La richiesta – Stefano Jacurti: la guerra che ritorna, le ferite che non passano

C’è un luogo della memoria americana che non smette mai di sanguinare: la Guerra Civile. Stefano Jacurti, autore, attore e ricercatore appassionato di West e Civil War, lo conosce come pochi. In La richiesta porta sul palco un conflitto antico che torna a parlarci con voce contemporanea, perché le fratture che dividono un Paese – oggi come ieri – non appartengono solo alla storia. Con parole dirette, dense di esperienza e visione, Jacurti ci accompagna dentro lo spettacolo: un mosaico di vite, di scelte impossibili, di amicizie spezzate e di verità che bruciano. Un viaggio nell’animo umano prima ancora che in un campo di battaglia.

“La richiesta” porta sul palco la guerra civile americana, ma con una chiave fortemente contemporanea. Qual è stato l’innesco emotivo e intellettuale che l’ha spinta a scrivere questo testo proprio adesso, in un’America che sembra nuovamente polarizzata?

Il clima che giunge dagli Stati Uniti, dove le tensioni sociali si fanno sempre più assordanti, mi ha fatto scrivere di botto. Gli americani devono stare attenti: potrebbe scoppiare una nuova guerra civile, visto che quella dell’Ottocento vissuta dai personaggi del mio testo è stata terrificante, la seconda tragedia dopo lo sterminio degli Indiani d’America.

Durante la pièce si percepisce che la guerra civile non è solo un conflitto storico, ma un trauma collettivo fatto di amicizie spezzate e fratelli contrapposti. Cosa significa per lei raccontare una guerra fratricida, e in che modo questa narrazione parla anche al nostro presente?

Significa riflettere su qualcosa di essenziale: se scoppiasse una guerra civile in Italia, cosa proverei sapendo che dall’altra parte c’è un caro amico, con cui ho condiviso anni belli e spensierati? Sapendo che io combatterei fino all’ultimo e anche lui non sarebbe da meno?

Il personaggio del generale Grant ha una forza iconica, ma anche un tormento interiore. Come ha lavorato sulla sua psicologia e sulla sua ambivalenza morale, soprattutto nel rapporto tra leadership e memoria personale della guerra?

La richiesta è uno spettacolo, non una conferenza sulla guerra civile americana. Detto questo, Grant mi è molto familiare: la prima biografia in lingua italiana su di lui è la mia, altrimenti non avrei potuto interpretarlo. Era il generale più temuto dai confederati, noto per la sua determinazione, ma nel privato aveva un vissuto spesso sofferto. Documentarsi è fondamentale: senza ricerca seria sarebbe impossibile mettere in scena qualsiasi periodo storico. Ma il punto è un altro: non importa quanto ne sappia il pubblico. Importa il coinvolgimento emotivo. Bisogna colpire le persone con un virtuale pugno allo stomaco.

Nello spettacolo compaiono figure molto diverse: un colonnello, un corrispondente di guerra, un sergente “senza domani” e una donna misteriosa che chiede un incontro a Grant. Cosa rappresentano simbolicamente questi personaggi e quale dinamica di guerra interiore portano in scena?

A raffica, questi personaggi porteranno cannonate di emozioni, tutte diverse. Lo spettacolo è una storia a più voci, non schierata né con l’Unione né con la Confederazione. È un racconto di come ogni individuo viva quel conflitto terribile. Ognuno porta la sua piccola storia nell’enorme carnaio della guerra di secessione: una guerra fratricida, circondata da una comunità ancora in catene, con rappresaglie incendiarie e 650.000 caduti. Un macabro record. Bisognava tornare davanti a quelle migliaia di croci con una storia in cui molti potessero riconoscersi.

La donna che arriva da Grant è un elemento chiave della trama. Senza svelare troppo, qual è il significato profondo della sua “richiesta” e perché è centrale per comprendere la natura del conflitto?

La richiesta di Peggy è fondamentale, come lo è la sua figura. È una donna piena di coraggio e, anche se le sue ragioni non sono tutte dalla sua parte, resta un personaggio sincero: la sua autenticità è la sua forza. Ma nello spettacolo c’è molto altro… è una storia intensa, dall’inizio alla fine.

Le divise e i costumi provengono dalla sua collezione privata. Quanto influisce l’autenticità dei dettagli sulla credibilità emotiva e sulla capacità degli attori di “entrare” davvero in quell’epoca?

Incide moltissimo. Oggi si parla di mood, io lo chiamo atmosfera. È molto suggestivo vedere qualcosa del genere a teatro: quelle divise le abbiamo viste nei film, ma indossarle cambia tutto. Aiuta gli attori, grazie anche alla regia di Marco Belocchi, perché sapevo che quel periodo lo conosceva bene.

Lei ha dedicato molti anni della sua carriera artistica al West e alla Civil War. Cosa significa continuare a portare questi mondi a teatro oggi, in un’Italia che raramente affronta questi temi?

Per me è motivo di orgoglio, pur restando con i piedi per terra. Sono mondi rari da vedere a teatro e anche nel cinema indipendente. In Italia non siamo in molti a trattare western e Civil War, ma se non fossi stato seguito avrei smesso da tempo. L’importante è avere una storia da raccontare. Prima lo facevo con i registi Emiliano Ferrera e Alessandro Iori; oggi con Marco Belocchi. Ma prima o poi ci ritroveremo tutti.

“La richiesta” parla di conflitto, responsabilità, memoria e riconciliazione. Qual è il messaggio più urgente che vuole arrivi al pubblico quando si alza il sipario?

Non mi aspetto mai nulla. Lavoro a testa bassa e pedalo forte. Sarà il pubblico a decidere come sentirsi alla fine. Ho scritto il testo in un momento delicato, un giro di boa anagrafico che sta arrivando anche per me. Da quello stato d’animo sono partiti molti input. Non so dove colpiremo il pubblico – ma so che lo colpiremo. Ed è questo che conta. La richiesta non è solo una storia di guerra: è un atto di memoria viva.

Jacurti ne fa un monito e, allo stesso tempo, un viaggio emotivo in un’umanità ferita che cerca risposte impossibili. Quando il sipario si chiude, resta addosso la sensazione di aver guardato dentro un dolore antico che continua a parlare al presente. Perché le guerre passano, ma le loro ombre restano. E il teatro, quando è vero, ci obbliga a guardarle negli occhi.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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