Ring: quando il vero combattimento non è sul ring

In RING la boxe è solo un’eco lontana, una radiocronaca che fa da cornice a qualcosa di molto più profondo. Il vero match non si gioca tra due pugili, ma dentro Claudio Castelli, uomo prima ancora che atleta. Ne abbiamo parlato con Salvatore Cuomo e Valerio Palozza, che ci accompagnano dentro un’opera in cui la lotta è interiore, il ring è un non-luogo dell’anima e i colpi più duri non arrivano mai dai guantoni, ma dalla memoria, dalle relazioni e dalle contraddizioni umane.

In RING il combattimento sportivo sembra quasi secondario rispetto a quello interiore. Quando hai capito che il vero match non era tra due pugili, ma dentro Claudio Castelli? Alla prima lettura del testo. Non c’è un vero incontro di boxe, se non tramite una radiocronaca. Passa totalmente in secondo secondo piano, come una cornice intorno alla vita del pugile Claudio Castelli e all’intreccio che lo hanno condotto a lottare per il titolo dei pesi medi.

Artemio e Moira non sono semplicemente due figure affettive: sono due forze opposte che tirano l’uomo verso destini diversi. Come hai lavorato in regia per rendere visibile questo conflitto invisibile?

Il lavoro che noi due come registi abbiamo strutturato ci ha portati a colorare con gli attori due personaggi estremamente diversi, ma paradossalmente molto simili. Entrambi vogliono ottenere qualcosa dalla vita, Castelli diventa il mezzo, l’arma per poterlo raggiungere. Abbiamo lavorato sulla fragilità umana, così da poter dare una profondità a questi due caratteri, andando oltre la bidimensionalità del personaggio buono o cattivo. Ci troviamo in presenza di due figure meschine, sature di umane contraddizioni.

Il pugile è solo, anche quando è circondato. È questa solitudine che ti affascinava raccontare? Claudio combatte per vincere o per capire chi è diventato?

Tutta una vita si concentra nei minuti di un incontro. Quanto ti interessava il tema della memoria come meccanismo di sopravvivenza mentre il corpo è sotto assedio?

Passato, presente e futuro si fondono. Questo si è rivelato sin da subio un agile meccanismo che ha trasformato il tempo in un servo della narrazione. Eppure il personaggio invisibile del pugile Claudio Castelli ricorda; la sua memoria diventa un vademecum, con le voci di Moira e Artemio che risuonano su corde invisibili, rammentandogli di continuo chi lo ha spinto su quel ring.

Il pugile è solo, anche quando è circondato. È questa solitudine che ti affascinava raccontare? Claudio combatte per vincere o per capire chi è diventato?

L’unico talento di Claudio che tiene in piedi l’intera storia è quello di saper combattere. Artemio e Moira suggono avidamente dalle sue vittorie. Il vero match è quello che Castelli combatte con loro due, che tentano di ammaestrarlo più che di addestrarlo, naturalmente a loro pieno vantaggio.

Hai parlato di un ring che non è ufficiale, ma interiore. Da regista, come si costruisce scenicamente uno spazio che non è né reale né simbolico, ma profondamente umano?

Come membri della Piano Zero Teatro, non solo come registi, possiamo affermare che spesso ci siamo contraddistinti per aver modellato l’esigenza a vantaggio della messa in scena. La cupa profondità del “non luogo” ha sempre riscontrato il favore del pubblico teatrale e della sua fantasia. La scomposizone del palco è alla base della nostra scelta registica, e grazie al Teatro Trastevere saremo in grado di creare una profondità tale, alle spalle degli attori, da infondere l’idea che essi vengano fagocitati da essa.

Vittoria e sconfitta: chi perde davvero? Alla fine del match, indipendentemente dall’esito sportivo, qualcuno vince davvero? O RING ci dice che certe battaglie lasciano solo sopravvissuti?

Castelli vince sul campo a lui più favorevole, il ring, ma la vita è tutt’altra cosa. Moira e Artemio sono avversari letali per lui, e lo hanno trasformato nella meridiana della sua stessa esistenza, ripresa dopo ripresa, anno dopo anno. Chiediamo al pubblico: un incontro così impari è destinato a concludersi senza storia nel modo più ovvio? O la vita, nella sua imperscrutabilità, può regalare un sorprendente sussulto?

RING non racconta una vittoria né una sconfitta, ma un’esposizione radicale dell’essere umano quando tutto il resto viene meno. Claudio Castelli può anche vincere sul ring, ma resta solo davanti a un’esistenza che non concede verdetti netti. Artemio e Moira non sono antagonisti da battere, ma forze che lo hanno plasmato, sfruttato, consumato. E allora la domanda finale non riguarda lo sport, ma la vita stessa: in certe battaglie si può davvero vincere, o al massimo sopravvivere? Il pubblico è chiamato a restare in ascolto di quel sussulto imprevedibile che, a volte, solo l’umanità sa concedere.

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Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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