L’apocalisse come rinascita: il teatro che attraversa il divino, la follia e la poesia
C’è un confine sottile, impercettibile, dove la fine e l’inizio si toccano. Un punto sospeso tra la luce e l’ombra, tra l’uomo e Dio, tra la parola e il silenzio. È lì che nasce Anno Omega, la nuova sfida teatrale di Marco Belocchi, regista e interprete che trasforma la filosofia in emozione, la spiritualità in gesto scenico, la poesia in carne viva. Liberamente tratto dai testi di Maria Letizia Avato, Anno Omega (quando tutto ebbe inizio) non è solo uno spettacolo: è un viaggio cosmico e intimo, un varco simbolico in cui l’umanità si specchia nella propria caducità, e il divino — ironico, fallibile, umano — si lascia interrogare dalla follia.

Abbiamo incontrato Marco Belocchi per esplorare con lui il senso di questo “anno finale”, che forse è anche il primo di un nuovo ciclo.
Marco, “Anno Omega” è un titolo potente, quasi apocalittico. Cosa rappresenta per te “l’Omega”, questo momento in cui “tutto ebbe inizio”? È la fine del mondo o la sua continua rinascita?
L’Omega, inevitabilmente non disgiunto dal segno Alpha, ha un carico simbolico che interessa il pensiero “alto” dalla filosofia alla religione, sino alle sempre superabili frontiere della matematica. Dal mio punto di vista, Omega, è un punto che rappresenta il compimento ma, al contempo è dotato di 2 facce: una che guarda il percorso fatto e una che apre verso un percorso nuovo, tutto da esplorare, quindi, venendo alla domanda, direi che per me rappresenta la Fine ma così vicina al Principio, un po’ come la carta della Morte dei Tarocchi che simboleggia sia la fine che la rinascita. Certo in questi tempi così sinistri e inquieti, segnali ormai piuttosto evidenti ci fanno pensare atterriti che stiamo attraversando l’Anno Omega ma, volendo coltivare una pur piccola speranza, potremmo anche pensare ad un nuovo Inizio.
Il testo di Maria Letizia Avato intreccia filosofia, spiritualità e poesia. Da regista, come hai lavorato per tradurre sulla scena questa materia così impalpabile e cosmica, mantenendo al tempo stesso un contatto con l’emozione dello spettatore?
Il testo di Maria Letizia è l’adattamento drammaturgico, fatto dalla stessa autrice, di 2 racconti. Pur essendo stati rielaborati per il teatro, hanno mantenuto un linguaggio poetico molto forte ed è stato per me un impegno e una sfida entusiasmante, come regista, tradurre in azione ed emozione molti concetti che sono sicuramente poco palpabili. L’autrice ha dato voce ad un’Anima, a Dio (Ambrosius) alla Coscienza e far agire tali figure è stata impresa non facile. Però avvalendomi di uno spazio astratto come il teatro di Documenti, di video e soprattutto dell’ottima musica originale di Bianchini, spero di esser riuscito a creare un’atmosfera sospesa, onirica e altamente poetica.

Nel primo atto, Dio e il folle dialogano in uno spazio astratto, quasi metafisico. Come hai diretto questo confronto tra il Creatore e la sua creatura, tra la presunzione divina e la lucidità della follia?
Questo primo atto presenta già nella scrittura alcuni elementi concreti ai quali far riferimento, trattasi comunque di un bizzarro dialogo che vede i due soggetti, (inframmezzati dalla presenza di un narratore, da me interpretato, che potrebbe simboleggiare il Destino, ma anche l’autore/regista o persino il pubblico stesso), affrontarsi in singolar tenzone con punti di vista piuttosto divergenti. Ma mettere in scena Dio (anche se ribattezzato Ambrosius) non può esser fatto se non usando l’ironia, e il folle, il suo specchio, lo sfida, lo provoca, gli mette di fronte il Male del mondo, che sembra inevitabile e consustanziale alla creazione.
Hai descritto Ambrosius come un Dio “sciatto e un po’ borioso”, mentre Felice diventa la sua coscienza ribelle. È anche una lettura ironica del potere, delle sue contraddizioni e della sua cecità?
Beh, se vogliamo parafrasare le parole della Genesi: “fatto a sua immagine e somiglianza” dobbiamo anche prendere in considerazione che l’intero Creato, uomo compreso, siano una combinazione di gigantesche contraddizioni. Come ho detto prima c’è sicuramente molta ironia in questo testo e potrei persino direche, per quanto riguarda il Potere, non è questione di cecità, ma di mancanza assoluta di occhi.

Nel secondo atto, l’“Anima sola” sceglie di rinascere per amore, barattando la luce divina con la poesia. È un atto di debolezza o di suprema libertà? Ti ritrovi in questa tensione tra il divino e l’umano, tra l’eterno e l’effimero?
Certamente mi ci ritrovo, sopratutto se consideriamo il divino non limitato al cristianesimo, che in fondo è tra le religioni ultime arrivate, ma allargato a tutte le manifestazioni del divino che hanno accompagnato l’umanità sin da epoche lontanissime. In Anno Omega (come fusione di 2 testi) appare sovente il concetto di ciclicità, di opposti, di inizio così vicino alla fine, si potrebbe quindi affermare che debolezza e libertà sono il frutto di uno stesso pensiero. Dopo tutto cosa ne sarebbe del divino senza l’umano?
Il Teatro di Documenti, ideato da Luciano Damiani, è uno spazio unico. In che modo questo luogo ha influenzato la tua regia e la percezione onirica che volevi evocare nello spettatore?
Nella mia carriera ho avuto modo di lavorare spesso al Teatro di Documenti, sin dalla sua inaugurazione quasi quarant’anni fa, soprattutto quando avevo a che fare con drammaturgie fuori dagli schemi, che richiedevano uno spiccato sforzo fantastico e l’unicità di questo spazio mi ha sempre reso possibile concretizzare al meglio le mie visioni registiche. Siamo in un teatro creato per suggestionare ed emozionare: il bianco crema smaltato delle pareti e del pavimento, la disposizione delle sale, le scale, i cunicoli, le botole, ne fanno un teatro davvero unico ed evocativo. E spero che anche questa volta il pubblico rimanga favorevolmente “intrappolato” dalle suggestioni che ho tentato di creare.

La musica originale di Fabio Bianchini accompagna e avvolge la narrazione. Come si intreccia la dimensione sonora con la parola teatrale? È un contrappunto, un’eco o una guida per l’immaginazione del pubblico?
Lavoro con Fabio Bianchini da 30 anni, siamo “artisticamente” una coppia di fatto! Una coppia che s’intende con poche parole, talvolta con uno sguardo. Fabio, dotato di grande talento e forte sensibilità, ha grande orecchio non solo per la musica, ma per comprendere al volo le mie esigenze registiche. Sicuramente la musica, in questo spettacolo più che mai, riveste un ruolo cardine e imprescindibile. Fabio come sempre ha saputo guardare nelle pieghe del testo creando con le sue atmosfere sonore le suggestioni che avevo in mente e sono certo che il pubblico apprezzerà il suo contributo artistico!
Hai parlato di una “sfida impossibile ma affascinante”: quella di trasformare la poesia in azione scenica. Cosa ti resta, come regista e interprete, dopo aver attraversato questo viaggio tra il Bene, il Male e la rinascita dell’anima?
Stiamo ancora lavorando agli ultimi dettagli in attesa di debuttare con Anno Omega, quindi non so con esattezza cosa mi rimarrà una volta finito lo spettacolo, è una risposta che potrò dare solo dopo, quando si spengeranno le luci e rimarrò con i ricordi e le emozioni. Posso però dire che mi coinvolge molto, sotto vari aspetti, artistici e umani. La squadra di cui mi sono circondato è fidatissima, persone con cui collaboro da anni e con cui abbiamo un affetto che va oltre la stima professionale. Quindi certamente già questo aspetto mi fornisce un sottotesto che rimarrà a lungo nel mio immaginario. Questo tipo di premesse, questa emozionalità palpabile, credo che non possa non arrivare al pubblico. Inoltre le tematiche trattate, filosofiche, spirituali, poetiche, sono parte della mia vita e del mio percorso di studio, quindi è stato particolarmente stimolante doverle affrontare attraverso una sensibilità affine, ma pur sempre altra, come quella di Maria Letizia.
Quando le luci del teatro si abbassano e resta solo il respiro del pubblico, Anno Omega continua a vivere nel pensiero, come un’eco che vibra tra le pieghe dell’anima. Belocchi ci ricorda che ogni fine è un varco, ogni buio un preludio alla rinascita, e che il teatro — come la vita — è un atto di fede nel mistero.
Tra filosofia e poesia, ironia e spiritualità, Anno Omega diventa una domanda aperta rivolta al tempo presente: siamo davvero alla fine di qualcosa, o soltanto all’inizio di un nuovo principio?









