Carolina Sellitto: la scienza, la fragilità e il coraggio di stare nel mezzo

Ci sono professionisti che comunicano dati. E poi ce ne sono altri che, oltre ai dati, sanno restituire senso, responsabilità e umanità.Carolina Sellitto appartiene a questa seconda categoria.

Volto noto al grande pubblico, biologa, divulgatrice scientifica, presenza costante nel dibattito mediatico sui casi giudiziari più complessi, Sellitto ha scelto una posizione scomoda ma necessaria: quella di chi si mette tra la notizia e le persone, per tradurre la scienza senza deformarla.

L’abbiamo incontrata per parlare non solo di perizie, DNA e metodo scientifico, ma anche della donna dietro la professionista.

Dottoressa Sellitto, chi è Carolina, prima ancora del ruolo pubblico che tutti conosciamo?

«Io mi percepisco come una persona fragile. E so che può sembrare in contrasto con l’immagine che spesso arriva all’esterno. Ma se guardo il mio percorso di vita, mi rendo conto che quella fragilità è stata anche la mia forza».

Sellitto racconta di essersi sposata molto giovane, subito dopo il liceo scientifico, e di aver vissuto con ansia il desiderio di maternità: «I primi due tentativi per avere un figlio non sono andati a buon fine. Ero spaventata, temevo che qualcosa non funzionasse. Poi, al terzo tentativo, sono rimasta incinta. Ed è stato proprio in quel momento che mi sono iscritta all’università».

Da lì, un percorso accademico imponente: laurea, specializzazioni, dottorato, post-dottorato, master negli Stati Uniti. «Oggi mi chiedo spesso come abbia fatto. All’epoca non me ne rendevo conto, ma è stato un lavoro enorme».

Lei ha trasformato una difficoltà personale in una missione professionale. Quanto conta questo aspetto nel suo lavoro?

«Conta moltissimo. Quella che io vivevo come una fragilità è diventata uno strumento per aiutare gli altri. Forse nulla accade davvero per caso. Nel mio lavoro ho visto centinaia, migliaia di embrioni. Ogni mattina entravo in laboratorio per osservare se si fossero formati i due pronuclei, l’unione del patrimonio genetico femminile e maschile. Ogni volta era un’emozione fortissima».

Un momento che Sellitto descrive come profondamente umano: «In quell’unione c’è già scritto tutto: chi saremo, da dove veniamo, a chi apparteniamo».

Scienza e umanità sembrano convivere costantemente nel suo percorso. È così anche fuori dal laboratorio?

«Sì. E forse pochi lo sanno, ma scrivo anche per il teatro. Attualmente ci sono due miei testi in scena in diverse città italiane. Ne parlo poco, quasi per pudore. Ma è una parte di me che non ho mai abbandonato».

Arte e scienza non come poli opposti, ma come linguaggi complementari: «Da giovane pensavo di scegliere una strada artistica. Poi mi sono spaventata. L’arte, emotivamente, mi sembrava troppo esposta. Nella scienza mi sentivo più al sicuro, più contenuta. Ma in realtà l’arte è rimasta, ed è rientrata dalla porta principale nel mio lavoro».

Negli ultimi mesi lei è stata molto esposta mediaticamente per il suo ruolo di divulgazione sulla perizia genetico-forense Albani. Perché ha sentito il bisogno di intervenire?

«Perché ho visto troppa confusione. Troppa disinformazione. Io non permetterò mai che si raccontino dati scientifici in modo distorto. Ho scelto di mettermi nel mezzo: tra le notizie che escono e le persone che le ascoltano».

Sellitto chiarisce un punto centrale: «La perizia Albani si basa sugli elettroferogrammi originari prodotti dal professor De Stefano. Tutti i periti successivi hanno lavorato su quei dati. E quasi tutti sono arrivati alle stesse conclusioni».

E allora cosa è mancato, secondo lei, in quella prima fase?

«De Stefano si è fermato. E ha scritto una frase pesante: “Non si può escludere Alberto Stasi”. Ci sono due aspetti che andrebbero chiariti: perché non ha voluto o potuto proseguire, e perché ha scelto di inserire quella affermazione».

Secondo Sellitto, fermarsi non è mai un errore, se accompagnato da trasparenza: «Se non si è in grado di andare avanti, si può chiedere supporto, una supervisione. È una pratica normale in molte professioni, anche in ambito clinico. Non farlo, invece, lascia sospesi interpretativi che hanno un peso enorme».

Che ruolo dovrebbe avere oggi la divulgazione scientifica nei casi giudiziari?

«Un ruolo etico. La scienza non deve essere usata per confondere o per alimentare il tifo. Deve spiegare, chiarire, delimitare ciò che è certo da ciò che non lo è. Il pubblico ha diritto a informazioni corrette, non a suggestioni».

 

Carolina Sellitto non si sottrae alla complessità. Non semplifica per compiacere, non alza la voce per imporsi. Sceglie la strada più difficile: quella della competenza che si assume la responsabilità delle parole. In un tempo in cui la scienza rischia di diventare spettacolo, la sua voce ricorda che il sapere, se non è accompagnato dall’etica, perde il suo senso più profondo.

 

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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