Il caos non è solo disordine. È origine, movimento, possibilità.
In questo spettacolo il caos diventa linguaggio scenico, attraversando corpi e parole, tempi remoti e presente vivo. Gli antichi poemi epici smettono di essere reliquie letterarie e tornano a pulsare: Omero e Virgilio scendono dal piedistallo, si spogliano dell’aura sacrale e si mescolano alle nostre inquietudini quotidiane.
Tra gesto e voce, tra ironia e profondità, la scena si fa spazio abitabile dove l’umano — ieri come oggi — continua ad accadere.

Abbiamo intervistato Susanna Lauletta.
Il caos è il motore dello spettacolo: caos come origine, disordine, trasformazione. Che tipo di caos ti interessava raccontare oggi, e perché partire proprio dagli antichi poemi epici per farlo?
È un’immagine, quella del caos. Nasce dal confronto tra il disordine delle vicende dei personaggi epici e il nostro presente. Gli antichi poemi epici contengono tutto: conflitti, desideri, potere, relazioni complesse. Spogliati della loro aura arcaica, rivelano una sorprendente attualità e mostrano come l’essere umano, nel suo caos, non sia poi così cambiato.

In scena riporti figure di Omero e Virgilio spogliate della loro aura sacrale e immerse nella contemporaneità. Cosa succede a questi “antichi VIP” quando li togliamo dal mito e li rimettiamo nel flusso della vita quotidiana?
Si avvicinano a noi o forse noi ci avviciniamo a loro. Togliendoli dal quel velo scolastico, si intersecano i guazzabugli della loro e nostra vita; si umanizzano e di conseguenza si riesce a dare loro luce nuova rispetto alla penombra in cui sono stati confinati. Diventano precursori di workout di allenamento alla vita.
Il corpo apre lo spettacolo, prima ancora della parola. In che modo il linguaggio corporeo riesce a dire ciò che la parola, da sola, non basterebbe a raccontare?
Il corpo ha una sua grammatica interna. Come per le parole è necessario utilizzare questa grammatica affinché si sviluppi una frase, un periodo, un linguaggio armonico, così per il corpo è fondamentale seguire la sua scomposizione affinché ne possa venir fuori una drammaturgia corporea: più astratta, più aperta ad interpretazioni, ma per questo più vasta e sconfinata e, per me, più evocativa e potente. Il corpo scolpisce lo spazio e in esso scrive.

Parli della parola come di un “vortice riparatore”. Riparatore di cosa? Del caos, della frattura tra passato e presente, o forse dell’essere umano stesso?
La parola è vortice riparatore perché non mette ordine nel caos, ma lo rende attraversabile. Ripara la frattura tra passato e presente facendo emergere l’umano che continua ad accadere, ieri come oggi. Non consola: tiene insieme, dà forma al disordine e ci permette di riconoscerci dentro.
La scena è spogliata di elementi, ma piena di immaginazione. Come hai lavorato sulla regia per fare in modo che corpo e parola diventassero essi stessi scenografia, spazio e tempo?
Nel momento in cui la parola racconta, esprime, porta alla luce e il corpo disegna e scrive nello spazio, la parola diviene corpo e il corpo diviene parola. Spazio, tempo, scenografia confluiscono in questa loro composizione armonica. È, in generale, ciò in cui credo. Frutto, anche, di un percorso intenso: il Mimo Corporeo.
Guardando questi personaggi antichi che ci somigliano così tanto, cosa speri che lo spettatore porti con sé uscendo dal teatro: una risata, una ferita, una domanda, o un nuovo modo di guardare il proprio caos?
La curiosità a rivedere il proprio caos non come evento isolato nella storia. La curiosità di tornare agli antichi con uno sguardo nuovo, riconoscendo in quelle figure e in quelle parole qualcosa di nostro. Con ironia.

Uscendo dal teatro non resta una risposta, ma uno sguardo diverso.
Il caos non è più qualcosa da temere o da correggere, ma un territorio da attraversare. Gli antichi, così simili a noi, diventano compagni di viaggio: non maestri lontani, ma precursori di un allenamento alla vita.
Tra corpo che scrive e parola che tiene insieme, lo spettatore è invitato a riconoscersi, con ironia, dentro il proprio disordine. E forse a scoprire che, in quel caos, non è mai stato davvero solo.









