Due palcoscenici, un’unica assenza: quando l’indifferenza diventa protagonista

Ci sono spettacoli che raccontano storie. E poi ci sono opere che aprono ferite, che costringono a guardare ciò che normalmente si evita: la solitudine, l’abbandono, la perdita di dignità.

IO SONO ALZ e BINARIO 1 non chiedono compassione, né consolazione. Mettono in scena l’invisibile, danno corpo a ciò che la società rimuove: la malattia che divora, la marginalità che uccide, l’indifferenza che condanna.

Questa intervista è un attraversamento: della morte, del dolore, dell’ironia come atto di resistenza, del teatro come spazio politico ed emotivo. Non per trovare risposte, ma per imparare a restare nelle domande.

Abbiamo intervistato Debora Valentini.

“IO SONO ALZ” e “BINARIO 1” raccontano due solitudini profondissime. Cosa ti ha spinto a metterle una accanto all’altra in un unico evento speciale? C’è un filo emotivo che le unisce?

Questi due spettacoli vogliono far luce su un unico tema che è l’indifferenza sociale nei confronti di chi viene escluso da una società sempre più individualista, solo con un concreto aiuto, anche da parte delle istituzioni che potrebbero occuparsi i tutti i tipi di emarginazione come la povertà, l’emergenza casa, l’accoglienza dei rifugiati di guerra, gli anziani e anche i caregiver familiari, si può restituire la dignità ad ogni individuo.

In IO SONO ALZ la malattia diventa quasi un personaggio, crudele e invasivo. Come hai lavorato teatralmente per dare voce a qualcosa di così intimo e spaventoso senza cadere nella retorica o nel pietismo?

Ho vissuto con Alz per 15 anni, l’ho studiato e poi l’ho descritto per quello che realmente è. Spesso si parla di lui, anche nel cinema, nelle inchieste giornalistiche , come di una semplice “perdita di memoria”, una cosa “dolce”. In realtà è un vero serial killer che non gioca solo con la sua vittima ma coinvolge anche chi assiste la martire. È talmente imprevedibile, inarrestabile che la scienza stessa non trova né la prevenzione né la cura, arrendendosi così al male perfetto.

La morte è centrale in entrambe le opere, ma viene guardata da angolazioni diverse: sconfitta, liberazione, abbandono, silenzio. Qual è oggi, come donna e come artista, il tuo sguardo sulla morte? La morte è la compagna della mia vita. So che è sempre con me.  Se si riuscisse veramente a capire il vero significato della morte si vivrebbe davvero. La rispetto molto perché è grazie a lei che riesco a vivere ogni giorno nella maniera corretta e, proprio per questo, se un giorno dovessi “sopravvivere” la chiamerei, la andrei a cercare sentendomi libera di riacquistare la mia dignità e ponendo fine al mio inferno.

BINARIO 1 è dedicato a Modesta Valenti e parla di marginalità, dignità e indifferenza. Che responsabilità senti quando porti sul palco storie che chiamano in causa direttamente la coscienza collettiva?

Modesta Valenti era una donna senza fissa dimora morta a Roma, al freddo perché stata rifiutata dagli ospedali in quanto senza documenti e con i pidocchi. Grazie a lei, oggi, le persone senza fissa dimora  possono richiedere la residenza fittizia in Via Modesta Valenti. Tutto ciò serve per poter fare i vari documenti come la carta di identità, l’accesso ai servizi sanitari, il diritto al voto e la ricezione della posta. Quando si parla di temi civili e sociali bisogna farlo con la verità dei fatti e grazie al teatro la collettività può guardarsi allo specchio e riflettere sul ciò che si ha, facendo spazio a domande anche scomode.

In entrambe le opere c’è una forte alternanza di registri emotivi: dolore, ironia, confusione, tenerezza. Quanto è importante per te l’ilarità come strumento di sopravvivenza anche nelle storie più dure?

E’ vero, le emozioni sono molteplici e sono anche molto crude ma la realtà è talmente assurda e inverosimile che riesce a tirar fuori ilarità, ecco perché sono in grado di portare in scena temi così importanti. Non dico che bisogna prendere la disgrazia con superficialità ma spesso è necessario sorridere, ridere anche nelle situazioni più difficili.

Il pubblico, in tutti e due gli spettacoli, esce con un senso di vuoto. È un vuoto che vuoi lasciare aperto o è uno spazio che speri venga riempito da una riflessione personale?

La spettatrice e lo spettatore non sono i classici ricevitori passivi e di certo non vedono una conclusione rassicurante. Il senso di vuoto deve essere visto come una cassa che deve essere riempita con le proprie riflessioni personali. Le opere non sono delle prediche sono delle realtà ed ogni individuo deve essere libero di valutare cosa ha visto e cosa vuole condividere. I messaggi devono circolare e trasformarsi in un dialogo sociale.

Hai lavorato con cast diversi ma con una forte coralità emotiva. Che tipo di relazione cerchi di costruire con gli attori quando affronti testi così intensi e psicologicamente impegnativi?

Durante i provini faccio delle domande scomode sulla propria vita, praticamente li metto in imbarazzo ma non perché io sia crudele ma per indagare sulla loro sensibilità. In base alle risposte incalzo le domande spiegando il copione e verifico se l’attrice o l’attore è disposto ad interpretare uno specifico personaggio.  Una vera selezione. Una volta creata la compagnia, letto il copione, dato alcune linee guida sui personaggi e sulla trama, lascio massima libertà di interpretare il proprio personaggio. Grazie a questo metodo ogni artista può fare le proprie ricerche per dare una struttura, un atteggiamento, un modo di parlare al personaggio, praticamente è libero di aprire la propria valigia della conoscenza. Il dialogo è alla base, creo un contatto anche fisico con abbracci di sostegno e di incoraggiamento, condividiamo le nostre esperienze, apriamo i nostri cuori. Diventiamo un gruppo unito avendo un unico obiettivo: mettersi in discussione.

Se una spettatrice o uno spettatore ti dicesse: “Sono uscito dal teatro con più domande che risposte”, lo considereresti un fallimento o il più grande successo possibile? Decisamente è il mio più grande successo.  Come sosteneva spesso il drammaturgo Bertolt Brecht “il teatro deve spingere lo spettatore a interrogarsi sul mondo per poterlo cambiare”.

Non c’è una conclusione rassicurante. C’è un vuoto, lasciato volutamente aperto.

Un vuoto che non è mancanza, ma possibilità: di pensiero, di presa di posizione, di responsabilità collettiva. Il teatro, qui, non salva e non consola. Interroga. Espone. Costringe a guardarsi allo specchio. E se lo spettatore esce con più domande che risposte, allora sì: qualcosa è accaduto. Perché il vero fallimento non è non capire. È smettere di sentire.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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