Conversazione con Eleonora Gusmano su corpi invisibili, tempo sospeso e il coraggio di restare Ci sono storie che non avanzano: respirano. Restano ferme in un punto fragile del tempo, come se muoversi significasse tradirsi. M nasce lì, in quella sospensione emotiva che non è solo condizione individuale, ma spazio collettivo del nostro presente. In questa conversazione, Eleonora Gusmano accompagna lo spettatore dentro una drammaturgia che rifiuta la linearità per farsi loop, eco, ritorno. Attraverso il corpo che si sottrae, la voce che resiste, la stanza che diventa mente, il teatro si fa luogo di ascolto per esistenze sommerse, invisibili, protette e insieme imprigionate. Un dialogo intimo e necessario su identità, isolamento, famiglia, e sulla responsabilità — artistica e umana — di dare forma a ciò che solitamente resta ai margini. Eleonora Gusmano, M sembra vivere in un tempo sospeso, quasi congelato. Quando hai capito che questa storia non poteva essere raccontata in modo lineare, ma doveva restare intrappolata in un loop emotivo? La distanza dal mondo esterno, l’auto isolamento comporta la mancanza di confronto con l’Altro, che determina crescita, conflitto, cambiamento. M si protegge e viene a sua volta “protetta” dalla famiglia da un mondo esterno che fa paura, che può tradire. E per questo rimane ferma emotivamente a un tempo sospeso, quello dell’infanzia e della giovinezza, in cui ha vissuto. Continua a rivivere instancabilmente quei momenti; il mondo esterno è come se non evolvesse mai , le persone e lei stessa fossero intrappolate in un ruolo, rassicurante e soffocante allo stesso tempo. La “ragazza dagli occhi azzurri” è voce narrante, testimone e forse alter ego. Quanto di lei appartiene alla tua biografia e quanto, invece, nasce dall’ascolto delle storie altrui? All’inizio ho pensato di raccontare una storia che sì mi riguardava, ma più che altro di cui ero stata testimone, attraverso varie esperienze, personali e lavorative. Approcciare nuovamente al lavoro mi ha rivelato quanto i sentimenti di M siano anche i miei, le stesse paure, i sogni.Quanto le nostre vite siano fragili e gli incontri che facciamo possano letteralmente cambiarci la vita, anche se non ce ne accorgiamo. Il senso di estraneità, la spiccata sensibilità di M. sono comuni a molti giovani che non riescono o non vogliono stare al passo con un contesto competitivo e potenzialmente doloroso che è la società in cui viviamo. In scena M è sola, ma attraversata da molte voci reali. Che responsabilità senti nel portare testimonianze autentiche dentro una drammaturgia così intima e fragile? Nella drammaturgia si fonde realtà, finzione, e accadimenti personali diventano spunti universali per raccontare un sentire molto comune e sommerso dentro di noi. La responsabilità che sento è unita a una vocazione, un richiamo a dare appunto voce a storie che ci circondano ma di cui non si parla mai. Persone invisibili, se così vogliamo dire, non conformi a uno standard social performante, che perdono il lavoro, che hanno difficoltà relazionali, che appunto non escono di casa e non vivono rapporti sociali significativi. Queste sono realtà che esistono e la solitudine in cui si ritrovano non fa che acuire una distanza noi/loro che in realtà non esiste. Il corpo di M è un corpo non abitato, sfocato, quasi assente. Come hai lavorato fisicamente su questa sottrazione del gesto e sulla perdita progressiva di contatto con il corpo? Sin a partire dalla stesura del testo con la dramaturg Giusi De Santis, ci siamo confrontate con la figura e il repertorio fotografico di Francesca Woodman . La sua ricerca ci è da subito parsa in linea con l’idea di auto rappresentazione del corpo e del proprio sentire in dialogo con lo spazio, spesso domestico in cui era inserita. Questo diventa talvolta mezzo per nascondere parti di sé, altre per fondersi con oggetti, tappezzeria delle stanze, prevaricando confini, scomponendo e alienando da sé parti del corpo che assumono così vita propria. Allo stesso modo in scena il corpo di M è visibile ma è come se a poco a poco perdesse contorni e profondità. E’ un corpo sacrificato e compresso, fino a diventare come invisibile a sé e agli altri. La stanza, la vasca, i fogli, le luci che “spiano”: lo spazio scenico sembra un luogo mentale prima che reale. Con Daniele Aureli, come avete costruito questo “non-luogo” che diventa rifugio e prigione insieme? Il lavoro fatto con Daniele e con tutta l’equipe di lavoro è stato fondamentale per elaborare un’idea scenica che fosse semplice e al contempo contenesse la complessità della mente di M. La vasca è a tutti gli effetti la sua casa, la custodisce, la protegge, la eleva e la nasconde. Ed evoca l’immaginario acquatico e marino a cui il testo fa spesso riferimento, nel vissuto di M, nelle favole che scrive e racconta se stessa, nel rapporto tra la superficie degli avvenimenti della sua vita e il mondo sommerso psichico che smuovono.D’ altro canto I fogli e le luci sono il tentativo di creare un ponte da tra sé e il mondo esterno.Di spiare cosa c’è al di fuori, come vivono gli altri, di provare inesorabilmente a raggiungerli. Lo spettacolo parla di legami familiari immobili, rituali che soffocano, affetti che non sanno rispondere. Quanto questa storia, pur ambientata tra gli anni Sessanta e Settanta, parla ancora violentemente al presente? Assolutamente sì. Durante il Covid per fare un esempio mi sono trovata ad entrare in contatto con adolescenti che dopo l’assenza forzata da scuola, non sentivano più di affrontare il contatto con i compagni, i professori, le interrogazioni. Questo fenomeno ci parla chiaramente di un disagio, appunto nascosto e silenziato anche a noi stessi, di chiusura emotiva in mancanza di strumenti per affrontare le difficoltà. Il problema è sia personale, che sociale. Spesso le famiglie in difficoltà sono sole e questo a sua volta amplifica il fenomeno di auto isolamento che ne consegue. Il gruppo famigliare si chiude e , nel desiderio di proteggere, soffoca, amputa, reitera schemi che confermano un presente sempre attivo anche quando fuori dalle mura di casa il tempo scorre. La vocalità qui non è solo parola, ma accadimento poetico, quasi un gesto. In che modo la voce diventa
EICHMANN – Dove inizia la notte
Ci sono opere che non chiedono di essere guardate, ma attraversate. Che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono una domanda che resta addosso, anche dopo il buio in sala. “Eichmann – Dove inizia la notte” non è un viaggio nel passato, ma uno specchio puntato sul presente. Un invito scomodo a smettere di pensare il male come qualcosa che appartiene solo agli altri, ai “mostri”, ai nomi consegnati ai libri di storia. È una riflessione che tocca nervi scoperti: l’obbedienza, la responsabilità, la normalità come terreno fertile dell’orrore. In questa intervista, Monica Falconi accompagna il lettore dentro il cuore etico e umano dello spettacolo. Non per assolvere, non per condannare, ma per comprendere. Perché comprendere non significa giustificare: significa avere il coraggio di guardare i meccanismi, i contesti, le derive che rendono il male possibile. E soprattutto significa porre a noi stessi la domanda più difficile: siamo davvero immuni? “EICHMANN – Dove inizia la notte” non parla solo del passato, ma del presente. Qual è la domanda più urgente che, secondo lei, lo spettacolo pone allo spettatore di oggi? La domanda diretta, che suscita lo spettacolo, è se veramente il male può essere “esclusività” di alcune persone considerate “cattive” o che abbiano rivestito ruoli negativi all’interno di un processo storico, o se piuttosto ognuno di noi può essere fautore di atti lesivi per gli altri, anche solo per l’esigenza di dover rispondere a degli ordini. Dobbiamo davvero considerarci “immuni” dal male? O è così banale da poter investire tutti, indistintamente? Portare in scena Adolf Eichmann come uomo “normale” e non come mostro è una scelta forte. Che rischio etico comporta e perché era necessario correrlo? Io credo che la definizione di “mostro” sia restrittiva per la distinzione che pone automaticamente nei confronti degli altri, dei “buoni”, senza andare fino in fondo ad analizzare come e perché certe cose sono successe. Pensando al momento attuale, anche la storia contemporanea presenta delle persone che sono fautori di guerre e male per egemonia ma, fatalità dei ricorsi storici, spesso accade che proprio chi si erigeva a ruolo di integerrimo, in realtà può passare dall’altra parte. Per questo era necessario correre il rischio di dare “parola” a chi, finora, è stato fin troppo semplice circoscrivere solo come personaggio negativo, senza analizzare contesti e dinamiche. Il testo di Stefano Massini suggerisce che il male sia un meccanismo, non un’eccezione. Quanto è stato importante, nella regia, mostrare il sistema più che il singolo individuo? E’ stato necessario. Il nostro messaggio infatti, ha cercato di mettere il focus su un confronto che non fosse un “processo” ma uno scambio: una ricerca che lo spettatore farà in modo del tutto naturale con Hannah Arendt. Lei cerca di capire, e il pubblico con lei, cosa abbia portato Eichmann a contatto con il male, con un genocidio, riportandolo in maniera più ampia al concetto di crimine contro l’umanità, piuttosto che contro un singolo popolo. Questo è quello che lei, per prima, descrisse nel suo libro “La banalità del male”. Lo spettacolo mette in dialogo genocidi storici e contemporanei. Crede che oggi siamo davvero più capaci di riconoscere l’inizio della “notte” rispetto al passato? Credo che certi paragoni vadano fatti. Per dare la giusta gravità a ciò che accade ora, e nessun escludere nessun popolo, nessun capo di Stato, dalla possibilità di passare dall’altra parte della barricata e compiere stermini o provocare guerre, per la voglia di potere. Non siamo in realtà “più capaci”, abbiamo più strumenti per capire, e riconoscere: basta solo utilizzarli e non subire passivamente la quantità enorme di informazioni che ci arrivano. In scena il confine tra vittima e carnefice appare fragile. È questo l’aspetto che più inquieta il pubblico? Secondo me si. Pensare che la vittima del passato possa, anche per spirito di rivalsa, passare a soggetto attivo di un atto storicamente devastante, e’ inquietante. Questa sensazione dovrebbe investire chi, oggi, dopo aver giudicato in passato, si trova ad essere un carnefice, nel senso figurativo del termine, ma anche pratico. Dopo questo lavoro, lei sa dire oggi dove inizia davvero la notte dell’umanità? Posso provarci: sicuramente un lavoro del genere, che senza paura sonda l’animo umano in modo così diretto e contemporaneo, riesce sicuramente a fornire strumenti in più per capire l’uomo e ciò che fa. Inizia la notte quando ci riteniamo superiori, quando per arroganza ed egocentrismo pensiamo di avere la verità in mano, di meritarci privilegi e attenzioni, che può andare da un territorio, alla considerazione degli altri. Li’ inizia la notte: quando si smette di guardare, e di capire. Alla fine di questo dialogo non restano risposte rassicuranti. Restano, piuttosto, strumenti. E una responsabilità. La notte di cui si parla non è un evento improvviso, non arriva con il fragore di una catastrofe. Inizia in silenzio, quando si smette di guardare l’altro, quando ci si sente superiori, quando il potere — piccolo o grande — diventa più importante dell’umano. Inizia quando la complessità viene ridotta a slogan, quando il giudizio sostituisce la comprensione, quando l’obbedienza prende il posto del pensiero. Questo lavoro teatrale, come emerge dalle parole di Monica Falconi, non offre consolazione ma consapevolezza. E ci ricorda che il confine tra vittima e carnefice non è mai scolpito nella pietra: è fragile, mobile, inquietante. Proprio per questo va riconosciuto, interrogato, vigilato. Forse la notte dell’umanità inizia sempre nello stesso punto: nel momento esatto in cui smettiamo di chiederci chi stiamo diventando.
Il Capodanno di Pippa: glitter, brindisi e un patto con se stessa
Il 31 dicembre Pippa si trova, come ogni anno, davanti all’armadio spalancato, a chiedersi perché abbia comprato così tanti vestiti “per l’occasione” e così poche tute comode. Quest’anno, però, ha deciso: niente anonimato. Ha scelto un abito scintillante, talmente luminoso che quasi riflette il lampadario. Le amiche l’hanno definita “una palla di vetro umana”. Gavin, invece, ha commentato: «Tesoro, sei la versione glamour del nuovo inizio». La serata è organizzata a casa di Pippa. Ha apparecchiato con una cura che contrasta meravigliosamente con il suo disordine interiore: tovaglia elegante, piatti spaiati ma armoniosi, bicchieri che non fanno pendant ma raccontano storie. Le amiche arrivano una dopo l’altra, ognuna con qualcosa da condividere: cibo, vino, aneddoti, piccoli drammi da chiudere simbolicamente prima di mezzanotte. Il tempo scorre tra risate, musica, considerazioni ciniche sui post motivazionali che già circolano sui social. Pippa osserva il suo piccolo gruppo e, per un attimo, resta in silenzio. Non perché sia triste, ma perché sente di essere esattamente dove deve essere: in mezzo a persone che la conoscono davvero, con tutti i suoi tentativi andati a vuoto e le sue speranze tenute in piedi a colpi di autoironia. Quando il countdown si avvicina, qualcuno abbassa il volume della musica. Gli ultimi secondi dell’anno sembrano dilatarsi. Pippa prende il calice, lo solleva e, con il suo tono mezzo teatrale e mezzo disincantato, dice: «Che il 2025 sia gentile, per favore. O almeno meno stronzetto del 2024». Esplode una risata generale, poi il brindisi, poi l’immancabile abbraccio di gruppo in cui nessuno capisce più chi stia abbracciando chi. A mezzanotte e un minuto, tra i fuochi d’artificio lontani e il tintinnio dei bicchieri, Pippa prende un attimo per sé. Si affaccia alla finestra, guarda il cielo che si illumina, sente il trambusto del villaggio e il calore della casa alle sue spalle. Pensa a ciò che non ha, certo, ma anche a ciò che ha costruito: una vita che, per quanto imperfetta, le assomiglia. Non fa promesse grandiose, non giura che cambierà tutto. Si concede solo una frase, sussurrata piano: «Quest’anno, sceglierò me. E se l’amore arriva, dovrà mettersi in fila dietro al mio rispetto per me stessa». Poi torna in salotto, dove Gavin ha già messo su una playlist discutibile, Vivian riempie i bicchieri, Kate cerca di salvare il dolce dall’estinzione immediata e Rachel analizza i pronostici astrologici dell’anno nuovo. E Pippa, con il suo vestito che brilla forse troppo, ride. Per la prima volta, il futuro le fa meno paura del passato.
I messaggi di fine anno che Pippa NON invia (ma scrive nella testa)
La fine dell’anno è una trappola emotiva, Pippa lo sa bene. Più si avvicina il 31 dicembre, più aumenta la voglia di scrivere messaggi che, in condizioni normali, sarebbero classificati come prova di instabilità temporanea. È così che il 29 dicembre diventa il giorno ufficiale delle bozze mentali. Seduta sul divano, con il computer aperto ma inutilizzato, Pippa fissa il telefono. Sa esattamente quali messaggi le frullano in testa. Il primo è il classico intramontabile: “Allora… noi?”. Tre parole, un abisso di imbarazzo futuro. È indirizzato a quell’uomo con cui c’è stato qualcosa di incompiuto, di sospeso, di confuso. Nella sua testa lo scrive, lo immagina inviato, vede la risposta tardare, poi arrivare ambiguissima. E già sente la delusione montare. Così, con gesto quasi liberatorio, decide di non digitare nemmeno la “A”. Il secondo messaggio non inviato è più sentimentale: “Ti penso”. È rivolto a qualcuno che forse non la pensa affatto, o lo fa a intermittenza. È un messaggio che porterebbe con sé più vulnerabilità che possibilità reali. Nella fantasia, Pippa immagina che dall’altra parte arrivi una risposta intensa, cinematografica. Poi si ricorda che la vita non è un film natalizio, ma una serie di puntate di una dark comedy. E lascia perdere. Il terzo è il più pericoloso: “Possiamo vederci?”. Una frase che potrebbe trasformare una fine d’anno tranquilla in un incontro potenzialmente disastroso. Sa che, sotto la superficie, c’è il desiderio di non sentirsi sola a Capodanno. Ma ha imparato che è molto meglio essere soli con un pigiama comodo che accompagnati dalla persona sbagliata con le scarpe strette. Per fortuna, a salvarla da sé stessa arrivano le notifiche del gruppo delle amiche. Vivian racconta di essere tentata di scrivere al suo ex, Kate confessa di aver bloccato il numero di un corteggiatore insistente, Rachel lancia un sondaggio ironico: “Da 1 a 10, quanto siete tentate di fare qualcosa di profondamente stupido prima del 31?”. Gavin, ovviamente, vota 12. Pippa ride, e in quella risata scioglie un po’ della tensione che aveva dentro. Capisce che tutti, in quei giorni di fine anno, ballano sul filo della nostalgia e della voglia di cambiare qualcosa al volo. Ma lei decide che, stavolta, il suo atto rivoluzionario sarà non fare nulla di cui pentirsi il 2 gennaio. Così posa il telefono, prende un quaderno e invece di messaggi non inviati scrive desideri non ancora realizzati. Non dipendono dagli altri, non aspettano una risposta su WhatsApp. Aspettano solo lei. E per la prima volta, le sembra un buon punto di partenza.
Il bilancio delle feste: chili, illusioni e nuove consapevolezze
Il 27 dicembre è ufficialmente il giorno del bilancio. Non quello finanziario — quello Pippa lo evita con grande maestria — ma quello emotivo, calorico e psicologico delle feste. È il momento in cui si guarda allo specchio, si pesa (forse), si osserva il frigorifero pieno di avanzi e si chiede: «Ne è valsa la pena?». La risposta, come sempre, è: “Dipende dal punto di vista”. Dal punto di vista della bilancia, le feste sono state un attacco mirato. Il mix letale di biscotti allo zenzero, cene con le amiche, assaggi “solo per educazione” e dolci “tanto è Natale” ha lasciato il segno. Pippa si guarda di profilo e sospira: «Vabbè, chiameremo tutto questo ‘riserva energetica emotiva’». Dal punto di vista sentimentale, il bilancio è più complesso. Nessuna nuova grande storia d’amore, ma anche nessuna ricaduta con ex tossici. Nessun bacio sotto il vischio, ma anche nessuna lacrima in bagno durante un pranzo di famiglia. In fondo, è già un miglioramento rispetto ad alcuni Natali passati. Il bilancio delle illusioni, invece, è il più delicato. Pippa si rende conto che parte di lei, ogni anno, spera segretamente in qualcosa di straordinario: un incontro casuale in libreria, un messaggio inaspettato ma sano, una sorpresa che le ribalti la prospettiva. Quest’anno il miracolo non è arrivato. O forse sì, ma sotto un’altra forma: ha smesso di aspettare che sia l’esterno a salvarla dalla noia o dalla tristezza. Ripensa alla cena con le amiche, alle risate sguaiate, alle confidenze notturne. Ripensa al suo Natale tranquillo, ai suoi rituali, alle piccole gioie che si è concessa senza chiedere il permesso a nessuno. Forse il vero bilancio è questo: è riuscita a vivere le feste senza farsi travolgere dal confronto con gli altri. Per celebrare il suo personale pareggio tra disastri e conquiste, Pippa si prepara un tè, apre l’agenda dei buoni propositi e scrive una frase nuova, diversa dalle solite: Quest’anno non voglio cambiare me stessa. Voglio solo trattarmi meglio. E mentre fuori Pluckley si spegne lentamente dalle luci e dagli eccessi, lei sente di aver guadagnato qualcosa di prezioso: un po’ più di gentilezza verso se stessa.
Il Natale di Pippa Pickle: tè caldo, messaggi e silenzi che scaldano
Il Natale di Pippa non assomiglia alle pubblicità perfette, con famiglie numerose e tavolate infinite. È un Natale più quieto, intimo, intriso di piccoli rituali che lei ha costruito negli anni per sentirsi a casa dentro se stessa, anche quando intorno il mondo sembra correre a velocità emotiva doppia. La mattina del 25 dicembre Pippa si sveglia senza sveglia, avvolta nel pigiama rosso che compra puntualmente ogni anno “per dare un senso estetico alla solitudine”. Scende in cucina, accende il bollitore e mette su il suo jazz natalizio preferito. Le piace l’idea di iniziare la giornata lentamente, come se volesse prendersi il tempo per allineare il cuore al calendario. Mentre il tè si colora nella teiera, accende l’albero storto in salotto. Le lucine riempiono la stanza di una luce morbida, imperfetta, molto sua. È in quel momento che prende il telefono. Sa che la pioggia di messaggi sta per iniziare: parenti lontani che mandano gif improbabili, conoscenti che scrivono “Tantissimi auguri!!!” con 15 punti esclamativi, contatti che non sente mai ma che improvvisamente si ricordano di lei. Tra le notifiche rumorose, però, ci sono anche quelle che contano davvero. Il vocale di Gavin che canta “Jingle Bells” in una versione da musical. Il messaggio di Vivian: «Grazie perché ci sei sempre, anche quando sei stanca di tutto». La foto del dolce preparato da Kate, accompagnata dalla frase: «Ti ho tenuto una fetta, ma non garantirò che arrivi a stasera». Rachel, ovviamente, manda un’analisi lucida del Natale come costrutto sociale, chiudendo però con un affettuoso: «In mezzo a tutto questo casino, sono felice che tu sia mia amica». Pippa sorride. Sa che, per molti, Natale è un moltiplicatore di solitudini: amplifica ciò che manca, ciò che non è andato, ciò che non si è realizzato. Ma sa anche che, per lei, è diventato un appuntamento con la propria verità. Non ha una famiglia tradizionale, non ha una grande storia d’amore da raccontare, non ha figli che la svegliano all’alba per aprire i regali. Eppure, ha qualcosa che vale: un piccolo mondo di affetti autentici, una casa che profuma di biscotti e un cuore che, nonostante tutto, non ha smesso di sperare. Nel pomeriggio farà una passeggiata nel villaggio, guarderà le case illuminate e si divertirà a immaginare le vite dietro le finestre. La sera, forse, guarderà un altro film natalizio, criticandone la trama ma piangendo sul finale. Perché Pippa è così: ironica in superficie, romanticamente resiliente sotto strati di tè, cinismo e glitter.
La cena di Natale con le amiche: caos, risate e verità non richieste
La cena di Natale tra amiche è, per Pippa, una tradizione tanto sacra quanto potenzialmente esplosiva. Ogni 23 dicembre, da ormai diversi anni, Vivian, Kate, Rachel e Pippa si ritrovano intorno allo stesso tavolo, con la stessa promessa: «Quest’anno niente drammi, solo allegria». Una promessa che viene puntualmente disattesa al secondo bicchiere di vino. Vivian arriva sempre in anticipo, con il cappotto impregnato di freddo e una bottiglia di rosso in mano. Sostiene che il vino sia una forma di terapia preventiva. Kate arriva con una teglia fumante di qualcosa che sembra buonissimo e leggermente illegale per numero di calorie. Rachel fa il suo ingresso come un’ispezione a sorpresa: controlla la tavola, commenta i tovaglioli, scruta il centro tavola natalizio come se fosse una prova dell’ennesima scelta discutibile di Pippa. Gavin, naturalmente, non manca mai, anche se ufficialmente “non mangia perché è a dieta”. Peccato che, durante la serata, assaggi tutto “solo per curiosità gastronomica”. Pippa osserva quella piccola tribù disordinata sedersi attorno al tavolo e sente una gratitudine sottile: sono la sua famiglia scelta, quella che non ti chiede giustificazioni ma pretende sincerità. Tra un antipasto e l’altro, la discussione vira rapidamente sulla domanda più pericolosa da rivolgere a un gruppo di donne single (o emotivamente incasinate) a fine anno: «Allora, come siamo messe in amore?» Rachel la lancia come un sasso nello stagno. Silenzio. Poi, come sempre, cominciano le confessioni. Vivian racconta del suo flirt con il vicino di casa, che sembra interessato ma ha ancora le scatole della ex in corridoio. Kate parla di una relazione con un uomo più giovane, con l’aria di chi ha appena contrabbandato qualcosa oltre una frontiera morale. Pippa ascolta, ride, commenta. Quando tocca a lei, fa spallucce: «Io e l’amore siamo in pausa di riflessione… da circa vent’anni». Tra una battuta e una stoccata affettuosa, però, emergono verità più profonde. Le amiche si confrontano sulle paure, sui compromessi, sulla stanchezza di doversi sempre giustificare perché “ancora non sei sistemata”. La tavola, tra lucine, briciole e bicchieri mezzi vuoti, si trasforma in un confessionale laico dove nessuna viene giudicata. Alla fine della serata, tra piatti da lavare e risate che rimbombano nella cucina di Pippa, nessuna ha trovato soluzioni. Nessuna ha cambiato magicamente la propria vita. Ma tutte, in qualche modo, si sentono meno sole. E forse è questo il vero significato della loro cena di Natale: sapere che, qualunque cosa succeda, avranno sempre un tavolo intorno al quale ritrovarsi e raccontarsi la verità, anche quando brucia un po’.
La Giornata Mondiale dell’orgasmo. Appunti sparsi di una donna che non si arrende (ancora)
Dicono che oggi sia la Giornata Mondiale dell’Orgasmo. L’ho scoperto stamattina, mentre cercavo disperatamente i miei occhiali da lettura. Li ho poi ritrovati nel frigorifero, accanto allo yogurt greco senza grassi. Che trovo ironico: ecco due cose che non mi danno alcuna soddisfazione. Secondo la mia amica Rachel, questa ricorrenza è nata per «celebrare l’energia cosmica del piacere». Secondo Vivian: «È solo marketing, tesoro. Come San Valentino, ma con meno fiori e più… fisiologia». Secondo Gavin, l’unico uomo della mia vita che non mi deluderà mai: «Pippa, amore, l’orgasmo è come il Wi-Fi. Tutti pensano di averlo, ma poi scopri che è debole, intermittente, e quando serve davvero… puff, sparisce». Io invece credo che questa giornata serva a ricordarci una cosa fondamentale:la felicità non è garantita, soprattutto se nella tua vita sentimentale il picco più alto è il Panasonic che tieni nel comodino. La mia attuale situazione sentimentale (ovvero: un deserto con qualche rovo spinoso) Il mio ultimo orgasmo di coppia risale al 2019. Era il pre-pandemia: si usciva, ci si baciava senza paura, ci si illudeva. L’uomo in questione – lo chiameremo Martin l’Illusione – credeva che l’orgasmo femminile funzionasse come l’apertura delle porte automatiche al supermercato: avvicini qualcosa e si attiva. Nemmeno per sogno, Martin. Se fosse così semplice, la popolazione mondiale sarebbe triplicata. Ho provato a spiegarglielo. «Devi ascoltare il mio corpo», gli dicevo. «Lo sto ascoltando!» «No, amore. Quella è la televisione accesa in sottofondo.» Gli esperti sostengono che l’orgasmo migliori l’umore, il sonno, la pelle, la circolazione e forse anche la bolletta del gas, ma su quest’ultima non giurerei. Ci dicono che dovremmo averne di più, meglio e in modo consapevole. Ottimo. Ma quando hai 56 anni, vivi in un cottage nel Kent circondata da pecore che hanno più vita sessuale di te, e la tua ultima “botta di adrenalina” è stata scendere in strada senza reggiseno per prendere la posta, l’orgasmo diventa una creatura mitologica: tutti ne parlano, pochi lo vedono. Il summit delle amiche – o il vertice mondiale dell’orgasmo (fallito) Ieri sera ho convocato Vivian, Rachel e Kate per un bicchiere di vino e una discussione approfondita sul tema. Vivian, elegantissima come sempre, ha dichiarato: «Io ho smesso di cercare l’uomo perfetto a letto. Cerco solo qualcuno che non si addormenti sul mio cuscino.» Rachel, più spirituale: «L’orgasmo è dentro di noi.» Al che Gavin ha sussurrato: «Sì, cara, ma ogni tanto è bello che qualcuno venga a bussare.» Kate invece ha raccontato di un appuntamento con un professore di biologia che le ha fatto una lezione di anatomia a tavola. IO: «E poi?» LEI: «Pippa, non aveva il minimo senso pratico. Il massimo di eccitazione che ha suscitato è stato nel calamaro fritto.» Il punto non è l’orgasmo… è chi ti fa sentire viva Dopo averci riso su, mi sono chiesta: ma davvero serve un giorno mondiale per ricordarci il piacere? Forse sì. Forse serve per dire a noi donne – giovani, mature, single, fidanzate, confuse, stanche, rinascimentali – che meritiamo qualcuno che ci faccia vibrare. O almeno qualcuno che sappia leggere una mappa. Così oggi, in questa nobile giornata internazionale, vorrei dedicare un pensiero a: • chi ha raggiunto l’orgasmo e non si ricorda come, • chi tiene le batterie del vibratore come scorte strategiche da guerra, • chi fa yoga sperando che almeno il respiro faccia qualcosa, • e chi, come me, continua a crederci (più o meno). La verità secondo Pippa Pickle L’orgasmo non è un obbligo. Non è una performance. Non è un trofeo. È una celebrazione del fatto che siamo vive. E finché saremo vive, ci sarà sempre una possibilità: un incontro, uno sguardo, una notte, un brivido… o almeno un Panasonic ben carico. Buona Giornata Mondiale dell’Orgasmo, amiche mie. Brilliamo. E se non brilliamo, ricarichiamo le pile.
La giornata mondiale dell’orgasmo
Oggi è la Giornata Mondiale dell’Orgasmo, ovvero: quell’attimo in cui il mondo tace, il corpo parla e l’anima fa le capriole. Che si voglia o no, c’è una giornata mondiale per tutto: per il gatto, per la lentezza, per il sorriso, persino per il gabinetto. Era inevitabile, dunque, che prima o poi qualcuno dicesse: “Scusate, ma l’orgasmo? Davvero lo ignoriamo?”. E così, con la solennità che si riserva alle grandi cose della vita (e alle piccole, molto piccole ma fondamentali), nasce la Giornata Mondiale dell’Orgasmo. Una ricorrenza che non chiede discorsi ufficiali, ma sospiri. Non proclami, ma pelle d’oca. L’orgasmo è democratico, anarchico, ribelle. Non rispetta orari, non legge il galateo, non compila moduli. Arriva quando vuole, come un temporale d’estate o un messaggio dell’ex alle tre di notte. È quella scintilla che ti fa dire: “Ah” – che poi è un “Ah” universale, comprensibile in ogni lingua, dialetto e fuso orario. Eppure, nonostante sia una delle poche esperienze capaci di zittire il cervello per qualche glorioso secondo, l’orgasmo viene ancora trattato con una certa timidezza. Se ne parla a bassa voce, come se fosse un segreto di famiglia, una zia eccentrica da presentare con cautela: “Lei è… ecco… l’orgasmo. Ogni tanto crea scompiglio”. Ma diciamolo: l’orgasmo è poesia pura. È un verso libero, senza punteggiatura. È un haiku che dura un lampo ma resta inciso nella memoria. È quella pausa in cui il tempo si arrende e la mente smette di fare liste della spesa, sensi di colpa, conti da pagare e domande esistenziali tipo “ho risposto a quell’email?”. Ci sono orgasmi epici e orgasmi educati. Orgasmi timidi, che bussano piano, e orgasmi teatrali, che entrano buttando giù la porta. Orgasmi programmati (spoiler: raramente funzionano) e orgasmi ribelli, che arrivano mentre stai pensando tutt’altro. Orgasmi solitari, che si fanno in pigiama e calzini spaiati, e orgasmi condivisi, che sembrano una sinfonia un po’ disordinata ma molto sentita. E poi c’è l’orgasmo femminile, creatura mitologica per secoli raccontata come l’unicorno: “Qualcuno giura di averlo visto”. In realtà esiste, eccome, e spesso se la ride di tutte le teorie complicatissime costruite intorno a lui. L’orgasmo, in fondo, è semplice: non chiede performance, chiede presenza. Non pretende applausi, ma ascolto. Del corpo, soprattutto. Celebrarlo significa anche liberarlo dal dover “dimostrare” qualcosa. Non è un trofeo, non è una gara olimpica, non assegna medaglie. Nessuno vince, nessuno perde. L’unica vera sconfitta è fingere, che è come brindare con un bicchiere vuoto sperando nell’ubriachezza. La Giornata Mondiale dell’Orgasmo dovrebbe essere festa nazionale del piacere consapevole. Un invito collettivo a riconciliarsi con il proprio corpo, a smettere di trattarlo come un mezzo di trasporto malandato e iniziare a considerarlo un alleato sensibile e intelligentissimo. Il corpo sa. Il corpo comunica. Il corpo, se ascoltato, fa miracoli. E allora oggi celebriamo l’orgasmo con leggerezza e gratitudine. Quello passato, quello presente, quello futuro. Quello che ci ha fatto ridere, quello che ci ha fatto piangere, quello che ci ha fatto dire: “Ah, quindi era questo”. Celebriamo anche quelli mancati, perché ci hanno insegnato che il piacere non è un obbligo ma un incontro. In un mondo che ci vuole sempre produttivi, performanti, efficienti, l’orgasmo è un atto di resistenza gioiosa. È il corpo che dice: “Adesso basta, comando io”. È una rivoluzione microscopica ma potentissima. Un attimo di libertà pura. Buona Giornata Mondiale dell’Orgasmo, dunque. Che sia irriverente, gentile, esplosiva o silenziosa. Che vi colga preparati o completamente di sorpresa. E soprattutto, che vi ricordi una cosa semplice e fondamentale: il piacere non è un lusso. È un diritto. E ogni tanto… una splendida, poetica, meravigliosa necessità.
I messaggi degli ex sotto Natale: il lato oscuro delle notifiche
Ci sono tre cose certe nella vita di Pippa Pickle: il tè delle cinque, l’albero di Natale leggermente storto e il messaggino dell’ex sotto le feste. Puntuale come la pubblicità del panettone, arriva sempre tra il 20 e il 24 dicembre, in quell’area grigia emotiva in cui la nostalgia si maschera da buone intenzioni. La scena è sempre la stessa. Pippa è sul divano, avvolta nel suo plaid scozzese, mentre guarda un film natalizio pieno di coppie felici e neve finta. Sta sorseggiando il terzo tè della giornata quando il telefono vibra. Una parte di lei spera sia un messaggio delle amiche, un meme di Gavin, una foto di un gatto con il cappellino di Babbo Natale. Invece no. È lui. O meglio: uno di loro. “Hey stranger.” Due parole. Nessun punto interrogativo, nessuna vera domanda, solo un’eco di passato che riappare senza invito. Pippa lo legge, lo rilegge, poi sospira. Quel “stranger” non è affatto innocente: è l’aggancio perfetto per farla sentire in colpa, per insinuare l’idea che sia lei ad essersi allontanata. Quando, in realtà, è stato lui a sparire più velocemente delle buone intenzioni di gennaio. Poi arriva il secondo tipo di messaggio natalizio: “Ti pensavo…”. Pippa immagina sempre la scena: lui, improvvisamente colto da una folgorazione romantica mentre guarda le lucine sull’albero. Più probabilmente, ha semplicemente rivisto una vecchia foto o ha discusso con la fidanzata di turno. Lei ormai lo sa: molte persone non “ti pensano”, si ricordano solo che esisti quando fa comodo alla loro solitudine. Il terzo messaggio è il più insidioso: “Buon Natale, Pippa”. Semplice, corretto, in apparenza innocuo. È il messaggio che potrebbe quasi sembrarle gentile, perfino affettuoso. Ma lei ha imparato la lezione: a volte un “Buon Natale” non è augurio, è tentativo di rientrare in scena senza assumersi responsabilità. «Se mi volevi davvero bene, ci pensavi prima del 24 dicembre», borbotta tra sé Pippa, mentre appoggia il telefono sul tavolino. E ogni anno il dibattito interiore si riapre: rispondere educatamente, ignorare, cancellare, bloccare? È a questo punto che arrivano in soccorso le amiche. Nel gruppo chat “Le Sopravvissute Sentimentali”, si scatena il solito rituale: screenshot, commenti, ironia. Vivian propone una risposta acida, Kate suggerisce l’indifferenza totale, Rachel analizza il messaggio come se fosse un caso di studio. Gavin, come sempre, chiude il cerchio: «Tesoro, gli ex a Natale vanno trattati come il pandoro avanzato a gennaio: se li riapri, è un disastro». Pippa ride, e il peso emotivo si alleggerisce. La verità è che gli ex riemergono sotto Natale perché è il momento delle luci, dei bilanci, del “chissà come sarebbe andata se…”. Ma lei, ormai, ha capito che il passato non va romanticizzato solo perché fuori c’è la neve e dentro suonano canzoni lente. Così, dopo qualche minuto di riflessione, prende il telefono, archivia il messaggio e torna al suo film. Il tè è ancora caldo, le amiche sono a portata di chat, il gatto della vicina miagola davanti alla finestra come un giudice silenzioso. E Pippa, stavolta, sceglie il presente: nessun rewind, nessun “hey” di ritorno.
La mente del manipolatore: come riconoscerlo a una cena di Natale
Le feste sono un palcoscenico perfetto per osservare le dinamiche psicologiche delle persone. Luci, tavole imbandite, conversazioni forzate, emozioni amplificate: dicembre crea un contesto in cui le personalità si rivelano. E tra queste, ce n’è una che diventa particolarmente evidente: il manipolatore. La manipolazione non è teatro, è strategia. È un modo di ottenere controllo, potere, attenzione o dipendenza emotiva dagli altri. E spesso, il manipolatore non appare aggressivo: appare brillante, educato, premuroso. Proprio per questo è difficile riconoscerlo. Le cene di Natale — familiari o lavorative — sono l’habitat ideale per coglierlo in azione. 1. L’ingresso scenico: il fascino calibrato Il manipolatore non entra mai in punta di piedi. Entra “nel modo giusto”. Di solito: • arriva leggermente in ritardo, così da attirare l’attenzione, • si presenta con un gesto o una frase d’effetto, • fa complimenti mirati e strategici, • individua immediatamente il centro emotivo del gruppo. Il suo fascino non è naturale: è costruito. È un fascino funzionale all’obiettivo di essere notato, accolto, legittimato. 2. Il suo radar psicologico: individua le fragilità In pochi minuti, il manipolatore: • capisce chi è più sensibile, • chi cerca approvazione, • chi è insicuro, • chi è facilmente influenzabile, • chi ha paura del conflitto. È un lettore di vulnerabilità. Un osservatore silenzioso che registra le emozioni altrui per poi usarle come leve. Durante una cena, lo vedrai parlare con tutti, ma soffermarsi su chi mostra un bisogno emotivo più evidente. Lì trova terreno fertile. 3. Le frasi tipiche del manipolatore I manipolatori usano un linguaggio ambiguo, sottile, che confonde e avvolge. A una cena natalizia, è frequente sentirli pronunciare frasi come: • “Sai, lo dico per il tuo bene…” • “Ti vedo turbata, vuoi parlarmene?” • “Ma davvero hai fatto questa scelta?” (sorriso compiacente) • “Sei troppo sensibile, stai esagerando.” • “Io capisco tutto, ma tu non puoi pretendere così tanto.” Il manipolatore costruisce una narrazione in cui appare: • comprensivo, • premuroso, • superiore emotivamente. La realtà, invece, è che sta cercando di orientare la tua percezione di te stessa. 4. La strategia del triangolo: mette gli altri uno contro l’altro Le feste sono perfette per il triangolo manipolativo: A → B → C Dove il manipolatore (A): • elogia uno (B), • critica l’altro (C), • e poi fa il contrario. Lo scopo? Creare dipendenza emotiva e destabilizzare il gruppo. Esempio classico: “Ho parlato con tua sorella, sai? Mi ha detto che sei sempre nervosa ultimamente. A me puoi dirlo, tranquilla…” Divide e governa. Soprattutto nelle famiglie già fragili. 5. L’alcol come acceleratore di verità Durante le feste, l’alcol scende e i filtri si abbassano. Il manipolatore lo sa. Non beve quasi mai troppo. Preferisce osservare chi lo fa, perché: • aumenta la vulnerabilità degli altri, • facilita la sua influenza, • riduce la capacità critica del gruppo. È nelle ultime ore della serata che tende a colpire: quando le difese emotive degli altri sono più basse. 6. La freddezza mascherata da sensibilità Una caratteristica chiave del manipolatore è la sua apparente empatia. Ma non è empatia: è mimetismo emotivo. Sa mostrare: • finto interesse, • finta tristezza, • finto entusiasmo, • finta preoccupazione. Il suo obiettivo non è entrare in relazione: è ottenere informazioni per influenzarti meglio. Se osservi con attenzione, noterai che la sua emotività è “a comando”, mai spontanea. 7. Le domande-trappola A una tavola natalizia, il manipolatore usa domande che sembrano innocue, ma non lo sono: • “Mah, che fine ha fatto il tuo compagno?” • “Hai cambiato lavoro? Come mai?” • “Ti vedo dimagrita… tutto bene?” • “Non rischi di esagerare con questa scelta?” Sono domande che: 1. mettono in imbarazzo, 2. destabilizzano, 3. creano un’immagine di te che lui può controllare, 4. ti pongono in una posizione difensiva. Il manipolatore ama quando ti giustifichi. 8. La firma psicologica: ti fa dubitare di te stessa Il manipolatore non vuole distruggerti. Vuole smontare la tua percezione. Se riesce a farti pensare: • “Forse ha ragione lui…” • “Magari sto esagerando…” • “E se fossi davvero io il problema?” …ha ottenuto quello che voleva. Il suo potere non è nella forza: è nel far vacillare la tua identità. COME DIFENDERSI, SENZA SCONTRI Non serve affrontarlo a muso duro. Serve proteggere il tuo spazio psicologico. ✔ Mantieni i confini Risposte brevi, neutre, non emotive. ✔ Non entrare nel suo teatro Non giustificarti, non spiegare troppo. ✔ Cambia argomento con eleganza Disinnesca la sua strategia. ✔ Non dare informazioni personali Più sa, più controlla. ✔ Osserva, senza reagire La manipolazione vive nel coinvolgimento emotivo. Se non ti coinvolgi, si spegne. UNA VERITÀ IMPORTANTE A una cena di Natale, il manipolatore non appare mai come il “cattivo”. Appare come il più brillante, il più attento, il più affascinante. Ma dietro quella facciata c’è un bisogno profondo di controllo. Riconoscerlo è il primo passo. Proteggersi è il secondo. Non lasciarsi guidare da lui è il terzo. Le feste sono un tempo delicato: scegli bene chi lasci entrare nei tuoi spazi emotivi.
“Te l’avrei detto”: quando il non detto diventa teatro Conversazione con Luca Giacomozzi tra silenzi, risate e verità sospese
Ci sono notti che non servono solo a festeggiare. Notti di passaggio, di attesa, di illusioni collettive. Il Capodanno è una di quelle: una soglia simbolica in cui si brinda al futuro mentre il passato bussa con forza. È proprio su questa linea sottile che si muove Te l’avrei detto, la commedia scritta e diretta da Luca Giacomozzi, un testo che usa il sorriso come grimaldello e il tempo come detonatore emotivo. Un racconto che parla di relazioni, di frasi rimaste in gola, di verità taciute per paura o per comodità. Lo incontriamo per farci raccontare da dove nasce questa storia e quale specchio emotivo ha voluto porgere al pubblico. Qual è stata la scintilla iniziale da cui è nato il testo? Quando si è presentata la possibilità di portare in scena una nuova commedia durante le feste natalizie, ho pensato che sarebbe stato divertente ambientare la storia proprio nel periodo in cui poi avrebbe preso vita. Così ho deciso di scrivere un testo ambientato la sera dell’ultimo dell’anno. Dal punto di vista creativo, tutto è nato dalla voglia di raccontare una storia che affrontasse il tema del “non detto”, di ciò che si nasconde dietro le facciate. Ho cercato di farlo attraverso il genere che sento più vicino a me: la commedia. Perché ha scelto proprio la notte di Capodanno? Oltre al motivo pratico, credo che il Capodanno sia una notte sospesa, carica di aspettative e promesse, in cui tutti ci illudiamo di poter ricominciare da zero. È il momento perfetto per far emergere contraddizioni, fragilità e piccoli fallimenti personali, proprio mentre si brinda al “nuovo”. Per questo mi sembrava lo sfondo ideale per far muovere i protagonisti dello spettacolo. Quanto è stato importante il tempo nella costruzione della commedia? Fondamentale. Il ritmo incalzante, le telefonate, i dialoghi serrati servono a creare una sensazione di urgenza continua, quasi di affanno. È lo stesso tempo emotivo dei personaggi, che non si fermano mai davvero a riflettere e, quando lo fanno, forse è già troppo tardi. Quanto spesso nelle relazioni diciamo “te l’avrei detto”… ma troppo tardi? Molto più spesso di quanto ammettiamo. “Te l’avrei detto” è una frase che contiene rimpianto, paura e autoassoluzione. È il modo in cui cerchiamo di salvarci quando non abbiamo avuto il coraggio di affrontare qualcosa. Che tipo di specchio emotivo ha voluto offrire allo spettatore? Uno specchio imperfetto e ironico. Personaggi riconoscibili, che sbagliano, si contraddicono e si proteggono dietro battute e silenzi. L’idea è ridere di loro… e subito dopo accorgersi di ridere un po’ anche di noi stessi. Come ha lavorato con il cast per mantenere l’equilibrio tra comicità e riflessione? Abbiamo lavorato molto sulla verità delle relazioni, più che sulla battuta in sé. La comicità nasce dal gioco, dall’ascolto e dalla naturalezza, mentre la riflessione arriva quasi di conseguenza, senza essere mai “spiegata”. C’è una domanda che spera rimanga nello spettatore? Forse questa: “Cosa sto evitando di dire, e perché?” Probabilmente non verrà mai pronunciata ad alta voce e diventerà, a sua volta, un nuovo “te l’avrei detto”. Cosa direbbe oggi a se stesso all’inizio del percorso creativo? Gli direi di continuare a fidarsi dell’istinto, che è sempre stato il motore del mio lavoro. E di non avere mai paura della semplicità. Le storie più vere sono già davanti a noi, basta ascoltarle senza cercare di renderle più complicate di quello che sono. Non è semplice, certo, perché – come dice uno dei personaggi della commedia – “mostrare è più facile che essere”. “Te l’avrei detto” non è solo una commedia. È una confessione mancata, una risata che arriva un secondo prima del silenzio, una domanda che resta sospesa anche dopo l’ultimo applauso. Luca Giacomozzi sceglie il Capodanno non per celebrare un inizio, ma per smascherare ciò che non abbiamo avuto il coraggio di dire prima dello scoccare della mezzanotte. E mentre il pubblico ride, qualcosa si muove sotto la superficie: il riconoscimento, sottile e inevitabile, di quelle parole che tutti, almeno una volta, abbiamo pensato… troppo tardi.



