C’è un giornalismo che corre, consuma, semplifica. E poi c’è un giornalismo che resta, ascolta, aspetta.
Laura Marinaro appartiene a questa seconda categoria: quella di chi sceglie di stare sul campo, di guardare negli occhi le persone, di farsi carico del peso delle storie senza mai trasformarlo in spettacolo. In questa intervista si racconta senza filtri, con la stessa onestà con cui ogni giorno racconta la cronaca.
Chi è Laura Marinaro quando spegne la telecamera e chiude il taccuino?
Bilancia, sempre alla ricerca di un equilibrio che spesso sente di non riuscire a trovare. Empatica, forse a volte troppo buona e generosa. Odia litigare e cerca di andare d’accordo con tutti. Ama il suo lavoro — forse anche troppo — ma ama anche le cose belle della vita: i viaggi, gli amici veri (pochi), i libri gialli, i film d’autore. Ama stare fuori casa, incontrare persone, e fa teatro a livello amatoriale. Lo sport all’aria aperta è per lei il massimo, così come il mare. E poi c’è la sua bambina ventunenne, e il suo maltesino Chicco.

In che modo la donna si intreccia con la giornalista, e quanto il suo vissuto personale influenza il suo modo di raccontare la cronaca?
In ogni angolo della vita di una donna come me — passionale, complicata e allo stesso tempo precisa e meticolosa — il lavoro si intreccia con la vita. Forse non va benissimo, ma non riesco proprio a dividere i due mondi.
Fare giornalismo di cronaca nera significa spesso camminare su un filo sottile tra informazione e rispetto del dolore. Qual è il suo confine etico e come lo difende ogni giorno nel suo lavoro?
È molto difficile mantenere il distacco e l’imparzialità che un cronista deve avere quando racconta vite attraversate dalla tragedia. Sono sempre stata molto vicina alle famiglie delle vittime e considero questo il faro del mio lavoro. Tuttavia, l’umanità non può mai essere accantonata, nemmeno quando si raccontano i carnefici.
Nella cronaca giudiziaria, e soprattutto durante i processi, hai modo di confrontarti con le persone dal vivo: imputati e familiari delle vittime spesso sono a pochi metri gli uni dagli altri. Sta all’intuito, ma anche alla professionalità, bilanciare sensazioni e fatti. Non è facile, ma il segreto sta nell’allenamento e nello studio.
C’è stato un momento in cui ha capito che questa sarebbe stata la sua strada, nonostante il peso emotivo che comporta?
Non ci ho mai pensato davvero. È semplicemente quello che ho sempre voluto fare, anche se non sono stata fortunatissima nella “carriera”.
Lei è una giornalista che sta sul campo, osserva, verifica, aspetta. Che valore ha per lei il tempo nell’informazione, soprattutto in un’epoca che corre veloce e spesso semplifica?
È fondamentale. Lavorare per un settimanale come Giallo mi dà la possibilità di approfondire, studiare e avere il tempo di attendere il momento giusto per un’intervista o per un servizio.
Lavorare per i quotidiani era diverso, ma mi ha dato un’esperienza importante: saper riconoscere la notizia fondamentale, quella “da dare subito”, anche all’interno di un settimanale.
Il web, purtroppo, rischia spesso di “bruciare” le notizie, offrendole — troppo spesso — senza verifiche. È qualcosa di orrendo, ma accade ogni giorno. Quando però sul web lavora un professionista, l’attesa e la verifica devono restare imprescindibili.

Il pubblico oggi non chiede solo notizie, ma narrazione, contesto, verità complesse. È davvero il pubblico a chiederlo, o sono gli stessi giornalisti a voler fare narrazione? Come è cambiato il suo modo di raccontare i fatti e che responsabilità sente verso chi la segue?
Il mio modo di raccontare non è cambiato e non può cambiare, così come non cambia la responsabilità che abbiamo verso chi ci segue.
Nel racconto dei grandi casi di cronaca, il giornalista diventa anche custode della memoria collettiva. Che cosa sente di portare sulle spalle quando affronta storie che continuano a interrogare il Paese?
Non ho mai pensato a questo. Siamo umili raccontatori di fatti che poi diventano storia. Ma noi siamo dentro quelle storie e non possiamo permetterci di autocelebrarci o esaltarci.
Quanto è difficile restare fedeli ai fatti quando il rumore mediatico diventa assordante? Come si protegge dalle pressioni e dalle semplificazioni narrative?
È difficilissimo. Il segreto è far parlare tutte le parti, le carte e i fatti. Sempre. E, a volte, fermarsi quando la notizia non c’è. La notizia è sempre il faro.
Dove possiamo seguirla, oltre alle testate giornalistiche per cui scrive?
Sui miei social, da Facebook a Instagram, sul mio canale YouTube La Zia in Giallo, sul podcast Vite Private e sul canale YouTube Garlasco Channel oltre che in televisione, in radio e sulle piattaforme YouTube che si occupano di crime.
In un tempo che chiede velocità, Laura Marinaro sceglie il passo lento della verifica. In un mondo che ama il rumore, resta fedele al silenzio che precede i fatti. Non cerca riflettori, ma verità. Ed è forse proprio questo il segreto di un giornalismo che resiste: continuare a raccontare senza mai dimenticare le persone.









