C’è un giornalismo che corre, consuma, semplifica. E poi c’è un giornalismo che resta, ascolta, aspetta. Laura Marinaro appartiene a questa seconda categoria: quella di chi sceglie di stare sul campo, di guardare negli occhi le persone, di farsi carico del peso delle storie senza mai trasformarlo in spettacolo. In questa intervista si racconta senza filtri, con la stessa onestà con cui ogni giorno racconta la cronaca. Chi è Laura Marinaro quando spegne la telecamera e chiude il taccuino? Bilancia, sempre alla ricerca di un equilibrio che spesso sente di non riuscire a trovare. Empatica, forse a volte troppo buona e generosa. Odia litigare e cerca di andare d’accordo con tutti. Ama il suo lavoro — forse anche troppo — ma ama anche le cose belle della vita: i viaggi, gli amici veri (pochi), i libri gialli, i film d’autore. Ama stare fuori casa, incontrare persone, e fa teatro a livello amatoriale. Lo sport all’aria aperta è per lei il massimo, così come il mare. E poi c’è la sua bambina ventunenne, e il suo maltesino Chicco. In che modo la donna si intreccia con la giornalista, e quanto il suo vissuto personale influenza il suo modo di raccontare la cronaca? In ogni angolo della vita di una donna come me — passionale, complicata e allo stesso tempo precisa e meticolosa — il lavoro si intreccia con la vita. Forse non va benissimo, ma non riesco proprio a dividere i due mondi. Fare giornalismo di cronaca nera significa spesso camminare su un filo sottile tra informazione e rispetto del dolore. Qual è il suo confine etico e come lo difende ogni giorno nel suo lavoro? È molto difficile mantenere il distacco e l’imparzialità che un cronista deve avere quando racconta vite attraversate dalla tragedia. Sono sempre stata molto vicina alle famiglie delle vittime e considero questo il faro del mio lavoro. Tuttavia, l’umanità non può mai essere accantonata, nemmeno quando si raccontano i carnefici. Nella cronaca giudiziaria, e soprattutto durante i processi, hai modo di confrontarti con le persone dal vivo: imputati e familiari delle vittime spesso sono a pochi metri gli uni dagli altri. Sta all’intuito, ma anche alla professionalità, bilanciare sensazioni e fatti. Non è facile, ma il segreto sta nell’allenamento e nello studio. C’è stato un momento in cui ha capito che questa sarebbe stata la sua strada, nonostante il peso emotivo che comporta? Non ci ho mai pensato davvero. È semplicemente quello che ho sempre voluto fare, anche se non sono stata fortunatissima nella “carriera”. Lei è una giornalista che sta sul campo, osserva, verifica, aspetta. Che valore ha per lei il tempo nell’informazione, soprattutto in un’epoca che corre veloce e spesso semplifica? È fondamentale. Lavorare per un settimanale come Giallo mi dà la possibilità di approfondire, studiare e avere il tempo di attendere il momento giusto per un’intervista o per un servizio. Lavorare per i quotidiani era diverso, ma mi ha dato un’esperienza importante: saper riconoscere la notizia fondamentale, quella “da dare subito”, anche all’interno di un settimanale. Il web, purtroppo, rischia spesso di “bruciare” le notizie, offrendole — troppo spesso — senza verifiche. È qualcosa di orrendo, ma accade ogni giorno. Quando però sul web lavora un professionista, l’attesa e la verifica devono restare imprescindibili. Il pubblico oggi non chiede solo notizie, ma narrazione, contesto, verità complesse. È davvero il pubblico a chiederlo, o sono gli stessi giornalisti a voler fare narrazione? Come è cambiato il suo modo di raccontare i fatti e che responsabilità sente verso chi la segue? Il mio modo di raccontare non è cambiato e non può cambiare, così come non cambia la responsabilità che abbiamo verso chi ci segue. Nel racconto dei grandi casi di cronaca, il giornalista diventa anche custode della memoria collettiva. Che cosa sente di portare sulle spalle quando affronta storie che continuano a interrogare il Paese? Non ho mai pensato a questo. Siamo umili raccontatori di fatti che poi diventano storia. Ma noi siamo dentro quelle storie e non possiamo permetterci di autocelebrarci o esaltarci. Quanto è difficile restare fedeli ai fatti quando il rumore mediatico diventa assordante? Come si protegge dalle pressioni e dalle semplificazioni narrative? È difficilissimo. Il segreto è far parlare tutte le parti, le carte e i fatti. Sempre. E, a volte, fermarsi quando la notizia non c’è. La notizia è sempre il faro. Dove possiamo seguirla, oltre alle testate giornalistiche per cui scrive? Sui miei social, da Facebook a Instagram, sul mio canale YouTube La Zia in Giallo, sul podcast Vite Private e sul canale YouTube Garlasco Channel oltre che in televisione, in radio e sulle piattaforme YouTube che si occupano di crime. In un tempo che chiede velocità, Laura Marinaro sceglie il passo lento della verifica. In un mondo che ama il rumore, resta fedele al silenzio che precede i fatti. Non cerca riflettori, ma verità. Ed è forse proprio questo il segreto di un giornalismo che resiste: continuare a raccontare senza mai dimenticare le persone.
Missione impossibile: Pippa Pickle e la giungla dello shopping natalizio
Per Pippa Pickle, fare shopping natalizio equivale a partecipare a una maratona emotiva, fisica e psicologica. Ogni anno ci prova, convincendosi che basterà un po’ di organizzazione per sopravvivere. Ma la realtà è che nessuna lista, nessuna mappa del centro commerciale, nessuna teiera piena la prepara allo tsunami festivo. Il primo negozio è un’esplosione di decorazioni, profumi aggressivi e commesse iperattive che le sussurrano: “Posso aiutarla a trovare il regalo perfetto?” Pippa vorrebbe rispondere: “Sì, trovami un uomo che non sparisca dopo tre appuntamenti”, ma si limita a un sorriso diplomatico. Dopo dieci minuti, ha già caldo. Dopo quindici, sente il cappotto stringerla come un abbraccio indesiderato. Dopo venti, entra in crisi esistenziale. Decide quindi di concentrarsi sui regali per le amiche. Vivian ama il vino: facile. Kate ama la cucina: facile. Rachel ama criticare tutto: impossibile. Pippa prova a scegliere qualcosa di “utile, elegante, raffinato”, ma finisce — come ogni anno — con tre candele profumate acquistate più per disperazione che per ispirazione. “Almeno profumeranno la casa”, si dice, giustificando l’acquisto impulsivo come fosse una scelta filosofica. Nel negozio successivo, Pippa si blocca davanti allo scaffale dei regali per uomini. Non ha nessun uomo a cui regalarli, ma una parte di lei insiste nel guardare: “Non si sa mai”. Poi scuote la testa, ridendo di sé stessa, e prosegue con passo incerto e scarpe ormai doloranti. Il Natale, pensa, è anche questo: un esercizio di sopravvivenza glamour. Quando torna a casa, con le borse che sembrano gridare “missione compiuta!”, crolla sul divano con una tazza di tè. È stanca, sudata, confusa… ma orgogliosa. Perché, nonostante tutto, ha attraversato il campo di battaglia dello shopping festivo e ne è uscita viva. E questo, per Pippa Pickle, è già un piccolo miracolo natalizio.
La lista dei buoni propositi di Pippa: aspettative, tè caldo e autoironia
Ogni dicembre, prima ancora di pensare ai regali o al menu della vigilia, Pippa Pickle affronta il suo rituale più sacro: la compilazione dei buoni propositi per l’anno nuovo. Una tradizione che rispetta con devozione, nonostante sappia perfettamente che la lista verrà abbandonata già alla seconda settimana di gennaio, insieme ai suoi sogni di vita sentimentale organizzata. Seduta al tavolo della cucina, con una tazza di tè fumante e un biscotto allo zenzero che la giudica da un piattino, Pippa apre il taccuino nuovo di zecca — rigorosamente acquistato perché “quest’anno sarà diverso”. La prima voce sulla lista è sempre la stessa: Trovare l’amore. Pippa sorride, sospira, scrive, cancella, riscrive. Ha discusso di questa voce per anni con le sue amiche, eppure continua a metterla in cima, come un mantra ostinato. La seconda voce riguarda lo sport. Una promessa che, ogni anno, dura il tempo di una passeggiata fino al negozio di dolci. Pippa scrive: Fare attività fisica tre volte a settimana. Poi aggiunge una postilla: “Vale anche lo shopping?” Perché, in fondo, sollevare borse pesanti è pur sempre sollevamento pesi. La terza voce è la più filosofica: Smettere di farsi illusioni. Qui Pippa si ferma più a lungo. Sa di essere campionessa olimpica nel confondere gentilezza con interesse, coincidenze con destino, conversazioni casuali con potenziali storie d’amore. Il problema non sono gli uomini: sono le sue sceneggiature mentali, che vincono premi immaginari in romanticismo e disastro. Dopo un’ora di riflessioni, Pippa chiude il taccuino soddisfatta. Non perché i propositi siano realistici — non lo sono mai — ma perché scriverli la fa sentire viva, speranzosa, parte di un anno che deve ancora arrivare e che, chissà, potrebbe sorprenderla. E poi, se il 2025 non dovesse andare secondo i piani, potrà sempre dare la colpa al 2024.
Carolina Sellitto: la scienza, la fragilità e il coraggio di stare nel mezzo
Ci sono professionisti che comunicano dati. E poi ce ne sono altri che, oltre ai dati, sanno restituire senso, responsabilità e umanità.Carolina Sellitto appartiene a questa seconda categoria. Volto noto al grande pubblico, biologa, divulgatrice scientifica, presenza costante nel dibattito mediatico sui casi giudiziari più complessi, Sellitto ha scelto una posizione scomoda ma necessaria: quella di chi si mette tra la notizia e le persone, per tradurre la scienza senza deformarla. L’abbiamo incontrata per parlare non solo di perizie, DNA e metodo scientifico, ma anche della donna dietro la professionista. Dottoressa Sellitto, chi è Carolina, prima ancora del ruolo pubblico che tutti conosciamo? «Io mi percepisco come una persona fragile. E so che può sembrare in contrasto con l’immagine che spesso arriva all’esterno. Ma se guardo il mio percorso di vita, mi rendo conto che quella fragilità è stata anche la mia forza». Sellitto racconta di essersi sposata molto giovane, subito dopo il liceo scientifico, e di aver vissuto con ansia il desiderio di maternità: «I primi due tentativi per avere un figlio non sono andati a buon fine. Ero spaventata, temevo che qualcosa non funzionasse. Poi, al terzo tentativo, sono rimasta incinta. Ed è stato proprio in quel momento che mi sono iscritta all’università». Da lì, un percorso accademico imponente: laurea, specializzazioni, dottorato, post-dottorato, master negli Stati Uniti. «Oggi mi chiedo spesso come abbia fatto. All’epoca non me ne rendevo conto, ma è stato un lavoro enorme». Lei ha trasformato una difficoltà personale in una missione professionale. Quanto conta questo aspetto nel suo lavoro? «Conta moltissimo. Quella che io vivevo come una fragilità è diventata uno strumento per aiutare gli altri. Forse nulla accade davvero per caso. Nel mio lavoro ho visto centinaia, migliaia di embrioni. Ogni mattina entravo in laboratorio per osservare se si fossero formati i due pronuclei, l’unione del patrimonio genetico femminile e maschile. Ogni volta era un’emozione fortissima». Un momento che Sellitto descrive come profondamente umano: «In quell’unione c’è già scritto tutto: chi saremo, da dove veniamo, a chi apparteniamo». Scienza e umanità sembrano convivere costantemente nel suo percorso. È così anche fuori dal laboratorio? «Sì. E forse pochi lo sanno, ma scrivo anche per il teatro. Attualmente ci sono due miei testi in scena in diverse città italiane. Ne parlo poco, quasi per pudore. Ma è una parte di me che non ho mai abbandonato». Arte e scienza non come poli opposti, ma come linguaggi complementari: «Da giovane pensavo di scegliere una strada artistica. Poi mi sono spaventata. L’arte, emotivamente, mi sembrava troppo esposta. Nella scienza mi sentivo più al sicuro, più contenuta. Ma in realtà l’arte è rimasta, ed è rientrata dalla porta principale nel mio lavoro». Negli ultimi mesi lei è stata molto esposta mediaticamente per il suo ruolo di divulgazione sulla perizia genetico-forense Albani. Perché ha sentito il bisogno di intervenire? «Perché ho visto troppa confusione. Troppa disinformazione. Io non permetterò mai che si raccontino dati scientifici in modo distorto. Ho scelto di mettermi nel mezzo: tra le notizie che escono e le persone che le ascoltano». Sellitto chiarisce un punto centrale: «La perizia Albani si basa sugli elettroferogrammi originari prodotti dal professor De Stefano. Tutti i periti successivi hanno lavorato su quei dati. E quasi tutti sono arrivati alle stesse conclusioni». E allora cosa è mancato, secondo lei, in quella prima fase? «De Stefano si è fermato. E ha scritto una frase pesante: “Non si può escludere Alberto Stasi”. Ci sono due aspetti che andrebbero chiariti: perché non ha voluto o potuto proseguire, e perché ha scelto di inserire quella affermazione». Secondo Sellitto, fermarsi non è mai un errore, se accompagnato da trasparenza: «Se non si è in grado di andare avanti, si può chiedere supporto, una supervisione. È una pratica normale in molte professioni, anche in ambito clinico. Non farlo, invece, lascia sospesi interpretativi che hanno un peso enorme». Che ruolo dovrebbe avere oggi la divulgazione scientifica nei casi giudiziari? «Un ruolo etico. La scienza non deve essere usata per confondere o per alimentare il tifo. Deve spiegare, chiarire, delimitare ciò che è certo da ciò che non lo è. Il pubblico ha diritto a informazioni corrette, non a suggestioni». Carolina Sellitto non si sottrae alla complessità. Non semplifica per compiacere, non alza la voce per imporsi. Sceglie la strada più difficile: quella della competenza che si assume la responsabilità delle parole. In un tempo in cui la scienza rischia di diventare spettacolo, la sua voce ricorda che il sapere, se non è accompagnato dall’etica, perde il suo senso più profondo.
Dare voce alla memoria: il dovere di raccontare
Ci sono luoghi in cui le parole pesano di più. La Sala della Protomoteca in Campidoglio è uno di questi: uno spazio simbolico, dove la memoria istituzionale incontra il senso civile della responsabilità. È qui che, sabato 13 dicembre 2025, si è svolta la cerimonia di premiazione della IX Edizione del Premio Letterario Giornalistico Piersanti Mattarella, preceduta dal convegno dedicato al “recupero del senso del dovere”, nel solco dell’esempio umano e morale del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. In questo contesto, il riconoscimento assegnato al libro Avevo gli occhi belli. Storia di Anna Borsa, vittima di femminicidio, classificatosi al terzo posto nella sezione Libri Inchiesta, assume un valore che va oltre il premio letterario. È un atto di responsabilità pubblica. Un gesto che richiama il dovere di raccontare, senza retorica né spettacolarizzazione, le storie che interrogano la coscienza collettiva. Da qui nasce questa intervista all’autrice Valentina Iannaco: non per celebrare un risultato, ma per riflettere sul senso della memoria, sul peso delle parole e sul ruolo del giornalismo quando sceglie di farsi strumento di verità e consapevolezza. Ricevere questo riconoscimento in Campidoglio, all’interno del Premio Piersanti Mattarella: che valore assume per lei, sia come giornalista sia come cittadina? Il libro si è classificato al terzo posto nella sezione “Libri Inchiesta” del Premio Letterario Giornalistico Piersanti Mattarella, un prestigioso riconoscimento che mi onora profondamente e mi rende ancora più determinata nella diffusione della mia opera. Nel suo libro Anna Borsa non è solo una vittima, ma una donna con una storia, un volto, uno sguardo. Perché era fondamentale partire da lì, dagli “occhi belli”, e non solo dal fatto di cronaca? Il libro nasce proprio con l’intento di non relegare la storia di Anna Borsa al mero fatto di cronaca. Partire dalla caratteristica che meglio rappresenta lei e la sua famiglia — i bellissimi occhi azzurri — significa mettere al centro la persona, la vita, i sogni e le speranze di Anna e di tutte le vittime di femminicidio. Il racconto in prima persona vuole restituire ad Anna la voce che purtroppo non ha più. Raccontare un femminicidio comporta sempre il rischio della spettacolarizzazione. Qual è stato il confine etico che si è data mentre scriveva questa inchiesta? La mia è stata fin da subito un’opera di solidarietà, dal momento che parte dei miei diritti d’autore è devoluta all’Associazione Anna Borsa, fondata dal fratello di Anna in memoria della sorella, per mantenerne vivo il ricordo e sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne. È la stessa missione che porto avanti attraverso questo libro. Il convegno che ha preceduto la premiazione era dedicato al “recupero del senso del dovere”, nel solco della figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. In che modo questo concetto attraversa anche il suo lavoro e questo libro? Non ho mai conosciuto Anna né la sua famiglia, anche se siamo originarie dello stesso paese, Pontecagnano, in provincia di Salerno. Quando è stata uccisa dall’uomo che diceva di amarla, mi trovavo a Roma, dove vivo con la mia famiglia. Ho iniziato a seguire la vicenda perché sentivo di dover fare qualcosa per onorare la memoria di questa giovane donna e lasciare un segno attraverso il quale tutti potessero trarre insegnamento. Per me onorare la memoria di Anna Borsa significa costruire qualcosa di buono in suo nome. Ecco, questo è il mio “senso del dovere”: lo stesso che mi spinge a diffondere la mia opera nelle piazze, nei luoghi di cultura e soprattutto nelle scuole. Quanto conta, secondo lei, il linguaggio con cui media, giornalisti e istituzioni raccontano la violenza contro le donne? Le parole possono ancora fare la differenza? Il linguaggio giornalistico è estremamente potente, perché ha un’eco molto ampia, soprattutto grazie ai media digitali e ai social network. Allo stesso tempo, però, accade talvolta che alcune dinamiche legate alla violenza sulle donne vengano fraintese o rappresentate in modo inadeguato, con il rischio di screditare o, peggio, colpevolizzare le vittime. Per questo ritengo fondamentale raccontare queste storie con la massima chiarezza e responsabilità. La storia di Anna Borsa è una storia individuale, ma parla a una società intera. Che cosa ci dice questo caso sul fallimento della prevenzione e sull’educazione alle relazioni? Credo che educare all’affettività sia essenziale per insegnare ai giovani a riconoscere le proprie emozioni e a gestire le relazioni in modo rispettoso. Tuttavia, mi rendo conto che il percorso per raggiungere questo obiettivo è ancora complesso e spesso accidentato. Anche per questo ho deciso di scrivere un libro che raccontasse una storia vera: per far comprendere soprattutto ai giovani lettori che, di fronte a questi tragici epiloghi, non si torna indietro. Resta solo il dolore dei sopravvissuti, che non potranno mai più vivere come prima. Oggi erano presenti anche familiari di vittime, come Marina Conte e Valerio Vannini. Che ruolo ha, per lei, la testimonianza dei familiari nel trasformare il dolore privato in coscienza pubblica? La testimonianza dei familiari delle vittime rappresenta un atto di straordinaria resilienza e consapevolezza, capace di trasformare il dolore personale in uno strumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Se chiude il libro e resta in silenzio, cosa spera che il lettore porti con sé: una domanda, una responsabilità, un cambiamento di sguardo? Spero che il mio libro arrivi a chi crede che la memoria abbia un valore, a chi non vuole distogliere lo sguardo, a chi sente il bisogno di capire più che di giudicare, a chi pensa che ricordare non sia solo un gesto di rispetto, ma anche un modo concreto per provare a cambiare. Raccontare non è mai un atto neutro. Ogni parola scelta, ogni silenzio rispettato, ogni sguardo restituito alla dignità di una persona uccisa dalla violenza, diventa una presa di posizione etica. La storia di Anna Borsa, come quella di tante altre donne, ci ricorda che il femminicidio non è solo un fatto di cronaca, ma una frattura profonda nella coscienza sociale. Trasformare il dolore in memoria attiva, il lutto in responsabilità, è forse il più alto “senso del dovere” che oggi possiamo esercitare. Se questo libro
Il maglione natalizio inguardabile di Pippa Pickle: quando la moda diventa un crimine festivo
A Pluckley, il Natale porta con sé due certezze: un freddo che nemmeno le renne sopporterebbero e l’attesa del maglione natalizio che Pippa sfoggerà alla prima occasione sociale. Le sue amiche, che la seguono da anni in questa missione tragicomica, hanno sviluppato un misto di curiosità e terrore ogni volta che dicembre si avvicina. Perché l’evoluzione del Christmas jumper di Pippa è ormai una saga epica, e ogni anno lei riesce a superare se stessa in creatività discutibile. Quest’anno, dopo aver passato una domenica intera a cercare ispirazione tra negozi e mercatini, è tornata a casa con un acquisto che definire audace è riduttivo. Un maglione rosso, accettabile in apparenza, ma con una renna gigante sulla parte frontale, dotata di lucine LED incorporate. Funzionanti. Lampeggianti. Incessanti. Una scelta che neppure un elfo particolarmente brillo approverebbe. Il problema non è solo estetico. Il primo pomeriggio in cui decide di indossarlo — per andare al supermercato, poi dal panettiere, poi “vediamo se incontro qualcuno di interessante” — Pippa scopre che il maglione ha un difetto di fabbrica: produce un lieve bip ogni volta che lei muove le braccia. Una specie di sonar natalizio che annuncia il suo arrivo a metri di distanza. Alla cassa del supermercato, il cassiere la guarda come si osserva un veicolo spaziale atterrato per caso. Una bambina la indica chiedendo alla madre se quella signora sia “un aiutante segreto di Babbo Natale”. Un uomo, che per pochi secondi le era sembrato interessante, scoppia a ridere quando le luci si accendono a intermittenza mentre lei allunga il braccio per prendere il resto. Eppure, Pippa torna a casa orgogliosa. Si guarda allo specchio, le luci riflettono sul vetro, la renna sembra sorridere complice. “Sono un faro per single disperati”, si dice ridacchiando. C’è una cosa che Pippa ha capito da tempo: nel mare emotivo del Natale, o ti distingui o anneghi nell’omologazione. Lei, senza alcun dubbio, preferisce brillare. Anche troppo.
La voce dell’innocenza scambiata per colpevolezza
La telefonata di Alberto Stasi al 118 tra scienza del trauma, linguistica forense e bias interpretativi Ci sono telefonate che diventano processi Non perché contengano una confessione, ma perché vengono caricate, nel tempo, di aspettative, proiezioni, bias cognitivi. Nessuna chiamata di emergenza può dimostrare l’innocenza o la colpevolezza di un soggetto. Ma può essere usata impropriamente per costruire colpevolezza laddove la scienza invita alla sospensione del giudizio. La chiamata di Alberto Stasi al 118, nel caso Garlasco, è una di queste. Una manciata di secondi sono stati analizzati per anni, e ancora oggi purtroppo, come se la verità potesse essere ascoltata invece che dimostrata. Eppure, se si sposta lo sguardo — se si abbandona l’idea che l’innocenza debba avere una voce “perfetta”; se si applicano davvero, e non ideologicamente, gli studi scientifici sulle chiamate di emergenza — quella telefonata non parla di colpa. Parla, semmai, di un’innocenza disorganizzata, spaventata, cognitiva prima che emotiva. Un’innocenza che non sa come si chiede aiuto quando il mondo è appena crollato. La premessa necessaria Cosa dice davvero la scienza sulle chiamate di emergenza? Negli Stati Uniti, a partire dagli anni Duemila, numerosi studi hanno analizzato le 911 homicide calls, cercando di individuare differenze tra chiamanti innocenti e colpevoli. Ma la letteratura più recente — quella più rigorosa — è arrivata a una conclusione netta: non esiste una “voce dell’innocenza” standard. E non esiste una “voce della colpa” riconoscibile con certezza. Le chiamate di emergenza non sono test psicologici. Sono atti comunicativi sotto stress estremo, influenzati da: • shock acuto • freezing emotivo • personalità cognitive • educazione emotiva • paura dell’errore • timore di “fare danni” • e, soprattutto, dal bisogno di capire prima di agire. Molti studi mostrano che gli innocenti non sempre urlano, non sempre piangono, non sempre sanno cosa dire. Alcuni diventano iper-razionali, altri confusi, altri ancora appaiono “freddi”. Questo non è colpa. È neurobiologia dello stress. Garlasco: una telefonata diventata simbolo Nel caso Garlasco, la telefonata di Alberto Stasi al 118 è stata spesso descritta come “strana”, “distaccata”, “difensiva”. Ma questa lettura parte da un presupposto implicito e scorretto: che l’innocenza debba manifestarsi in modo emotivamente coerente con le aspettative di chi ascolta. Si tratta di un errore cognitivo noto: il bias della rappresentatività. Ci aspettiamo che il dolore suoni in un certo modo. Quando non lo fa, sospettiamo. Analisi parola per parola Una telefonata di innocenza cognitiva «Mi serve un’ambulanza» Non dice: “mandate un’ambulanza subito”. Non dice: “aiutatela”. Non urla. Dice: “mi serve un’ambulanza”. È una frase semplice, funzionale, quasi burocratica. Ed è proprio qui che emerge il primo dato chiave: Stasi parla come chi è orientato al problema, non come chi sta costruendo una storia. Non c’è teatralità. Non c’è seduzione emotiva. C’è una richiesta concreta, povera, spoglia. Questa non è una voce che recita. È una voce che non sa come si recita il dolore. L’indirizzo, l’incertezza, il civico sbagliato L’errore sul numero civico è stato uno degli elementi più strumentalizzati. Ma gli studi sul trauma mostrano che sotto stress acuto la memoria spaziale è una delle prime a frammentarsi, soprattutto quando: • si passa rapidamente da un contesto noto a uno sconvolgente; • si attivano compiti nuovi (chiamare, spiegare, localizzare). Stasi non insiste sul numero. Non lo difende. Dice: “non ne sono sicuro”. Questa frase non è una strategia. È l’opposto: è rinuncia al controllo. Chi costruisce un alibi tende a irrigidirsi sulle informazioni chiave. Chi è in difficoltà cognitiva ammette l’incertezza. «Credo che abbiano ucciso una persona… forse è viva» Qui la critica si è fatta feroce. Ma è qui che la lettura cambia radicalmente. Questa frase non è ambigua per difesa. È ambigua perché la mente non ha ancora integrato l’irreversibilità. Trauma significa questo: vedere qualcosa di intollerabile e non riuscire subito a nominarlo. “Una persona” non è distanza emotiva. È anestesia linguistica: il linguaggio minimo che la psiche utilizza quando il nome è troppo. E l’oscillazione tra “uccisa” e “forse è viva” è tipica di chi spera contro ogni evidenza, non di chi conosce già l’esito. Come sottolinea van der Kolk (2014): “Il trauma non viene immagazzinato come una narrazione, ma come frammenti di sensazione, percezione e azione”. Pretendere coerenza narrativa immediata non è scienza. È proiezione. «Sono andato dai carabinieri» Questa frase è stata spesso letta come “difensiva”. Ma esiste una lettura psicologicamente molto più solida: Stasi si affida all’autorità perché non sa cosa fare. Nel panico: • alcune persone urlano, • altre scappano, • altre cercano una figura normativa che dica loro cosa è giusto. Andare dai carabinieri, dirlo all’operatrice, non è strategia. È bisogno di delega. Come scrive Herman (1997): “Le persone innocenti, sottoposte a uno stress travolgente, cercano spesso nell’autorità istituzionale un agente di regolazione”. Il colpevole evita. L’innocente cerca ordine. «È la mia fidanzata» Il legame affettivo emerge tardi. Non perché sia inesistente, ma perché nominarlo rende il trauma reale. La dissociazione affettiva è una risposta adattiva, non una menzogna. Dire “la mia fidanzata” significa far crollare l’ultimo argine. E infatti arriva solo quando la comunicazione non può più restare tecnica. Una telefonata senza costruzione narrativa Ciò che colpisce davvero, osservando questa chiamata, è ciò che manca: • non c’è un alibi esplicito; • non c’è una linea temporale costruita; • non c’è una giustificazione dei movimenti; • non c’è un tentativo di apparire “bravo”, “collaborativo”, “commosso”. È una telefonata scomposta, irregolare, poco efficace persino. Ed è proprio questa inefficacia a raccontare l’innocenza. Come nota Vrij (2008): “L’inganno è cognitivamente impegnativo e spesso si traduce in un’eccessiva strutturazione del discorso”. Qui, invece, il discorso si sfalda. Cosa questa telefonata NON è: • una confessione mascherata; • una narrazione costruita; • un tentativo di controllo dell’interlocutore; • un alibi performativo. Manca tutto ciò che la ricerca associa alle chiamate staged(inscenate): • coerenza narrativa; • eccesso di dettagli; • gestione attiva dell’immagine di sé. La telefonata di Alberto Stasi non racconta un delitto. Racconta una mente travolta, non addestrata, non strategica. Racconta l’innocenza nel suo aspetto più scomodo: quello
Perché a dicembre aumentano alcuni reati
Dicembre è il mese delle luci, delle attese, delle corse frenetiche, dei bilanci e delle emozioni amplificate. Ma è anche un periodo in cui la criminologia osserva un fenomeno costante e ricorrente: un aumento specifico di alcuni reati. Non si tratta di superstizione né di coincidenze: è un dato supportato da analisi sociologiche, psicologiche e comportamentali. Il mese delle feste è infatti un laboratorio perfetto per comprendere come stress, aspettative, pressioni sociali e vulnerabilità emotive possano agire come detonatori nascosti. In questo articolo esploriamo il perché, e cosa accade nella mente delle persone quando la società si prepara al Natale. 1. FURTI E RAPINE: IL LATO OSCURO DEL CONSUMO Dicembre è il mese dei regali, dei centri commerciali affollati, delle spese extra. Questo produce due effetti criminologici: Aumento di opportunità • auto cariche di acquisti, • pacchi lasciati in vista, • case temporaneamente vuote, • portafogli e borse meno vigilati. L’occasione criminogena cresce e chi vive in situazioni di disagio economico può essere spinto dallo stress finanziario. Aumento della pressione sociale Il bombardamento mediatico legato al “dover comprare”, “dover spendere”, “dover essere all’altezza” genera dissonanza tra ciò che si può e ciò che si pensa di dover dimostrare. È qui che nasce la tensione criminogena: quando il desiderio sociale supera le possibilità reali, alcuni individui adottano scorciatoie illegali. 2. TRUFFE: IL MESE PIÙ PERICOLOSO PER I PIÙ FRAGILI Gli anziani, le persone sole, chi vive in condizioni di vulnerabilità economica diventano bersagli privilegiati. A dicembre proliferano: • truffe porta a porta, • finti operatori, • frodi online legate agli acquisti, • sottrazioni di denaro con scuse “natalizie”. Psicologicamente, questo accade perché la difesa critica si abbassa: il clima festivo aumenta la fiducia, mentre la solitudine amplifica il bisogno di contatto. Il truffatore agisce proprio lì: nello spazio dove emozione e ingenuità si incontrano. 3. VIOLENZA DOMESTICA: LA FESTA CHE DIVENTA TRAPPOLA Uno dei dati più dolorosi e meno discussi è questo: durante le festività aumentano i casi di violenza domestica. Perché? Aumento del tempo forzato insieme Coppie e famiglie in conflitto si ritrovano chiuse nella stessa casa più a lungo del solito. La tensione sale, i problemi nascosti emergono. Alcol e disinibizione Le festività incrementano il consumo di alcol, che abbassa i freni inibitori e amplifica reazioni impulsive. Aspettative irrealistiche L’idea che “dobbiamo essere felici” crea una pressione che esplode in chi non è emotivamente regolato. Controllo e gelosia I partner violenti vivono le feste come un’occasione di monitoraggio totale. Ogni contatto esterno o scelta autonoma può scatenare escalation. La criminologia ci ricorda che la violenza domestica non nasce a dicembre, ma a dicembre diventa più visibile e più intensa. 4. GUIDA IN STATO DI EBBREZZA E INCIDENTI Durante le feste aumentano: • cene aziendali, • incontri familiari, • aperitivi, • brindisi multipli. Una cultura che normalizza l’alcol come strumento di socialità porta a sottovalutare i rischi. La diminuzione del controllo cognitivo e motorio è il principale fattore criminologico e vittimologico legato agli incidenti stradali. Gli effetti sono spesso devastanti: vite spezzate per un gesto evitabile. 5. AGGRESSIVITÀ E COMPORTAMENTI IMPULSIVI: IL PARADOSSO DELLA FESTA Dicembre è un mese di sovrastimolazione: • rumore, • folla, • spese, • agenda piena, • obblighi familiari, • pressione emotiva. La mente va in sovraccarico. E quando la soglia di tolleranza si abbassa, l’impulsività aumenta. È il cosiddetto Christmas Stress Trigger: una miscela esplosiva di stanchezza, irritazione, senso di frustrazione e aspettative disattese. Così, anche persone generalmente calme possono reagire in modo aggressivo a stimoli minimi. IL FILO ROSSO CHE UNISCE TUTTI QUESTI REATI La criminologia osserva che a dicembre aumenta tutto ciò che è già in tensione: • le fragilità economiche, • le fragilità emotive, • le tensioni familiari, • le dipendenze, • la rabbia inespressa, • il bisogno di riconoscimento, • la solitudine. Dicembre amplifica le ombre e moltiplica i rischi. Ma ci offre anche uno strumento prezioso: consapevolezza. Solo riconoscendo i fattori criminogeni possiamo prevenirli. COME PROTEGGERSI: 5 STRATEGIE DI PREVENZIONE 1. Ridurre i comportamenti a rischio: niente oggetti di valore in vista, attenzione online, evitare orari isolati. 2. Stabilire confini familiari chiari: proteggere la propria salute emotiva è prevenzione. 3. Limitare l’alcol: il vero pericolo è la sottovalutazione. 4. Riconoscere segnali di tensione relazionale: ciò che esplode a Natale era già acceso. 5. Sostenere chi è vulnerabile: anziani, donne, adolescenti. L’ascolto è prevenzione. DICEMBRE NON È SOLO LUCE: È UN MOMENTO IN CUI IMPARARE A VEDERE Il mese delle feste ci ricorda che le emozioni, come i comportamenti, sono più intense. Ed è proprio in questo periodo che la criminologia può diventare uno strumento per comprendere e proteggere, non solo per analizzare. La sicurezza, come la salute emotiva, nasce dalla consapevolezza. E dicembre può diventare il mese in cui impariamo a guardare con occhi più attenti, più profondi, più veri.
Il Christmas Party di Pippa Pickle: tra vin brulé, amori impossibili e catastrofi brillanti
Ogni anno Pippa promette a se stessa che non organizzerà più una festa di Natale. E ogni anno, con la stessa puntualità con cui si innamora degli uomini sbagliati, finisce per preparare un aperitivo in casa sua, convinta che possa andare diversamente dalla volta precedente. Ovviamente, si sbaglia. Kate arriva per prima, portando una pentola di vin brulé che sembra un’arma chimica. Vivian entra con una teglia di biscotti a forma di renna, tutti diversi tra loro e alcuni leggermente inquietanti. Rachel porta la sua solita energia critica e un maglione natalizio che grida vendetta. Gavin, in ritardo scenografico, entra accompagnato da un uomo di una bellezza discutibile solo se non ami l’arte. E Pippa, sì, lo ama eccome. Lei lo saluta con un sorriso timido, già sentendo nel cuore quella vocina che sussurra: “Forse è lui”. Una vocina che dovrebbe essere licenziata da anni. La serata procede tra chiacchiere, tazze bollenti e decorazioni che si staccano dalle pareti come fossero in fuga. Pippa osserva il nuovo arrivato, incuriosita. Poi Gavin si avvicina, appoggia mano sulla spalla dell’uomo e annuncia: «Vi presento il mio fidanzato». Fine dell’illusione. Sipario. Eppure, mentre tutti ridono, brindano e raccontano storie improbabili, Pippa si rende conto che il bello del Natale non è trovare l’amore, ma ritrovare l’affetto degli amici. La sua piccola, disfunzionale, meravigliosa famiglia scelta. Quella che, anche quando fa disastri, riesce sempre a farla sentire a casa.
Il bisogno di controllo: perché alcune persone non sanno lasciarsi andare
Il bisogno di controllo è una delle strategie psicologiche più diffuse e, allo stesso tempo, più fraintese. Non nasce da un desiderio di dominare gli altri, ma dal tentativo di proteggere se stessi. Per molte persone, controllare significa sopravvivere: evitare il caos, prevenire il dolore, mantenere un equilibrio interiore fragile. Lasciarsi andare, per chi ha costruito la propria sicurezza sul controllo, può sembrare un rischio troppo grande. Il controllo è spesso la risposta a un passato imprevedibile. Crescere in ambienti instabili, con emozioni familiari esplosive o mancanza di punti di riferimento, insegna che l’unico modo per sentirsi al sicuro è prevedere tutto. Ogni dettaglio diventa importante, ogni variazione genera ansia. La mente impara a funzionare in modalità “allerta”, come se il mondo fosse sempre pronto a togliere qualcosa. Così il controllo diventa una corazza invisibile. Con il tempo, però, questa corazza pesa. Le persone che hanno bisogno di controllare tutto vivono con un livello di tensione costante: programmare, anticipare, gestire, monitorare. La spontaneità li mette in difficoltà. Le sorprese, anche quelle positive, vengono vissute come minacce. Delegare è complicato. Fidarsi diventa un’impresa enorme. Il corpo si irrigidisce, la mente corre, il cuore non trova mai una vera pausa. È importante capire che dietro il controllo c’è la paura. Paura di fallire, di essere feriti, di perdere qualcuno, di non essere all’altezza. Paura di rivivere dolori antichi. Le persone molto controllanti non cercano il potere: cercano sicurezza, ma spesso nel modo meno efficace. Perché il controllo totale è un’illusione: nessuno può governare tutto. Eppure, accettare questo limite richiede un livello di fiducia che chi ha sofferto fatica a costruire. Il vero nodo non è il controllo in sé, ma l’incapacità di lasciarsi andare. Lasciarsi andare significa affidarsi, mostrare vulnerabilità, accettare che le cose possano andare diversamente da come le immaginiamo. Significa correre il rischio di essere visti per ciò che si è davvero. Per qualcuno, questo rischio è più spaventoso della fatica del controllo stesso. Come si può iniziare a mollare la presa? Il primo passo è riconoscere che il controllo non è protezione, ma difesa. E che la difesa, se diventa l’unico modo di stare al mondo, impedisce il contatto autentico con gli altri. Serve imparare a tollerare piccole imprevedibilità, a chiedere aiuto, a condividere responsabilità. È un percorso graduale, fatto di micro-aperture che nel tempo insegnano alla mente che non tutto ciò che è imprevisto fa male. Lasciarsi andare non significa perdere il controllo, ma recuperare libertà. Significa permettersi di vivere relazioni più vere, più leggere, più profonde. Significa smettere di combattere contro la vita e iniziare a farne parte. Ed è lì, in quello spazio nuovo, che la sicurezza smette di essere una corazza e torna a essere una sensazione: interna, stabile, autentica.
Il dramma dei regali inutili: sopravvivere con ironia allo shopping natalizio
Se c’è una tradizione che Pippa Pickle considera più pericolosa del mistletoe appeso nelle case degli amici sposati, è quella dello scambio dei regali. Una pratica che, secondo Pippa, andrebbe regolamentata da un codice penale affettivo. Ogni anno, infatti, le sue amiche sembrano impegnarsi con fervore religioso nel regalarle l’oggetto meno adatto a lei, come se esistesse un concorso segreto intitolato “Come traumatizzare Pippa con eleganza”. Vivian inaugura la stagione consegnandole una sciarpa color senape, una tonalità che Pippa definisce “tra il malto antico e la tristezza”. Lei ringrazia con un sorriso diplomatico, mentre nella testa si domanda se l’amica ricordi la sua allergia al senape. Rachel, che ha una passione per la crescita personale altrui più che per la propria, le regala un’agenda dal titolo inquietante: “Organizza la tua vita sentimentale in 12 settimane”. Pippa la sfoglia trovando tabelle, grafici e esercizi di autovalutazione: roba che potrebbe trasformare anche una donna serena in un caso clinico. Ma il culmine, come sempre, arriva con Gavin. Elegante, profumato, scintillante come un ornamento Tiffany, entra in scena con un pacchetto perfetto. Pippa trattiene il fiato. Lo apre. Dentro, un foulard di seta meraviglioso… per Rachel. Gavin le strizza l’occhio: «Tesoro, tu sei difficile da comprare. Però ti porto a cena fuori, vale di più del foulard». E in effetti ha ragione. Il punto è che Pippa, pur lamentandosi, ama profondamente questa ritualità tragicomica. Perché, al di là dei regali improbabili, c’è un filo che le lega: l’affetto, il disastro, la risata. E il Natale, nel suo mondo, non è mai davvero perfetto. Ma è sinceramente imperfetto, proprio come lei.
Dove i manoscritti non bruciano: Bulgakov, Elèna e il coraggio della creazione
Portare in scena Il Maestro e Margherita significa attraversare un territorio instabile, dove il confine tra realtà e visione si dissolve continuamente. Significa confrontarsi non solo con uno dei romanzi più potenti e stratificati del Novecento, ma anche con la vita ferita del suo autore, con l’amore assoluto e militante di Elèna Šilovskaja, con il peso della censura e con la necessità, oggi più che mai attuale, di continuare a creare nonostante tutto. In questo adattamento teatrale, costruito come una narrazione “a matrioska”, i piani si moltiplicano: la vita di Bulgakov entra nel romanzo, il romanzo invade la scena, i personaggi diventano maschere dell’autore stesso. Ne nasce uno spettacolo dinamico, visionario e profondamente politico, che interroga il presente attraverso un’opera senza tempo. Abbiamo dialogato con gli autori per esplorare le scintille originarie di questo progetto, le sue scelte estetiche e il messaggio che oggi intende consegnare allo spettatore. Da quale scintilla è nato il desiderio di portare in scena Il Maestro e Margherita in questa forma così dinamica e “a matrioska”? Cosa l’ha attratta di più: la potenza visionaria del romanzo o la storia intima di Bulgakov ed Elèna? La struttura “a matrioska” tenta prima di tutto di ricalcare il più fedelmente possibile quella del romanzo, ma quando abbiamo deciso di approcciarci a questo adattamento io e Alfio Montenegro sentivamo per motivi diversi l’esigenza di dare significato a quel famoso detto per cui “bisogna scrivere di quello che si conosce”, che è un monito giustissimo ma anche fuorviante, perché spesso sembra un invito a scrivere solo del reale, e di quella minuscola porzione di reale che si conosce personalmente. Nella sua opera però Bulgakov, con uno stile per altro rivoluzionario, ha messo molto – se non tutto – di se stesso, dei suoi dolori, del suo dramma personale, del suo amore per Elèna, appunto, ma anziché raccontare tutto questo attraverso una lente naturalistica ha deciso di sublimarlo in una storia psichedelica, che se fosse stata pubblicata oggi sarebbe stata probabilmente etichettata come fantasy. La cosa che ci ha attratto di più, forse, è stato proprio il modo in cui nell’opera originale la vicenda personale di Bulgakov e di sua moglie si intrecciava con il potere visionario di Woland, del maestro e di Margherita. Nel vostro lavoro emerge con forza la tensione tra creatività e repressione. Che tipo di riflessione volevate suggerire oggi, in un’epoca in cui la censura non è più solo politica ma anche sociale e digitale? Che proprio per questo, poiché la censura non è solo più politica nel senso più stretto del termine, bisogna imparare a riconoscerla e, soprattutto, a combatterla; in primis, non smettendo di scrivere, di recitare, di creare solo perché ci viene fatto credere che ciò he produciamo non verrà mai visto o ascoltato. La figura di Elèna Šilovskaja attraversa tutto lo spettacolo come musa, custode e, in qualche modo, coautrice. In che modo avete lavorato sulla sua presenza scenica, trasformandola da “moglie del Maestro” a vero motore narrativo ed emotivo? Nello spettacolo Elèna passa in effetti proprio dall’essere musa a effettiva autrice del romanzo e questo è uno degli aspetti a cui teniamo di più. Per sottolineare la sua trasformazione abbiamo lavorato molto con Giulia Sanna, l’interprete del personaggio, sul cambiamento che Elèna attraversa in primis nel suo arco personale, indipendentemente da Bulgakov, in modo da presentarla in un primo momento come una giovane donna eccentrica e un po’ svampita e poi, mano a mano, renderla sempre più simile a una Margherita, a una donna consapevole, sicura e determinata che non ha più intenzione di essere solo spettatrice della propria storia. Lo spettacolo gioca con continui cambi di piano: la vita di Bulgakov, la scrittura del manoscritto, le scene del romanzo che prendono forma. Qual è stata la maggiore sfida nel costruire questo intreccio e nel guidare lo spettatore attraverso questi salti? Più che nostra, la vera sfida è stata degli attori che ci hanno seguito in questo viaggio, soprattutto per Andrea Lami e Giulia Sanna. Entrambi infatti ricoprono nello spettacolo diversi ruoli, da Bulgakov ed Elèna al Maestro e Margherita, da Berlioz e Ivan ad Azazello e Behemoth. Abbiamo (e hanno) lavorato molto per caratterizzare al meglio ognuno di questi personaggi in modo da garantire un cambiamento continuo, una giusta verosimiglianza e allo stesso tempo una sincera fedeltà ai caratteri descritti da Bulgakov. Sia Andrea che Giulia sono stati in questo davvero fantastici e ad aiutarli, in più, c’è il lavoro fatto dalla nostra costumista, Benedetta Nicoletti, che ha dato a ogni personaggio una sua identità anche solo attraverso piccoli dettagli. Bulgakov proietta parti di sé nei suoi personaggi. Nel vostro adattamento, quale volto del Maestro, quale ombra di Woland e quale luce di Margherita avete voluto mettere in risalto? Questa è una complessa ma davvero interessante, perché difficilmente viene messo in luce come, alla fine, tutti i personaggi del romanzo siano facce diverse dello stesso autore. Riflettendoci, in questo caso il Maestro ha il volto della sconfitta, dell’eroe tragico che si lascia schiacciare dal fato avverso, dal potere degli dèi, che in questo caso sono incarnati della dittatura; Woland ha innumerevoli ombre, ma quella su cui abbiamo deciso di calcare di più la mano riguarda il desiderio di innalzarsi al di sopra dei mortali, pur rendendosi conto di essere simile a loro nella maggior parte dei difetti, dall’avidità, alla bestialità, alla stessa incoerenza; Margherita, invece, è senza dubbio il personaggio più luminoso di questo testo visto che, ancora di più di come avviene nel romanzo, qui è una donna intraprendente, decisa, che porta a compimento la sua rivalsa nei confronti di un destino limitato e un mondo che non la vuole libera. La scelta di un impianto musicale che va da Strauss al glam rock anni ’70–’80 è coraggiosa e sorprendente. Come avete costruito questo tessuto sonoro così eterogeneo e quale ruolo gioca nel ritmo narrativo? In realtà, in modo abbastanza spontaneo. Sia Alfio che io siamo cresciuti, anche se in momenti diversi, con quella musica, che d’altra parte è



