Il delitto di Garlasco continua a rappresentare uno dei casi giudiziari più complessi e dibattuti della cronaca italiana. L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, ha generato negli anni un’enorme quantità di analisi investigative, perizie tecniche e ricostruzioni criminologiche spesso divergenti. Nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi, il caso continua a riaccendere il dibattito pubblico, soprattutto alla luce di nuovi elementi interpretativi e della recente attenzione investigativa verso Andrea Sempio.
Al centro della discussione rimane la scena del crimine: la posizione del corpo, le tracce biologiche, le impronte e, soprattutto, il DNA rinvenuto sotto le unghie della vittima. Sono elementi che negli anni sono stati interpretati in modi diversi, alimentando ipotesi alternative e nuove letture investigative.
Tra le voci che negli ultimi tempi hanno contribuito al dibattito tecnico c’è quella di Davide Pollak, analista indipendente della scena del crimine, che ha pubblicato diverse ricostruzioni dettagliate sugli aspetti fisici e dinamici dell’omicidio. Le sue analisi si concentrano in particolare sulla compatibilità delle tracce biologiche e delle impronte con la dinamica dell’aggressione, proponendo una lettura alternativa rispetto a quella tradizionalmente discussa.
In questa intervista Pollak espone la propria interpretazione della scena del crimine: dal significato delle tracce di DNA trovate sotto le unghie di Chiara Poggi, alla possibile spiegazione dell’impronta palmare nota come “numero 33”, fino alla controversa questione dei segni sulla maglia del pigiama della vittima.
Le sue riflessioni aprono anche interrogativi più ampi sul comportamento dell’autore dell’aggressione, sul possibile uso di guanti e sulla compatibilità tra le diverse tracce presenti nella casa di Garlasco.
Il confronto con queste analisi non pretende di fornire verità definitive. Al contrario, mostra quanto la lettura di una scena del crimine possa essere complessa e quanto il caso di Garlasco continui, a distanza di anni, a sollevare interrogativi investigativi, scientifici e giudiziari ancora aperti.
Davide Pollak, lei ha pubblicato diverse analisi sulla scena del crimine del caso di Garlasco, l’omicidio di Chiara Poggi. Prima di entrare nei dettagli: qual è oggi la sua convinzione principale?
L’osservazione approfondita della scena del crimine, al momento, mi porta a ritenere che la sua eventuale presenza nella casa di Chiara Poggi sia da collocare in una fase successiva all’omicidio, non direttamente collegata all’aggressione.
Una posizione forte.
Lei sostiene che il DNA di Sempio sotto le unghie della vittima possa avere una spiegazione diversa rispetto a quella accusatoria. Quale?
Sì. La traccia di DNA sui margini ungueali – in particolare sul mignolo della mano destra e sul pollice della mano sinistra – potrebbe essere compatibile con un tentativo di controllare il polso della vittima.
L’ipotesi è questa: Chi entra nella casa dopo l’aggressione potrebbe aver provato a tastare il polso di Chiara per capire se fosse ancora viva.
Poiché il collo della vittima era intriso di sangue, i polsi erano la parte più accessibile.
Nel tentativo di liberare le mani della vittima da sotto il corpo – per verificarne il battito – potrebbe essersi verificato il contatto che ha lasciato il DNA.
Lei parla anche di un possibile movimento del corpo sui gradini.
Esatto. Se qualcuno avesse cercato di sfilare le mani della vittima per controllare il polso, avrebbe potuto involontariamente spostare il corpo di uno o due gradini verso il basso.
Questo potrebbe spiegare due elementi della scena:
• il movimento del corpo
• il fatto che le mani siano poi tornate sotto il corpo.
È una dinamica compatibile con un tentativo di soccorso maldestro, non con un’aggressione.
Ma non ho mai escluso che Sempio potrebbe essere stato al corrente di quello che era successo o addirittura, in precedenza, di quello che sarebbe accaduto o, quanto meno, che fosse in procinto di accadere; e forse persino della fascia oraria entro la quale sarebbe accaduto.
E l’impronta palmare numero 33?
Anche quella, nella mia ricostruzione, potrebbe essere stata lasciata uscendo dalla scena.
Immagino una persona che, prima di andare via, si volta verso il corpo della vittima e appoggia la mano al muro; forse anche in preda a un malore di qualche tipo, legato alla scena particolarmente cruenta.
Questo produrrebbe una impronta palmare non collegata alla violenza, ma a un momento successivo.
Però sulla 33 c’è da aggiungere qualcosa di importante e lo farò più avanti.
Uno dei punti più discussi riguarda le presunte impronte digitali sulla maglia del pigiama della vittima.
Qui entra in gioco quello che definisco bias cognitivo collettivo.
Per anni abbiamo interpretato quei segni come impronte di polpastrelli.
Io fin dall’agosto scorso (come attestano diversi miei post sul social X) ritengo che siano invece segni compatibili con un pugno chiuso e guantato.
Ci sono diversi elementi che mi portano a questa conclusione.
Quali?
1. Allineamento delle dita
Le quattro tracce sono troppo perfettamente allineate.
In una mano reale il mignolo è più corto di almeno 2-3 cm rispetto al medio.
2. Assenza del pollice
Se qualcuno avesse afferrato o spinto il corpo, il pollice dovrebbe essere coinvolto.
3. Larghezza delle tracce
La distanza tra i segni è compatibile con una falange chiusa e, in particolare, con le nocche di un pugno chiuso di una mano sinistra; nocche che distano 73,5 mm tra quella del mignolo a quella dell’indice, distanza intesa “centro/centro”, e NON con polpastrelli aperti di una mano intenta a effettuare una spinta o a scuotere il corpo.
4. la regolarità, uniformità e soprattutto le dimensioni pressoché puntiformi (relativamente all’area interessata dalla “spinta”) fanno pensare con ragionevole plausibilità alla presenza di un guanto sulla mano stessa.
Per questo ritengo che sia più plausibile una spinta (o uno scuotimento del corpo, forse per accertarsi dello stato della vittiam) effettuata col pugno chiuso.
Oltretutto, quale assassino che fino a quel momento avesse accuratamente evitato di lasciare le proprie tracce sulla SDC al punto da poi portar via con sé anche le armi, sarebbe stato così sconsiderato da farlo PROPRIO sul corpo della vittima e in maniera così evidente?
CIò premesso, cosa cambierebbe nella lettura del delitto?
Molto.
A questo punto, però… c’è un MA, ed é grosso come una casa; e torniamo all’impronta 33.
Osservandola attentamente l’impressione è che sia prodotta da una mano parzialmente protetto da un guanto, che io ritengo di poter descrivere come uno di quelli monouso in lattice (ricordo che ne viene individuato uno penzoloni da un albero davanti all’auto della vittima parcheggiata in giardino).
Dico “parzialmente” perché il palmo che ha rilasciato quella impronta è visibilmente esposto, ripetto al resto della mano (lo si evince anche da una specie di bordo scuro che delinea una sorta di frattura nella struttura stessa del guanto); lungo quel bordo potrebbe essersi accumulato del sudore che ha reso più intensa la reazione della ninidrina; dal che la colorazione più intensa.
Ciò farebbe ipotizzare che anche le dita, magari non tutte, potrebbero non essere protette.
Mi ero sempre chiesto come mai, indossando dei guanti, il soggetto che aveva toccato il corpo della vittima (probabilmente per scuoterlo onde accertarsi che fosse esanime) lo avesse fatto con un pugno anziché con le dita della mano e mi ero sempre dato una risposta del tipo “l’istinto di non lasciare tracce gli ha suggerito di fare così”, ma ora sono convinto che sia stato costretto proprio in virtù del fatto che le dita in quel momento erano parzialmente esposte a causa della rottura del guanto in lattice.
Il che collegherebbe la persona che ha lasciato l’impronta 33 a quella impronta di pugno sulla spalla della vittima.
Lei ha anche affrontato la questione legale delle eventuali dichiarazioni rese alla Procura.
Sì. Va ricordato un punto giuridico fondamentale: un indagato non ha l’obbligo di dire la verità durante un interrogatorio.
Questo deriva dal diritto di difesa previsto dalla Costituzione.
A differenza dei testimoni, che rischiano il reato di falsa testimonianza o false dichiarazioni al P.M., l’indagato può anche mentire o non rispondere.
Per questo lei ritiene improbabili ipotesi di querele contro chi discute queste ricostruzioni?
Io ho semplicemente espresso un’analisi tecnica della scena del crimine.
Inoltre, ho sostenuto che Sempio potrebbe non essere coinvolto nella fase omicidiaria ma solo presente in una fase successiva all’aggressione.
Infine, la sua teoria sull’omicidio.
Personalmente ritengo possibile che l’omicidio sia stato compiuto da due soggetti esterni alla vittima, ma almeno uno che lei conosceva benissimo e per il quale poteva anche nutrire una sorta di timore reverenziale.
A mio avviso i due avevano con due fisicità completamente diverse tra loro: uno robusto, sul metro e 85\88 e 90\95 kg, l’altro mingherlino sui 60 kg e poco sotto il metro e settanta.
Almeno uno dei due sicuramente conosceva a fondo la casa e le abitudini di Chiara e della famiglia; ma non basta: era anche informato e aggiornato riguardo a circostanze particolari, tra cui la basculante del garage difettosa e la presenza di led che indicano lo stato di attivazione\disattivazione dell’antifurto domestico.
È una pista interpretativa che nasce dal tipo di violenza e dalla dinamica che emerge dalla scena…la quale scena suggerisce anche l’uso di sostanze assunte da almeno uno dei soggetti e che hanno avuto il loro ruolo nelle modalità particolarmente efferate dell’aggressione.
Ma resta, naturalmente, un’ipotesi investigativa, non una verità giudiziaria.
Il caso di Garlasco continua a dividere investigatori, analisti e opinione pubblica.
Le letture alternative della scena del crimine dimostrano quanto sia ancora complessa la ricerca di una verità definitiva sull’omicidio di Chiara Poggi.









