Ogni volta che apro l’armadio, sento un brivido. E non è perché vivo in un villaggio infestato: è perché il mio guardaroba è un viaggio nel tempo senza guida turistica. Un museo dell’orrore tessile, una collezione di crimini contro la moda, una testimonianza vivente del fatto che “magari torna di moda” è la bugia più diffusa tra le donne over 50.

Lì dentro c’è di tutto: pantaloni a zampa del 1993, blazer con spalline che farebbero invidia a un linebacker di football americano, gonne troppo corte per la mia dignità ma troppo lunghe per il riciclo creativo, maglie che urlano anni ’80! e vestiti che non so nemmeno perché ho comprato. Forse ero ubriaca. Forse era il periodo post-divorzio. Forse una possessione spiritica.
Rachel dice che dovrei fare decluttering. “Pippa, il guardaroba deve rispecchiare chi sei oggi”. Ma se faccio spazio, rischio di rimanere con tre camicie stinte, due pigiami e un paio di calzini natalizi con le renne che suonano Jingle Bellsquando cammino.
E vogliamo parlare dei jeans? Ho più taglie di jeans che relazioni sentimentali fallite. C’è il jeans “pre-menopausa”, il jeans “ottimismo post-dieta”, il jeans “mi sta solo se trattengo il respiro per 12 minuti”, e ovviamente quello “ma come diamine ci sono entrata?”. La risposta è: non ci entro più.
Un capitolo a parte meritano i vestiti da palestra. Ho leggings compressivi che mi comprimono anche l’autostima, top sportivi che sembrano progettati per contorsionisti e una canotta fluo che ho indossato una sola volta, prima di rendermi conto che mi faceva sembrare un evidenziatore con crisi esistenziale.
Poi c’è la zona “vestiti da occasioni speciali”, che potremmo serenamente rinominare “vestiti per eventi che non accadranno mai”. Abiti da cerimonia con paillettes, scarpe con il tacco assassino, borsette microscopiche che non contengono nemmeno le mie ansie. Ma li conservo, perché non si sa mai. Magari un giorno sarò invitata a un ballo in un castello infestato da nobili decaduti e servirà proprio quel vestito color champagne (che su di me sembra più prosecco scaduto, ma pazienza).
E poi ci sono gli abiti sentimentali. Quelli che non metto da anni, ma non riesco a buttare. Il maglione che indossavo al mio primo appuntamento con il tipo che collezionava tappi di bottiglia. La camicia che ho comprato a Parigi dopo essere stata mollata via SMS (romantico, vero?). La sciarpa che mi ha regalato Gavin, anche se profuma ancora vagamente di disinfettante per mani e ambizioni teatrali.
Ogni tanto, presa da un impeto di coraggio, faccio una selezione. Tiro fuori una pila, guardo ogni capo, rifletto. “Questo lo metto ancora?” “Questo mi rappresenta?” “Questo lo indosserei anche sotto tortura?” Poi, sistematicamente, rimetto tutto a posto. Tranne il pantalone leopardato. Quello è stato definitivamente bandito. Anche Pluckley ha dei limiti.
Alla fine, ho capito che il mio armadio è un po’ come la mia vita: caotico, colorato, pieno di ricordi e di contraddizioni. Non sarà perfetto, ma racconta una storia. La mia. Con tutte le sue pieghe (e non parlo solo di quelle del tessuto).









