Ci sono spettacoli che si guardano.
E poi ci sono spettacoli che si attraversano.
“Quattro Quarti. Io sono rara” appartiene a questa seconda categoria: non è solo teatro, ma un’esperienza emotiva e politica che mette al centro una voce — quella di Oriana — capace di trasformare la fragilità in forza, il dolore in linguaggio, la vita in atto ostinato di presenza.
In questa intervista, entriamo nel cuore del processo creativo, dove interpretare lascia spazio ad ascoltare, e raccontare diventa un gesto di responsabilità e amore.

In “Quattro Quarti. Io sono rara”, la voce di Oriana sembra attraversare il tempo più che raccontarlo: quando hai capito che non dovevi interpretarla, ma ascoltarla?
Nel momento esatto in cui è nata l’esigenza di portare in scena il suo sguardo, la sua forza per dare continuità al suo messaggio. Il fulcro è la sua voce e il tentativo continuo di capire come raccontare una vita così densa, complessa, ingovernabile, di ricordarla, celebrarla. Il suo punto di vista crea un ponte affettivo e critico, la mia direzione è ricercare l’essenzialità emotiva: non imitare,non rappresentare, ma accogliere l’umanità di una donna che ha saputo guardare la propria fragilità con occhi spalancati e ha saputo combattere per i propri diritti, per sensibilizzare e aiutare gli altri, rischiando con coraggio e forza.
Lo spettacolo vuole restituire questo impulso vitale, trasformando le parole di Oriana in presenza scenica, corpo, movimento, eco. Non un racconto di dolore, ma un racconto di vita ostinata, di ritmo personale, di quella parte indistruttibile che ogni essere umano custodisce anche nei suoi giorni più fragili.
La malattia, in questo spettacolo, non è solo una condizione ma diventa linguaggio scenico. Come si traduce la Miastenia gravis in gesto, ritmo e presenza?
La malattia, raccontata attraverso la testimonianza di Oriana, non è mai estetizzata né spettacolarizzata ma evocata, un fuori-tempo o una sospensione, un’ombra che deforma, un controluce che svela, compagna intrusiva che si riflette o invade la scena. Al centro non c’è solo la malattia, ma l’identità, il rapporto con il tempo, con la normalità, con il desiderio di continuare a vivere pienamente.
C’è un equilibrio sottilissimo tra ironia e dolore. Quanto è stato difficile restituire quell’humour tagliente senza tradirne la profondità?
Mi sono affidata completamente alle parole di Oriana e all’enorme privilegio di averla conosciuta. Per questo la scelta è di far dialogare teatro fisico, maschera, commedia e poesia, stand up, canzoni con il materiale intimo e autobiografico che compone lo spettacolo e lo arricchisce di un taglio cinematografico: gli stessi linguaggi che abitavano il suo modo di stare al mondo.

Questo spettacolo è anche un atto politico: dare voce a chi spesso non viene creduto. Che responsabilità senti nel portare in scena una verità così fragile e potente?
Altissima. Ogni atto d’amore richiede un’assunzione di responsabilità altissima e Quattro Quarti. Io sono rara è, prima di tutto, un atto d’amore: verso Oriana, verso chi vive con una malattia rara, verso chi lotta per essere creduto, verso chi trova la forza nell’ironia e nella verità. Attraverso fragilità emotiva, precarietà, relazioni complicate, sistemi sanitari inafferrabili, ricerca di senso si dipinge anche un ritratto generazionale portando lo spettacolo a trasformarsi in atto poetico e politico insieme, un’operazione di teatro civile, perché affronta il tema dei malati rari e della loro invisibilità sociale e perché mezzo per sostenere la ricerca. Nello specifico parte dell’incasso sarà devoluta alla Fondazione Bullone
Il titolo “Quattro Quarti” richiama una misura musicale, ma Oriana sembra vivere fuori tempo. Qual è stato il lavoro sul ritmo interiore rispetto a quello “ordinario” della scena?
Il titolo QuattroQuarti è la guida invisibile come tensione continua verso un equilibrio che è una promessa impossibile. Verso un tempo comune, un ritmo ordinario, Un tempo che continuamente sfugge, si spezza, si ricompone.Così lo spettacolo procede come una musica che tenta di rientrare nella misura, ma ogni volta devia: costruendo il ritmo scenico attraverso un fluire continuo di accelerazioni, frenate, sospensioni, come una respirazione irregolare, come un battito che non vuole arrendersi a un’unica definizione.
Ombre, oggetti, frammenti: la regia costruisce un paesaggio emotivo più che narrativo. Qual è stato l’elemento simbolico che ti ha più attraversata durante la creazione?
Sicuramente i fogli,frammenti di un’identità che si riscrive ogni giorno; la luce che illumina anche i momenti di forza di Oriana come colpi di tamburo; il buio che accoglie le fragilità rivelando la vita; Arlecchino, la maschera di Commedia dell’Arte alla quale Oriana era particolarmente legata.
C’è una frase, un pensiero o un frammento di Oriana che ti ha cambiata—non come artista, ma come persona?
Aver conosciuto Oriana è stato un dono meraviglioso e non ho dubbi sul fatto che chiunque abbia avuto a che fare con lei sia diventato una persona migliore. Oriana era tanto e quello che ci ha regalato ha un valore inestimabile. I suoi insegnamenti sono molteplici e pensare a un’unica frase è complicato, sicuramente quelle che mi risuonano in modo costante sono: “ La normalità è straordinaria”; “Ognuno ha la sua kriptonite.”; “Tutti hanno una scelta. Rifilare per rabbia un pessimo caffè col sale a chiunque incontrino, o perdere un secondo in più, respirare profondamente e decidere di zuccherarlo.”
Se il pubblico uscisse con una sola “nota” dentro di sé dopo lo spettacolo, quale vorresti che fosse?
Lo spettacolo è un racconto che ci trasporta in un mondo fatto di speranza, un inno alla vita e al ritmo personale, quindi la nota può solo essere un grande enorme bellissimo e vibrante “si”.
Alla fine, ciò che resta non è solo uno spettacolo.
È una traccia.
Un ritmo irregolare che continua a battere anche fuori dalla scena, una voce che non chiede di essere capita fino in fondo, ma di essere sentita.
Quattro Quarti. Io sono rara è questo: un invito a restare, ad ascoltare, a riconoscere che anche nella fragilità più profonda esiste una parte indistruttibile.
E forse, uscendo, ciò che portiamo con noi non è una risposta.
Ma una scelta.
Quella di dire sì — alla vita, anche quando cambia tempo.









