C’è un palco vuoto, una scrivania piena di fotografie, una scatola dall’Italia e due donne che si raccontano. Ma “Anicka” non è solo uno spettacolo teatrale: è un esperimento intimo e politico, un confronto tra identità, memoria e appartenenza. Ne abbiamo parlato con Ania Rizzi Bogdan, ideatrice e protagonista di questo progetto coraggioso, che intreccia autobiografia e autofiction, in un viaggio che attraversa confini geografici ed emotivi.

“Chi sono io quando mi guardo attraverso gli occhi di qualcun altro? E quanto della mia storia è davvero mia, se può essere riscritta, contaminata, recitata?”
È da questa domanda che prende forma “Anicka”, lo spettacolo ideato da Ania Rizzi Bogdan e diretto da Eleonora Gusmano, in scena il 4, 5 e 6 aprile 2025, prodotto da Focus_2 con il sostegno di Teatro Trastevere e Spin Time Labs. Una storia che nasce da un’esperienza autobiografica, ma che si allarga, si moltiplica, si sdoppia: due donne sul palco, due corpi, due narrazioni che si confrontano e si mescolano, fino a non sapere più dove finisce l’una e comincia l’altra.
Abbiamo incontrato Ania Rizzi Bogdan per farci raccontare questo viaggio teatrale e personale.
Da dove nasce l’urgenza personale e artistica di raccontare la vicenda autobiografica che è alla base di “Anicka”?
Le mie radici sono state sepolte per tanto tempo, (sono cresciuta in Italia andando via da Kiev all’età di 8 anni nel ‘92 ) e quando crescendo, queste hanno iniziato a salire a galla, hanno trascinato con loro tante domande a cui dovevo assolutamente trovare una riposta. Dovevo colmare quel bisogno di definire la mia identità e uscire dal limbo di non sentirmi ne italianka ne ukrainka.
Come si è trasformata la tua identità durante il processo di creazione dello spettacolo?
Il progetto affronta il concetto di identità sul confine, un’esperienza comune per molte persone immigrate e non solo, che vivono tra due o più culture, lingue e sistemi differenti, sentendosi spesso sospese, in transizione o spaesate perché non si sentono completamente parte della cultura di origine nè della cultura in cui vivono. Nello spettacolo provo a riavvicinarmi alle mie radici, affidando la mia storia ad un’altra interprete ( Killa ) convinta che attraverso di lei potrò emancipare la storia della mia Anicka bambina, riscattandola da un passato prestabilito. Ma questo percorso non sarà facile, perché significherà mettere in crisi profondamente le mie certezze e slegarmi dalla visione nostalgica della mia vita passata, a cui inevitabilmente sono ancorata. Solo Attraverso il confronto con la storia di Killa e accettando la nascita di una nuova Anicka che lei propone, riuscirò-riusciremo a superare il proprio confine individuale e geografico per arrivare ad un’identità non divisiva ma di unione.
Cosa significa per te vedere la tua storia incarnata da un’altra attrice, per di più un ‘attrice peruviana?
Nello spettacolo Killa, è l’unica candidata a presentarsi al casting call di Anicka, e quando arriva non corrisponde a nessuna delle caratteristiche che sto cercando, è bruna, ha gli occhi a mandorla, non è una ginnasta e non è nemmeno un’attrice professionista. Ma è un’identità sul confine come me, ha infatti una doppia lingua, un doppio cognome, una doppia nazionalità e ha forse le caratteristiche giuste per poter essere la rivincita teatrale di Anicka che sto cercando. Ma più le prove vanno avanti e più Killa cerca di uscire dal ruolo prestabilito e dalla sagoma che io, la Ania-regista ho costruito per lei. Piu lei ha bisogno di sovrapporre la sua narrazione alla storia di Anicka più io non accetto la sua intrusione “continua” nel mio vissuto e la invito ad essere la bambina triste e sovietica inscatolata negli anni ’80 come era Anicka. Il paradosso che indaghiamo è proprio questo: può Killa, un ‘attrice peruviana interpretare una ginnasta sovietica? La risposta che ci siamo dati è che Killa rappresenta la nuova generazione e può essere portatrice di un’identità multiculturale del mondo in cui viviamo.

In che modo “Anicka” mette in crisi la definizione di identità come qualcosa di stabile o univoco?
Nel mio caso non si può parlare di un’ identità univoca, ma frastagliata in quando figlia di genitori russi e ucraini e poi successivamente adottata da un padre italiano; e perchè nasco in una Nazione giovane e dalla storia complessa che solo negli anni 90 raggiunge la propria indipendenza e che all’ epoca riuniva popoli dalla cultura diversa e che a differenza di oggi convivevano nella stessa Terra. Anicka rappresenta in questo senso tale complessità ed aspira all’ incontro con l’altro e quindi ad un’ identità inclusiva.
Come è stato il lavoro a quattro mani sulla drammaturgia con Eleonora Gusmano? Che tipo di scambio avete avuto?
Eleonora ed io lavoriamo da ormai 10 anni insieme e la nostra compagnia (www.focus2.it) usa spesso come strumento la drammaturgia scenica per creare i testi dei nostri spettacoli. Anicka che idealmente è nato nelle nostre teste almeno 5 anni fa e ha attraversato varie fasi, titoli e costumi, a partire dalla mia storia è diventato la storia di tutti. In questi anni abbiamo indagato, intervistato persone ucraine e italiane per cercare di mettere a fuoco le tematiche che ci interessava sviluppare. Eleonora affiancata da Lorenzo Del Buono ha guidato sapientemente lo sviluppo drammaturgico di Anicka, facendola uscire dal soggettivismo di una storia personale e andando ad approfondire sempre di più il concetto di identità e multiculturalismo che qui affrontiamo.
Il concetto di autofiction attraversa profondamente lo spettacolo: quanto è stato difficile “riscrivere” una storia gi vissuta?
Lo spettacolo parte dalla mia storia famigliare, aspira ad un’universalizzazione del tema e vuole indagare in che misura il concetto di identità sia una costruzione sociale, uno sforzo di differenziazione dall’altro e in che misura ci si può riraccontare. In generale riavvicinarsi alla propria storia è un’operazione delicata e complessa che comporta mettersi in discussione, allontanarsi dal vittimismo e dalla visione nostalgica del proprio passato e che per gran parte dello spettacolo tendo a fare, perché convinta che l’unico modo per riconnettermi con il passato sia attraverso Anicka, la bambina sovietica degli anni 90. Grazie il confronto con Killa potrò capire in che misura si possa uscire da un percorso già tracciato per dare spazio ad una nuova narrazione.

Cosa ha significato per te vedere contaminarsi la tua narrazione con quella di Killa Paz Alvarez?
Fin dall’ inizio dello spettacolo Killa prova ad autodefinirsi, non riesce ad essere un’interprete esecutiva della storia di Anicka, ha bisogno di tracciare le sue traiettorie. Io mi autoconvinco che la revenge e la contaminazione che Killa propone sia la strada giusta per riappropriarmi del mio vissuto, ma nel profondo si insinua una lotta in me e la convinzione che Anicka deve essere rappresentata per come è stata – senza intrusioni. Solo mettendo in crisi profondamente le proprie certezze e i propri confini emotivi ci si incontrerà davvero e accettando una nuova possibilità, una nuova ricerca, una nuova Anicka , figlia delle esperienze di entrambe.
Hai mai avuto il timore di perdere il controllo sul tuo stesso racconto, delegando a qualcun altro in scena?
Nello spettacolo si innesca un continuo conflitto tra me e Killa: la ragazza non rispecchia in alcun modo le caratteristiche che cerco per la mia Anicka, cerca continuamente di imporre sè stessa e la sua storia e man mano che le prove vanno avanti sono sempre più convinta che una ragazza peruviana non ha il diritto di raccontare una storia sull’Ucraina e sull’unione sovietica degli anni 90. Ed invece solo attraverso una consapevolezza e una messa in discussione di entrambe si potrà creare un dialogo per una nuova possibilità, che permetta di oltrepassare il limbo e superare il proprio confine.
Quanto ha influito il confronto tra culture diverse – la tua e quella di Killa- nella costruzione dello spettacolo?
Direi che è stato fondamentale e ha dato una direzione nuova al lavoro. Quando abbiamo fatto i provini (veri) alla ricerca di Anicka non avevamo specificato che cercavamo un’ attrice straniera, solo quando Killa si è presentata , ascoltando e vedendo chi fosse, abbiamo intuito che questa strada ovvero il confronto tra due identità sul confine potesse essere la strada giusta per l’indagine che stavamo intraprendendo.
Il colbacco, la scatola dall’ Italia, gli oggetti che ruolo giocano questi elementi simbolici nella narrazione di Anicka?
Lo spettacolo inizia con una scena quasi scarna: una scrivania, una sedia sommersa di foto in un palco vuoto come la scatola di cartone ancora da riempire che Anicka riceveva dall’ Italia con dentro gli spaghetti, il cioccolato, il caffè e i Trudi a lei sconosciuti. Man mano che si va avanti, la scena si colora di richiami alle sue traiettorie geografiche, a costumi e oggetti magici e incastonati nella memoria di quei anni 90 che hanno rappresentato l’infanzia di Anicka e che attraverso Killa prendono una nuova vita e vengono così contaminati dal vissuto della ragazza. Le fotografie mostrate agli spettatori rappresentano un continuo parallelismo tra realtà e finzione, tra emulazione e superamento, scontrandosi con la difficoltà di emanciparsi fino in fondo da un vissuto già scritto che quei reperti sembrano reclamare.

Quanto ti sei sentita libera nel rompere la struttura registica e lasciare spazio al caos identitario che il progetto indaga?
In realtà sono stata guidata e sostenuta nel lavoro da un team attento e profondamente connesso con il lavoro e questo mi ha dato un senso di libertà creativa ed espressiva. Sono capitate volte in cui nel prendere alcune consapevolezze e affrontare certi aspetti sono diventata vulnerabile per le scoperte che stavo affrontando e il fatto che la squadra di lavoro fosse li presente mi ha dato un senso di sicurezza nel potere andare in certi meandri del passato e anche uscire dal vittimismo.
Lo spettacolo invita il pubblico a sentirsi parte di questa riflessione sull’identità. Cosa speri che gli spettatori portino con sé dopo averlo visto?
Più andavamo nelle prove più ci rendevamo conto che Anicka non parla più solo della storia di Ania e di Killa, ma è un’ immersione di cui facciamo parte tutti. Tutti siamo almeno “due cose”, tutti abbiamo traiettorie le cui linee possono tracciare un’identità collettiva. Il nostro intento è che chi ascolta la nostra storia possa identificarsi in essa e interrogarsi se può davvero esistere un’identità libera dai propri confini geografici e personali, mi riferisco soprattutto ai giovani che sono il futuro di un mondo multiculturale come è il nostro.
Che tipo di lavoro è stato fatto con il consulente storico Enrico Bonanate per restituire un contesto credibile e significativo della storia?
Il suo lavoro storico – critico è stato fondamentale per ricostruire le traiettorie geografiche e storiche che rappresentiamo, trattandosi di un contesto complesso come quello dell’Ex Unione Sovietica e soprattutto della giovane Ucraina. Enrico ha tracciato un quadro approfondito su ogni singolo aspetto storico dello spettacolo, innescando riflessioni sull’evoluzione del concetto dell’identità. Tengo a citare un suo passo: “Uno dei fenomeni antropologici più importanti di questo nuovo secolo è la questione dell’identità: essa sta vivendo una ridefinizione in ottica nazionalista, supportata da una visione del mondo pesantemente influenzata dall’ideologia geopolitica la quale ha, almeno per il grande pubblico, completamente soppiantato le ideologie di stampo economicista (capitaliste o marxiste) che hanno dominato la seconda metà del secolo scorso. Assistiamo alla vicenda personale di Anicka, la quale cresce e vive in tempi e luoghi particolarmente colpiti da questa trasformazione e riflette il mutamento generale della società nonché i dubbi, le debolezze, le domande e le risposte cercate dalla generazione che più di tutte affronta quotidianamente tale mutamento.”
Che cosa rappresenta per te oggi l’idea di casa? E’ ancora un luogo fisico o qualcosa di più astratto e frammentato?
Prima che scoppiasse il conflitto, avevo deciso di tornare in Ucraina con la necessità di riconnettermi e riscoprirmi, avendo una grande paura di andare in un luogo dove mi sarei potuta sentire straniera visto i miei lunghi anni di assenza. Ora con la guerra devo aspettare e non farmi inghiottire dalla frustrazione che tale attesa può provocare. Nel frattempo costruisco, anche grazie allo spettacolo, il mio concetto di casa interiore, un luogo astratto ma vivo e denso di tutte le vicende del passato e le scoperte fatte. Perche di fatto Anicka non tornerà più ma io sarò il frutto di ciò che lei ha lasciato a Kiev e ciò che Ania trovato qui a Roma.
Se dovessi descrivere Anicka in una parola quale sarebbe e perchè?
La prima parola che mi viene in mente è “incontro” perché è ciò di cui parliamo inteso come scambio, perché senza l’incontro non avrei conosciuto Eleonora e non avremmo mai pensato di fare questo spettacolo, senza l’incontro con Killa Lorenzo, Alessandro ed Enrico non sarei arrivata a maturare la consapevolezza che sento ora e senza l’incontro Anicka sarebbe ancora un identità sul confine.
“Anicka” non è solo uno spettacolo: è un atto di esposizione, una frattura nella linearità del racconto, un corpo che si sdoppia per farsi specchio dell’altro. È il tentativo di restituire complessità a ciò che spesso viene semplificato: l’identità, l’appartenenza, il diritto di raccontarsi con parole proprie. In un mondo che chiede definizioni rapide, “Anicka” ci ricorda che esistono storie che sfuggono ai margini, che si contaminano, che si riscrivono continuamente. E che forse, solo attraversando il confine tra sé e l’altro, possiamo davvero riconoscerci. Perché, in fondo, non siamo mai solo ciò che siamo. Ma anche ciò che scegliamo di diventare.
INFO SPETTACOLO
ANICKA
4–5–6 APRILE 2025
Produzione Focus_2
Drammaturgia: Ania Rizzi Bogdan e Eleonora Gusmano
Con: Ania Rizzi Bogdan e Killa Paz Alvarez
Regia: Eleonora Gusmano
Aiuto regia: Lorenzo Del Buono
Consulente storico: Enrico Bonanate
Tecnico/audio: Alessandro Romano
Con il sostegno di Teatro Trastevere e Spin Time Labs









