La telefonata di Alberto Stasi al 118 tra scienza del trauma, linguistica forense e bias interpretativi
Ci sono telefonate che diventano processi
Non perché contengano una confessione, ma perché vengono caricate, nel tempo, di aspettative, proiezioni, bias cognitivi. Nessuna chiamata di emergenza può dimostrare l’innocenza o la colpevolezza di un soggetto. Ma può essere usata impropriamente per costruire colpevolezza laddove la scienza invita alla sospensione del giudizio.
La chiamata di Alberto Stasi al 118, nel caso Garlasco, è una di queste.
Una manciata di secondi sono stati analizzati per anni, e ancora oggi purtroppo, come se la verità potesse essere ascoltata invece che dimostrata.
Eppure, se si sposta lo sguardo — se si abbandona l’idea che l’innocenza debba avere una voce “perfetta”; se si applicano davvero, e non ideologicamente, gli studi scientifici sulle chiamate di emergenza — quella telefonata non parla di colpa.
Parla, semmai, di un’innocenza disorganizzata, spaventata, cognitiva prima che emotiva. Un’innocenza che non sa come si chiede aiuto quando il mondo è appena crollato.
La premessa necessaria
Cosa dice davvero la scienza sulle chiamate di emergenza?
Negli Stati Uniti, a partire dagli anni Duemila, numerosi studi hanno analizzato le 911 homicide calls, cercando di individuare differenze tra chiamanti innocenti e colpevoli.
Ma la letteratura più recente — quella più rigorosa — è arrivata a una conclusione netta: non esiste una “voce dell’innocenza” standard. E non esiste una “voce della colpa” riconoscibile con certezza.
Le chiamate di emergenza non sono test psicologici. Sono atti comunicativi sotto stress estremo, influenzati da:
• shock acuto
• freezing emotivo
• personalità cognitive
• educazione emotiva
• paura dell’errore
• timore di “fare danni”
• e, soprattutto, dal bisogno di capire prima di agire.
Molti studi mostrano che gli innocenti non sempre urlano, non sempre piangono, non sempre sanno cosa dire. Alcuni diventano iper-razionali, altri confusi, altri ancora appaiono “freddi”. Questo non è colpa. È neurobiologia dello stress.
Garlasco: una telefonata diventata simbolo
Nel caso Garlasco, la telefonata di Alberto Stasi al 118 è stata spesso descritta come “strana”, “distaccata”, “difensiva”.
Ma questa lettura parte da un presupposto implicito e scorretto: che l’innocenza debba manifestarsi in modo emotivamente coerente con le aspettative di chi ascolta. Si tratta di un errore cognitivo noto: il bias della rappresentatività. Ci aspettiamo che il dolore suoni in un certo modo. Quando non lo fa, sospettiamo.
Analisi parola per parola
Una telefonata di innocenza cognitiva
«Mi serve un’ambulanza»
Non dice: “mandate un’ambulanza subito”.
Non dice: “aiutatela”.
Non urla.
Dice: “mi serve un’ambulanza”.
È una frase semplice, funzionale, quasi burocratica.
Ed è proprio qui che emerge il primo dato chiave: Stasi parla come chi è orientato al problema, non come chi sta costruendo una storia. Non c’è teatralità. Non c’è seduzione emotiva. C’è una richiesta concreta, povera, spoglia.
Questa non è una voce che recita. È una voce che non sa come si recita il dolore.
L’indirizzo, l’incertezza, il civico sbagliato
L’errore sul numero civico è stato uno degli elementi più strumentalizzati. Ma gli studi sul trauma mostrano che sotto stress acuto la memoria spaziale è una delle prime a frammentarsi, soprattutto quando:
• si passa rapidamente da un contesto noto a uno sconvolgente;
• si attivano compiti nuovi (chiamare, spiegare, localizzare).
Stasi non insiste sul numero.
Non lo difende.
Dice: “non ne sono sicuro”.
Questa frase non è una strategia. È l’opposto: è rinuncia al controllo.
Chi costruisce un alibi tende a irrigidirsi sulle informazioni chiave. Chi è in difficoltà cognitiva ammette l’incertezza.
«Credo che abbiano ucciso una persona… forse è viva»
Qui la critica si è fatta feroce.
Ma è qui che la lettura cambia radicalmente.
Questa frase non è ambigua per difesa. È ambigua perché la mente non ha ancora integrato l’irreversibilità.
Trauma significa questo: vedere qualcosa di intollerabile e non riuscire subito a nominarlo.
“Una persona” non è distanza emotiva.
È anestesia linguistica: il linguaggio minimo che la psiche utilizza quando il nome è troppo. E l’oscillazione tra “uccisa” e “forse è viva” è tipica di chi spera contro ogni evidenza, non di chi conosce già l’esito.
Come sottolinea van der Kolk (2014):
“Il trauma non viene immagazzinato come una narrazione, ma come frammenti di sensazione, percezione e azione”.
Pretendere coerenza narrativa immediata non è scienza. È proiezione.
«Sono andato dai carabinieri»
Questa frase è stata spesso letta come “difensiva”.
Ma esiste una lettura psicologicamente molto più solida: Stasi si affida all’autorità perché non sa cosa fare.
Nel panico:
• alcune persone urlano,
• altre scappano,
• altre cercano una figura normativa che dica loro cosa è giusto.
Andare dai carabinieri, dirlo all’operatrice, non è strategia.
È bisogno di delega.
Come scrive Herman (1997):
“Le persone innocenti, sottoposte a uno stress travolgente, cercano spesso nell’autorità istituzionale un agente di regolazione”.
Il colpevole evita. L’innocente cerca ordine.
«È la mia fidanzata»
Il legame affettivo emerge tardi. Non perché sia inesistente, ma perché nominarlo rende il trauma reale. La dissociazione affettiva è una risposta adattiva, non una menzogna.
Dire “la mia fidanzata” significa far crollare l’ultimo argine. E infatti arriva solo quando la comunicazione non può più restare tecnica.
Una telefonata senza costruzione narrativa
Ciò che colpisce davvero, osservando questa chiamata, è ciò che manca:
• non c’è un alibi esplicito;
• non c’è una linea temporale costruita;
• non c’è una giustificazione dei movimenti;
• non c’è un tentativo di apparire “bravo”, “collaborativo”, “commosso”.
È una telefonata scomposta, irregolare, poco efficace persino. Ed è proprio questa inefficacia a raccontare l’innocenza.
Come nota Vrij (2008):
“L’inganno è cognitivamente impegnativo e spesso si traduce in un’eccessiva strutturazione del discorso”.
Qui, invece, il discorso si sfalda.
Cosa questa telefonata NON è:
• una confessione mascherata;
• una narrazione costruita;
• un tentativo di controllo dell’interlocutore;
• un alibi performativo.
Manca tutto ciò che la ricerca associa alle chiamate staged(inscenate):
• coerenza narrativa;
• eccesso di dettagli;
• gestione attiva dell’immagine di sé.
La telefonata di Alberto Stasi non racconta un delitto. Racconta una mente travolta, non addestrata, non strategica.
Racconta l’innocenza nel suo aspetto più scomodo: quello che non consola, non convince, non rassicura.
Nel tempo, l’imperfezione emotiva è stata scambiata per colpa. Ma la scienza ci dice che è spesso il contrario.
E forse, se avessimo ascoltato quella voce con meno aspettative e più conoscenza, oggi racconteremmo una storia diversa.
La telefonata di Alberto Stasi non racconta un crimine. Racconta l’incapacità di una persona innocente di trovare le parole giuste quando la realtà è diventata improvvisamente insopportabile.
Riferimenti bibliografici essenziali (APA)
• Harpster, S. H. (2009). Analyzing 911 homicide calls for indicators of guilt or innocence. Homicide Studies, 13(1), 69–93.
• Burns, J., & Moffitt, K. (2014). Automated deception detection in 911 homicide calls. IEEE Transactions on Affective Computing.
• Markey, P. et al. (2022). Deception cues in emergency calls. Journal of Police and Criminal Psychology.
• Van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score. Viking.
• Herman, J. (1997). Trauma and Recovery. Basic Books.
• LeDoux, J. (2015). Anxious. Viking.
• Vrij, A. (2008). Detecting Lies and Deceit. Wiley.
• Salerno, J. (2023). Bias in interpreting emergency calls. Psychology, Public Policy, and Law.









