Conversazione con Eleonora Gusmano su corpi invisibili, tempo sospeso e il coraggio di restare
Ci sono storie che non avanzano: respirano. Restano ferme in un punto fragile del tempo, come se muoversi significasse tradirsi. M nasce lì, in quella sospensione emotiva che non è solo condizione individuale, ma spazio collettivo del nostro presente. In questa conversazione, Eleonora Gusmano accompagna lo spettatore dentro una drammaturgia che rifiuta la linearità per farsi loop, eco, ritorno.

Attraverso il corpo che si sottrae, la voce che resiste, la stanza che diventa mente, il teatro si fa luogo di ascolto per esistenze sommerse, invisibili, protette e insieme imprigionate. Un dialogo intimo e necessario su identità, isolamento, famiglia, e sulla responsabilità — artistica e umana — di dare forma a ciò che solitamente resta ai margini.
Eleonora Gusmano, M sembra vivere in un tempo sospeso, quasi congelato. Quando hai capito che questa storia non poteva essere raccontata in modo lineare, ma doveva restare intrappolata in un loop emotivo?
La distanza dal mondo esterno, l’auto isolamento comporta la mancanza di confronto con l’Altro, che determina crescita, conflitto, cambiamento. M si protegge e viene a sua volta “protetta” dalla famiglia da un mondo esterno che fa paura, che può tradire. E per questo rimane ferma emotivamente a un tempo sospeso, quello dell’infanzia e della giovinezza, in cui ha vissuto. Continua a rivivere instancabilmente quei momenti; il mondo esterno è come se non evolvesse mai , le persone e lei stessa fossero intrappolate in un ruolo, rassicurante e soffocante allo stesso tempo.
La “ragazza dagli occhi azzurri” è voce narrante, testimone e forse alter ego. Quanto di lei appartiene alla tua biografia e quanto, invece, nasce dall’ascolto delle storie altrui?
All’inizio ho pensato di raccontare una storia che sì mi riguardava, ma più che altro di cui ero stata testimone, attraverso varie esperienze, personali e lavorative. Approcciare nuovamente al lavoro mi ha rivelato quanto i sentimenti di M siano anche i miei, le stesse paure, i sogni.Quanto le nostre vite siano fragili e gli incontri che facciamo possano letteralmente cambiarci la vita, anche se non ce ne accorgiamo. Il senso di estraneità, la spiccata sensibilità di M. sono comuni a molti giovani che non riescono o non vogliono stare al passo con un contesto competitivo e potenzialmente doloroso che è la società in cui viviamo.
In scena M è sola, ma attraversata da molte voci reali. Che responsabilità senti nel portare testimonianze autentiche dentro una drammaturgia così intima e fragile?
Nella drammaturgia si fonde realtà, finzione, e accadimenti personali diventano spunti universali per raccontare un sentire molto comune e sommerso dentro di noi. La responsabilità che sento è unita a una vocazione, un richiamo a dare appunto voce a storie che ci circondano ma di cui non si parla mai. Persone invisibili, se così vogliamo dire, non conformi a uno standard social performante, che perdono il lavoro, che hanno difficoltà relazionali, che appunto non escono di casa e non vivono rapporti sociali significativi. Queste sono realtà che esistono e la solitudine in cui si ritrovano non fa che acuire una distanza noi/loro che in realtà non esiste.

Il corpo di M è un corpo non abitato, sfocato, quasi assente. Come hai lavorato fisicamente su questa sottrazione del gesto e sulla perdita progressiva di contatto con il corpo?
Sin a partire dalla stesura del testo con la dramaturg Giusi De Santis, ci siamo confrontate con la figura e il repertorio fotografico di Francesca Woodman . La sua ricerca ci è da subito parsa in linea con l’idea di auto rappresentazione del corpo e del proprio sentire in dialogo con lo spazio, spesso domestico in cui era inserita. Questo diventa talvolta mezzo per nascondere parti di sé, altre per fondersi con oggetti, tappezzeria delle stanze, prevaricando confini, scomponendo e alienando da sé parti del corpo che assumono così vita propria. Allo stesso modo in scena il corpo di M è visibile ma è come se a poco a poco perdesse contorni e profondità. E’ un corpo sacrificato e compresso, fino a diventare come invisibile a sé e agli altri.
La stanza, la vasca, i fogli, le luci che “spiano”: lo spazio scenico sembra un luogo mentale prima che reale. Con Daniele Aureli, come avete costruito questo “non-luogo” che diventa rifugio e prigione insieme?
Il lavoro fatto con Daniele e con tutta l’equipe di lavoro è stato fondamentale per elaborare un’idea scenica che fosse semplice e al contempo contenesse la complessità della mente di M. La vasca è a tutti gli effetti la sua casa, la custodisce, la protegge, la eleva e la nasconde. Ed evoca l’immaginario acquatico e marino a cui il testo fa spesso riferimento, nel vissuto di M, nelle favole che scrive e racconta se stessa, nel rapporto tra la superficie degli avvenimenti della sua vita e il mondo sommerso psichico che smuovono.D’ altro canto I fogli e le luci sono il tentativo di creare un ponte da tra sé e il mondo esterno.Di spiare cosa c’è al di fuori, come vivono gli altri, di provare inesorabilmente a raggiungerli.
Lo spettacolo parla di legami familiari immobili, rituali che soffocano, affetti che non sanno rispondere. Quanto questa storia, pur ambientata tra gli anni Sessanta e Settanta, parla ancora violentemente al presente?
Assolutamente sì. Durante il Covid per fare un esempio mi sono trovata ad entrare in contatto con adolescenti che dopo l’assenza forzata da scuola, non sentivano più di affrontare il contatto con i compagni, i professori, le interrogazioni. Questo fenomeno ci parla chiaramente di un disagio, appunto nascosto e silenziato anche a noi stessi, di chiusura emotiva in mancanza di strumenti per affrontare le difficoltà. Il problema è sia personale, che sociale. Spesso le famiglie in difficoltà sono sole e questo a sua volta amplifica il fenomeno di auto isolamento che ne consegue. Il gruppo famigliare si chiude e , nel desiderio di proteggere, soffoca, amputa, reitera schemi che confermano un presente sempre attivo anche quando fuori dalle mura di casa il tempo scorre.
La vocalità qui non è solo parola, ma accadimento poetico, quasi un gesto. In che modo la voce diventa per M – e per te in scena – l’ultimo spazio possibile di esistenza?
Un altro elemento d’indagine direi fondamentale del lavoro, sia drammaturgico che scenico, è stato intorno alla figura della sirena. La sirena come simbolo di donna a metà , metà umana, metà pesce, impossibile da incasellare, che vede da lontano, un mondo diverso per lei inaccessibile in cui vivono gli altri ; e che soprattutto per appartenere a questo mondo, deve sacrificare una parte essenziale di sé: la voce. Noi sentiamo il flusso di coscienza di M , che è un mosaico di voci , sia delle persone che ha incontrato e che hanno lasciato un segno nella sua esistenza, sia dei personaggi delle favole , elaborazioni oniriche del suo vissuto.

Il titolo parla di un luogo inaccessibile, di un’impossibilità di incontro. Dopo aver attraversato questa storia, senti che il teatro possa essere, per chi guarda, un tentativo di avvicinarsi a quel posto proibito?
Si credo fortemente che il teatro possa essere una lente d’ingrandimento su aspetti poco considerati e appunto quasi inconoscibili, se fuori dalla nostra realtà. Anche il lavoro che portiamo avanti come compagnia teatrale ha questa vocazione. Il titolo di questo spettacolo è parte di un concetto ampio che prevede un ossimoro importante secondo tutti noi: ossia l’impossibilità spesso di conoscere fino in fondo l’altro ( e se stessi) , ma allo stesso modo la scelta di esserci lo stesso. Di prendersi la responsabilità di guardare, di non distrarsi, e di cercare la distanza possibile per raccontare questa storia restituendone la sua unicità.
Alla fine di questo attraversamento resta una domanda che non cerca soluzione, ma presenza: quanto siamo disposti a restare davanti all’altro, anche quando non lo comprendiamo fino in fondo?
Il teatro, in questo senso, non apre porte proibite, ma costruisce soglie. Non promette l’incontro totale, ma la possibilità di uno sguardo che non si ritrae. M ci parla dal suo silenzio abitato, dalla sua voce-mosaico, e ci ricorda che l’invisibilità non è assenza di vita, ma spesso assenza di ascolto.
Scegliere di guardare, di non distogliere lo sguardo, diventa allora un atto politico e poetico insieme. Forse è questo il gesto più radicale che il teatro — e chi lo attraversa — può ancora compiere: esserci, anche nell’impossibilità.









