È possibile avere muscoli tonici a 60 anni? La risposta è un deciso sì. Sebbene il corpo subisca cambiamenti fisiologici con l’avanzare dell’età, mantenere una buona tonicità muscolare non è un obiettivo irraggiungibile, nemmeno dopo i sessant’anni. Anzi, preservare la massa muscolare diventa ancora più importante con il passare del tempo, in quanto contribuisce a migliorare l’equilibrio, prevenire le cadute, mantenere un buon metabolismo e garantire una migliore qualità di vita complessiva. Il primo passo per ottenere muscoli tonici a 60 anni è l’allenamento di resistenza. Questo tipo di esercizio, che prevede l’uso di pesi o della resistenza del proprio corpo, stimola la crescita muscolare e aiuta a contrastare la naturale perdita di massa muscolare legata all’invecchiamento (sarcopenia). È importante iniziare gradualmente e, se possibile, sotto la guida di un personal trainer esperto nel fitness per anziani. Esercizi come squat, affondi, flessioni e sollevamento pesi leggeri possono fare miracoli se praticati con regolarità. L’allenamento cardiovascolare non va trascurato. Attività come camminata veloce, nuoto, ciclismo o ballo non solo migliorano la salute del cuore e dei polmoni, ma contribuiscono anche a mantenere un peso corporeo ottimale, fondamentale per la definizione muscolare. La flessibilità e l’equilibrio sono altrettanto importanti. Lo yoga o il tai chi possono essere ottimi alleati per migliorare la mobilità articolare e la stabilità, elementi cruciali per eseguire correttamente gli esercizi di forza e prevenire infortuni. L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale. Con l’età, il fabbisogno proteico aumenta. Integrare la dieta con fonti di proteine magre come pesce, pollo, legumi e latticini a basso contenuto di grassi può aiutare a costruire e mantenere la massa muscolare. Non bisogna dimenticare l’importanza di una dieta equilibrata ricca di frutta, verdura e cereali integrali per fornire all’organismo tutti i nutrienti necessari. L’idratazione è un altro aspetto da non sottovalutare. Bere a sufficienza aiuta a mantenere i muscoli in salute e migliora le prestazioni durante l’allenamento. Il riposo e il recupero sono essenziali. Con l’età, il corpo ha bisogno di più tempo per riprendersi dopo l’esercizio fisico. Ascoltare il proprio corpo e concedersi il giusto riposo tra una sessione di allenamento e l’altra è fondamentale per prevenire infortuni e permettere ai muscoli di rigenerarsi. Non bisogna dimenticare l’importanza del sonno. Un riposo notturno adeguato è cruciale per la rigenerazione muscolare e il rilascio degli ormoni che favoriscono la crescita muscolare. È importante anche mantenere sotto controllo lo stress. Livelli elevati di cortisolo, l’ormone dello stress, possono ostacolare la crescita muscolare. Tecniche di rilassamento come la meditazione o la respirazione profonda possono essere utili. Infine, la costanza è la chiave. I risultati non arrivano dall’oggi al domani, soprattutto dopo i 60 anni. Ma con impegno e dedizione, è possibile vedere miglioramenti significativi nella tonicità muscolare nel giro di alcuni mesi. In conclusione, avere muscoli tonici a 60 anni non solo è possibile, ma è anche auspicabile per mantenere una buona qualità di vita. Combinando un allenamento appropriato, una dieta equilibrata, un adeguato riposo e una buona dose di pazienza e determinazione, si possono ottenere risultati sorprendenti. Ricordando sempre di consultare il proprio medico prima di intraprendere un nuovo regime di allenamento, specialmente in presenza di condizioni di salute preesistenti. L’età è solo un numero: con il giusto approccio, è possibile sfidare il tempo e mantenere un corpo forte e tonico anche dopo i sessant’anni.
La rivoluzione dei capelli bianchi: perché sempre più donne li stanno abbracciando
Negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria rivoluzione nel mondo della bellezza femminile: un numero crescente di donne ha deciso di abbandonare tinte e colorazioni per abbracciare i propri capelli bianchi naturali. Questo fenomeno, che ha preso piede soprattutto sui social media con l’hashtag #grombre, sta sfidando gli stereotipi legati all’invecchiamento e ridefinendo gli standard di bellezza. Ma quali sono le ragioni dietro questa scelta controcorrente? Innanzitutto, molte donne vedono l’accettazione dei capelli bianchi come un atto di empowerment e liberazione dagli standard di bellezza imposti dalla società. Lasciare i capelli al naturale diventa così una forma di ribellione contro l’idea che l’invecchiamento sia qualcosa da nascondere o combattere a tutti i costi. C’è poi un aspetto pratico non trascurabile: la manutenzione dei capelli bianchi richiede meno tempo, fatica e denaro rispetto alle continue sedute dal parrucchiere per coprire la ricrescita. Molte donne apprezzano la libertà e la praticità di non dover più programmare appuntamenti regolari per la tinta. Un altro fattore importante è la crescente consapevolezza sui potenziali rischi per la salute legati all’uso prolungato di tinture chimiche. Alcune donne scelgono di abbandonare le colorazioni per ridurre l’esposizione a sostanze potenzialmente dannose. La tendenza è stata ulteriormente accelerata dalla pandemia di COVID-19, che ha costretto molte donne a fare i conti con la propria ricrescita durante i lockdown. Impossibilitate ad andare dal parrucchiere, in tante hanno scoperto di apprezzare il proprio colore naturale. Non va poi sottovalutato l’impatto di celebrità e influencer che hanno sdoganato i capelli grigi, da Jane Fonda a Andie MacDowell. Questi modelli positivi hanno contribuito a normalizzare e rendere “cool” l’idea di una donna con i capelli bianchi. C’è anche un aspetto di sostenibilità ambientale: rinunciare alle tinte significa ridurre l’uso di prodotti chimici e imballaggi in plastica, in linea con una crescente sensibilità ecologica. Infine, molte donne riferiscono di sentirsi più autentiche e a proprio agio con i capelli al naturale. Accettare i segni del tempo diventa un modo per onorare la propria storia e mostrare al mondo la propria vera essenza. Ovviamente, la scelta di lasciare i capelli bianchi rimane personale e non priva di sfide. Molte donne devono ancora fare i conti con pregiudizi in ambito lavorativo o sociale. Tuttavia, il trend in crescita suggerisce un cambiamento culturale più ampio verso una maggiore accettazione della diversità e dell’invecchiamento naturale. In conclusione, la scelta di abbracciare i propri capelli bianchi rappresenta per molte donne un percorso di auto-accettazione e liberazione dagli standard di bellezza tradizionali. Che si tratti di praticità, salute, sostenibilità o semplicemente del desiderio di sentirsi autentiche, sempre più donne stanno riscoprendo la bellezza dei loro capelli naturali, ridefinendo cosa significhi invecchiare con grazia e fierezza.
Alessia Pifferi, processo d’appello al via: la difesa punta a una nuova perizia psichiatrica
Il processo d’appello per Alessia Pifferi, la donna condannata all’ergastolo in primo grado per l’omicidio della figlia Diana di 18 mesi, è pronto a iniziare. La prima udienza, inizialmente prevista per il 6 febbraio, è stata posticipata al 10 febbraio 2025. La difesa della Pifferi, guidata dall’avvocato Alessia Pontenani, si prepara a chiedere una nuova perizia psichiatrica, sostenendo che è”necessario capire cos’ha in testa” la sua assistita. La strategia difensiva si basa sull’idea che la Pifferi non sia mentalmente stabile, nonostante una precedente perizia l’abbia dichiarata capace di intendere e di volere. L’avvocato Pontenani insiste sul fatto che una persona sana di mente non avrebbe mai lasciato morire di stenti la propria figlia per trascorrere una settimana con il compagno. Secondo la difesa, la Pifferi non avrebbe ancora compreso appieno la gravità delle sue azioni, credendo che la sua assenza non avrebbe avuto conseguenze fatali per la bambina. Il caso ha scosso l’opinione pubblica italiana per la sua crudeltà: la piccola Diana è stata lasciata sola in casa per sei giorni, con solo dei biberon di camomilla e latte, mentre la madre era con il suo compagno. La morte della bambina è avvenuta per disidratazione, fame e abbandono. La Corte d’Assise di Milano ha condannato la Pifferi all’ergastolo in primo grado, ritenendola pienamente consapevole delle sue azioni. Durante il processo di primo grado, è emerso che la Pifferi aveva già lasciato la figlia sola in passato, ma mai per periodi così lunghi. La difesa sostiene che questo comportamento ripetuto sia un ulteriore indizio di un disturbo mentale che necessita di essere approfondito. La richiesta di una nuova perizia psichiatrica potrebbe cambiare le sorti del processo d’appello. Se accolta, potrebbe portare a una rivalutazione della capacità di intendere e di volere della Pifferi al momento del reato, con possibili conseguenze sulla sentenza finale. Nel frattempo, emergono notizie sulla vita personale della Pifferi in carcere, tra cui una lettera ricevuta con una richiesta di matrimonio da uno sconosciuto, l’affetto nato con una compagna di cella. Queste notizie hanno suscitato reazioni contrastanti nell’opinione pubblica. Il processo d’appello si preannuncia complesso e delicato. La Corte d’Assise d’Appello dovrà valutare attentamente le nuove istanze della difesa, bilanciando la richiesta di giustizia per la piccola Diana con la necessità di garantire un giusto processo alla Pifferi. L’eventuale concessione di una nuova perizia psichiatrica potrebbe portare a sviluppi inaspettati, riaprendo il dibattito sulla responsabilità penale della donna? Mentre l’Italia attende l’inizio di questo nuovo capitolo giudiziario, il caso di Alessia Pifferi continua a sollevare interrogativi sulla natura della mente umana e sui confini tra responsabilità penale e malattia mentale. Il processo d’appello potrebbe fornire nuove risposte o aprire ulteriori domande su uno dei casi più scioccanti della cronaca nera italiana recente.
Il mistero di Johanna Nataly Quintanilla Valle: indagato il compagno
La scomparsa di Johanna Nataly Quintanilla Valle, una donna di 40 anni, di El Salvador, ha scosso la comunità milanese e sollevato numerosi interrogativi. Da quel fatidico venerdì 24 gennaio, sono trascorsi giorni di angoscia e incertezza, mentre amici e conoscenti lanciano appelli disperati sui social media nella speranza di ottenere informazioni sul suo destino. Il caso ha preso una svolta drammatica quando il compagno di Johanna, Pablo Gonzales Rivas, è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere. Questo sviluppo scioccante ha gettato nuova luce sulla vicenda, sollevando domande inquietanti sulla natura della relazione tra i due e sugli eventi che hanno portato alla scomparsa di Johanna. Uno degli aspetti più intriganti del caso è il ritardo nella denuncia della scomparsa. Gonzales ha atteso sette giorni prima di presentarsi ai carabinieri, un lasso di tempo che ha immediatamente destato sospetti. Questo ritardo ha spinto la Procura di Milano ad aprire un fascicolo per istigazione al suicidio a carico di ignoti, una mossa che sottolinea la gravità della situazione e la determinazione delle autorità nel fare chiarezza su quanto accaduto. Le indagini, coordinate dalla procuratrice aggiunta Letizia Mannella e dal Pm Alessia Menegazzo – le stesse magistrate che hanno seguito il caso di Giulia Tramontano – stanno scavando a fondo nella vita di Johanna e Pablo. Emerge un quadro complesso, fatto di piccoli dettagli che, messi insieme, potrebbero rivelare la verità sulla scomparsa della donna. Un elemento chiave nell’indagine è l’assenza di immagini di Johanna nelle telecamere di sorveglianza del condominio dove viveva con Gonzales. Secondo il racconto dell’uomo, si sarebbe addormentato la sera della scomparsa e al risveglio Johanna non c’era più. Tuttavia, l’assenza di prove visive della sua uscita dall’edificio getta ombre su questa versione dei fatti. Altrettanto cruciale è l’analisi del telefono cellulare di Johanna, spento dalla notte della scomparsa, e dei suoi movimenti bancari, fermi da allora. Questi elementi suggeriscono che la donna non abbia lasciato volontariamente l’abitazione o che, se lo ha fatto, non ha avuto modo di utilizzare i suoi dispositivi o accedere ai suoi conti. Il comportamento di Johanna nelle settimane precedenti alla scomparsa è oggetto di attenta analisi. Alcuni conoscenti, inclusa la dottoressa per cui lavorava come babysitter, hanno notato cambiamenti nel suo umore. Gonzales stesso ha riferito che Johanna parlava spesso di morte e sembrava triste. Questi dettagli potrebbero fornire indizi cruciali sullo stato mentale della donna e sulle circostanze che hanno portato alla sua scomparsa. Mentre le indagini proseguono, la comunità resta con il fiato sospeso, sperando in una svolta che possa finalmente fare luce sul destino di Johanna Nataly Quintanilla Valle. Il caso solleva importanti questioni sulla sicurezza delle donne, sulla tempestività delle denunce di scomparsa e sull’importanza di prestare attenzione ai segnali di disagio nelle persone a noi vicine. In un mondo sempre più connesso, dove la tecnologia permette di tracciare movimenti e comunicazioni, il mistero della scomparsa di Johanna rimane un doloroso promemoria di quanto sia fragile la vita umana e di quanto sia fondamentale la vigilanza della comunità nel proteggere i suoi membri più vulnerabili. Mentre Milano trattiene il respiro in attesa di risposte, il caso di Johanna Nataly Quintanilla Valle continua a evolversi, promettendo di rivelare verità scomode e, si spera, di portare giustizia per una donna la cui assenza ha lasciato un vuoto incolmabile nei cuori di chi la conosceva e amava.
Sesso, bugie e tradimenti: la mia incursione nel triangolo delle Bermuda delle relazioni
Cari lettori del Daily Whisper, benvenuti a un nuovo piccantissimo episodio di ‘Pippa’s Pickle’, dove la vostra affezionata cinquantaseienne single si avventura nel pericoloso territorio di sesso, bugie e tradimenti. Preparatevi a un viaggio nel lato oscuro delle relazioni, dove la verità è più elastica di un paio di leggings taglia unica e la fedeltà è rara quanto un taxi libero sotto la pioggia. Tutto è iniziato quando la mia amica Vivian (sì, quella Vivian, la perfettissima nobildonna locale) mi ha invitato a un tè pomeridiano. “Pippa, cara,” mi disse con un tono che oscillava tra il cospirazionale e l’isterico, “ho scoperto che Charles mi tradisce!” Ora, cari miei, se conosceste Charles, capireste perché questa rivelazione era più scioccante di trovare Elvis vivo che lavora in un McDonald’s. Charles, il marito di Vivian, è l’incarnazione umana di un maglione beige: noioso, prevedibile e apparentemente innocuo. “Ma come?” esclamai, rovesciando il tè sulla tovaglia di pizzo (ops). “Charles? Quello che considera eccitante cambiare marca di cereali per colazione?” Vivian annuì solennemente, come se stesse confermando la fine del mondo. “L’ho beccato mentre mandava messaggini piccanti alla sua… segretaria!” Messaggini piccanti? Charles? L’uomo che una volta mi chiese se “LOL” significasse “Lots of Love”? Ero più che scettica. “Vivian, tesoro,” dissi cercando di essere diplomatica, “sei sicura? Magari hai frainteso…” “Oh no, cara mia,” rispose Vivian con un lampo negli occhi, “ho le prove. Guarda!” Mi mostrò il telefono di Charles (che aveva “preso in prestito” mentre lui era sotto la doccia – e poi dicono che le spie della CIA sono brave). Messaggi da: Segretaria Sexy “Non vedo l’ora di vederti più tardi ;)” “Sei pronto per un po’ di… dettato?” “Il mio ufficio o il tuo?” Beh, a meno che il “dettato” non fosse diventato improvvisamente il nuovo eufemismo per attività da ufficio completamente innocenti, sembrava proprio che il nostro Charles avesse deciso di rendere il suo lavoro molto più interessante. “E cosa hai intenzione di fare?” chiesi a Vivian, che nel frattempo aveva iniziato a sgranocchiare biscotti come se fossero le ultime provviste prima dell’apocalisse. “Vendicarmi, ovviamente!” esclamò con una determinazione che avrebbe fatto invidia a una protagonista di una telenovela sudamericana. E fu così che mi ritrovai coinvolta nel piano di vendetta più elaborato e assurdo dalla notte dei tempi. Vivian aveva deciso di dare a Charles un assaggio della sua stessa medicina. Il piano? Fingere di avere anche lei una relazione extraconiugale. “E chi sarebbe il fortunato?” chiesi, temendo già la risposta. Vivian mi guardò con un sorriso che poteva solo essere descritto come diabolico. “Tu, ovviamente!” Ecco come mi sono ritrovata a interpretare il ruolo dell’amante lesbica di Vivian. Io, che l’ultima volta che ho recitato ero l’albero numero tre in una recita scolastica. Nei giorni seguenti, abbiamo messo in scena una serie di “incontri clandestini” strategicamente posizionati per essere notati da Charles. Ci scambiavamo sguardi languidi sopra i bicchieri di vino durante le cene, sussurravamo e ridevamo in modo cospiratorio, e una volta ho persino dovuto nascondermi nell’armadio di Vivian quando Charles è tornato a casa in anticipo (scoprendo nel processo che Vivian ha una collezione di lingerie che farebbe arrossire anche una ballerina di burlesque). Il culmine di questa farsa? Una “fuga romantica” in un hotel locale, dove Vivian ha insistito per prenotare la suite più rumorosa possibile. “Deve sembrare autentico!” insistette, mentre io contemplavo seriamente l’idea di cambiare identità e trasferirmi in Patagonia. Ma la vera sorpresa è arrivata quando, nel bel mezzo della nostra “notte di passione” (che consisteva principalmente nel saltare sul letto e gemere in modo poco convincente), la porta della suite si è aperta di colpo. Lì, con gli occhi spalancati e la mascella a terra, c’era Charles. E accanto a lui? La sua “segretaria sexy”… che si è rivelata essere un uomo barbuto di mezza età chiamato Bob. Il silenzio che è seguito è stato più imbarazzante di quella volta in cui ho chiamato accidentalmente “mamma” il mio ginecologo. Dopo un momento di shock collettivo, tutti e quattro siamo scoppiati in una risata isterica. Tra le lacrime (di ilarità o disperazione, non ne sono sicura), è emersa la verità: Charles non stava tradendo Vivian. Stava prendendo lezioni segrete di danza da Bob per sorprenderla al loro anniversario. I messaggini “piccanti”? Riferimenti innocenti alle loro lezioni di salsa. Il “dettato”? Il conteggio dei passi. Quanto a Vivian e me? Beh, diciamo solo che abbiamo scoperto di avere un talento nascosto per la commedia (o forse per il disastro, a seconda di come la si guardi). Morale della storia, cari lettori? Le apparenze ingannano, le bugie hanno le gambe corte (specialmente quando ballano la salsa), e a volte la verità è più strana della finzione. E ricordate: prima di lanciarvi in elaborate vendette o di nascondervi negli armadi, forse è meglio avere una semplice, onesta conversazione. O almeno assicuratevi di avere una via di fuga dall’hotel. Con affetto e la promessa di non recitare mai più il ruolo dell’amante (a meno che non ci sia di mezzo un Oscar), La vostra sempre avventurosa (e leggermente traumatizzata) Pippa P.S. Se c’è un insegnante di salsa là fuori che cerca nuovi studenti, ho due amici che potrebbero essere interessati. Requisiti: pazienza infinita e una policy rigorosa sui messaggi ambigui. Ah, e forse un armadio abbastanza grande per nascondere una cinquantaseienne in preda al panico. Si sa mai, no?
Frammenti di Odissea: le donne del ritorno
“Frammenti di Odissea: le donne del ritorno”: in scena al Teatro di Documenti dal 6 al 9 febbraio per la regia di Patrizia Masi. Inoltre troveremo Fabio Visintin, illustratore, autore di fumetti e graphic novel, porta in scena, come Graphic Theatre Painting, insieme alla Compagnia Bolero, la sua acclamatissima Odissea narrata allo sguardo, già alla seconda edizione con Gallucci Editore. É la storia di una traversata a ritroso nel tempo. Quando non si hanno parole per dire la vita, si dice che la vita è un’Odissea. E ognuno aspetta un ritorno. Di che cosa parla l’Odissea lo sappiamo tutti ma questa è la storia di una traversata a ritroso nel tempo. Un viaggio per mare rivissuto da un Odisseo già avanti negli anni, dall’Ade. Ma è anche un ribaltamento. È la storia delle donne del ritorno. Donne che lo hanno avuto, che lo hanno amato, tentato, posseduto. Tante, tutte. Chi sono? Calliope, Atena, Circe, Calipso, Nausicaa, Arete, Penelope, Euriclea, Aglaia, le Sirene. Nomi di donne che tornano a trovarlo, simili a risacche, nella memoria dell’acqua, nello sciame di voci, di echi, nell’improvviso scintillio di presenze davanti a un Eroe solo, smarrito, provato. Richiami nelle raffiche di vento, orme che il mare ha cancellato, onde lunghe di canti, frammenti di vita, che si accendono come lampare sul mare. Donne che lo hanno vissuto, sofferto e perduto. Perché anche Penelope lo perderà. Dopo averla riabbracciata, ripartirà per andare a scoprire che cosa c’è oltre le Colonne d’Ercole. Per la sua spaventosa voglia di riprendere il mare. È il senso di Odisseo il mare, cioè, l’inconoscibile, l’alterità, il viaggio. Lui sa che c’è la fine, lo sa dall’inizio che c’è la fine. L’importante della fine è che sia bella, e mai banale. Combattere contro i nemici, combattere per amore e finire. Quanto tempo riesce un uomo a stare con le cose che ama? E soprattutto perché accontentarsi e smettere di cercare? La vita di un uomo non si ferma. Odisseo è tutti noi. Un uomo che continua, un uomo che si ripropone, che sbatte contro il dolore e lo supera. Odisseo è la capacità immensa di continuare. Ci sono due modi di concepire il mondo: la terra e il mare. La terra è permanenza: ci stai, ti fermi, non ti muovi. La terra la comanda la donna. Il mare è maschio: insicurezza, incertezza, dubbio. Il mare è la metafora del cuore, come la terra lo è dell’anima. Il mare è Arte, non sai mai dove ti porta. Odisseo non lo sapeva dove finiva il mare, però doveva andarci dentro. Sempre. Non gliene importava nulla della certezza. Aveva la straordinaria capacità che hanno gli uomini veri: non sapere mai se vinci o perdi, mettersi in gioco sempre, e affrontare l’ignoto. Questa è la Bellezza. E quando la Bellezza raggiunge la vastità, suona: potente, poetica, sovrumana.
Che favola!
“CHE FAVOLA!”, per la regia di Anna Ceravolo con Anna Ceravolo e Renato Ferrero, in scena al Teatro di Documenti il 9 febbraio. Stupirsi è un’azione involontaria, ed è tanto più piacevole quanto più la sorpresa è spassosa. Figure che si animano, una drammaturgia accurata, musica, attori pieni di entusiasmo e la partecipazione attiva e indispensabile dei bambini sono gli ingredienti di questa favola che prende vita come per incanto. Ed ecco che, come immagini ritagliate da un album di ricordi, i personaggi accompagnano i piccoli spettatori nella meraviglia di una storia in cui, magari, è possibile riconoscersi, immedesimarsi, imparare ad affrontare le proprie paure e accettare i propri limiti. Per non smettere di stupirsi. Con il coinvolgimento dei piccoli spettatori. «Ci sono narrazioni che ancora sanno affascinare e sorprendere: per la maestria degli attori, per la delicatezza della rappresentazione, per la vivacità che sa imprimere l’attivo coinvolgimento dei più piccoli tra il pubblico. È il caso di Che favola!», scrive Marco Togna di Teatrionline.
Sonno, paure e deliri notturni
Al Teatro Trastevere in Roma il 18 e il 19 febbraio andrà in scena lo spettacolo “Sonno, paure e deliri notturni” di e con Nicola Bizzarri. Ogni notte, ognuno di noi chiude gli occhi, dimentica completamente ciò che lo circonda e inizia a viaggiare verso un mondo di fantasia, pieno d’incontri amorosi, sesso, avventure spericolate, mostri, incidenti e colpi di scena…e poi…purtroppo suona la sveglia …ma cosa è successo? Nic si sveglia in piena notte, o almeno pensa di essere sveglio, gli occhi sono aperti, la mente è quasi lucida, ma il corpo è completamente paralizzato: Nic sta vivendo un’esperienza sconvolgente, sta avendo una paralisi del sonno! Nel complicato tentativo di spiegare cosa gli succeda, Nic conoscerà sonnambuli, persone che cucinano durante il sonno, altre che fanno sesso, altre ancora che uccidono, persone che fanno sogni bizzarri ed altre che mentre sognano scrivono romanzi, infine incontrerà scienziati che hanno studiato il sonno e i suoi segreti. Alternando momenti ironici, quasi comici, a momenti documentaristici, lo spettacolo mette luce sul sonno, su i suoi misteri e curiosità. “Lo spettacolo nasce dalla personale esperienza di paralisi del sonno. Incuriosito e un po’ impaurito, ho deciso di saperne di più e ho scoperto l’enorme mondo che sta dentro di noi mentre dormiamo, una seconda vita che viviamo senza rendercene conto” ci racconta Nicola Bizzarri che lo abbiamo incontrato per questa intervista dalle mille e più declinazioni. Cosa l’ha spinto a creare uno spettacolo sul tema del sonno e dei suoi disturbi? Qualche anno fa ho vissuto alcuni episodi di paralisi del sonno…sono rimasto scioccato perché è una esperienza davvero terribile, quindi da prima spaventato e poi incuriosito mi sono messo a studiare il sonno e ho scoperto che viviamo una seconda vita mentre dormiamo, ho pensato che questa vita andasse raccontata in qualche modo a teatro! Che cosa sono le paralisi del sonno? Le paralisi sono un fenomeno davvero curioso e poco conosciuto, quando ne ho parlato con amici e conoscenti, sono rimasti tutti stupiti e alcuni anche impauriti. Dovevo farne uno spettacolo! Ci racconti di più … L’idea di creare uno spettacolo scientifico e documentaristico ma allo stesso tempo ironico mi è sempre girata in testa, diversi anni fa ho anche condotto un format per Focus TV qui a Roma, dove proprio con leggerezza si trattavano argomenti scientifici. Ricordo di essermi divertito molto. Può descriverci la sua esperienza personale con la paralisi del sonno? La prima volta è stato durante un pisolino pomeridiano, ricordo che sentivo la mia compagna scrivere al pc, la vedevo, ma non riuscivo né ad alzarmi né a chiamarla, è stato terribile anche perché non sapevo assolutamente cosa mi stesse succedendo e più mi sforzavo di muovermi più mi rendevo conto che era impossibile farlo! Gli episodi di paralisi si sono poi ripetuti altre volte, fino a scomparire del tutto. Come ha tradotto l’esperienza della paralisi del sonno in una performance teatrale? Ho pensato di raccontare la paralisi in diretta, come se mi stesse accadendo davvero in scena. Lo spettacolo, infatti, inizia ancor prima che il pubblico entri in teatro, io sono già sul palco che dormo, naturalmente fingo di dormire, ma alcune volte in attesa che tutto il pubblico entri mi sono addormentato per davvero! La paralisi, quindi, è il filo conduttore dello spettacolo, è l’esperienza vera che ho avuto e che ripropongo al pubblico esattamente come la ho vissuta. A questi momenti interpretativi si alternano momenti ironici su molti altri aspetti del sonno, tra cui sonnambulismo, interpretazione dei sogni, insonnia, è un mondo davvero immenso. Quali sono state le sfide principali nel rappresentare scenicamente i fenomeni legati al sonno? Portare in scena la paralisi non è stato semplice, si sono presentati diversi problemi tecnici sin dal primo momento, come il fatto che si è sdraiati, che si è immobili, che i pensieri sono molti in quel momento ma non si possono esprimere a voce, insomma tutti aspetti che non facilitano la recitazione. Quindi, dopo vari tentativi ho avuto l’idea di utilizzare una telecamera nascosta e proiettare il mio viso in diretta mentre interpreto il momento di paralisi. Gli occhi sono l’unica parte del corpo che si riesce a muovere durante la paralisi, il risultato è inquietante, proprio come le paralisi, sono molto soddisfatto! Gli altri temi trattati invece vengono raccontati e descritti attraverso esempi e testimonianze, in questo modo penso che il pubblico possa maggiormente riconoscersi in quello che viene mostrato in scena. Come bilancia gli elementi comici con quelli più seri o scientifici nello spettacolo? Quando costruisco uno spettacolo mi pongo sempre l’obiettivo di incuriosire, di raccontare qualcosa di serio ma alleggerito con ironia, cerco sempre un aspetto comico in quello che racconto, a volte cerco la risata, altre volte il sorriso, magari anche amaro. Ho avuto diverse volte conferma dal pubblico che ha assistito a Sonno che l’obiettivo è stato centrato. Dicono “molto interessante e divertente” questo per me è molto importante. Quali sono stati i suoi principali riferimenti scientifici durante la ricerca per lo spettacolo? Mi sono documentato molto, ho letto diversi libri e spulciato molto internet. Nello spettacolo cito molti scienziati che hanno studiato il sonno e il cervello come Aserinsky, Berger, naturalmente Freud, ho la fortuna di avere un parente medico che mi ha dato suggerimenti preziosi. Come ha scelto di rappresentare visivamente i sogni e le esperienze notturne sul palco? Lo spettacolo si sviluppa attraverso due linguaggi, quello delle paralisi, attoriale ed interpretativo con ausilio di videocamera e quello invece documentaristico e scientifico, dove racconto e mi faccio aiutare da alcune proiezioni. Questa parte è molto curiosa e si scherza tanto. Lo spettacolo strizza anche un pò l’occhio alla modalità social in cui si fa divulgazione scientifica, ho pensato che fosse la strada più adatta per avvicinarsi anche ai giovani. Qual è il ruolo delle diapositive di Marta Dami nello spettacolo? Le diapositive aiutano lo spettatore a seguire la storia, ho cercato di inserire elementi scientifici senza però rendere noiosa o troppo complicata la comprensione del testo, e a
Gli uomini sono tutti strani: la mia guida da sopravvissuta al dating dopo i 50
Cari lettori del Daily Whisper, benvenuti a un nuovo episodio tragicomico di ‘Pippa’s Pickle’, dove la vostra affezionata cinquantaseienne single si avventura nel labirinto della stranezza maschile. Dopo anni di appuntamenti disastrosi, relazioni fallite e momenti di imbarazzo cosmico, sono giunta a una conclusione scientifica: gli uomini sono tutti strani. E no, non è l’effetto del vino che mi fa parlare (anche se aiuta). Permettetemi di presentarvi la mia ricerca sul campo, condotta con rigore scientifico e una buona dose di disperazione romantica. Caso studio #1: Il Collezionista Compulsivo. Incontrai Gerald a una festa di beneficenza. Sembrava normale, persino affascinante, finché non mi invitò a casa sua per “vedere la sua collezione”. Ingenua, pensai si trattasse di arte o vini pregiati. Oh, quanto mi sbagliavo! La sua casa era un santuario dedicato agli ombrelli vintage. Migliaia di ombrelli appesi ovunque, persino in bagno. Quando gli chiesi perplessa il perché, mi rispose serio: “Beh, non si sa mai quando potrebbe piovere… in casa”. Uscii di corsa, sotto il sole cocente, rimpiangendo di non aver preso in prestito uno dei suoi ombrelli per nascondermi. Caso studio #2: Il Fissato con la Salute. Tom sembrava l’uomo perfetto: atletico, attento alla dieta, un vero salutista. Il nostro primo appuntamento fu in un ristorante bio. Fin qui tutto bene, pensai. Poi ordinò. Chiese al cameriere l’esatta provenienza di ogni singolo ingrediente, il metodo di cottura, se le verdure fossero state raccolte in fase di luna calante e se il cuoco avesse pensieri positivi mentre cucinava. Dopo due ore di interrogatorio culinario, il nostro cibo arrivò. Freddo. Tom lo rimandò indietro perché “le vibrazioni energetiche non erano più ottimali”. Uscii dal ristorante affamata, frustrata e con una nuova apprezzamento per il fast food. Caso studio #3: L’Amante degli Animali (Troppo Amante). Richard era dolce, gentile e amava gli animali. Perfetto, pensai. Finché non scoprii che la sua casa era uno zoo privato. Gatti, cani, pappagalli, ma anche iguana, serpenti e… un maiale. In salotto. Quando gli chiesi del maiale, mi rispose con naturalezza: “Oh, quello è Bacon. Dorme con me”. Inutile dire che per me non c’era posto in quel letto. O in quella casa. O in quella vita. A parte le uova delle galline in cortile per Bacon. Caso studio #4: Il Mammone Incallito. A 55 anni, pensavo che Marc fosse abbastanza maturo da vivere da solo. Sbagliato. Viveva ancora con sua madre. “È solo temporaneo”, mi assicurò. Temporaneo da 30 anni, a quanto pare. Durante il nostro appuntamento a cena (a casa sua, ovviamente), sua madre continuava a interromperci per chiedergli se avesse mangiato abbastanza, se avesse bisogno di un maglione e se la “signorina” (io) fosse “adatta” a lui. Quando Marc le chiese il permesso per uscire dopo cena, realizzai che l’unica relazione seria nella sua vita era quella con il cordone ombelicale. Caso studio #5: Il Fanatico della Tecnologia. Steve era un genio dell’informatica. Pensavo fosse affascinante, finché non scoprii che aveva una relazione più intima con Alexa che con qualsiasi essere umano. Durante il nostro appuntamento, continuava a parlare con il suo smartwatch, chiedendo consigli su cosa dire o fare. Quando gli chiesi se potesse spegnerlo per un attimo, mi guardò horrorizzato: “E come faccio a sapere se sto respirando correttamente?”. Mi alzai, dicendo che dovevo “andare a ricaricarmi”. Caso studio #6: L’Eterno Peter Pan. A 60 anni, pensavo che David avesse superato la fase adolescenziale. Mi sbagliavo. La sua casa sembrava il paradiso di un quattordicenne: console di videogiochi ovunque, poster di supereroi alle pareti, e una collezione di fumetti che avrebbe fatto impallidire qualsiasi negozio specializzato. Quando mi propose di “Netflix and chill” e tirò fuori una maratona di cartoni animati, realizzai che l’unica cosa che era cresciuta in lui era la sua collezione di action figure. Dopo anni di “ricerca sul campo”, ho concluso che la stranezza maschile è un fenomeno universale, che attraversa età, culture e continenti. È come se, raggiunta una certa età, gli uomini decidessero di abbracciare la loro eccentricità nascosta, trasformandola in un vero e proprio stile di vita. Ma sapete una cosa, cari lettori? In mezzo a tutta questa follia, ho fatto una scoperta ancora più sorprendente: anche io sono strana. Perché, nonostante tutto, continuo a cercare, a sperare, a credere che là fuori ci sia qualcuno la cui stranezza si incastri perfettamente con la mia. Forse è questo il segreto dell’amore dopo i 50: non cercare la normalità, ma trovare qualcuno la cui pazzia complementi la nostra. Qualcuno che guardi la nostra collezione di gatti di ceramica e dica: “Wow, impressionante! Vuoi vedere la mia collezione di rocce parlanti?”. Quindi, care lettrici (e coraggiosi lettori), non disperate se vi imbattete in un uomo che parla ai pesci o colleziona tappi di bottiglia. Ridete, godetevi lo spettacolo e, chi lo sa, magari scoprirete che la vostra stranezza e la sua formano una perfetta sinfonia di follia. E se tutto va male? Beh, avrete come vi dico sempre una storia esilarante da raccontare al prossimo appuntamento. O nel mio caso, ai fedeli lettori del Daily Whisper. Con affetto e un brindisi a tutti gli strani là fuori, La vostra sempre ottimista (e leggermente eccentrica) Pippa P.S. Se qualche gentiluomo bizzarro sta leggendo questo e pensa “Ehi, questa Pippa sembra proprio il mio tipo di strana”, sappiate che sono aperta a proposte. Bonus punti se la vostra stranezza include saper cucinare e un senso dell’umorismo a prova di bomba. Ombrelli vintage e maiali da compagnia, cortesemente astenersi.
Ho provato lo speed dating: cinque minuti possono sembrare un’eternità
Cari lettori del Daily Whisper, benvenuti a un nuovo episodio tragicomico di ‘Pippa’s Pickle’, dove la vostra affezionata cinquantaseienne single si avventura nel frenetico mondo dello speed dating. Sì, avete capito bene: la vostra Pippa ha deciso di condensare anni di imbarazzo e delusione in una serata di cinque minuti alla volta. Che Dio (e il mio fegato) mi aiutino. Tutto è iniziato quando la mia amica Vivian, la nobildonna locale perfetta in ogni dettaglio, mi ha trascinato in questa follia: “Darling Pippa, devi assolutamente provare lo speed dating! È così… efficiente!”. Efficiente, dice lei. Come se stessimo parlando di fare il bucato e non di trovare l’amore della mia vita. Ma chi sono io per discutere con una donna che ha più diamanti che rughe? Così, armata di un vestito che cercava disperatamente di nascondere i segni del tempo (e di troppi biscotti), mi sono avventurata nell’arena dello speed dating per over 50. Il locale era un mix tra un’agenzia di pompe funebri e una discoteca anni ’80. Luci soffuse (grazie al cielo, almeno non si vedevano tutte le mie rughe), musica di sottofondo (un remix di “I Will Survive” – molto appropriato) e un odore nell’aria che oscillava tra acqua di colonia troppo generosa e disperazione. Mi siedo al mio tavolo, numero 7 (come i nani di Biancaneve, mi dico, sperando che almeno uno dei miei “principi” sia Mammolo). Il timer parte e inizia la giostra dell’amore express. Primo candidato: Gerald, 62 anni, appassionato di ornitologia. Passa i primi quattro minuti e mezzo a parlarmi della differenza tra il verso del pettirosso europeo e quello americano. L’unico uccello che m’interessa in quel momento è quello che vorrei fargli. Secondo: Herbert, 58 anni, dentista in pensione. Mi chiede di sorridere e poi passa il resto del tempo a diagnosticare i miei problemi dentali. Romanticissimo. Terzo: Frank, 65 anni, ex wrestler professionista. Dice di essere stato conosciuto come “L’Anaconda”. Non sono sicura se si riferisca alla sua presa o… meglio non indagare. Quarto: Alan, 59 anni, appassionato di giardinaggio. Passa tutto il tempo a parlarmi delle sue zucchine premio. Mai una metafora è stata così poco sottile e così poco allettante. Quinto: Roger, 70 anni (ma giura di averne 55). Mi chiede se ho familiarità con le app di fotoritocco per “piccoli aggiustamenti” alle foto del profilo. Gli rispondo che l’unico ritocco di cui ha bisogno è alla vista. Sesto: Trevor, 61 anni, consulente finanziario. Mi chiede il mio numero… di conto corrente. Passo. Settimo: Charlie, 57 anni, divorziato da poco. Passa i cinque minuti a piangere sulla sua ex moglie. Gli offro il mio fazzoletto e considero di unirmi a lui nel pianto. Ottavo: Bill, 63 anni, appassionato di sport estremi. Mi chiede se sono pronta per un’avventura. Gli rispondo che l’unica cosa estrema che faccio a quest’età è alzarmi dalla poltrona senza gemere. Nono: Harold, 68 anni, collezionista di francobolli. Mai avrei pensato che cinque minuti potessero sembrare un’eternità finché non l’ho sentito parlare della differenza tra dentellatura 11 e 12. Decimo e ultimo: Jack, 60 anni, scrittore aspirante. Passa tutto il tempo a parlarmi del suo romanzo autobiografico “non ancora pubblicato”. Quando gli chiedo di cosa parla, risponde: “Di un uomo incompreso alla ricerca dell’amore”. Guardandomi intorno nella sala, realizzo che potrebbe essere la biografia di chiunque qui. Alla fine della serata, con i piedi doloranti (chi ha detto che lo speed dating non è uno sport estremo?) e un leggero mal di testa (forse dovuto al profumo di Gerald o alle zucchine di Alan), mi ritrovo al pub di Rachel con Vivian. “Allora, darling” – mi chiede con un sorriso smagliante – “com’è andata? Hai trovato il tuo principe azzurro?”. La guardo, cercando di trattenere una risata isterica. “Vivian, cara” – rispondo sorseggiando il mio terzo Martini – “se quello era un gruppo di principi azzurri, temo che il reame sia in grave pericolo”. Ma sapete una cosa, cari lettori? Nonostante tutto, non posso fare a meno di sorridere. Perché in quelle due ore di follia, ho riso più di quanto abbia fatto negli ultimi mesi. Ho incontrato persone che, come me, stanno ancora cercando, ancora sperando, ancora mettendosi in gioco nonostante l’età e le delusioni. E forse, alla fine, è proprio questo il punto. Non si tratta di trovare il principe azzurro o l’anima gemella in cinque minuti. Si tratta di ricordarsi che là fuori c’è un mondo pieno di possibilità, di storie, di connessioni umane – per quanto brevi o bizzarre possano essere. Quindi, cari amici, se state considerando lo speed dating dopo i 50, il mio consiglio è: fatelo! Portatevi un senso dell’umorismo, un paio di scarpe comode e la disponibilità a ridere di voi stessi. Perché se non trovate l’amore, almeno troverete una storia esilarante da raccontare. E chi lo sa? Magari il vostro “per sempre” è proprio dietro l’angolo, pronto a farvi innamorare in soli cinque minuti. O forse è al pub, ordinando un altro Martini e ridendo delle assurdità della vita amorosa dopo i 50. Con affetto e un brindisi a tutti i cercatori d’amore là fuori, la vostra eternamente ottimista (e leggermente brilla) Pippa P.S. Se qualcuno degli uomini che ho incontrato quella sera sta leggendo questo articolo: mi dispiace, ma no, non sono interessata a saperne di più sulle vostre zucchine premio o sulla vostra collezione di francobolli. Ma vi auguro tutto il meglio nella vostra ricerca dell’amore. Che la forza (e un buon deodorante) sia con voi!
Le regole del disastro: il mio manuale per sopravvivere agli appuntamenti dopo i 50
Cari lettori del Daily Whisper, benvenuti a un nuovo episodio tragicomico di ‘Pippa’s Pickle’, dove la vostra affezionata cinquantaseienne single si avventura nel pericoloso mondo degli appuntamenti dopo i 50. Preparatevi a un viaggio nel regno del cringe, delle gaffe e delle situazioni imbarazzanti che farebbero arrossire persino una barbabietola. Tutto è iniziato quando la mia amica Vivian, la nobildonna locale perfetta in ogni dettaglio, ha deciso di giocare a fare Cupido: “Pippa cara” – mi disse con quel suo tono da regina delle api – “ho l’uomo perfetto per te. È un gentiluomo, colto, raffinato… e soprattutto, single!”. Ulalà – pensai immediatamente senza dare spazio a nessuna riflessione – stai a vedere che divento pure nobile! Ora, cari miei, quando una donna single da decenni sente la parola “single” associata a un uomo, le sue orecchie si drizzano più velocemente di quelle di un chihuahua davanti a un sacchetto di croccantini. Così, ignorando ogni campanello d’allarme (e la mia dignità), ho accettato. L’appuntamento era fissato in un ristorante chic. Io, determinata a fare colpo, ho indossato il mio vestito migliore – quello che normalmente uso per nascondere i miei peccati di gola, ma che quella sera aveva il compito di nascondere i miei peccati di mezza età. Arrivo al ristorante, puntuale come un orologio svizzero (se gli orologi svizzeri avessero una menopausa precoce e vampate di calore random comprenderebbero la difficoltà di arrivare puntuali e in perfetto ordine). Scruto la sala alla ricerca del mio principe azzurro… o almeno di un principe un po’ sbiadito, considerata l’età. Ed eccolo lì: Charles, il “gentiluomo colto e raffinato”. La prima cosa che noto è la sua cravatta, che sembra aver vissuto una vita più avventurosa della mia, con macchie che raccontano storie di cene passate. La seconda cosa? Il suo sorriso, che rivela più spazi vuoti di un parcheggio a mezzanotte. “Pippa, cara!” esclama, alzandosi per salutarmi. Nel farlo, urta il tavolo, rovesciando il suo bicchiere d’acqua… dritto sul mio grembo. Fantastico. Non poteva iniziare meglio questa esilarante cena con tanto di possibile fidanzato. Niente dice “sono pronta per l’amore” bensì è perfetto per una persona che sembra si sia appena fatta la pipì addosso. Cerco di mantenere un sorriso cortese mentre mi asciugo con il tovagliolo, pensando che la serata non può peggiorare. E’ già il peggio del peggio. Ci manca anche che il mio vestito si stinga in questa meravigliosa tovaglia bianca. Oh, dolce, ingenua Pippa. La conversazione inizia in modo promettente. Charles mi parla del suo lavoro come esperto di antichità. Interessante, penso. Finché non realizza che per “antichità” intende “la sua collezione di tappi di bottiglia vintage”. Per due ore. Due ore intere! Capite? Mentre lui descrive con dovizia di particolari la differenza tra un tappo del 1952 e uno del 1953, io contemplo seriamente l’idea di usare la mia forchetta per praticarmi una lobotomia fai-da-te. Idea strepitosa. Ma il colpo di grazia arriva con il dessert. Charles, volendo impressionarmi con la sua galanteria, decide di ordinare per entrambi. “Due porzioni della vostra torta al cioccolato più ricca!”, annuncia fieramente al cameriere. Ora, cari lettori, c’è un piccolo dettaglio che Charles non poteva sapere: sono intollerante al lattosio. E indovinate un po’? La torta era più lattea della Via Lattea. Con il cuore pesante (e lo stomaco che presto lo sarebbe diventato), decido di affrontare la situazione con grazia e maturità. “Oh Charles, che gentile, ma sono intollerante al lattosio”. Ed è in quel preciso istante che il mio corpo decide di dimostrare esattamente quanto sia intollerante. Con un rumore che potrebbe essere descritto solo come l’incrocio tra un tuono e un’anatra arrabbiata, il mio stomaco protesta. Rumorosamente. Il silenzio cala sul ristorante. Posso sentire le forchette fermarsi a mezz’aria, le conversazioni interrompersi. Charles mi guarda con un misto di orrore e fascinazione, come se fossi appena diventata una delle sue preziose antichità. In quel momento, realizzo che ho due opzioni: posso morire di vergogna sul posto o abbracciare il caos. Scelgo la seconda. “Beh, Charles” – dico con un sorriso che spero sia più disinvolto che disperato – “sembra che il mio corpo abbia deciso di esprimere la sua opinione sulla serata. Direi che è un chiaro segno che dovremmo saltare il dessert e andare direttamente al… digestivo”. Charles scoppia in una risata così forte che uno dei suoi denti traballanti rischia di uscire. E sapete una cosa? In quel momento di pura, non filtrata, imbarazzante umanità, qualcosa cambia. Passiamo il resto della serata ridendo delle nostre disavventure amorose, dei nostri fallimenti e delle nostre speranze. Scopro che dietro la facciata del collezionista noioso c’è un uomo che ha vissuto, amato e perso, proprio come me. No, non è stato l’inizio di una grande storia d’amore. Ma è stato l’inizio di un’amicizia inaspettata, nata dalle ceneri di un appuntamento disastroso. Quindi, cari lettori, cosa ho imparato da questa esperienza? Che l’amore dopo i 50 può essere complicato, imbarazzante e pieno di sorprese (alcune più rumorose di altre). Ma soprattutto, che la vera connessione nasce quando abbassiamo le nostre difese e ci permettiamo di essere autenticamente, gloriosamente imperfetti. E se tutto va male? Beh, almeno avrete una storia esilarante da raccontare al vostro prossimo appuntamento. O nel mio caso, ai lettori del Daily Whisper. Con affetto e un consiglio: evitate i latticini al primo appuntamento, La vostra sempre ottimista (e ora leggermente flatulenta) Pippa P.S. Se qualche gentiluomo là fuori è interessato a un appuntamento, sappiate che ora vengo equipaggiata con lactaid e un senso dell’umorismo a prova di bomba. E se collezionate tappi di bottiglia? Beh, nessuno è perfetto, giusto?
Francesca Chelli: dalla Milano mondana a The Golden Bachelor
Francesca Chelli, affascinante manager milanese, si prepara a vivere un’avventura unica partecipando come concorrente alla prima edizione italiana di “The Golden Bachelor”. Non è mai troppo tardi per “innamorarsi”, il nuovo dating show in arrivo su Real Time dal 19 febbraio. Volto noto della Milano bene, Francesca ha alle spalle una brillante carriera nel mondo della moda e del design. Single, un matrimonio durato 30 anni, madre di due figlie ormai adulte, nonna, l’elegante signora milanese ha deciso di mettersi in gioco in questa esperienza televisiva alla ricerca di un nuovo amore maturo. Francesca si distingue per il suo portamento raffinato e il suo stile impeccabile. Alta, snella, lunghi capelli biondi perfettamente acconciati e occhi azzurri penetranti, la Chelli incarna l’ideale della donna matura che non rinuncia alla propria femminilità. Nel tempo libero ama dedicarsi allo yoga, ai viaggi, alla moda e all’arte contemporanea, passioni che coltiva da sempre. Sui social network Francesca vanta già un discreto seguito, con oltre 100mila follower su Instagram dove condivide eleganti scatti della sua vita tra vernissage, serate di gala, vacanze esclusive, oltre alla sua linea esclusiva di abbigliamento: Mamulis. Non va dimenticato il profilo social su Linkedln dove c’è raccolto tutto il suo mondo professionale. La partecipazione a “The Golden Bachelor” rappresenterà sicuramente un’ulteriore occasione per far conoscere il suo mondo ad un pubblico più ampio. Ma cosa cerca davvero Francesca in questa nuova avventura sentimentale? Lo scopriremo durante il reality, ancora e’ tutto racchiuso all’interno di “The Golden Bachelor”. Nel corso delle puntate, Francesca dovrà cercare di conquistare il cuore del Golden Bachelor, competendo con altre 15 affascinanti signore over 50. La concorrenza si preannuncia agguerrita, ma la Chelli è una donna determinata e si farà notare senz’altro per la sua classe e eleganza. Riuscirà la raffinata milanese a far breccia nel cuore del protagonista e a trovare il compagno ideale per questa nuova fase della sua vita? Lo scopriremo seguendo le sue avventure nel corso del programma, condotto da Ascanio Pacelli, che si preannuncia ricco di colpi di scena, momenti romantici e probabilmente qualche scintilla tra le concorrenti. Una cosa è certa: con il suo fascino, la sua esperienza di vita e la sua determinazione, Francesca Chelli ha tutte le carte in regola per lasciare il segno in questa edizione di “The Golden Bachelor” e dimostrare che l’amore non ha età. L’appuntamento con Francesca e le altre ladies è fissato per mercoledì 19 febbraio alle 21:30 su Real Time. Non resta che attendere l’inizio di questa nuova avventura televisiva, che potrebbe regalare alla Chelli una seconda giovinezza sentimentale e coronare il sogno di un amore maturo ma non per questo meno appassionante.



