C’è un tempo che non torna, ma che continua a vivere nei dettagli dimenticati delle nostre città: una cabina telefonica, il suono metallico di un gettone, l’attesa di una voce dall’altra parte della linea. “Gettoni” nasce proprio da qui, da un oggetto semplice e ormai quasi scomparso, che diventa simbolo potente di memoria, identità e perdita. In questa intervista entriamo nel cuore di uno spettacolo che intreccia nostalgia e ironia, periferia e relazioni, raccontando una generazione sospesa tra ciò che è stato e ciò che non tornerà più.

“Gettoni” nasce attorno a un oggetto ormai quasi scomparso: la cabina telefonica. Quando è nata l’idea di trasformare questo simbolo analogico in un dispositivo teatrale capace di raccontare memoria, perdita e periferia?

Sono una millennials. Le cabine telefoniche hanno fatto parte della mia infanzia e adolescenza. Sono legate a molti ricordi, al mio quartiere, quando ho iniziato a vederle sparire poco a poco, anche quelle da cui avevo fatto tante chiamate, mi sono sentita mancare un pezzo di vita. L’idea che un giorno, anche abbastanza vicino non esisteranno più, mi ha spinta a raccontarle. Sono state in fondo un pezzo di storia, di costume, di cultura, volevo parlarne ai ventenni di oggi. Ma volevo che fosse un racconto legato un po’ anche alla mia generazione, una generazione a cavallo fra l’analogico e il digitale, condannata per sempre, suo malgrado, alla nostalgia.

Matteo difende la cabina come fosse un ultimo rifugio emotivo. Quanto di questa ostinazione appartiene alla sua storia personale e quanto invece rappresenta una generazione che fatica a lasciar andare il passato?

L’elaborazione della perdita è qualcosa su cui mi sono interrogata spesso, è un tema che ho affrontato praticamente in tutti i miei spettacoli, probabilmente esorcizzo la mia paura del lasciar andare attraverso il teatro. Mi piace raccontare le ostinazioni, trasfornarne la “tragicità” in ironia. In Gettoni l’ho fatto attraverso la tenerezza e la goffaggine di Matteo, la cabina è il suo incastro.

Nel testo convivono ironia, nostalgia e dolore. Come ha lavorato per trovare questo equilibrio tra tragicomico e intimità emotiva senza cadere nella pura malinconia?

Un po’ tutte le storie sono tragicomiche, un ibrido fra farsa e sublime, a volte pesa più il tragico, altre il ridicolo. Nel mio personale viaggio drammaturgico cerco sempre conforto e ispirazione dal mio nume tutelare Annibale Ruccello. Leggerezza e follia, solitudine e poesia, disperazione e ironia. Cerco di rimanere sull’altalena coi miei personaggi senza cadere. Poi è solo il pubblico a decidere se darti la spinta fatale a terra o farti volare. Con Gettoni c’è stato anche un lungo e denso lavoro col regista Alessandro De Feo e gli attori Riccardo Ferrauti che interpreta Matteo e Fabio Pallini che invece interpreta suo fratello Valerio. Il lavoro con loro è stato decisivo per i nodi che nel testo rimanevano più difficili da sciogliere.

Il rapporto tra Matteo e suo fratello Valerio sembra il cuore pulsante della storia. Che tipo di legame voleva raccontare e cosa rappresenta questa relazione nel percorso del protagonista?

Il legame fra fratelli è un altro dei miei temi preferiti e lo dico da figlia unica che avrebbe voluto avere esperienza di questo rapporto così complesso. In Gettoni ho raccontato due fratelli con attitudini opposte, in un contesto periferico difficile. Matteo ha quasi mitizzato il fratello e questa costruzione mentale gli impedisce di viverlo realmente per quello che è. Questa dinamica, che sia fraterna, amicale, relazionale, è il vero focus fel racconto e nel caso di Matteo anche la trappola del passato, della nostalgia infantile che fatica a riconoscersi nell’età adulta.

Centocelle non è solo uno sfondo ma quasi un personaggio. Che ruolo ha la periferia romana nella costruzione dell’immaginario di “Gettoni” e quanto ha influenzato la scrittura?

Centocelle è il mio quartiere, dove sono nata e cresciuta e dove vivo tuttora. Alcuni degli episodi che racconto in Gettoni sono reali, come la storia delle candele elettriche modificate, il bar da Elvio…  Centocelle è protagonista, anzi in Gettoni faccio a Centocelle una vera e propria dichiarazione d’amore. Sono fieramente figlia della periferia e questo ha influenzato Gettoni come tutto quello che scrivo in generale.

Lo spettacolo parla anche della trasformazione delle città: cabine telefoniche, osterie, cassette postali che scompaiono. Pensa che il teatro possa essere un luogo dove conservare la memoria dei piccoli mondi quotidiani che la modernità cancella?

Assolutamente sì. In teatro la memoria si trasforma in racconto condiviso, dialogo  scambio. La città che scompare, la cosiddetta Roma Sparita vive ancora soprattutto perchè ci piace parlarne, rievocare insieme quel piccolo mondo antico che abbiamo perso. Non sono nemica della tecnologia, anzi, a volte però, lo confesso, mi mancano gli anni 90.

“Gettoni” è il progetto vincitore di Germogli – Residenze artistiche 2025. In che modo il percorso di residenza ha contribuito alla crescita dello spettacolo e al lavoro con il regista Alessandro De Feo e gli attori?

La residenza è stata fondamentale e Marco Zordan e tutto lo staff del Trastevere ci hanno aiutato e supportato nello sviluppo del progetto, soprattutto nell’offrirci spazi di prova che oggi rappresentano la spesa maggiore e diabolica per le compagnie che non hanno un proprio luogo. Io, Alessandro, Riccardo e Fabio abbiamo potuto lavorare a teatro, con un palco, una platea, delle quinte a disposizione e non è scontato.

Se Matteo potesse davvero fare un’ultima telefonata con quei gettoni rimasti, secondo lei cosa direbbe? E, più in generale, qual è il messaggio o la domanda che vorrebbe restasse allo spettatore uscendo dal teatro?

Per la prima domanda invito il pubblico a scoprirlo direttamente a teatro. Sulla seconda… Non saprei dire che domande vorrei si facessero gli spettatori, se fossero domande che dal racconto passano alla vita delle persone, direi che Gettoni ha fatto un buon lavoro.

“Gettoni” non è solo un racconto teatrale, ma un gesto di resistenza emotiva contro l’oblio. È un invito a fermarsi, ad ascoltare le tracce di ciò che abbiamo vissuto e che, forse, non siamo ancora pronti a lasciare andare. Tra risate e malinconia, lo spettacolo ci ricorda che la memoria non è mai soltanto passato: è un luogo vivo, fragile e necessario, dove ognuno di noi continua, in qualche modo, a cercare una voce da chiamare.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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