A cura di Jacopo Bovi Non segue la moda del momento né cerca di piacere a tutti. Un profumo artistico si sceglie interiormente, attraverso una riflessione profonda che porta a capire non solo cosa ci piace, ma soprattutto come una fragranza si evolve, coccolando e dialogando con la nostra pelle. Scegliere un profumo artistico non è mai un gesto impulsivo. Non nasce da una pubblicità vista di sfuggita né da una classifica di vendite. È un incontro. A volte immediato, altre volte lento e silenzioso, ma sempre profondamente personale. Perché un profumo artistico non si limita a profumare: racconta la nostra essenza, chi siamo davvero, senza paura di mostrarsi. A differenza delle fragranze commerciali, pensate per essere riconoscibili e rassicuranti, il profumo artistico non ha paura di osare. Non segue le tendenze stagionali e non cerca l’unanimità. Vive sulla pelle di chi lo indossa, reagisce al calore, all’umore, al momento della giornata. Diventa unico, irripetibile. Proprio come la persona che lo sceglie. Il momento della scelta è parte fondamentale dell’esperienza. Nella profumeria artistica non esiste la fretta: ci si prende tutto il tempo necessario. Si annusa, si prova, si aspetta. Si lascia che il profumo si apra, si racconti, cambi nel tempo. Spesso non è il primo spruzzo a convincere, ma ciò che resta dopo: una sensazione familiare, un ricordo lontano, un’emozione difficile da spiegare a parole. È qui che entra in gioco il valore della consulenza. Non una vendita, ma un dialogo. Capire chi si ha davanti, ascoltare desideri, abitudini, sensibilità. Tradurre tutto questo in note olfattive. Dal punto di vista commerciale, questo approccio crea un legame profondo: il cliente non acquista un oggetto, ma vive un’esperienza su misura. E quando trova “il suo” profumo, lo riconosce immediatamente. Un profumo artistico diventa una firma invisibile. Non ha bisogno di essere spiegato, perché parla da solo. Accompagna chi lo indossa nei momenti importanti, entra nel quotidiano, lascia un ricordo negli altri senza mai essere invadente. È una presenza discreta, ma potente. In un mondo che cambia velocemente, scegliere un profumo artistico significa fare una scelta controcorrente. Significa preferire l’autenticità alla standardizzazione, la qualità alla quantità, l’identità alla moda. È un gesto di cura verso se stessi, un modo per affermare chi si è senza doverlo dichiarare. Per questo il profumo artistico non passa. Non invecchia. Non segue il calendario. Rimane. Perché quando una fragranza riesce davvero a parlare di noi, smette di essere una tendenza e diventa parte della nostra storia personale.
Materie prime nobili: l’anima invisibile della profumeria artistica
A cura di Jacopo Bovi Dietro ogni grande fragranza non c’è solo un’idea, ma una materia viva, raccolta e lavorata con cura. Incenso, fiori, agrumi, resine: elementi che raccontano storie e trasformano il profumo in un’esperienza che si sente, si riconosce, si ricorda. Nella profumeria artistica non ci si ferma all’apparenza. La vera sorpresa è ciò che si cela all’interno di ogni flacone. Fondamentali sono le materie prime che compongono la fragranza: sono loro a dare emozione, a rendere ogni profumo unico e inimitabile. Ogni materia prima nobile è un mondo a sé. Cambia in base alla lavorazione, al metodo di estrazione, al luogo in cui viene raccolta e, in alcuni casi, persino al suo invecchiamento. Pensiamo, ad esempio, all’incenso naturale o all’oud, spesso utilizzati in profumeria artistica: la loro resa può variare in modo sorprendente non solo per le caratteristiche intrinseche della materia, ma anche per l’incontro con altre essenze che ne esaltano i lati più profondi e distintivi. Scegliere materie prime nobili significa accettare tempi più lunghi, costi più elevati e una lavorazione attenta e rispettosa. Nella profumeria artistica nulla è lasciato al caso: le essenze vengono selezionate una ad una, lasciate maturare, bilanciate con pazienza. Il risultato non è un profumo che colpisce in modo aggressivo, ma una fragranza che avvolge, accompagna ed evolve con naturalezza sulla pelle. Questa qualità si percepisce immediatamente. Le note sono più rotonde, meno sintetiche, più profonde. La scia non è invadente, ma riconoscibile. È un lusso discreto: non cerca consensi immediati e non pretende di essere compreso all’istante. Si svela lentamente, accompagnando chi lo indossa lungo l’arco della giornata, cambiando con la temperatura, con le ore, con la pelle, mostrando di volta in volta tutte le sue sfumature. Dal punto di vista commerciale, le materie prime nobili spiegano il valore di una fragranza artistica. Non si paga solo il profumo in sé, ma tutto il lavoro che lo precede: la ricerca delle fonti migliori, la competenza nel dosaggio, il rispetto per la materia. È un investimento sensoriale che si rinnova a ogni utilizzo, perché un profumo ben costruito non stanca, non annoia, non si appiattisce. Chi sceglie una fragranza creata con ingredienti di alta qualità impara anche a conoscerli e a distinguerli. Allena il proprio naso, affina l’olfatto, diventa più consapevole ed esigente. Si crea un legame profondo con la fragranza, o talvolta con una singola nota, che diventa familiare e necessaria, anche quando la si indossa ogni giorno. In un mercato spesso dominato dalla velocità e dalla ripetizione, tornare alla materia prima significa tornare all’essenza del profumo. Significa scegliere un’esperienza autentica, fatta di profondità, sfumature e verità olfattiva. È una scelta di non conformarsi, ma di seguire la propria strada, ascoltando i propri sensi e le proprie esigenze. Ed è proprio qui che la profumeria artistica trova la sua forza più grande.
Abitare il caos Quando gli antichi tornano a parlarci del presente
Il caos non è solo disordine. È origine, movimento, possibilità. In questo spettacolo il caos diventa linguaggio scenico, attraversando corpi e parole, tempi remoti e presente vivo. Gli antichi poemi epici smettono di essere reliquie letterarie e tornano a pulsare: Omero e Virgilio scendono dal piedistallo, si spogliano dell’aura sacrale e si mescolano alle nostre inquietudini quotidiane. Tra gesto e voce, tra ironia e profondità, la scena si fa spazio abitabile dove l’umano — ieri come oggi — continua ad accadere. Abbiamo intervistato Susanna Lauletta. Il caos è il motore dello spettacolo: caos come origine, disordine, trasformazione. Che tipo di caos ti interessava raccontare oggi, e perché partire proprio dagli antichi poemi epici per farlo? È un’immagine, quella del caos. Nasce dal confronto tra il disordine delle vicende dei personaggi epici e il nostro presente. Gli antichi poemi epici contengono tutto: conflitti, desideri, potere, relazioni complesse. Spogliati della loro aura arcaica, rivelano una sorprendente attualità e mostrano come l’essere umano, nel suo caos, non sia poi così cambiato. In scena riporti figure di Omero e Virgilio spogliate della loro aura sacrale e immerse nella contemporaneità. Cosa succede a questi “antichi VIP” quando li togliamo dal mito e li rimettiamo nel flusso della vita quotidiana? Si avvicinano a noi o forse noi ci avviciniamo a loro. Togliendoli dal quel velo scolastico, si intersecano i guazzabugli della loro e nostra vita; si umanizzano e di conseguenza si riesce a dare loro luce nuova rispetto alla penombra in cui sono stati confinati. Diventano precursori di workout di allenamento alla vita. Il corpo apre lo spettacolo, prima ancora della parola. In che modo il linguaggio corporeo riesce a dire ciò che la parola, da sola, non basterebbe a raccontare? Il corpo ha una sua grammatica interna. Come per le parole è necessario utilizzare questa grammatica affinché si sviluppi una frase, un periodo, un linguaggio armonico, così per il corpo è fondamentale seguire la sua scomposizione affinché ne possa venir fuori una drammaturgia corporea: più astratta, più aperta ad interpretazioni, ma per questo più vasta e sconfinata e, per me, più evocativa e potente. Il corpo scolpisce lo spazio e in esso scrive. Parli della parola come di un “vortice riparatore”. Riparatore di cosa? Del caos, della frattura tra passato e presente, o forse dell’essere umano stesso? La parola è vortice riparatore perché non mette ordine nel caos, ma lo rende attraversabile. Ripara la frattura tra passato e presente facendo emergere l’umano che continua ad accadere, ieri come oggi. Non consola: tiene insieme, dà forma al disordine e ci permette di riconoscerci dentro. La scena è spogliata di elementi, ma piena di immaginazione. Come hai lavorato sulla regia per fare in modo che corpo e parola diventassero essi stessi scenografia, spazio e tempo? Nel momento in cui la parola racconta, esprime, porta alla luce e il corpo disegna e scrive nello spazio, la parola diviene corpo e il corpo diviene parola. Spazio, tempo, scenografia confluiscono in questa loro composizione armonica. È, in generale, ciò in cui credo. Frutto, anche, di un percorso intenso: il Mimo Corporeo. Guardando questi personaggi antichi che ci somigliano così tanto, cosa speri che lo spettatore porti con sé uscendo dal teatro: una risata, una ferita, una domanda, o un nuovo modo di guardare il proprio caos? La curiosità a rivedere il proprio caos non come evento isolato nella storia. La curiosità di tornare agli antichi con uno sguardo nuovo, riconoscendo in quelle figure e in quelle parole qualcosa di nostro. Con ironia. Uscendo dal teatro non resta una risposta, ma uno sguardo diverso. Il caos non è più qualcosa da temere o da correggere, ma un territorio da attraversare. Gli antichi, così simili a noi, diventano compagni di viaggio: non maestri lontani, ma precursori di un allenamento alla vita. Tra corpo che scrive e parola che tiene insieme, lo spettatore è invitato a riconoscersi, con ironia, dentro il proprio disordine. E forse a scoprire che, in quel caos, non è mai stato davvero solo.
Profumeria artistica: quando il profumo diventa racconto
Articolo a cura di Jacopo Bovi Non è una moda, non è ostentazione. La profumeria artistica è un linguaggio invisibile che parla di identità, emozioni e memoria. Un viaggio sulla pelle che cambia nel tempo. Entrare nel mondo della profumeria artistica significa cambiare prospettiva. Non si cerca più semplicemente “un profumo che piaccia”, ma una fragranza che esprima la nostra personalità. Un profumo che abbia una voce, un carattere, una storia da svelare lentamente. Il gesto quotidiano di vaporizzare una fragranza sul nostro corpo diventa un momento intimo. La profumeria artistica nasce come risposta all’omologazione. È lontana da ogni logica delle grandi produzioni di massa fatte per piacere, se ne frega delle mode e dei trend del momento. Ogni fragranza è pensata come un racconto, un’emozione, un viaggio: ha un inizio, uno sviluppo e una scia finale che resta impressa nella memoria più che nell’aria. In questo universo, il profumiere non è un semplice formulatore, ma un autore. Lavora come uno scrittore o un musicista, scegliendo le note con precisione, dosando i silenzi, costruendo accordi capaci di evocare luoghi, sensazioni, ricordi. Non vuole piacere a tutti: vuole lasciare una sua impronta indelebile, un suo sentimento o un suo viaggio. Cerca di trasmettere le sue emozioni, il suo modo di vivere e di vedere il mondo, tutto concentrato all’interno della sua fragranza. Indossare un profumo artistico vuol dire non conformarsi alla massa, alle solite mode o ai trend del momento. Non vogliamo per forza piacere né far piacere ciò che indossiamo, ma desideriamo renderci unici, mostrare la nostra personalità e il nostro stile attraverso poche vaporizzazioni. Dal punto di vista commerciale, la profumeria artistica rappresenta un valore enorme: chi la sceglie non acquista un prodotto, ma un’esperienza personale. Un profumo diventa una firma invisibile, qualcosa che parla prima ancora delle parole. Per questo il legame che si crea è profondo e duraturo. Non è un acquisto impulsivo, ma una riflessione interiore, un viaggio sensoriale che ci porta a scegliere il nostro marchio olfattivo. La profumeria artistica è un lusso silenzioso. Non ha bisogno di urlare, di essere spiegata con slogan o volti famosi. Si affida ai sensi, alla pelle, alla memoria emotiva di chi la vive. È pensata per chi desidera distinguersi senza ostentare, per chi cerca autenticità in ogni dettaglio. In un mondo che corre veloce, scegliere un profumo artistico significa fermarsi un attimo e ascoltarsi. Significa decidere di raccontarsi attraverso un’essenza che non segue le mode, ma le emozioni. E quando questo accade, il profumo smette di essere solo un profumo: diventa una storia personale, scritta giorno dopo giorno sulla propria pelle.
DISTOPIK, quando il futuro bussa alla porta
Due spettacoli, un’unica inquietudine: l’essere umano davanti al collasso C’è un momento, in DISTOPIK, in cui il pubblico smette di guardare la scena come qualcosa di lontano. Succede quando l’ironia si incrina, quando il controllo diventa oppressione, quando la memoria smette di essere conforto e si trasforma in rischio. È lì che lo spettacolo rivela la sua natura più profonda: non raccontare un futuro possibile, ma smascherare un presente fragile. Abbiamo incontrato l’attrice e co-autrice per parlare di paure ambientali e sociali, di solitudine urbana e sistemi che promettono sicurezza, di memoria, adattamento e responsabilità. Ma soprattutto di quella paura più difficile da nominare: quella profondamente umana, che nasce quando ci rendiamo conto di non essere pronti al mondo che stiamo costruendo. Perché DISTOPIK non offre soluzioni. Offre domande. E chiede il coraggio di restare ad ascoltarle. DISTOPIK nasce come “grido d’allarme”. Dal tuo punto di vista di attrice e co-autrice, qual è la paura più urgente che attraversa questi due spettacoli: quella ambientale, quella sociale o quella profondamente umana? I tre filoni si intrecciano e si concatenano in maniera indissolubile. L’umanità non può essere decontestualizzata dal nostro essere animali sociali e la nostra socialità è immersa nell’ambiente in cui viviamo, in un condizionamento reciproco. Affrontare profondi mutamenti nei tre ambiti contemporaneamente è molto difficile e col nostro lavoro vorrei mettere a nudo la nostra impotenza e la nostra impreparazione ad affrontare il problema. In 133 metri sul livello del mare, scritto insieme a Giovanni Caloro, interpreti una donna sola che parla al futuro come se fosse una bottiglia affidata alle acque. Quanto c’è di ironico e quanto di disperato in questa voce che sopravvive alla fine? Abbiamo scelto l’ironia come filtro per la disperazione per chiedere al pubblico uno sforzo di interpretazione: un invito a scardinare l’ironia e l’impulso al riso per leggere nel profondo delle parole della protagonista e rivelarne la tragicità. La tua protagonista è una “naufraga urbana”, rifugiata in un punto simbolico della città. Che rapporto ha questo personaggio con la memoria? È un’ancora di salvezza o una zavorra? La memoria è l’ancora che tiene legato il personaggio alla propria umanità, l’ultimo scampolo di socialità che va via via perdendo nella propria solitudine e nel tentativo della propria conservazione fisica. In un mondo in cui l’essere umani diventa un pericolo per la sopravvivenza la memoria, che porta nostalgia e dolore, è un peso da chiudere a chiave. Ma è proprio questo a condurre il personaggio a una sorta di follia in cui paradossalmente cerca ancora di essere sociale parlando con se stessa e con un immaginario interlocutore. Nella stessa serata torni in scena in Controllo 26, diretto da Michele Demaria, ma in un contesto completamente diverso: un ufficio asettico, regolato, apparentemente perfetto. Com’è stato passare, nello stesso tempo teatrale, dal caos del disastro alla rigidità del controllo? L’ambientazione è diversa ma i presupposti gli stessi. In entrambi i testi i personaggi tentano disperatamente di mettere ordine in un mondo che è già nel caos. Ne sono parzialmente consapevoli ma si sono adattati per quell’istinto di sopravvivenza ancestrale che viene in aiuto all’essere umano di fronte ai disastri. Proprio questo spirito di adattamento è una delle forze che riconosco nell’uomo, ma credo vada sempre contestualizzato. Fino a che punto è giusto abbandonarci a questo istinto? I due personaggi che interpreti sembrano specchiarsi: una sopravvive al collasso, l’altra lo amministra. Ti sei accorta, lavorandoci, di un filo invisibile che le unisce? I due personaggi hanno molto di più in comune del solo nome. Entrambe hanno uno spirito di adattabilità spiccato, non mancano le critiche al sistema o alle condizioni in cui versano ma cercano di rendere le loro piccole abitudini inscalfibili. Entrambe vivono la nostalgia di un tempo mitico e passato, di amore e cure che hanno un vago sapore di infantilismo. Controllo 26 pone una domanda inquietante: fino a che punto la sicurezza può trasformarsi in prigione? Come attrice, dove senti che si spezza l’equilibrio tra protezione e perdita di libertà? Viviamo in tempi difficili, nei quali spesso le funzioni delle parti sociali vengono confuse con ciò che invece funzione non è, quando, per esempio, protezione e minaccia si sovrappongono. L’accettazione di simili situazioni automaticamente ci impone la scelta del pericolo: il singolo non è al sicuro se la collettività e i diritti sociali non sono al sicuro. Entrambi gli spettacoli parlano di sistemi che falliscono: la città sommersa, il sistema impeccabile che non tollera l’errore umano. Secondo te, oggi il teatro ha ancora la forza di disturbare davvero chi guarda? Come attori e registi, credo sia importante chiedersi come il teatro stia maturando in questa epoca storica; è una forma d’arte che sopravvive attraverso i millenni, mutando e plasmandosi. Oggi il teatro ha bisogno di cambiare, ma, soprattutto, di capire come. Ci sono molte e diverse proposte, un pubblico frastagliato, ma come lavoratrice del settore ho la necessità di conservare la speranza che possa trovare una sua precisa strada. Dopo DISTOPIK, cosa ti porti addosso uscendo di scena: più rabbia, più consapevolezza o più domande sul futuro che stiamo costruendo? Al termine degli spettacoli porto con me la sensazione di aver agito, ma anche la consapevolezza di dover fare di più, non solo nel teatro, ma anche immersa nella società in cui vivo. Uscendo da DISTOPIK non resta una risposta chiara, né la rassicurazione di aver compreso tutto. Resta piuttosto una sensazione fisica, quasi scomoda: quella di essere stati chiamati in causa. Le parole dell’attrice, come i personaggi che attraversa, non cercano assoluzioni né scorciatoie emotive. Parlano di adattamento, sì, ma anche del prezzo che siamo disposti a pagare per sopravvivere; di sistemi che promettono ordine e finiscono per chiedere obbedienza; di memoria come ultimo gesto di resistenza quando l’essere umani diventa un rischio. DISTOPIK non grida, non moralizza, non spiega. Disturba. E lo fa con l’arma più antica e necessaria del teatro: la presenza viva, fragile, irripetibile. In un tempo in cui tutto sembra già scritto, controllato o sommerso, questa doppia messa in scena
Garlasco, un nuovo processo parallelo: a giudizio l’ex legale di Sempio
Il caso di Garlasco torna al centro dell’attenzione giudiziaria, questa volta non per nuove imputazioni dirette sull’omicidio di Chiara Poggi, ma per un procedimento collaterale che riguarda uno dei protagonisti della vicenda processuale. La Procura di Milano ha infatti disposto il rinvio a giudizio per diffamazione aggravata dell’avvocato Massimo Lovati, ex difensore di Andrea Sempio. Secondo l’accusa, Lovati avrebbe pronunciato dichiarazioni diffamatorie nel corso di una conferenza stampa nel marzo 2025, sostenendo che le indagini a carico di Sempio fossero il frutto di una “macchinazione” attribuita allo studio legale Giarda, difensore di Alberto Stasi. In particolare, le affermazioni avrebbero coinvolto presunte manipolazioni investigative legate al prelievo del DNA, ritenute dalla Procura gravemente lesive dell’onorabilità professionale degli avvocati Fabio ed Enrico Giarda. Il processo si aprirà il 26 maggio 2026 davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Milano. Lovati sarà difeso dall’avvocato Fabrizio Gallo, mentre lo studio Giarda è assistito dall’avvocata Pia d’Andrea. Questa vicenda si inserisce in un clima giudiziario già complesso, segnato dalla riapertura delle indagini su Andrea Sempio e dall’attenzione crescente dell’opinione pubblica. Ancora una volta, il caso Garlasco dimostra come, a quasi vent’anni dai fatti, non sia soltanto un processo penale, ma un terreno fragile in cui giustizia, comunicazione e responsabilità delle parole continuano a intrecciarsi.
Roma, ferita e scena. Il Novecento come archivio vivente tra memoria, arti e comunità
Roma non conserva il Novecento nei musei soltanto. Lo trattiene nei quartieri bombardati e ricostruiti, nei teatri popolari e nelle voci che hanno saputo trasformare il dolore in racconto, la censura in satira, la guerra in coscienza collettiva. Pensare Roma come archivio vivente significa attraversarla non come sfondo, ma come corpo segnato, come scena che ancora oggi chiede di essere abitata, interrogata, performata. Da questa consapevolezza nasce Roma Novecento – Forma et Performa, un progetto che intreccia formazione, teatro e memoria, restituendo alla città il suo ruolo di testimone attivo di un secolo breve e lacerante. Il punto di partenza non può che essere una ferita: il bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio 1943. Un’immagine che non smette di parlare. Roma come “archivio vivente” del Novecento: quando lavori su questo secolo attraverso la scena, qual è la prima immagine o ferita che ti viene incontro pensando alla città?Certamente il bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio del 1943. Questo progetto intreccia formazione e performance. In che modo, secondo te, il lavoro pedagogico può diventare già di per sé un atto artistico e politico?Realizzare un progetto che prevede performance e percorsi formativi gratuiti ed intergenerazionali è un atto politico confermato e rafforzato dalla idea che memoria, conoscenza, partecipazione e arti possano/debbano favorire l’acquisizione di competenze che si riveleranno utili per proseguire e sviluppare questa progettualità. Nel laboratorio affrontate temi come guerra, censura, ideologie, libertà. Che tipo di reazioni emotive vedi emergere oggi nei partecipanti, soprattutto nelle generazioni più giovani? Le reazioni emotive sono forti quando si affrontano gli orrori del Novecento e molti dei partecipanti le confrontano con quanto oggi avviene nel Mondo. I giovani sottolineano l’esigenza inderogabile di un “richiamo alle arti” attraverso le quali si possono incentivare partecipazione e cittadinanza attiva. Il Novecento è stato il secolo delle grandi maschere teatrali e popolari. Quanto Roma ha contribuito a costruire un modo tutto suo di stare in scena e nella vita? Il secolo breve è stato raccontato, animato, vissuto (malgrado dittature e guerre) da Cinema, Teatro, Canzone, Musica, Arti visive. In questo quadro gli artisti romani o abitanti nella Capitale (Sordi, Fabrizi, Magnani, Vitti, Magni, Rossellini, Monicelli, Guttuso, De Gregori, Morricone…) e Roma hanno senz’altro contribuito ad una narrazione del Paese e ad una modalità di vivere gioie (poche) e dolori (tanti) ironica, satirica, antiretorica, leggera, mai egoistica e sempre artistica. Dal café-chantant a Petrolini, da Garinei e Giovannini a Proietti: che cosa resta oggi di quella tradizione teatrale e musicale, e cosa invece rischiamo di perdere? Il mondo si evolve, i temi e le problematiche cambiano (almeno così sembra) e quindi cambiano la narrazione, i bersagli della satira, la comicità, la scrittura, le produzioni, ma quegli artisti, autori, impresari rimangono scolpiti nella nostra tradizione e non si perderanno mai come non si perdono le radici italiane della Commedia dell’Arte o della Commedia musicale. Certo, artisti come Lina Cavalieri, Petrolini o Gigi Proietti possono ispirare altri artisti ma rimangono inimitabili. È evidente che per evitare la “dimenticanza” e la dispersione di questo nostro patrimonio è necessario l’impegno di artisti e operatori culturali. Questo progetto è dichiaratamente intergenerazionale e inclusivo. Che valore ha, oggi, far dialogare età, esperienze e linguaggi diversi dentro uno spazio teatrale? L’inclusione, la conoscenza, il dialogo intergenerazionale sono il motore del progetto. Se tutto ciò avviene in uno spazio teatrale i linguaggi, le esperienze diverse e i percorsi formativi diventano l’occasione per mettere in scena, attraverso le arti e la cultura, storie, memoria, scrittura, narrazione, arti ed artisti. Nella performance finale la memoria diventa racconto corale. Quanto è importante, per te, che il teatro smetta di essere “monologo” e torni ad essere comunità? In realtà, per me, il teatro non ha mai abbandonato la sua vocazione fondativa che è quella della condivisione di un pubblico etorogeneo che assiste come “comunione laica” ad uno spettacolo. Il problema è il progressivo allontanamento da questi momenti condivisi e collettivi. Compito di artisti, impresari, scuole, autori e istituzioni è quello di riattivare – anche attraverso incentivi – la partecipazione. Se dovessi lasciare al pubblico una sola domanda dopo Roma Novecento – Forma et Performa, quale interrogativo vorresti che ognuno portasse con sé tornando a casa? Non è una risposta semplice. Se abbiamo lavorato bene con il nostro progetto mi piacerebbe che ognuno uscisse da teatro e dai percorsi formativi con la domanda (e possibilmente con una idea di risposta): “Come posso contribuire a questa, inderogabile, esigenza di riattivare l’impegno culturale per contribuire – anche attraverso le Arti – al risveglio delle coscienze. Alla fine, Roma Novecento non consegna risposte definitive. Lascia invece una domanda sospesa, che vibra oltre la scena e accompagna il pubblico fuori dal teatro, dentro la città, proveniente dal passato ma rivolta al presente. In un tempo che rischia l’oblio, la frammentazione e il silenzio, il teatro torna ad essere ciò che è sempre stato nei momenti cruciali della storia: uno spazio di comunità, di coscienza e di responsabilità. Non un monologo, ma un coro. Non una celebrazione nostalgica, ma un atto politico nel senso più profondo del termine. Se Roma è davvero un archivio vivente del Novecento, allora la domanda finale non riguarda solo ciò che è stato, ma ciò che ciascuno di noi è disposto a fare oggi: come riattivare, attraverso le arti, un impegno culturale capace di risvegliare le coscienze e restituire senso al nostro stare insieme.
WALKLAB® Emozioni in Movimento® a MARINA DI PIETRASANTA!
SABATO 7 MARZO 2026 – ore 14.30 🎧 ISCRIVITI cliccando sul link: 👉 https://www.walklab.it/walklabpietrasanta/ Da una collaborazione con WALKLAB Emozioni in Movimento, arriva a Marina di Pietrasanta un evento che cambia il modo di vivere il movimento, il fitness e il divertimento. PRENOTA la TUA cuffia e lasciati guidare a ritmo di MUSICA in un’esperienza unica, coinvolgente e ad altissima energia. CAMMINARE NON È MAI STATO COSÌ DIVERTENTE ED ALLENANTE WALKLAB® ha rivoluzionato il mondo della camminata sportiva, trasformandola in un’esperienza completa che unisce: ✔️ Camminata dinamica ✔️ Esercizi di fitness statico e dinamico ✔️ Musica motivante in cuffia wireless ✔️ Location naturali di grande bellezza Il tutto sotto la guida esperta di un Coach qualificato del Team Walklab, che ti accompagnerà passo dopo passo in un allenamento accessibile, efficace e sorprendentemente coinvolgente. Grazie alle cuffie wireless a diffusione sonora, ogni partecipante vive un’esperienza immersiva: la musica, la voce del coach e l’energia del gruppo diventano un tutt’uno. Un mix perfetto di movimento, emozione e benessere. UN’ESPERIENZA DA NON PERDERE WALKLAB® non è solo allenamento: è motivazione, è connessione, è energia condivisa, è stare bene muovendosi insieme, all’aria aperta, con il mare e la bellezza di Marina di Pietrasanta come cornice. 🔔 NB – SICUREZZA E CURA Tutte le cuffie utilizzate durante gli eventi Walklab vengono: ✔️ consegnate dallo staff durante il check-in ✔️ pulite e sanificate accuratamente prima di ogni utilizzo Perché il benessere passa anche dall’attenzione ai dettagli. 🎧 I posti sono limitati. Prenota ora la tua cuffia. 👉 https://www.walklab.it/walklabpietrasanta/ WALKLAB® Emozioni in Movimento® Cammina. Allenati. Divertiti. E scopri quanto può essere potente… muoversi con emozione.
SCOMODE VERITÀ
Dalla guerra in Ucraina al massacro di Gaza Dopo il successo teatrale di “Assange, colpirne uno per educarne cento”, Alessandro Di Battista torna in scena con uno spettacolo potente, scomodo e profondamente politico: la trasposizione teatrale del suo ultimo libro “Scomode verità. Dalla guerra in Ucraina al massacro di Gaza”. Non è un monologo rassicurante. È un racconto crudo, militante, senza filtri, che attraversa alcuni dei conflitti più devastanti degli ultimi decenni per smontare la narrazione ufficiale con cui l’Occidente ha giustificato guerre, massacri e devastazioni “in nome della civiltà”. Di Battista accompagna il pubblico dentro il meccanismo della propaganda bellicista, mostrando come fake news, omissioni mediatiche e linguaggi manipolatori abbiano costruito consenso intorno a conflitti che hanno prodotto milioni di morti, instabilità globale e nuove forme di dominio. Nel mirino finiscono soprattutto la classe politica europea — e italiana in particolare — accusata di pavidità, di aver tradito l’interesse generale e i principi costituzionali per piegarsi agli interessi della grande finanza e dell’industria delle armi. Il racconto prende avvio dall’Afghanistan, attraversa le guerre in Iraq e Libia, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina, analizzandone la genesi, le responsabilità storiche e il ruolo del sistema mediatico occidentale nel costruire una narrazione unilaterale, emotiva e funzionale al conflitto permanente. Ampio spazio è dedicato anche al conflitto israelo-palestinese. Di Battista ricostruisce le sue origini, denuncia l’uso strumentale dell’antisemitismo come arma retorica e spiega come Israele si sia progressivamente trasformato, secondo la sua analisi, in uno Stato segnato da fondamentalismo e pratiche riconducibili al terrorismo di Stato. Il cuore più doloroso dello spettacolo è dedicato a Gaza: immagini, fatti e testimonianze che — come sottolinea l’autore — il mainstream non ha il coraggio di mostrare né di raccontare. Nel finale, lo sguardo si allarga alla storia italiana. Di Battista ricorda come, paradossalmente, la Prima Repubblica fosse caratterizzata — almeno in politica estera — da una libertà di posizionamento oggi impensabile, rispetto all’attuale allineamento automatico ai blocchi di potere. Ma Scomode verità non si chiude nel pessimismo. Al contrario. Lo spettacolo termina con un messaggio di speranza, azione e partecipazione, una chiamata alla responsabilità individuale e collettiva: cosa possiamo fare noi, oggi, per continuare a stare dalla parte dei “dannati della Terra”. Dalla parte giusta della Storia. Uno spettacolo che non chiede applausi facili, ma coscienza. E che lascia il pubblico con una certezza scomoda: capire è il primo atto di disobbedienza.
CAOS GLOBALE… tra guerre, emergenze infinite, cambiamenti climatici e intelligenza artificiale: QUALE FUTURO?
Viviamo in un’epoca attraversata da fratture profonde. Guerre che sembrano non avere fine, crisi geopolitiche sempre più complesse, emergenze climatiche che ridisegnano il pianeta e un’intelligenza artificiale che avanza più velocemente della nostra capacità di comprenderla. In questo scenario instabile, la domanda è una sola, urgente, inevitabile: quale futuro ci aspetta? A provare a rispondere è Franco Fracassi, in una conferenza teatrale intensa, lucida e necessaria, che unisce informazione, analisi geopolitica, racconto e visione critica del presente. Non una semplice conferenza, ma un viaggio dentro i nodi irrisolti del nostro tempo. Giornalista, scrittore, documentarista, inviato di guerra ed esperto di geopolitica, Franco Fracassi ha iniziato la sua carriera nel 1988 collaborando con testate italiane e internazionali: quotidiani, settimanali, mensili, agenzie di stampa, radio, televisioni e piattaforme digitali. Per sedici anni è stato inviato di guerra, raccontando alcuni dei conflitti più drammatici degli ultimi decenni: Bosnia, Kosovo, Angola, Iraq, Afghanistan, Ucraina. Ha firmato inchieste su corruzione, mafia, terrorismo e servizi segreti, e ha seguito da vicino eventi che hanno segnato la storia contemporanea, come la caduta del Muro di Berlino, il colpo di Stato in Russia, le Olimpiadi e i grandi vertici internazionali, incluso il G8 di Genova. Molte delle sue inchieste sono diventate libri e film, ottenendo un importante riconoscimento di pubblico e critica. Come regista ha diretto quindici documentari d’inchiesta, distribuiti in Italia e all’estero: – tre finalisti al Premio Ilaria Alpi – uno in concorso al Festival di Berlino e vincitore del Nastro d’Argento come miglior documentario italiano – uno visto in 87 Paesi da oltre 250 milioni di persone – un altro premiato come miglior documentario in Europa e Asia Con 37 libri pubblicati e conferenze tenute in tutto il mondo, Fracassi porta sul palco uno sguardo raro: quello di chi ha visto i conflitti da vicino, ha indagato i poteri invisibili e ha imparato a leggere i segnali deboli del presente. Questa conferenza è un’occasione per fermarsi, capire, interrogarsi. Perché il futuro non è qualcosa che accade: è qualcosa che si costruisce, o si subisce. 🎟 I posti sono numerati. 👉 Per acquistare i tuoi biglietti clicca qui: https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/franco-fracassi-quale-futuro/ Un appuntamento per chi non si accontenta di risposte semplici. E per chi ha ancora il coraggio di farsi le domande giuste.
Ring: quando il vero combattimento non è sul ring
In RING la boxe è solo un’eco lontana, una radiocronaca che fa da cornice a qualcosa di molto più profondo. Il vero match non si gioca tra due pugili, ma dentro Claudio Castelli, uomo prima ancora che atleta. Ne abbiamo parlato con Salvatore Cuomo e Valerio Palozza, che ci accompagnano dentro un’opera in cui la lotta è interiore, il ring è un non-luogo dell’anima e i colpi più duri non arrivano mai dai guantoni, ma dalla memoria, dalle relazioni e dalle contraddizioni umane. In RING il combattimento sportivo sembra quasi secondario rispetto a quello interiore. Quando hai capito che il vero match non era tra due pugili, ma dentro Claudio Castelli? Alla prima lettura del testo. Non c’è un vero incontro di boxe, se non tramite una radiocronaca. Passa totalmente in secondo secondo piano, come una cornice intorno alla vita del pugile Claudio Castelli e all’intreccio che lo hanno condotto a lottare per il titolo dei pesi medi. Artemio e Moira non sono semplicemente due figure affettive: sono due forze opposte che tirano l’uomo verso destini diversi. Come hai lavorato in regia per rendere visibile questo conflitto invisibile? Il lavoro che noi due come registi abbiamo strutturato ci ha portati a colorare con gli attori due personaggi estremamente diversi, ma paradossalmente molto simili. Entrambi vogliono ottenere qualcosa dalla vita, Castelli diventa il mezzo, l’arma per poterlo raggiungere. Abbiamo lavorato sulla fragilità umana, così da poter dare una profondità a questi due caratteri, andando oltre la bidimensionalità del personaggio buono o cattivo. Ci troviamo in presenza di due figure meschine, sature di umane contraddizioni. Il pugile è solo, anche quando è circondato. È questa solitudine che ti affascinava raccontare? Claudio combatte per vincere o per capire chi è diventato? Tutta una vita si concentra nei minuti di un incontro. Quanto ti interessava il tema della memoria come meccanismo di sopravvivenza mentre il corpo è sotto assedio? Passato, presente e futuro si fondono. Questo si è rivelato sin da subio un agile meccanismo che ha trasformato il tempo in un servo della narrazione. Eppure il personaggio invisibile del pugile Claudio Castelli ricorda; la sua memoria diventa un vademecum, con le voci di Moira e Artemio che risuonano su corde invisibili, rammentandogli di continuo chi lo ha spinto su quel ring. Il pugile è solo, anche quando è circondato. È questa solitudine che ti affascinava raccontare? Claudio combatte per vincere o per capire chi è diventato? L’unico talento di Claudio che tiene in piedi l’intera storia è quello di saper combattere. Artemio e Moira suggono avidamente dalle sue vittorie. Il vero match è quello che Castelli combatte con loro due, che tentano di ammaestrarlo più che di addestrarlo, naturalmente a loro pieno vantaggio. Hai parlato di un ring che non è ufficiale, ma interiore. Da regista, come si costruisce scenicamente uno spazio che non è né reale né simbolico, ma profondamente umano? Come membri della Piano Zero Teatro, non solo come registi, possiamo affermare che spesso ci siamo contraddistinti per aver modellato l’esigenza a vantaggio della messa in scena. La cupa profondità del “non luogo” ha sempre riscontrato il favore del pubblico teatrale e della sua fantasia. La scomposizone del palco è alla base della nostra scelta registica, e grazie al Teatro Trastevere saremo in grado di creare una profondità tale, alle spalle degli attori, da infondere l’idea che essi vengano fagocitati da essa. Vittoria e sconfitta: chi perde davvero? Alla fine del match, indipendentemente dall’esito sportivo, qualcuno vince davvero? O RING ci dice che certe battaglie lasciano solo sopravvissuti? Castelli vince sul campo a lui più favorevole, il ring, ma la vita è tutt’altra cosa. Moira e Artemio sono avversari letali per lui, e lo hanno trasformato nella meridiana della sua stessa esistenza, ripresa dopo ripresa, anno dopo anno. Chiediamo al pubblico: un incontro così impari è destinato a concludersi senza storia nel modo più ovvio? O la vita, nella sua imperscrutabilità, può regalare un sorprendente sussulto? RING non racconta una vittoria né una sconfitta, ma un’esposizione radicale dell’essere umano quando tutto il resto viene meno. Claudio Castelli può anche vincere sul ring, ma resta solo davanti a un’esistenza che non concede verdetti netti. Artemio e Moira non sono antagonisti da battere, ma forze che lo hanno plasmato, sfruttato, consumato. E allora la domanda finale non riguarda lo sport, ma la vita stessa: in certe battaglie si può davvero vincere, o al massimo sopravvivere? Il pubblico è chiamato a restare in ascolto di quel sussulto imprevedibile che, a volte, solo l’umanità sa concedere.
Due palcoscenici, un’unica assenza: quando l’indifferenza diventa protagonista
Ci sono spettacoli che raccontano storie. E poi ci sono opere che aprono ferite, che costringono a guardare ciò che normalmente si evita: la solitudine, l’abbandono, la perdita di dignità. IO SONO ALZ e BINARIO 1 non chiedono compassione, né consolazione. Mettono in scena l’invisibile, danno corpo a ciò che la società rimuove: la malattia che divora, la marginalità che uccide, l’indifferenza che condanna. Questa intervista è un attraversamento: della morte, del dolore, dell’ironia come atto di resistenza, del teatro come spazio politico ed emotivo. Non per trovare risposte, ma per imparare a restare nelle domande. Abbiamo intervistato Debora Valentini. “IO SONO ALZ” e “BINARIO 1” raccontano due solitudini profondissime. Cosa ti ha spinto a metterle una accanto all’altra in un unico evento speciale? C’è un filo emotivo che le unisce? Questi due spettacoli vogliono far luce su un unico tema che è l’indifferenza sociale nei confronti di chi viene escluso da una società sempre più individualista, solo con un concreto aiuto, anche da parte delle istituzioni che potrebbero occuparsi i tutti i tipi di emarginazione come la povertà, l’emergenza casa, l’accoglienza dei rifugiati di guerra, gli anziani e anche i caregiver familiari, si può restituire la dignità ad ogni individuo. In IO SONO ALZ la malattia diventa quasi un personaggio, crudele e invasivo. Come hai lavorato teatralmente per dare voce a qualcosa di così intimo e spaventoso senza cadere nella retorica o nel pietismo? Ho vissuto con Alz per 15 anni, l’ho studiato e poi l’ho descritto per quello che realmente è. Spesso si parla di lui, anche nel cinema, nelle inchieste giornalistiche , come di una semplice “perdita di memoria”, una cosa “dolce”. In realtà è un vero serial killer che non gioca solo con la sua vittima ma coinvolge anche chi assiste la martire. È talmente imprevedibile, inarrestabile che la scienza stessa non trova né la prevenzione né la cura, arrendendosi così al male perfetto. La morte è centrale in entrambe le opere, ma viene guardata da angolazioni diverse: sconfitta, liberazione, abbandono, silenzio. Qual è oggi, come donna e come artista, il tuo sguardo sulla morte? La morte è la compagna della mia vita. So che è sempre con me. Se si riuscisse veramente a capire il vero significato della morte si vivrebbe davvero. La rispetto molto perché è grazie a lei che riesco a vivere ogni giorno nella maniera corretta e, proprio per questo, se un giorno dovessi “sopravvivere” la chiamerei, la andrei a cercare sentendomi libera di riacquistare la mia dignità e ponendo fine al mio inferno. BINARIO 1 è dedicato a Modesta Valenti e parla di marginalità, dignità e indifferenza. Che responsabilità senti quando porti sul palco storie che chiamano in causa direttamente la coscienza collettiva? Modesta Valenti era una donna senza fissa dimora morta a Roma, al freddo perché stata rifiutata dagli ospedali in quanto senza documenti e con i pidocchi. Grazie a lei, oggi, le persone senza fissa dimora possono richiedere la residenza fittizia in Via Modesta Valenti. Tutto ciò serve per poter fare i vari documenti come la carta di identità, l’accesso ai servizi sanitari, il diritto al voto e la ricezione della posta. Quando si parla di temi civili e sociali bisogna farlo con la verità dei fatti e grazie al teatro la collettività può guardarsi allo specchio e riflettere sul ciò che si ha, facendo spazio a domande anche scomode. In entrambe le opere c’è una forte alternanza di registri emotivi: dolore, ironia, confusione, tenerezza. Quanto è importante per te l’ilarità come strumento di sopravvivenza anche nelle storie più dure? E’ vero, le emozioni sono molteplici e sono anche molto crude ma la realtà è talmente assurda e inverosimile che riesce a tirar fuori ilarità, ecco perché sono in grado di portare in scena temi così importanti. Non dico che bisogna prendere la disgrazia con superficialità ma spesso è necessario sorridere, ridere anche nelle situazioni più difficili. Il pubblico, in tutti e due gli spettacoli, esce con un senso di vuoto. È un vuoto che vuoi lasciare aperto o è uno spazio che speri venga riempito da una riflessione personale? La spettatrice e lo spettatore non sono i classici ricevitori passivi e di certo non vedono una conclusione rassicurante. Il senso di vuoto deve essere visto come una cassa che deve essere riempita con le proprie riflessioni personali. Le opere non sono delle prediche sono delle realtà ed ogni individuo deve essere libero di valutare cosa ha visto e cosa vuole condividere. I messaggi devono circolare e trasformarsi in un dialogo sociale. Hai lavorato con cast diversi ma con una forte coralità emotiva. Che tipo di relazione cerchi di costruire con gli attori quando affronti testi così intensi e psicologicamente impegnativi? Durante i provini faccio delle domande scomode sulla propria vita, praticamente li metto in imbarazzo ma non perché io sia crudele ma per indagare sulla loro sensibilità. In base alle risposte incalzo le domande spiegando il copione e verifico se l’attrice o l’attore è disposto ad interpretare uno specifico personaggio. Una vera selezione. Una volta creata la compagnia, letto il copione, dato alcune linee guida sui personaggi e sulla trama, lascio massima libertà di interpretare il proprio personaggio. Grazie a questo metodo ogni artista può fare le proprie ricerche per dare una struttura, un atteggiamento, un modo di parlare al personaggio, praticamente è libero di aprire la propria valigia della conoscenza. Il dialogo è alla base, creo un contatto anche fisico con abbracci di sostegno e di incoraggiamento, condividiamo le nostre esperienze, apriamo i nostri cuori. Diventiamo un gruppo unito avendo un unico obiettivo: mettersi in discussione. Se una spettatrice o uno spettatore ti dicesse: “Sono uscito dal teatro con più domande che risposte”, lo considereresti un fallimento o il più grande successo possibile? Decisamente è il mio più grande successo. Come sosteneva spesso il drammaturgo Bertolt Brecht “il teatro deve spingere lo spettatore a interrogarsi sul mondo per poterlo cambiare”. Non c’è una conclusione rassicurante. C’è un vuoto, lasciato volutamente aperto. Un vuoto che non è



