Dare voce alla memoria: il dovere di raccontare

Ci sono luoghi in cui le parole pesano di più.

La Sala della Protomoteca in Campidoglio è uno di questi: uno spazio simbolico, dove la memoria istituzionale incontra il senso civile della responsabilità. È qui che, sabato 13 dicembre 2025, si è svolta la cerimonia di premiazione della IX Edizione del Premio Letterario Giornalistico Piersanti Mattarella, preceduta dal convegno dedicato al “recupero del senso del dovere”, nel solco dell’esempio umano e morale del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

In questo contesto, il riconoscimento assegnato al libro Avevo gli occhi belli. Storia di Anna Borsa, vittima di femminicidio, classificatosi al terzo posto nella sezione Libri Inchiesta, assume un valore che va oltre il premio letterario. È un atto di responsabilità pubblica. Un gesto che richiama il dovere di raccontare, senza retorica né spettacolarizzazione, le storie che interrogano la coscienza collettiva.

Da qui nasce questa intervista all’autrice Valentina Iannaco: non per celebrare un risultato, ma per riflettere sul senso della memoria, sul peso delle parole e sul ruolo del giornalismo quando sceglie di farsi strumento di verità e consapevolezza.

Ricevere questo riconoscimento in Campidoglio, all’interno del Premio Piersanti Mattarella: che valore assume per lei, sia come giornalista sia come cittadina?

Il libro si è classificato al terzo posto nella sezione “Libri Inchiesta” del Premio Letterario Giornalistico Piersanti Mattarella, un prestigioso riconoscimento che mi onora profondamente e mi rende ancora più determinata nella diffusione della mia opera.

Nel suo libro Anna Borsa non è solo una vittima, ma una donna con una storia, un volto, uno sguardo. Perché era fondamentale partire da lì, dagli “occhi belli”, e non solo dal fatto di cronaca?

Il libro nasce proprio con l’intento di non relegare la storia di Anna Borsa al mero fatto di cronaca. Partire dalla caratteristica che meglio rappresenta lei e la sua famiglia — i bellissimi occhi azzurri — significa mettere al centro la persona, la vita, i sogni e le speranze di Anna e di tutte le vittime di femminicidio. Il racconto in prima persona vuole restituire ad Anna la voce che purtroppo non ha più.

Raccontare un femminicidio comporta sempre il rischio della spettacolarizzazione. Qual è stato il confine etico che si è data mentre scriveva questa inchiesta?

La mia è stata fin da subito un’opera di solidarietà, dal momento che parte dei miei diritti d’autore è devoluta all’Associazione Anna Borsa, fondata dal fratello di Anna in memoria della sorella, per mantenerne vivo il ricordo e sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne. È la stessa missione che porto avanti attraverso questo libro.

Il convegno che ha preceduto la premiazione era dedicato al “recupero del senso del dovere”, nel solco della figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. In che modo questo concetto attraversa anche il suo lavoro e questo libro?

Non ho mai conosciuto Anna né la sua famiglia, anche se siamo originarie dello stesso paese, Pontecagnano, in provincia di Salerno. Quando è stata uccisa dall’uomo che diceva di amarla, mi trovavo a Roma, dove vivo con la mia famiglia. Ho iniziato a seguire la vicenda perché sentivo di dover fare qualcosa per onorare la memoria di questa giovane donna e lasciare un segno attraverso il quale tutti potessero trarre insegnamento.

Per me onorare la memoria di Anna Borsa significa costruire qualcosa di buono in suo nome.

Ecco, questo è il mio “senso del dovere”: lo stesso che mi spinge a diffondere la mia opera nelle piazze, nei luoghi di cultura e soprattutto nelle scuole.

Quanto conta, secondo lei, il linguaggio con cui media, giornalisti e istituzioni raccontano la violenza contro le donne? Le parole possono ancora fare la differenza?

Il linguaggio giornalistico è estremamente potente, perché ha un’eco molto ampia, soprattutto grazie ai media digitali e ai social network. Allo stesso tempo, però, accade talvolta che alcune dinamiche legate alla violenza sulle donne vengano fraintese o rappresentate in modo inadeguato, con il rischio di screditare o, peggio, colpevolizzare le vittime. Per questo ritengo fondamentale raccontare queste storie con la massima chiarezza e responsabilità.

La storia di Anna Borsa è una storia individuale, ma parla a una società intera. Che cosa ci dice questo caso sul fallimento della prevenzione e sull’educazione alle relazioni?

Credo che educare all’affettività sia essenziale per insegnare ai giovani a riconoscere le proprie emozioni e a gestire le relazioni in modo rispettoso. Tuttavia, mi rendo conto che il percorso per raggiungere questo obiettivo è ancora complesso e spesso accidentato. Anche per questo ho deciso di scrivere un libro che raccontasse una storia vera: per far comprendere soprattutto ai giovani lettori che, di fronte a questi tragici epiloghi, non si torna indietro. Resta solo il dolore dei sopravvissuti, che non potranno mai più vivere come prima.

Oggi erano presenti anche familiari di vittime, come Marina Conte e Valerio Vannini. Che ruolo ha, per lei, la testimonianza dei familiari nel trasformare il dolore privato in coscienza pubblica?

La testimonianza dei familiari delle vittime rappresenta un atto di straordinaria resilienza e consapevolezza, capace di trasformare il dolore personale in uno strumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Se chiude il libro e resta in silenzio, cosa spera che il lettore porti con sé: una domanda, una responsabilità, un cambiamento di sguardo?

Spero che il mio libro arrivi a chi crede che la memoria abbia un valore, a chi non vuole distogliere lo sguardo, a chi sente il bisogno di capire più che di giudicare, a chi pensa che ricordare non sia solo un gesto di rispetto, ma anche un modo concreto per provare a cambiare.

Raccontare non è mai un atto neutro. Ogni parola scelta, ogni silenzio rispettato, ogni sguardo restituito alla dignità di una persona uccisa dalla violenza, diventa una presa di posizione etica. La storia di Anna Borsa, come quella di tante altre donne, ci ricorda che il femminicidio non è solo un fatto di cronaca, ma una frattura profonda nella coscienza sociale. Trasformare il dolore in memoria attiva, il lutto in responsabilità, è forse il più alto “senso del dovere” che oggi possiamo esercitare. Se questo libro e questa intervista lasceranno qualcosa, non sarà una risposta definitiva, ma una domanda che continua a risuonare: che cosa facciamo, ciascuno di noi, perché certe storie non si ripetano?

Perché ricordare non è guardare indietro. È scegliere, ogni giorno, da che parte stare.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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