“Te l’avrei detto”: quando il non detto diventa teatro Conversazione con Luca Giacomozzi tra silenzi, risate e verità sospese

Ci sono notti che non servono solo a festeggiare. Notti di passaggio, di attesa, di illusioni collettive. Il Capodanno è una di quelle: una soglia simbolica in cui si brinda al futuro mentre il passato bussa con forza. È proprio su questa linea sottile che si muove Te l’avrei detto, la commedia scritta e diretta da Luca Giacomozzi, un testo che usa il sorriso come grimaldello e il tempo come detonatore emotivo.

Un racconto che parla di relazioni, di frasi rimaste in gola, di verità taciute per paura o per comodità. Lo incontriamo per farci raccontare da dove nasce questa storia e quale specchio emotivo ha voluto porgere al pubblico.

Qual è stata la scintilla iniziale da cui è nato il testo?

Quando si è presentata la possibilità di portare in scena una nuova commedia durante le feste natalizie, ho pensato che sarebbe stato divertente ambientare la storia proprio nel periodo in cui poi avrebbe preso vita. Così ho deciso di scrivere un testo ambientato la sera dell’ultimo dell’anno. Dal punto di vista creativo, tutto è nato dalla voglia di raccontare una storia che affrontasse il tema del “non detto”, di ciò che si nasconde dietro le facciate. Ho cercato di farlo attraverso il genere che sento più vicino a me: la commedia.

Perché ha scelto proprio la notte di Capodanno?

Oltre al motivo pratico, credo che il Capodanno sia una notte sospesa, carica di aspettative e promesse, in cui tutti ci illudiamo di poter ricominciare da zero. È il momento perfetto per far emergere contraddizioni, fragilità e piccoli fallimenti personali, proprio mentre si brinda al “nuovo”. Per questo mi sembrava lo sfondo ideale per far muovere i protagonisti dello spettacolo.

Quanto è stato importante il tempo nella costruzione della commedia?

Fondamentale. Il ritmo incalzante, le telefonate, i dialoghi serrati servono a creare una sensazione di urgenza continua, quasi di affanno. È lo stesso tempo emotivo dei personaggi, che non si fermano mai davvero a riflettere e, quando lo fanno, forse è già troppo tardi.

Quanto spesso nelle relazioni diciamo “te l’avrei detto”… ma troppo tardi?

Molto più spesso di quanto ammettiamo. “Te l’avrei detto” è una frase che contiene rimpianto, paura e autoassoluzione. È il modo in cui cerchiamo di salvarci quando non abbiamo avuto il coraggio di affrontare qualcosa.

Che tipo di specchio emotivo ha voluto offrire allo spettatore?

Uno specchio imperfetto e ironico. Personaggi riconoscibili, che sbagliano, si contraddicono e si proteggono dietro battute e silenzi. L’idea è ridere di loro… e subito dopo accorgersi di ridere un po’ anche di noi stessi.

Come ha lavorato con il cast per mantenere l’equilibrio tra comicità e riflessione?

Abbiamo lavorato molto sulla verità delle relazioni, più che sulla battuta in sé. La comicità nasce dal gioco, dall’ascolto e dalla naturalezza, mentre la riflessione arriva quasi di conseguenza, senza essere mai “spiegata”.

C’è una domanda che spera rimanga nello spettatore? Forse questa: “Cosa sto evitando di dire, e perché?”

Probabilmente non verrà mai pronunciata ad alta voce e diventerà, a sua volta, un nuovo “te l’avrei detto”.

Cosa direbbe oggi a se stesso all’inizio del percorso creativo?

Gli direi di continuare a fidarsi dell’istinto, che è sempre stato il motore del mio lavoro. E di non avere mai paura della semplicità.

Le storie più vere sono già davanti a noi, basta ascoltarle senza cercare di renderle più complicate di quello che sono. Non è semplice, certo, perché – come dice uno dei personaggi della commedia – “mostrare è più facile che essere”.

“Te l’avrei detto” non è solo una commedia.

È una confessione mancata, una risata che arriva un secondo prima del silenzio, una domanda che resta sospesa anche dopo l’ultimo applauso. Luca Giacomozzi sceglie il Capodanno non per celebrare un inizio, ma per smascherare ciò che non abbiamo avuto il coraggio di dire prima dello scoccare della mezzanotte.

E mentre il pubblico ride, qualcosa si muove sotto la superficie: il riconoscimento, sottile e inevitabile, di quelle parole che tutti, almeno una volta, abbiamo pensato… troppo tardi.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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