C’è un suono che non si sente più.
Non è il rumore della campanella.
Non è il brusio dei corridoi.
È qualcosa di più sottile.
È il silenzio della scuola che cambia.
E forse… si sta perdendo.
Lorenzo Varaldo attraversa il corridoio dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino con passo lento. Le pareti sono piene di disegni, frasi, tentativi di futuro scritti con pennarelli incerti.
Qui si cresce.
O almeno… qui si dovrebbe crescere.
Lui è il dirigente scolastico.
Ma non vuole essere chiamato così.
“Preside”, dice.
O meglio ancora: “direttore didattico”.
Non è nostalgia.
È resistenza.
Perché dentro quella parola — dirigente — c’è un mondo che non gli appartiene.
Un mondo fatto di bilanci, obiettivi, performance.
Un mondo che, lentamente, è entrato anche qui.
La scuola.

Una parola antica, quasi dimenticata nel suo significato originario.
Schola: tempo libero.
Tempo per pensare.
Per sbagliare.
Per diventare.
Non per produrre.
Eppure oggi, tra registri elettronici e valutazioni standardizzate, sembra che quel tempo si sia ristretto. Compresso. Trasformato.
Come se l’educazione avesse smesso di essere un viaggio, per diventare una corsa.
Il film “D’Istruzione Pubblica” non racconta solo una storia.
Scava.
Va indietro nel tempo, oltre le aule, oltre le riforme, oltre le parole.
Parte da lontano.
Dagli Stati Uniti di fine Ottocento, dove la scuola inizia a modellarsi sulle esigenze della produzione.
Passa per l’Europa degli anni ’90, quando il linguaggio dell’economia entra nei sistemi educativi.
E arriva in Italia.
Alle riforme.
All’autonomia.
A quella lenta, impercettibile trasformazione che cambia tutto… senza fare rumore.
Nelle aule, intanto, qualcosa si incrina.
Gli studenti imparano presto che non basta capire.
Bisogna dimostrare.
Non basta crescere.
Bisogna performare.
E così il sapere perde il suo respiro.
Diventa voto.
Diventa media.
Diventa classifica.
E in quel passaggio, quasi invisibile, succede qualcosa di profondo.
Si insinua la paura di sbagliare.
Si insinua il bisogno di essere all’altezza.
Si insinua il dubbio di non essere mai abbastanza.
Lorenzo lo vede.
Ogni giorno.
Lo vede negli occhi di chi studia.
E in quelli di chi insegna.
Perché anche i docenti, oggi, non sono più solo educatori.
Sono valutati. Misurati. Spinti.
Come se la scuola fosse diventata una macchina.
E loro… ingranaggi.
Ma la scuola non è una macchina.
È un organismo fragile.
Fatto di relazioni, errori, tentativi, silenzi.
È il luogo in cui si costruisce l’identità.
E l’identità non si misura.
Si forma.
“D’Istruzione Pubblica” non dà risposte facili.
Non accusa, non assolve.
Mostra.
E nel mostrare, costringe a guardare qualcosa che spesso evitiamo:
la trasformazione invisibile dell’educazione.
Una trasformazione che non fa rumore, ma lascia tracce.
Nei ragazzi che hanno paura di non essere abbastanza.
Negli insegnanti che non si riconoscono più nel loro ruolo.
In una società che chiede risultati… ma dimentica le persone.
Forse è proprio per questo che Varaldo insiste.
“Preside”.
“Direttore didattico”.
Perché le parole non sono neutre.
Sono confini.
E cambiare una parola… significa cambiare un mondo.
C’è una domanda che resta sospesa, alla fine.
Una domanda scomoda.
Che cosa vogliamo davvero dalla scuola?
Formare individui liberi?
O produrre individui efficienti?
Perché tra queste due visioni…
non c’è solo una differenza educativa.
C’è una differenza umana.
👉 Per assistere alla proiezione del film:
https://www.megliodiieri.it/s/spettacoli/stagione-2026/proiezione-del-film-distruzione-pubblica/









