Nel panorama del noir contemporaneo ci sono romanzi che raccontano il male, e altri che raccontano la fame. Fame di amore, di riconoscimento, di esistenza. Il Conciaossa, sesto capitolo dell’eptalogia dedicata ai sette vizi capitali, appartiene a questa seconda categoria: un romanzo duro, periferico, profondamente umano, dove la gola non è soltanto un vizio, ma una ferita emotiva che si trasforma in linguaggio del corpo e dell’anima.
Attraverso il personaggio di Michele Miluzzi — uomo invisibile, fragile, marginale ma attraversato da un’intensa vita interiore — l’autrice ci accompagna in una borgata romana che diventa specchio di solitudini, desideri e sopravvivenze emotive. Una periferia viva, quasi pasoliniana, fatta di cemento, malinconia, umanità e bisogno disperato di essere visti.

In questa intervista entriamo dentro il cuore del romanzo: la costruzione psicologica del protagonista, il rapporto tra fame fisica e fame affettiva, il senso dell’invisibilità sociale, il bisogno di appartenenza e quell’amore impossibile che, pur nascendo nella rinuncia, riesce comunque a sfiorare la grazia.
“Il Conciaossa” è il sesto capitolo della sua eptalogia sui sette vizi capitali: perché ha scelto proprio la Gola come motore narrativo di questa storia così cupa, solitaria e periferica?
Tra i vizi capitali quello della gola è sicuramente il più solitario, si consuma cioè al di là dei rapporti di relazione e si autoalimenta senza bisogno dell’altro. Mi è venuto dunque spontaneo costruire un personaggio che vive la solitudine, pur essendo immerso in un contesto di borgata dove tutti si conoscono, ma dove una persona sensibile, però dall’aspetto sgradevole, fatica a essere visto per come egli, interiormente, si percepisce. Per Michele Miluzzi, il protagonista, mangiare è un dispositivo esistenziale, mentre cucinare (per i vicini della malavita o per i carabinieri che fanno le retate, indifferentemente), è un tentativo di relazione, di contatto con l’altro.
Michele Miluzzi è un personaggio marginale, invisibile, quasi respinto dalla società, eppure profondamente umano. Come è nato? Da quale immagine, ferita o intuizione?
È uno stereotipo pensare che le persone ai margini non siano capaci di sentimenti profondi. Conosco molte persone di borgata, e spesso mi hanno colpito per la loro intelligenza e il loro acume. Certo, magari hanno modalità di approccio alla vita da cui si coglie la durezza dell’ambiente in cui vivono. Possiedono un senso pratico, disincantato. Ma hanno anche qualcosa che brilla, una vitalità che resiste nonostante tutto. Michele è un personaggio inventato, ma è anche la somma di persone con cui sono entrata in contatto. Un personaggio nato forse come omaggio e riscatto per certi invisibili che avrebbero molto da raccontare.

Nel romanzo il cibo non è solo nutrimento, ma diventa compulsione, linguaggio del vuoto, segnale, richiesta d’amore. Che rapporto c’è tra fame fisica e fame emotiva nel suo protagonista?
Se ci pensi bene la lussuria e la gola sono vizi che hanno molto in comune. Con la bocca si bacia, e si mangia. Entrambi i vizi danno una soddisfazione temporanea. C’è certamente sia una fame fisica cheemotiva nel protagonista, egli è consapevole che può sublimare solo con il cibo l’altra fame – quella di tenerezza e amore e appartenenza. L’aspetto interessante di Michele è che egli riconosce i propri limiti, e pur aspirando a qualcosa o a qualcuno che non potrà mai avere, pur con tutti gli errori che commette, c’è in lui un’indole è incrollabile checommuove: sa riconoscere la bellezza e la grazia. Lo si comprende dal finale del libro.
La periferia romana che racconta ha qualcosa di pasoliniano: degrado, durezza, poesia, corpi soli dentro palazzi decadenti. Quanto è importante per lei il luogo come personaggio della storia?
La periferia che racconto è descritta abbastanza fedelmente, sia dal punto di vista urbanistico che dal punto di vista delle dinamiche sociali. Una borgata raccontata, però, più che con la lingua (funzione del dialetto nei romanzi di Pasolini) con descrizioni sinestesiche (visive e uditive). La periferia è personaggio nella trama quanto Michele, e infatti Michele fuori da quel mondo non esiste o è nudo, indifeso, spaurito.
Michele ha doti sensitive e le usa per farsi vedere, per uscire dall’invisibilità. Quanto pesa, nel romanzo, il bisogno umano di essere riconosciuti, anche quando questo porta a scelte pericolose?
Credo che il desiderio di essere visti, riconosciuti, è comune a tutti gli esseri umani. Conosciamo tutti abbastanza bene i meccanismi, basta pensare all’uso dei social. Diciamo che Michele è più un tipo analogico, e soprattutto, esprime un bisogno profondo e non velleitario di comunanza con gli altri. Lui sa bene di non esistere al di fuori della borgata. Solo lì può esistere, agire, essere visto. Diventare conciaossa gli permette di entrare in contatto fisico con l’altro, predire il futuro gli calma certe ansie ed esprime il desiderio di affabulare. Ma come capirà chi leggerà il romanzo, si paga un prezzo per tentare di uscire dall’insignificanza di una vita già segnata. Non altissimo, ma comunque un prezzo.
Matilde è osservata da Michele come una figura malinconica, quasi uno specchio della sua solitudine. Che tipo di amore racconta “Il Conciaossa”: un amore possibile, deformato, salvifico o perduto in partenza?
Sì, Matilde reagisce in maniera diversa alla solitudine, ma è speculare: laddove Michele vuole farsi notare, Matilde vuole restare invisibile, laddove lui vuole dimostrare qualcosa al mondo, lei nella rinuncia ha trovato il suo posto. E senza fare rumore. È un amore impossibile ma al contempo salvifico, perché Michele riconosce in fondo i propri limiti, e questo gli permette di vedere in lei la grazia e la bellezza, e saperla riconoscere nell’altro è come esserne toccati.
Il Conciaossa non è soltanto un romanzo sulla marginalità o sulla periferia. È una riflessione profonda su ciò che accade quando un essere umano smette di sentirsi guardato, riconosciuto, amato. Michele Miluzzi resta addosso al lettore perché incarna una fragilità universale: il bisogno di esistere agli occhi degli altri, anche quando il mondo sembra aver già deciso di ignorarti.
Attraverso una scrittura intensa, sensoriale e profondamente emotiva, il romanzo trasforma il degrado in poesia e la solitudine in materia narrativa viva. E forse è proprio qui la sua forza più grande: ricordarci che anche gli invisibili custodiscono mondi interiori immensi, desideri struggenti e una disperata capacità di riconoscere la bellezza.
Un libro cupo e tenero insieme, che parla di fame, ma soprattutto di umanità.









