EICHMANN – Dove inizia la notte

Ci sono opere che non chiedono di essere guardate, ma attraversate. Che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono una domanda che resta addosso, anche dopo il buio in sala.

“Eichmann – Dove inizia la notte” non è un viaggio nel passato, ma uno specchio puntato sul presente. Un invito scomodo a smettere di pensare il male come qualcosa che appartiene solo agli altri, ai “mostri”, ai nomi consegnati ai libri di storia. È una riflessione che tocca nervi scoperti: l’obbedienza, la responsabilità, la normalità come terreno fertile dell’orrore.

In questa intervista, Monica Falconi accompagna il lettore dentro il cuore etico e umano dello spettacolo. Non per assolvere, non per condannare, ma per comprendere. Perché comprendere non significa giustificare: significa avere il coraggio di guardare i meccanismi, i contesti, le derive che rendono il male possibile. E soprattutto significa porre a noi stessi la domanda più difficile: siamo davvero immuni?

“EICHMANN – Dove inizia la notte” non parla solo del passato, ma del presente. Qual è la domanda più urgente che, secondo lei, lo spettacolo pone allo spettatore di oggi?

La domanda diretta, che suscita lo spettacolo, è se veramente il male può essere “esclusività” di alcune persone considerate “cattive” o che abbiano rivestito ruoli negativi all’interno di un processo storico, o se piuttosto ognuno di noi può essere fautore di atti lesivi per gli altri, anche solo per l’esigenza di dover rispondere a degli ordini. Dobbiamo davvero considerarci “immuni” dal male? O è così banale da poter investire tutti, indistintamente?

Portare in scena Adolf Eichmann come uomo “normale” e non come mostro è una scelta forte. Che rischio etico comporta e perché era necessario correrlo?

Io credo che la definizione di “mostro” sia restrittiva per la distinzione che pone automaticamente nei confronti degli altri, dei “buoni”, senza andare fino in fondo ad analizzare come e perché certe cose sono successe.

Pensando al momento attuale, anche la storia contemporanea presenta delle persone che sono fautori di guerre e male per egemonia ma, fatalità dei ricorsi storici, spesso accade che proprio chi si erigeva a ruolo di integerrimo, in realtà può passare dall’altra parte. Per questo era necessario correre il rischio di dare “parola” a chi, finora, è stato fin troppo semplice circoscrivere solo come personaggio negativo, senza analizzare contesti e dinamiche.

Il testo di Stefano Massini suggerisce che il male sia un meccanismo, non un’eccezione. Quanto è stato importante, nella regia, mostrare il sistema più che il singolo individuo?

E’ stato necessario. Il nostro messaggio infatti, ha cercato di mettere il focus su un confronto che non fosse un “processo” ma uno scambio: una ricerca che lo spettatore farà in modo del tutto naturale con Hannah Arendt. Lei cerca di capire, e il pubblico con lei, cosa abbia portato Eichmann a contatto con il male, con un genocidio, riportandolo in maniera più ampia al concetto di crimine contro l’umanità, piuttosto che contro un singolo popolo. Questo è quello che lei, per prima, descrisse nel suo libro “La banalità del male”.

Lo spettacolo mette in dialogo genocidi storici e contemporanei. Crede che oggi siamo davvero più capaci di riconoscere l’inizio della “notte” rispetto al passato?

Credo che certi paragoni vadano fatti. Per dare la giusta gravità a ciò che accade ora, e nessun escludere nessun popolo, nessun capo di Stato, dalla possibilità di passare dall’altra parte della barricata e compiere stermini o provocare guerre, per la voglia di potere. Non siamo in realtà “più capaci”, abbiamo più strumenti per capire, e riconoscere: basta solo utilizzarli e non subire passivamente la quantità enorme di informazioni che ci arrivano.

In scena il confine tra vittima e carnefice appare fragile. È questo l’aspetto che più inquieta il pubblico?

Secondo me si. Pensare che la vittima del passato possa, anche per spirito di rivalsa, passare a soggetto attivo di un atto storicamente devastante, e’ inquietante. Questa sensazione dovrebbe investire chi, oggi, dopo aver giudicato in passato, si trova ad essere un carnefice, nel senso figurativo del termine, ma anche pratico.

Dopo questo lavoro, lei sa dire oggi dove inizia davvero la notte dell’umanità?

Posso provarci: sicuramente un lavoro del genere, che senza paura sonda l’animo umano in modo così diretto e contemporaneo, riesce sicuramente a fornire strumenti in più per capire l’uomo e ciò che fa. Inizia la notte quando ci riteniamo superiori, quando per arroganza ed egocentrismo pensiamo di avere la verità in mano, di meritarci privilegi e attenzioni, che può andare da un territorio, alla considerazione degli altri. Li’ inizia la notte: quando si smette di guardare, e di capire.


Alla fine di questo dialogo non restano risposte rassicuranti.
Restano, piuttosto, strumenti. E una responsabilità. La notte di cui si parla non è un evento improvviso, non arriva con il fragore di una catastrofe. Inizia in silenzio, quando si smette di guardare l’altro, quando ci si sente superiori, quando il potere — piccolo o grande — diventa più importante dell’umano. Inizia quando la complessità viene ridotta a slogan, quando il giudizio sostituisce la comprensione, quando l’obbedienza prende il posto del pensiero.

Questo lavoro teatrale, come emerge dalle parole di Monica Falconi, non offre consolazione ma consapevolezza. E ci ricorda che il confine tra vittima e carnefice non è mai scolpito nella pietra: è fragile, mobile, inquietante. Proprio per questo va riconosciuto, interrogato, vigilato.

Forse la notte dell’umanità inizia sempre nello stesso punto: nel momento esatto in cui smettiamo di chiederci chi stiamo diventando.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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