Ci sono casi che non finiscono mai. Nonostante le sentenze.
Nonostante il tempo. Nonostante il bisogno, quasi fisiologico, di chiudere.
La strage di Erba è uno di questi.
Un caso che continua a respirare sotto la cenere, come un incendio che non si è mai davvero spento. E oggi, a distanza di anni, qualcuno torna a soffiare su quelle braci.
Quel qualcuno è Cuno Tarfusser.
Non un giornalista. Non un opinionista. Ma un magistrato.
Un uomo delle istituzioni che, invece di difendere il sistema, decide di metterlo in discussione.
E quando accade, non è mai un dettaglio.
Nelle scorse ore, Tarfusser ha presentato un esposto. Un atto formale, sì. Ma anche profondamente simbolico.
Perché non riguarda solo la revisione del processo. Riguarda chi quella revisione l’ha negata.
Nel suo documento, l’ex magistrato punta il dito contro i giudici della Corte d’Appello di Brescia e della Cassazione, accusandoli di aver respinto la richiesta senza affrontare davvero le criticità emerse.
Il sottotesto è chiaro. Forse troppo chiaro. E se non si fosse voluto riaprire il caso per non ammettere un errore?
È una domanda scomoda. Perché quando entra nel perimetro della giustizia, non riguarda solo un processo. Riguarda la credibilità di un intero sistema.
Due colpevoli. O due simboli?
Da oltre vent’anni, Rosa Bazzi e Olindo Romano sono i volti della colpevolezza.
Due persone trasformate, nel racconto pubblico, in una verità definitiva. Eppure, proprio su quella verità iniziano a comparire crepe. Le prove che hanno portato alla loro condanna sono tre:
• le confessioni, poi ritrattate
• la testimonianza dell’unico sopravvissuto
• una traccia di sangue sull’auto
Tre pilastri che, a guardarli oggi, sembrano meno solidi di quanto apparissero allora.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella storia della traccia di sangue. Non tanto per ciò che rappresenta. Ma per ciò che manca. Quella traccia sarebbe stata individuata grazie al luminol, una sostanza che reagisce al sangue rendendolo visibile al buio.
Ma proprio qui nasce il paradosso. La fotografia fondamentale, quella scattata al buio, non esiste.
O forse esiste. O forse è stata scattata ma non è venuta. Le versioni si moltiplicano. Si contraddicono. Si annullano. E così, quella che dovrebbe essere una prova scientifica diventa un racconto incerto, quasi surreale. Tarfusser è netto: nessuno, in buona fede, può vedere ciò che viene descritto come evidente.
E allora la domanda si fa inevitabile: come può una prova invisibile diventare decisiva?
Poi c’è lui: Mario Frigerio.
L’unico sopravvissuto. L’uomo che ha guardato in faccia l’orrore. La sua testimonianza è stata centrale. Determinante. Quasi definitiva. Eppure, all’inizio, Frigerio raccontava altro. Descriveva un aggressore diverso. Uno sconosciuto. Un uomo con caratteristiche fisiche lontane da quelle di Olindo Romano. Poi, qualcosa cambia. Dopo un colloquio con un carabiniere, il nome “Olindo” viene ripetuto più volte.
E il ricordo si trasforma. È qui che la vicenda si sposta su un piano ancora più delicato: quello della psicologia della memoria. Perché la memoria non è una registrazione fedele. È una costruzione. E può essere influenzata. Soprattutto quando il cervello è fragile. Frigerio, in quei giorni, non era un testimone qualunque:
• aveva subito un arresto cardiaco
• presentava danni neurologici
• era stato intossicato dal monossido di carbonio
Condizioni che, secondo la letteratura scientifica, possono alterare profondamente la capacità di ricordare. E allora la domanda diventa più profonda. Più inquietante. Quella testimonianza è un ricordo… o una suggestione?
C’è un altro elemento, forse il più destabilizzante. Alcuni audio, ritenuti fondamentali, non sarebbero mai stati ascoltati durante il processo. Non solo. Non sarebbero stati nemmeno trascritti. Né valutati. Eppure, nelle sentenze, si afferma il contrario.
Come se due realtà diverse si fossero sovrapposte:
• quella processuale
• quella documentale
E quando accade, la giustizia smette di essere un terreno solido. Diventa qualcosa di più incerto. Più fragile. Più umano.
Infine, c’è il tema più delicato. Quello che riguarda non le prove, ma le persone.
Tarfusser solleva dubbi anche sulla posizione del procuratore generale Guido Rispoli, sostenendo che avrebbe dovuto astenersi per evitare qualsiasi sospetto di conflitto. Perché la giustizia non è solo una questione di verità. È una questione di fiducia. E la fiducia si fonda su un principio semplice, ma assoluto: chi giudica deve essere imparziale. E deve apparirlo. Se questo viene meno, anche la sentenza più solida rischia di vacillare.
La strage di Erba è stata raccontata come una storia chiusa. Un caso risolto. Un dolore archiviato. Ma forse non è così.
Forse esistono verità che non accettano di essere sepolte.
Che continuano a emergere, a distanza di anni, chiedendo di essere riascoltate. E allora non si tratta più di stabilire chi ha ragione. Si tratta di avere il coraggio di guardare di nuovo.
Di dubitare. Di riaprire. Perché la giustizia non è infallibile. È un percorso. E ogni volta che qualcuno trova il coraggio di dire “forse abbiamo sbagliato”
non sta indebolendo il sistema. Lo sta rendendo più umano.









