti aspetti da questo nuovo anno? Nuove sorprese e nuovi avvincenti progetti. Il “22” è il mio numero fortunato. Il 2022 rappresenta per me l’anno di un traguardo significativo e importante e per il 22 febbraio… chi mi conosce, so di cosa sto parlando. Regalaci 5 aggettivi che parlano di te. Buono, entusiasta, sensibile, generoso e… impaziente. Sei nato in Lombardia, cresciuto in Toscana, ora vivi a Roma. Perché questa scelta? Amo follemente la città eterna. È stato un amore a prima vista nato quando a tredici anni mio padre, per la prima volta, mi portò a visitare il mausoleo di Cecilia Metella sull’Appia antica. Che cosa hai provato? Ho avuto la netta sensazione di essere da sempre appartenuto a questa città; per indole ho bisogno degli stimoli che regala la grande città come, ad esempio, New York che porto sempre nel cuore. Tanti i ruoli che hai ricoperto tra cinema, teatro e fiction, come ti approcci ai vari stili di recitazione? Questo è un aspetto molto interessante del mestiere “artigianale” dell’attore. La costruzione, l’imbastitura del personaggio non è mai la stessa. Io personalmente mi lascio trasportare dagli stimoli sia esterni sia interiori, ovviamente coadiuvati dell’anima che è alla base di tutto. Sono un instancabile osservatore… inoltre il mio lavoro didattico delle masterclass è per me continua fonte di ispirazione e arricchimento reciproco. Ti sei messo in gioco anche con la scrittura del libro “Sulle ali dell’arte”, a tal proposito cosa ci dici? Questa nuova esperienza artistica, alla quale mi sono approcciato all’inizio con titubanza e grande umiltà, la considero un proseguimento a corollario del mio lavoro: l’arte, in ogni sua forma, è il necessario supporto e unione di anime affini. Durante il primo lockdown l’arte è stata fondamentale, uno spazio di linfa e creatività. In quel periodo durante il Bocciarelli home Theatre ha preso il volo il mio libro, un racconto intimo e autentico dove mi sono messo a nudo. È nato il tuo brand di t-shirt e felpe ci racconti qualcosa? Da pochi giorni è nato il mio brand Agape The New Art Style: vestiti d’arte, ricoperti di anima. Questa nuova esperienza artistica, come il libro, è parte della mia personale ricerca artistica che ha mille sfaccettature. La pittura è da sempre mia fedele compagna. La cosa che più ami fare? In questo periodo dormire. Il tuo rapporto con i social? Mi piace tantissimo, anche se talvolta è impegnativo tener vivo un rapporto costante con i miei follower attraverso stories e post sempre aggiornati. C’è una novità a tal proposito, da martedì 8 febbraio verrà lanciato un nuovo appuntamento settimanale con Barbara Fabbroni, in cui affronteremo il delicato ma splendido tema dell’amore. Cosa non avresti mai voluto fare nella vita? L’avvocato. Progetti e sogni nel cassetto? Il 14 febbraio sarò protagonista di “Recital d’amore” nel corso di una serata esclusiva a via Veneto a Roma, già soldout.Mi dividerò tra l’insegnamento nelle mie Masterclass a Cinecittà, nuovi lavori televisivi e cinematografici, senza tralasciare mai il mio amato teatro. Un sogno nel cassetto? Il mio debutto alla regia cinematografica. Quando? Non posso svelare ancora nulla, è troppo presto. Ph: Valerio Faccini
Cinzia Macchi: anima, cuore e creatività
Cinzia Macchi una meravigliosa donna che ha saputo realizzare un sogno incastonato in un progetto perfetto per la cura dell’altro. Solo l’amore può creare la giusta alchimia che illumina un viatico fatto di stile e armonia, accoglienza e partecipazione, cura e fashion. La cifra del suo essere nel mondo si mostra nella grazia della sua essenza che tende una mano piuttosto che ritirarla. I sogni sono desideri che accompagnati dalla giusta declinazione realizzano un insieme unico e irripetibile. La capacità imprenditoriale, la forza, la determinazione, la voglia di non arrendersi mai hanno prodotto il terreno fertile per la realizzazione di un brand unico al mondo. La Milanesa bag nasce in uno dei momenti più difficili per il pianeta, infatti dopo poco scoppia la pandemia, tuttavia la forza creativa, la gentilezza verso l’altro, la cura nei dettagli e la perfezione di un’idea hanno intrecciato un itinerario di successo e realizzazione. Cinzia Macchi con la gentilezza e la generosità che la contraddistinguono ci racconta del suo incantevole brand. Come nasce La Milanesa bag? LaMilanesa bag nasce per gioco, o meglio per un bisogno di trovare il giusto percorso per poter aiutare le persone meno fortunate. Ovvero? Principalmente donne che hanno subito abusi di ogni genere. Chi è l’anima e il cuore di questo progetto? L’anima, il cuore e la creatività della LaMilanesce nasce e si sviluppa da Cinzia Macchi. 5 aggettivi che raccontano Cinzia? Sinceramente sia a questa sia alla prossima domanda, non sono molto brava e nemmeno mi sento la persona più adatta a darmi degli aggettivi, dovrebbero essere dati da chi mi conosce e da chi conosce il brand. Posso solo dire di essere una persona estremamente sensibile, sognatrice seppur testarda, fraglie ma forte nello stesso tempo e decisamente di cuore…. Cosa narra lo stile de La Milanesa? Cosa dire, ecclettica, alternativa, artigianale, attenta al problema dell’inquinamento, divertente e di qualità. Come nasce il nome del brand? Il nome LaMilanesa non è altro che un omaggio alla “Mamma” Milano… per tutto ciò che mi ha dato e per essersi presa cura di me. Come Milano si è presa cura di lei? Arrivo da un paese della provincia di Varese, Solbiate Olona, dove non esiste un palazzo, tutti si conoscono. Giunta a Milano avevo mille paure tra cui affrontare la grande città e tutto ciò che essa racchiude, ma Milano mi ha sempre fatta sentire a casa, mai un ospite. Un omaggio dovuto quindi. Quanto è stato difficile far nascere un brand in un momento faticoso come questo? Dire tanto è superfluo perché siamo nati proprio appena prima che l’Italia venisse chiusa nel primo lock down. Ricordo che avevo tutti i cartoni con la merce pronta da spedire ai clienti e tutto si è fermato… Al tempo stesso devo ringraziare questo lock down perché mi ha costretto a “scrollarmi” di dosso tante mie paure e tabù, a tirare fuori gli artigli per non arrancare. È stata questa la mossa vincente. La Milanesa non è solo moda ma anche sostegno alle persone più sfortunate, diciamo moda e integrazione vanno a braccetto, ci racconta di più? LaMilanesa è soprattutto sostegno. Ogni suo progetto è legato ad una causa. Se così non fosse non potrebbe esistere. In ogni borsa c’è un pezzettino di anima e tanto cuore. La borsa deve emozionare e trasmettere qualcosa. Ogni borsa è realizzata artigianalmente da donne, case di riposo e piccole botteghe artigiane, tutte made in Italy. Allegria ed eleganza, secondo lei, sono la base di una donna stilosa? Perchè? La moda, dal mio punto di vista, è il non prendersi molto sul serio, deve esserci una giusta dose di leggerezza. L’eleganza e la classe sono qualcosa di innato ma tutti possiamo sentirci bene solo se stiamo bene con noi. Come prendono vita le sue collezioni? In realtà, sembra buffo, ma nascono così…da un pensiero improvviso, nel guardare un oggetto, un particolare che accende la fantasia oppure di notte tra mille pensieri che poi devono essere subito gettati su carta. LaMilanesa che cos’è? Oltre che essere una borsa? LaMilanesa è un modo di essere. È quel qualcosa che ti fa stare bene, che ti rende unica e non una donna clone di tante tante altre solo perché è tendenza…. Ha un’icona cui si ispira? In realtà non saprei, ho sicuramente delle donne che stimo e ammiro che vanno da Lady Diana, a Alda Merini da Audrey Hepburn a Frida Calo Le donne cosa cercano in una bag LaMilanesa? Unicità e calore. Qual è la donna giusta per portare LaMilanesa? Qualunque tipo di donna. Quando una donna è davvero stilosa? Quando ciò che indossa la fa sentire sicura di sé. Perché scegliere LaMilanesa? Sinceramente non saprei rispondere, spero perché piaccia e per la sua alta qualità nei materiali e nella lavorazione. È più artigiana dei sogni o coglie la tendenza del momento? Decisamente Artigiana di Sogni. Ha creato un charm a forma di scarpina, perché? È stato creato per il Gruppo Ospedaliero San Donato durante, purtroppo, la seconda fase di lock down. Le ho chiamate “le scarpine della rinascita”, perché son le prime “babbucce” che indossano i neonati e noi, in questa pandemia, siamo come un neonato che deve muovere i suoi primi passi per poter crescere e camminare da solo… Quanto nella moda c’è bisogno di singolarità e unicità, sostegno e visione d’insieme? Secondo me oggi c’è bisogno più che mai di una Storia … che crei un prodotto. Minimal o classico, dove si colloca LaMilanesa? LaMilanesa si colloca in tutto questo aggiungendoci anche un tocco di sana follia. Ha delle testimonial? La gente comune. LaMilanesa è anche per una serata di gala? Si abbiamo dei modelli per le serate. La perfezione sta nell’imperfezione, La Milanesa è perfetta? Assolutamente no, assolutamente imperfetta, siamo sempre alle scuole elementari… Che cosa non deve mai mancare nell’armadio di una donna stilosa oltre che LaMilanesa? Il cuore e un bel sorriso sempre. Ci può anticipare qualcosa della nuova stagione? La nuova stagione estiva sarà caratterizzata da paglia, rafia e
Un dandy in città
L’uomo dandy è tornato di moda sebbene non sia nato oggi. Augusto Ferretti ci insegna che essere un dandy non è solo un modo di vestire bensì è uno stile di vita a tutto tondo. La sua natura creativa lo porta a ricercare con minuziosa attenzione ogni suo outfit come se fosse un’opera d’arte. Il suo non è solo un modo di vestire ma uno vero e proprio stile di vita che si incastona perfettamente in questa società targata 2.0. Chi è Augusto? Casentinese di nascita ma aretino per vita, affetti e lavoro. Ho 50 anni, sono curioso, appassionato alla vita come un adolescente. E @augustoeffe71? La mia versione social, la parte in cui l’immagine prende il sopravvento sul mio lato umano, dove l’aspetto forse più leggero e narcisista viene messo in mostra. I miei followers sanno che sono presente con tutti. L’educazione e la gentilezza devono essere presente in ogni contesto. Cosa fai nella vita? Sono un dipendente pubblico, un ragioniere … non alla Fantozzi! Come nasce l’amore per lo stile dandy? Da mia mamma, è sempre stata una donna elegante, di stile sia nel vestire sia nel modo di essere. Seppur il tutto è nato per una serie di coincidenze. Sono un tifoso della Juventus, andando a Torino in pullman, per una partita, un mio amico mi fa mettere seduto accanto a un suo amico, un artigiano che realizza bracciali, collane e accessori principalmente da uomo. Il viaggio è lungo e siamo diventati amici, così lui mi ha proposto di andare a Pitti Uomo. Cosa significa essere Dandy oggi in questa epoca 2.0? Per me essere dandy vuol dire essere una persona che si veste con stile ed eleganza, che ha ancora la capacità di guardare avanti seppur prende spunto dallo stile passato. Alla base di tutto resta sempre l’eleganza e il modo di essere di una persona. Nel mondo 2.0 la gentilezza e l’educazione mancano, il Dandy, come lo interpreto io, cerca di farle rimanere sempre attuali. A chi ti ispiri? A nessuno in particolare, osservo molto, cerco di trovare ispirazione con gli occhi. Ho uno stile mio, dove mi sento a mio agio, nulla di artificialmente. I Millennials cosa pensano di te? Sinceramente non ne ho idea! Mio figlio mi vede come un “vecchietto” anche quando vesto con in jeans, maglietta, giacca mimetica e cappellino truck, che dire … lo capisco. Di fatto chi è il dandy? Per molti il dandy è una persona che veste elegante in modo, a volte, eccentrico, non passa inosservato, viene considerata una persona superficiale che guarda solo all’apparenza, attento solo all’immagine. Invece? Invece, l’eleganza non si ferma solo al vestire o al curarsi ma riguarda i modi, i comportamenti, la gentilezza … Esiste un club dei dandy? Non lo definirei un club, ad Arezzo ogni anno, grazie ad una idea di Alessio e Stefania di Impero Progressivo si svolge il Dandy Days. Che cos’è? È un raduno nazionale, anzi internazionale, di Dandy, quella dell’ottobre 2021 è stata la V° edizione. Vi incontrate spesso? Cosa fate? Ci incontriamo soprattutto in occasione di eventi, il Dandy Days è uno di questi ed è forse il principale. Un altro momento di incontro è: Pitti Uomo a Firenze … cosa facciamo? Semplicemente passiamo del tempo dialogando e parlando in modo sereno, pacato e rilassato, ci conosciamo e ci confrontiamo, non solo sulla moda ovviamente Che cosa rappresenta nell’immaginario collettivo essere un dandy? Veniamo considerate delle persone eccentriche, un po’ fuori dal tempo, egocentriche, vanitose e superficiali che amano solo apparire; invece, mai come in questo caso l’apparenza inganna, dietro c’è anche molta sostanza, non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è eleganza nel modo di essere e di rapportarsi con gli altri. Ti vesti da dandy o vivi come un dandy? Vivere come un dandy vuol dire essere una persona elegante non solo nello stile ma anche nel quotidiano della propria vita. È un’eleganza, un’educazione nel modo di essere, di porsi, di rapportarsi. Posso dire che: vivo da Dandy. E la tua casa che stile ha? Ha uno stile moderno, sono per le case minimaliste, magari con un pezzo antico a spezzare il moderno, un quadro super colorato, le luci calde. Nel vestire sono molto “carico” in casa è il contrario: lineare e semplice. Le persone sono curiose del tuo stile? Sono piuttosto curiose, lo sono sia in senso positivo sia in senso critico. All’inizio prevaleva la critica, poi la curiosità e adesso cercano di capire. Cosa offri ai tuoi followers? Essenzialmente offro me stesso, il mio stile che ha molte sfaccettature. Spero di ispirare le persone nel loro modo di vestire uscendo dalla loro comfort zone di abbigliamento. I Social ti stanno aiutando? Direi si, soprattutto negli ultimi tempi. Disegni tu i tuoi abiti? Disegnare no perché non sono uno stilista ma ogni outfit, ogni look, ogni accessorio lo scelgo con attenzione. Non potrei mai indossare un qualcosa in cui non mi sento a mio agio. Hai un’icona cui ti ispiri? Nessuna icona, creo i miei outfit mescolando un pò di tutto, l’idea è quello di avere uno stile tutto mio che sia riconducibile solo a me, non mi piace essere la copia di qualcuno. Ti abbiamo visto a Pitti uomo, sei testimonial di qualche brand? Testimonial è eccessivo però collaboro con artigiani e aziende di Arezzo indossando le loro creazioni con l’obiettivo di accrescere la loro e la mia visibilità. Tradizione, manualità, determinazione, e fantasia compagne di viaggio in questo itinerario creativo e curioso, sei d’accordo? Assolutamente si, ogni parola da te elencata trova spazio in ogni mio outfit. La tradizione è intrinseca nel mio stile dandy, la manualità degli artigiani con cui collaboro, che realizzano le creazioni che indosso, la determinazione con cui provo a raggiungere i miei obiettivi, la fantasia sempre presente quando studio gli outfit. La cosa che più ami fare? Ti rispondo di getto, la cosa più bella da fare per me è ridere, essere ironici, avere la capacità di non prendersi troppo sul serio, di sdrammatizzare e
I’m Rossella C.
Il meraviglioso mondo di Rossella C. è spiegato dalla sua infinita passione per lo stile che non ha né stagioni né appartenenze. Lo stile è qualcosa che vibra nell’anima della persona, è la sua natura fatta di declinazioni delicate e dense, trasgressive e passionali, leggere e solari, affascinanti e seduttive. È un algoritmo tutto personale che fa di quella persona una donna stilosa. La bellezza risiede negli occhi di chi guarda, non possiamo essere perfette ma lo stile è quello che ci rende uniche. In fondo come ben ci ricorda Iris Apfel: «Il segreto per avere stile è capire chi sei, ma questo lo capisci solo dopo anni» poiché «Non ci sono regole per lo stile: è questione di saper esprimere sé stessa e avere attitude». Chi è Rossella? Rossella è amica, mamma e donna d’affari. E Rossella C.? Rossella C. è il frutto della mia passione per la moda, della ricerca continua dello stile. Rossella C. è il mio negozio, dove mi piace accogliere le mie clienti per trasmettere emozioni negli stili che propongo. 5 aggettivi che ti riconosci? Brillante alquanto, varia parecchia, diversa, ho dato molto. Come nasce il tuo amore per la moda? Sin da adolescente avevo il pallino per la moda, seguivo tutte le tendenze del momento, fino a quando mi si è presentata l’occasione di farne una professione. Il tuo primo negozio? Biban E poi? E poi è nato “Rossella C.”. Il tuo brand come vede la luce? In questo momento così particolare, lo stimolo per andare avanti è la luce. La moda, di fatto, che cos’è? È tutto ciò che indossiamo coinvolgendo anche i nostri stati d’animo. Stagione dopo stagione come crei le tue collezioni? Ricercando continuamente aziende e collezioni che rispecchino lo stile “Rossella C.”. Hai una fonte d’ispirazione? Tutto ciò che mi circonda è una continua fonte d’ispirazione. Le emozioni non hanno voce un po’ come la creatività di un abito, una maglia, un capospalla? Direi che tutti i capi dal momento che vengono indossati diventano emozioni ed è proprio chi li indossa a dargli voce. Perché vestire la donna curvy? La donna è donna in tutte le sue curve e sfaccettature, lo stile non cambia. Cosa vuoi trasmettere alle persone che scelgono Rossella C.? Scelgono loro, io, insieme al mio staff, metto a disposizione tutta me stessa e i miei consigli per proporre capi giusti per ognuna delle nostre clienti. Le donne, oggi, cosa cercano quando decidono di acquistare un Rossella C.? Qualità, ricerca e cura del particolare. Qual è la tua donna tipo? Quella che riesce a trasmettere il proprio stile. E la donna che interpreta bene Rossella C.? Quella che indossa i nostri capi nella sua semplicità quotidiana. C’è una celebrity che vorresti vestire? Noi consideriamo ogni donna una celebrity. Quando una donna è davvero stilosa? Quando si sente a proprio agio con ciò che indossa. Sei più artigiana dei sogni o cogli la tendenza del momento? Nessuna delle due. Minimal o classico, dove ti riconosci? Rossella C. non è né minimal né classica, è semplicemente Rossella C. Hai delle testimonial? Tutte le nostre clienti sono le testimonial Rossella C. Se sì, come le scegli? Ci piace che le nostre clienti si trovino bene con i capi che scelgono e siano contente. Per noi, le migliori testimonial sono le clienti con in dosso i nostri capi. Cosa rende bella una donna? Il suo sentirsi bene, uno stile che la rappresenta e un filo di trucco. Che cosa non deve mai mancare nell’armadio di una donna stilosa? Ciò che la rappresenta, ognuna di noi ha il proprio stile; quindi, mi sento di dire che non ci sono standard da tenere nell’armadio. Quanto è importante la rete e il mondo Social per far conoscere il tuo brand? I social oggi sono fondamentali. Un’anticipazione della prossima stagione? Sicuramente racchiuso in un’unica parola: colore. I tempi corrono e adesso @imrossellac dov’è? Al passo con i tempi. Un’anticipazione per le tue follower? Stay tuned.
Assotutela Academy per il cinema e il teatro
Quando la cultura si sposa con il sociale. Nasce a Roma l’Accademia del cinema e del teatro, alta scuola di formazione, per coltivare talenti che intendono arricchire un settore che da tempo sta vivendo una crisi senza precedenti. L’idea nasce dalla elaborazione di un gruppo di lavoro ben collaudato, di cui fanno parte Danilo Melandri (Oasi Park), Gianluca Guerrisi (Argos forze di Polizia) insieme alla cantautrice Carol Maritato, alla vicepresidente di Assotutela Emanuela Maritato e al presidente Michel Maritato. La vera novità di questa iniziativa è legata alla possibilità di avere, tra gli allievi, i ragazzi disabili che potranno frequentare i corsi senza alcun onere. Una lodevole iniziativa volta a offrire opportunità a persone altrimenti in difficoltà di inserimento. “Abbiamo sempre perseguito la strada dell’inclusione” spiega Michel Maritato, presidente di AssoTutela, che da tempo si batte per le tematiche sociali e la tutela dei diritti dei più deboli. “Questa nostra esperienza può aprire la strada ad analoghi progetti che accrescono le possibilità dei giovani più svantaggiati”. L’Accademia si avvarrà dell’apporto di Walter Lippa, attore che nella serie Gomorra interpretava il personaggio di Carlucciello nella veste di direttore e del poliedrico artista Davide Rausa, conosciuto come Monsieur David, fantasioso padrone delle scene negli spettacoli di Feet Theatre, il Teatro del Piede, storico e creativo genere teatrale. Completano il team Pamela Formisano, Alessandro Regis e la psicoterapeuta Barbara Fabbroni, ed il già commissario Luigi Giannelli, per anni alla guida delle attività teatrali di Rebibbia. “Perché vogliamo ribadirlo una volta per tutte: la disabilità è solo negli occhi di chi la vede” chiosa Maritato.
Valerio de Gioia e Adriana Pannitteri: In nome del popolo televisivo
“In nome del popolo televisivo” da Cogne ai giorni nostri – questo il titolo provocatorio del nuovo volume scritto a quattro mani dal Giudice Valerio de Gioia – magistrato presso la quarta sezione penale del Tribunale di Roma e dalla giornalista Rai del Tg1, Adriana Pannitteri. Opera, edita da Vallecchi, che analizza attraverso una precisa ricostruzione dei fatti, i casi di cronaca più importanti di questi ultimi 20 anni che hanno segnato tanto la storia giudiziaria italiana quanto i palinsesti televisivi – inchiodando davanti il televisore milioni di telespettatori, che settimana dopo settimana, seguivano l’evoluzione degli eventi. Tutto ha avvio il 30 gennaio 2002. L’Italia è scossa dalla cruda morte di un bambino di Cogne. La madre, Annamaria Franzoni sconterà, dopo un’indagine lunga e difficoltosa, la sua pena in misura di massimo rigore. Chi non la ricorda con lo sguardo velato e i singhiozzi nel salotto di Studio Aperto, a pochi mesi dalla morte del piccolo Samuele? Da allora in poi niente sarà più come prima, il contenitore televisivo si trasformerà in una vera e propria aula virtuale appropriandosi di un linguaggio un tempo appartenuto alle sole aule di giustizia. A questo caso investigativo si uniscono altri delitti, tra i quali: Yara Gambirasio, Ciontoli, Parolisi, Carretta – fino al delitto dell’Olgiata che sembra uscito da un film di Hitchcock – tutti casi divenuti nel corso del tempo appuntamenti imprescindibili nell’ambito di contenitori e programmi televisivi caratterizzati dalla narrazione investigativa e da share di un talkshow avvincente. La tela narrativa – cucita dalla prefazione di Massimo Bernardini e dalla postfazione di Klaud Davì – si prefigge principalmente, oltre a ripercorrere i noti casi, di evidenziare l’importanza dell’informazione e l’incidenza offerta di tali palinsesti – che diverse volte hanno fatto da apripista per la riapertura delle indagini, fornito punti di svolta per gli inquirenti in diversi processi.
Monica Vitti: una vita per il cinema
Si è spenta questa mattina Monica Vitti. Nata a Roma il 3 novembre del 1931 con il nome di Maria Luisa Ceciarelli. Scopre l’amore per il teatro sin da ragazzina quando la guerra faceva da padrona nella vita di tutti, gioco e recitazione erano compagni pomeridiani in cortile con gli amici. Attrice dal talento smisurato, musa di Michelangelo Antonioni, attrice per Mario Monelli, compagna di Albero Sordi nelle più intense pellicole della commedia italiana. Interprete di grandi film al fianco di Tognazzi, Manfredi, Gassman. Lei, nella sua lunghissima carriera, è attrice e regista. Con la sua capacità inesauribile di dar vita a personaggi intensi, particolari, veri, ha segnato un viatico indelebile nella storia del cinema non solo italiano. La notizia è stata data dal compagno Roberto Russo che attraverso l’amico Walter Veltroni ha affidato ai social la comunicazione. Con un Twitter Veltroni annuncia questa triste notizia: “Roberto Russo, il suo compagno di tutti questi anni, mi chiede di comunicare che Monica Vitti non c’è più. Lo faccio con dolore, affetto, rimpianto”. Monica Vitti è riuscita a dar voce e corpo alla donna borghese, popolana, senza alcuna difficoltà. Maestra per le attrici che nel corso degli anni si sono affacciate nel mondo del cinema è riuscita con la sua grazia, il suo carattere forte, la sua natura sensuale e spiritosa, la sua gentilezza e profondità, il suo sguardo enigmatico ma anche accarezzante a creare un genere recitativo che appartiene solo a lei. Gli ultimi anni della sua vita non sono stati generosi, una malattia degenerativa l’ha portata a ritirarsi dalla vita pubblica. La sua è una carriera straordinaria come solo le grandi dive possono vantare: 5 David di Donatello come migliore attrice protagonista (più altri quattro riconoscimenti speciali), 3 Nastri d’Argento, 12 Globi d’oro (di cui due alla carriera), un Ciak d’oro alla carriera, un Leone d’oro alla carriera a Venezia, un Orso d’argento alla Berlinale, una Cocha de Plata a San Sebastián, una candidatura al premio BAFTA. Se ne va un’antidiva, un’eccellenza italiana con la sua voce roca e gli occhi che bucavano lo schermo.
Un viaggio d’amore che, esperienza dopo esperienza, diventa perfetto
“Con ogni uomo viene al mondo qualcosa di nuovo che non è mai esistito, qualcosa di primo e unico (M. Buber)”. Daniela Poggi ha portato e porta nel suo essere nel mondo qualcosa di nuovo, qualcosa che la rende prima e ultima. L’amore che mette in ogni esperienza della sua vita richiama l’amore intenso narrato da Martin Heiddeger poiché, lei ben sa, che: “l’amore è un’esperienza più ricca di qualsiasi altra possibile esperienza umana e un dolce fardello per coloro che sono presi dal suo abbraccio? Perché diventiamo ciò che amiamo ma rimaniamo anche noi stessi (M. Heidegger)”. Questo è il viaggio d’amore all’interno del suo viatico vissuto che l’ha portata oggi a creare Bottega Poggi. Il suo modo, generoso e gentile, di ringraziare la vita con tutte le sue declinazioni e i suoi abitanti. Daniela ha l’innata capacità di tendere una mano, sempre e comunque, per questo e per molto altro ancora, è ambasciatrice non solo di Unicef ma di altre organizzazioni umanitarie. “Questo è il modo in cui l’amore inesorabilmente intensifica il suo segreto più intimo”, per interpretarla con una visione heideggeriana. In fondo, come Daniela sa che “Un destino umano si dona a un altro destino umano, e il compito del puro amore è di mantenere questo dare così vivo come lo era nel primo giorno (M. Heidegger)”. Il nostro incontro è stato un viaggio nel viaggio alla scoperta di due mondi apparentemente lontani che si sono intersecati e riconosciuti con la significante cifra del dialogo. Cara Daniela, sei attrice e conduttrice di programmi televisivi di successo, ma tu chi sei? Oh, che domandona! Sono una persona che cerca di pensare. Sono una donna, in una sola parola: una persona. Forte e determinata, delicata e gentile, passionale e vera, aggiungo io! Raccontaci la tua prima esperienza di attrice? A 15 anni ho interpretato Andromaca di Jean Racine, in francese. All’epoca ero in collegio. Cosa ricordi? Ho vissuto, per la prima volta, la vita di un’altra persona. Ho capito che c’era qualcosa di strano in me. Cosa significa “c’era qualcosa di strano”? A 15 anni entrare nella vita di una donna adulta che soffre, che prova un dolore enorme per un tradimento, per la morte di un figlio … ecco capirla, viverla, darle voce e anima è stata un’esperienza intensa che ha schiuso la percezione di qualcosa di particolare. Cosa hai pensato? Che non ero una ragazzina normale, non pensavo solo alla mia vita da adolescente ma c’era qualcosa in più. Ero un po’ particolare. Perché sei stata in collegio? Sono stata in collegio in due periodi distinti della mia vita: il primo periodo tra i 7 e gli 11 anni, vivevo una parte in collegio e l’altra fuori. Dopodiché ho fatto altri tre anni vivendoci, volevo studiare lingue. Com’è l’esperienza del collegio? Quando sono entrata frequentavo la seconda elementare, è stato devastante, molto doloroso, sono riuscita a convincere mia mamma a tirarmi fuori, così passavo metà giornata lì e l’altra fuori. I miei genitori erano separati, c’era una situazione complicata. La seconda volta, invece, la ricordo con soddisfazione. È stata un’esperienza anche goliardica, di grande cambiamento, una prova di autonomia e indipendenza, di ribellione e resilienza, di anarchia. Ho capito che nulla poteva sopraffarmi, che non poteva esserci niente e nessuno che mi avrebbe messo i piedi in testa, a meno che non lo scegliessi io. Quando hai deciso di fare l’attrice? Non credo di avere mai deciso, mi sento come una foglia che è stata trasportata dal vento, sono stata messa lì. Il mio sogno era quello di conoscere il mondo e soprattutto capire le persone, per questo ho studiato lingue, ho continuato a formarmi come interprete parlamentare e traduttrice. Invece? Non riuscivo a vivere in una società che mi imponeva delle regole che non si confacevano al mio modo di essere, così sono andata a fare la GO al Club Mediterranée in Tunisia. Sono stata via un anno. Nel Club mi hanno scelto per fare gli spettacoli serali agli ospiti. Da lì ho iniziato … seppur il palcoscenico, la passerella sono sempre stati mondi abbastanza frequentati nella mia gioventù. Cosa hai fatto? Ho iniziato a fare le sfilate che ero una bimbetta, avevo 7 anni, ho sempre continuato fino a 19 anni. Sono sempre stata posizionata in un mondo visibile all’altro sia recitando sia indossando un abito per una sfilata sia per comunicare qualche cosa. Il tuo impegno nel sociale è intenso, sei ambasciatrice dell’Unicef? Nella vita ho sempre cercato di prendere una posizione, non sono una vigliacca, forse è l’unico difetto che non ho. Sono una che ha sempre lottato per la giustizia sia per un’equità, una condivisione, ci ho sempre messo la faccia, mi sono sempre rimboccata le maniche, sono stata in prima linea a difendere un po’ tutto e tutti. Per questo sono stata nominata ambasciatrice dell’Unicef nel 2000. Sono anche testimonial di altre organizzazioni umanitarie. Cosa hai fatto per l’Unicef? Due missioni in Africa. Una profonda dedizione all’altro? Ognuno di noi, famoso o non famoso, ha il dovere di dividere la propria vita tra i propri impegni di vita privata e il resto del mondo. Altrimenti ti sei guardata l’ombelico e la punta dei piedi, e lì finisce il tuo mondo! Il tuo più bel “viaggio d’amore”? Il mio più bel viaggio d’amore l’ho fatto per raggiungere un ragazzo colombiano dopo che avevamo vissuto una storia d’amore meravigliosa, avevo 20 anni. Dall’Italia sono partita per la Louisiana vivendo con lui per un periodo. Tutto molto meraviglioso perché c’era la gioventù. Eravamo due persone completamente diverse l’una dall’altra che avevano solo voglia di amarsi. E poi c’era l’amore giovanile che rende tutto possibile, perché non hai ancora i fantasmi dentro di te. Perché “Non si paga Social Theatre”? Il cortometraggio! Esatto. Ti ringrazio che me lo chiedi. Ho vinto un bando ministeriale sul tema di quanto il teatro può essere importante come riscatto da una situazione di indigenza. Avevo già scritto la sceneggiatura di un film da girare in Mozambico, tratta da
Così è se vi pare: trecento pagine per mettermi a nudo
“Ognuno ha dentro di sé un mondo immenso da raccontare”. È grazie a quel mondo che la persona può riconoscersi riconoscendo l’altro da sé attraverso il riconoscimento vissuto sin dal suo arrivo nel mondo della vita. Una creatura quando giunge nel mondo conosce solo la percezione corporea e l’odore della madre, ha in sé l’esperienza del mondo in utero con le sensazioni e percezioni vissute di quello spazio ristretto dove nutrimento e amore non mancano. Poi arriva la vita nel mondo, le declinazioni cambiano, le atmosfere si modificano, gli odori e le voci si sommano, gli stimoli sono tanti e il ricordo di quel mondo acquatico resta nelle proprie cellule. Adesso c’è da fare i conti con il mondo della vita e i suoi abitanti. Così l’esistenza accade partendo da quel primo momento di contatto con l’altro: la madre. Da quel momento il piccolo cucciolo d’uomo dovrà fare i conti non solo con la sua natura ma anche con le ingiunzioni dell’altro, dell’ambiente. Esperienze intense, a volte, profonde e dissonanti dal proprio essere. Allora, solo allora, il mondo si oscura, diventa amaro, si inaridisce all’interno di meccanismi di difesa che sfiniscono e portano a perdersi. La spinta alla sopravvivenza è più forte così Ciaula può davvero scoprire la sua luna e incamminarsi in un viatico nuovo, scoprendo quei sorrisi, quei sapori, quelle atmosfere che aveva negato a sé. Il viaggio di Stefano mi ha emozionata, questa intervista mi è entrata nelle viscere, ha scosso come uno tsunami le mie emozioni, mi ha aiutato a comprendere ancora di più il mondo di chi come lui vive la sua dimensione. Stefano non solo è un grande uomo, è un marito speciale e un padre difficile da trovare. Sua figlia ne è la custode e la fortunata compagna di viaggio in questa mondanità che spesso perde la sua cifra significante nel chiacchiericcio di un insignificante senso comune. «Papà, voglio che tu sappia che anche se ti vesti da donna per me sei una persona normale, e soprattutto un papà meraviglioso», che dire di fronte a tanta saggezza? Non resta che leggere, assaporare e raccogliere come un dono prezioso il regalo che Stefano Ferri ci fa della sua esperienza di vita. Caro Stefano, sei un imprenditore di successo, hai una moglie, una figlia, sei eterosessuale, ma adori i tacchi a spillo e il tubino, perché? Per spiegare compiutamente la ragione ho dovuto scrivere un romanzo autobiografico (Crossdresser–Stefano e Stefania, le due parti di me, Mursia Editore). Però, in linea di massima, qui posso dire che questo è il mio modo di integrare la parte maschile e quella femminile. Ciascuno di noi, psicologicamente parlando, è un po’ maschio e un po’ femmina, nessuno può vivere se non avendo raggiunto il perfetto incastro fra questi due lati della sua personalità. In genere è un incastro che si raggiunge durante l’infanzia e, in seconda battuta, nell’adolescenza, non per caso età di profonde scosse interiori. In me, che non ho vissuto l’adolescenza (spiego nel libro perché), la fusione fra il maschile e femminile si è manifestata nell’età adulta. Così. Ma tu chi sei? E dove sei? Io sono Stefano. Solo Stefano. Uomo, etero, padre e marito. L’esatto contraltare di una donna in giacca pantalone e mocassini. Di nessuna si pensa che sia lesbica né se ne nega la femminilità per il solo fatto che si veste così. Il pregiudizio per cui, viceversa, un uomo in gonna e tacchi negherebbe la propria virilità è dovuto a un fatto culturale, transitorio: le tuniche al ginocchio sono state parte essenziale del guardaroba maschile per millenni, nemmeno per secoli, e nel Settecento gli uomini con lignaggio nobile portavano tacchi. 5 aggettivi che parlano di te? Umile. Coraggioso. Tenacissimo. Testardo. Ribelle. La tua passione più grande? Oh, ce ne sono tante. La musica dei Beatles. Le macchine di grossa cilindrata. I film d’azione, e segnatamente quelli di Stanley Kubrick e di Quentin Tarantino. I romanzi mozzafiato. Un libro per raccontarti, perché affidare alla narrazione la tua storia? Ciò che è viscerale è difficile da condividere se non a valle di una “full immersion” nell’animo e nella vita. Immagina di leggere lettere d’amore di gente di cui non sai nulla: non ti farebbero ridere? Lo dice anche una canzone di Vecchioni. Ho avuto bisogno di trecento pagine per mettermi a nudo, raccontare le nefandezze che ho subito (e anche quelle che ho commesso – non sono un santo) a causa del crossdressing, così che quando, nelle ultime pagine, svelo il mistero sul perché, nessuno ride più. Ho portato il lettore dalla mia parte, l’ho incoraggiato ad ascoltarmi e capirmi a fondo. Peraltro, è un esercizio che suggerirei a tutti. Ognuno ha dentro di sé un mondo immenso da raccontare. Qual è la tua verità? Non è “mia” ma assoluta: che siamo tutti soltanto persone. Andremmo classificati non come uomini, donne, gay, lesbiche, trans, cross, neri, gialli ecc. bensì esclusivamente come persone, accomunate dall’appartenenza alla razza umana. Le differenze di cui sopra vengono a valle e giammai possono costituire motivo di discriminazione né tantomeno di violenza. Ognuno di noi ha in sé una parte femminile e una maschile, in te la parte femminile sembra avere la necessità di presentarsi al mondo in tutta la sua variegata declinazione? Sì. In realtà la cosa fa notizia solo perché sono un uomo, e gli uomini hanno paura di esternare condizioni come la mia, preferiscono reprimerle, così condannandosi a una pericolosa infelicità permanente. Se una donna esibisce la sua parte maschile (e lo fanno in tantissime), nessuno dice nulla. Cosa hai fatto per comprendere la tua natura, chi ti ha aiutato? La psicoterapia. Ho avuto la fortuna di venire ben consigliato ed essere assegnato a una psicoterapeuta estremamente preparata, priva di pregiudizi e assai fattiva nel condurmi al fulcro della questione. Con lei ho ricostruito la mia infanzia e i processi inconsci da cui il mio carattere ha origine. Noi viviamo in una società che crede di essere aperta ma in realtà è ancora molto
Il segreto del successo è non crederci
“Cambiano i cieli sopra di noi ma non cambiano le emozioni” scrive Seneca, quelle ce le portiamo con noi ovunque andiamo. Matteo Viviani sa bene quanto sono preziose le emozioni che forgiano un individuo nel suo sviluppo, nella sua prima età. Poi, la vita accade, forma e trasforma, si aprono itinerari imprevisti ma voluti, l’incognita dell’essere si fonde e confonde con quella del crearsi una professione che sia nutritiva e soddisfacente. Nel suo andare nel mondo incrociando persone, esperienze, sensazioni, Matteo tesse la tela del suo successo, costruisce il suo porto sicuro con Ludmilla, dona la vita a due splendide creature che sono faro e approdo della sua esistenza. In fondo, nonostante il successo, lui racconta: “Desidero un punto di arrivo che non corrisponde a dire: cavolo sono un figo. Corrisponde al desiderio di arrivare ad avere una condizione di estrema serenità”. La serenità, quel prezioso gioiello che i suoi genitori sono stati capaci di donargli e che, adesso, lui desidera donare ai suoi figli, a Ludmilla, alla sua famiglia. La vita è un andare e tornare nel mezzo c’è solo l’accadere dell’esistenza. Caro Matteo, grazie per questa intervista ne sono felice, ci racconti qualcosa di te che gli altri non sanno? Dipende da dove vuoi partire? Dalla tua vita? Chi è realmente Matteo? Sono un insieme di cose. Cosa vuoi dire? Nel senso che … ci sono persone che nascono, crescono sin da piccoli con l’aspirazione di arrivare a un tipo di professione come può essere la mia facendo tutto un percorso definito e pianificato fino a giungere a una determinata realtà come il cinema, il teatro, la televisione. Io sono un po’ il contrario. Ovvero? Mi sono diplomato all’Istituto d’Arte, sono un Maestro d’arte e designer orafo, così c’è scritto nel diploma (sorride). Maestro d’arte e poi? Poi, ho fatto un sacco di cose. “Un sacco di cose” …? Ho avuto una piccola azienda orafa, poi mi sono dedicato alla pittura. Cosa dipingevi? Facevo la riproduzione di opere a partire dall’800 fino alle avanguardie del ‘900, olio su tela, tutte su commissione. Così dipingevo queste grandi tele. E poi? Verso i vent’anni mi è scattata una molla, sostanzialmente tutto andava troppa bene! “Tutto andava troppo bene”, non eri contento? So che sembra un paradosso! Vivevo una situazione meravigliosa in casa, avevo una famiglia stupenda con cui andavo d’accordo. Avevo un lavoro che mi piaceva, tutto sommato guadagnavo bene, avevo una fidanzata, insomma a vent’anni sentire che tutto andava bene mi creava ansia. Che ansia avevi? La mia paura era: se va bene io rimango sempre qui e fuori so che c’è un mondo immenso che io non assaggerò mai. Nella tua bio c’è scritto “poi un giorno gli parte un embolo” cosa è successo? Ho mollato tutto e sono partito per Milano senza avere un’idea chiara di quello che avrei fatto. A Milano come ti sei mantenuto? Ho fatto il cameriere per un anno e mezzo in condizioni abbastanza particolari. I primi tempi dormivo in macchina, nonostante le difficoltà ero animato dall’intenzione ferrea di voler far qualcosa, di cambiare la mia vita concretizzando qualcosa. Perché Milano? Milano era un crocevia importante, in qualche modo dovevo inserirmi in questo mondo. Ero un ragazzo cresciuto in campagna, avevo conosciuto una realtà molto ristretta. All’inizio mi sono sentito un pesce fuor d’acqua. Premesso che quando studiavo ad Arezzo, scusa la retromarcia, ho fatto per quattro anni il cameriere a La Capannaccia. Dai miei 14 anni fino ai 18 mi sono mantenuto agli studi lavorando tutti i fine settimana. A Milano cosa accade? Dopo un anno e mezzo ho avuto la possibilità di iniziare a fare il ballerino in discoteca, da lì ci sono state altre attività lavorative folkloristiche e poi, piano piano, ho iniziato a fare i primi lavori come modello. Lavoro che, a mano a mano, si è sviluppato divenendo per un periodo la mia unica professione. Per chi hai lavorato? Ho avuto la fortuna di lavorare per Moschino, Ferrè, Trussardi, Versace, Cerruti, Pignatelli ed altri stilisti, sostanzialmente era la mia professione. Nulla fino a qui poteva far pensare che sarei approdato a una trasmissione come Le Iene. Invece la vita crea itinerari imprevisti? Tutto pensavo meno che alla carriera televisiva perché lavorando come modello avevo dei periodi liberi dove cercavo di costruire una realtà lavorativa parallela. Così aprii varie attività, iniziai a sperimentarmi anche in altri settori. Cosa che fa sempre bene, se non ti porta il guadagno ti lascia esperienza. Un giorno iniziai a fare l’attore per “Scherzi a parte”, andò abbastanza bene, tanto che un giorno conobbi un autore che all’epoca lavora a Le Iene. E cosa accadde? Lui doveva girare un pezzo per Le Iene, non riusciva a trovare un inviato con le mie caratteristiche, mi chiese se fossi disposto a provare. Tutto emozionato accettai. Le Iene era l’Olimpo. Cosa hai pensato? È arrivata la svolta! Lasciai tutto, mi concentrai su questa nuova situazione lavorativa, andavo in redazione ogni giorno e cercavo di assimilare più informazioni ed esperienza possibile. Che cosa sono Le Iene? Sono un laboratorio complesso, difficile in cui ho potuto fare la vera gavetta, imparando un mestiere considerando che non ho un trascorso né come giornalista né come attore. I primi due anni ho fatto solo sei servizi, non è stato facile ma da lì … Arriva la svolta? Feci il famoso servizio “Droga in parlamento” che ebbe un eco mediatico molto forte tanto da siglare il mio passaggio ufficiale o meglio mi feci considerare un po’ di più all’interno della redazione. Da lì sono passati quasi 15 anni. E poi arriva l’amore della tua vita? Arriva Ludmilla, il grande amore della mia vita, che segna un cambio di direzione epocale. Perché? Fino a quel momento ho vissuto la vita un po’ a modo mio. Con Ludmilla arriva quel famoso click che fa cambiare direzione, un itinerario che auguro a tutti di vivere prima o poi. Ludmilla ha scelto l’arte? È una super pittrice, molto affermata. Prima lavorava nel mondo
C’è sempre un viatico nuovo da percorrere
“Solo all’andare si fa il cammino” scriveva Antonio Machado, ed è proprio così! Qualunque sia la meta il cammino si andando e incontrando l’altro nella declinazione variegata della vita. Olga de Maio e Luca Lupoli, due voci della lirica famosi in tutto il mondo presentano un progetto particolare ma al tempo stesso avvincente. La musica lirica prende sottobraccio il pop creando un algoritmo perfetto di melodia, emozioni e armonia. Il nuovo progetto discografico vede uniti due generi, pop e lirico, in un singolo dal titolo “Niente è niente”. Potremmo aprire un capitolo infinito già solo sul titolo che raggruppa il poderoso lavoro di due straordinarie voci: il soprano Olga De Maio e il tenore Luca Lupoli. Non solo sono famosi in tutto il mondo ma abbracciano e rappresentano la storica Associazione Culturale Noi per Napoli. Con il cantautore italiano Paolo Audino, autore di brani di successo scritti per nomi quali Celentano, Mina, Minghi, Bocelli, hanno lavorato a un progetto che vede la luce dal titolo “Niente è Niente”, per l’etichetta di Kicco Music. Questa è la loro seconda esperienza, hanno infatti lavorato insieme per “Anche quando non vuoi” (musica di Nando Misuraca). In questo lavoro il tema centrale è l’amore in tutte le sue espressioni soprattutto verso l’arte musicale e canora. Paolo Audino ha scritto testo e musica pensando ai due artisti partenopei Olga De Maio e Luca Lupoli, l’arrangiamento è a cura del M° Paolo Rescigno. Aspetto centrale del lavoro è il significato e la cifra mantrica della musica che è cura e al tempo stesso appartenenza. In fondo non dobbiamo mai dimenticare che “in un’opera, a teatro – dice Olga de Maio – si racconta una storia con scene, costumi e regia, nella canzone ed attraverso un video si racconta una storia, allo stesso modo con musica e testo”. Ciò che emerge è qualcosa di particolare, intenso, vibrante che instaura “un dialogo con un pubblico diverso, magari poco o per nulla abituato al genere lirico”, aggiunge Luca Lupoli. Tutto questo appartiene all’andare della vita, alla sperimentazione dei luoghi, delle persone, delle situazioni, delle atmosfere poiché in ogni espressione musicale sia essa classica, pop, rap, “nulla è vissuto tanto per, c’è una motivazione dietro una scelta, errata o giusta che sia a segnare il proprio cammino”, prosegue Paolo Audino. La magia di questo lavoro sta proprio qui nell’esserci di là da ogni forma canonica di appartenenza.
Clara Bona: l’architetto dei sogni
Uno spazio accogliente deve avere personalità, nulla deve essere lasciato al caso, nemmeno quella rifinitura che sembra essere capitata e non scelta. Le linee zigzaganti della propria essenza creano l’algoritmo perfetto per far sbocciare il proprio spazio perfetto. Clara Bona ben sa quanto è importante la propria dimora, il proprio spazio vitale che si coniuga con la propria natura declinandosi in un discorso intimo ed esistenziale. Lei a Milano è famosissima. Una carriera eccellente che l’ha portata a firmare le dimore più prestigiose non solo di Milano ma anche di molte parti del mondo. Alcune si possono ammirare nelle più importanti riviste di design e architettura internazionali. Clara non è solo un eccellente architetto, è giornalista, interior designer, lifestyle. Presta la sua penna a molte riviste del settore, settimanali e magazine importanti. Per il Corriere della Sera firma una rubrica su Cook dove parla di cucine. Architetto, interior designer, lifestyle, giornalista, fonte di ispirazione per molte persone, chi è Clara Bona? Sono tutto quello che hai scritto, ma sono anche una moglie e una mamma. E ho cercato di conciliare vita privata e professione in modo bilanciato, per ritagliarmi sempre momenti da dedicare alla famiglia, ai viaggi, alla lettura, all’arte… Perché ha scelto di studiare architettura? Ho fatto il liceo artistico e architettura era lo sbocco più diretto da questo tipo di studi. Poi ho scoperto l’interior design e ho approfondito per conto mio, in quanto in quegli anni non esistevano corsi dedicati all’argomento: architettura ti preparava a costruire palazzi, scuole, ospedali… ma non in maniera specifica all’arredo e alle case. 5 aggettivi che rappresentano la sua professionalità? Creatività, ascolto, passione, curiosità, serietà. Esiste la casa perfetta? Esiste la casa perfetta per ognuno di noi, quella in cui ti senti bene, che rispecchia sogni e desideri ma anche funzionalità e esigenze. Non esiste la casa perfetta in assoluto. Quando arreda una casa si ispira a uno stile preciso? Mi ispiro allo stile che vedo giusto per quel tipo di casa e per chi ci abita. Il contesto è molto importante. Le persone cosa chiedono? Le persone hanno, a volte, molte idee ma confuse, altre non hanno proprio idee… dipende molto dai casi. Ma quasi tutti chiedono una grande doccia, una cucina con elettrodomestici di ultimissima generazione, vogliono la TV ma non vogliono vedere, una cabina armadio super attrezzata, vetrate al posto di muri nella zona giorno…. Quanto è importante la luce in un appartamento, in una villa? Importantissima. Luce naturale e orientamento sono fondamentali. Così come è importante un buon progetto illuminotecnico, soprattutto dove ci sono carenze. 3 consigli per ridare freschezza al proprio appartamento? Cambiare i colori, alleggerire arredi e accessori, puntare su tessuti naturali Ci sono regole per creare spazi accoglienti? Uno spazio accogliente deve avere personalità, per arrivare a questo si devono capire gusti e passioni di chi ci vive. E automaticamente lo spazio diventa caldo e accogliente. Quanto è importante la zona giorno? Dipende. C’è chi la usa pochissimo… E la camera da letto? Per me è molto importante. È dove passo più tempo quando sono a casa… La stanza guardaroba di Carrie Bradshaw sogno o realtà? Per quasi tutte è un sogno … che, a volte, si può tradurre in realtà. In una casa quanto è fondamentale avere una zona relax? Se si riesce a creare una zona relax è meraviglioso… a volte basta un piccolo angolo, ma tutto per noi. Se un appartamento è piccolo si può trovare spazio essenziale per sé stessi? Si può, è più difficile ma si può. Stiamo vivendo un periodo difficile è cambiato qualcosa nelle richieste delle persone che decidono di ristrutturare casa? Tutti vorrebbero un piccolo spazio all’aperto. E un luogo dedicato dove lavorare da casa. Mare, montagna città la sua località preferita è? Mare. Perché? Mi mette pace, guardare il mare soprattutto d’inverno è la cosa che più mi rilassa. Gli angoli di Milano che più ama? Amo Milano, la conosco bene anche perché per 15 anni ho scritto per Vivimilano… Amo i suoi cortili segreti, gli androni, i piccoli negozi che non sono catene, le gallerie d’arte. E il suo cagnolino, ci racconta qualcosa? È un Jack Russell a pelo ruvido, si chiama Lou Lou, ama seguirmi sempre, anche in moto salta nel cestino per venire con me. Le nuove tendenze targate 2022? Uno stile più naturale, linee più tondeggianti, colori più soft. Il colore che più ama? In questo momento il rosa cipria, il mattone e il verde militare. In generale tutti i verdi polverosi e l’azzurro scuro. E il bianco, sempre. Cosa non rinuncerebbe mai ad avere in casa? La vasca da bagno. Come nasce il suo profilo IG? Per caso, me lo ha aperto mia figlia in una vacanza in India tanti anni fa. Mi ha subito appassionato e divertito. E la sua esperienza come influencer? Non mi considero un’influencer, sul mio profilo parlo del mio lavoro, di quello che mi piace, di cosa faccio, di una bella mostra che ho visto, di un posto in cui sono stata e che per me vale la pena vedere. E in molti mi scrivono che sono di ispirazione, mi chiedono consigli… Quanto è importante la rete e il mondo Social per il suo lavoro di architetto? Moltissimo. La carriera giornalistica come nasce? Nasce parallelamente al mio lavoro di architetto, ho sempre amato scrivere e l’ ho sempre fatto, sono iscritta all’albo dei giornalisti ormai da 30 anni… I Millennials che tipo di casa cercano? Non c’è una richiesta univoca… Le sue più grandi passioni? I viaggi. Lei è per “buona la prima”? Sempre! È vero che ogni donna rispecchia la propria casa? Non sempre è così… ma per me lo è. Come si riconosce un appartamento stiloso? Quando non è la copia di qualcosa di già visto, e ha uno stile tutto suo, ovviamente di buon gusto… La vita è densa di intemperie, tuttavia, l’importante non è quante volte si cade ma come ci si rialza,



