SCOMODE VERITÀ Quando il teatro diventa un atto d’accusa

La luce si abbassa lentamente.

Non c’è scenografia a distrarre, non c’è finzione a proteggere. Solo una voce, un corpo, e parole che pesano come macigni.

Alessandro Di Battista entra in scena senza maschere. Non interpreta. Non recita. Espone. Accusa. Scava.

E lo fa partendo da una domanda implicita, quasi sussurrata tra le righe: quante verità siamo disposti a sopportare, prima di voltare lo sguardo?

Non è uno spettacolo, almeno non nel senso classico del termine.

È un viaggio dentro le crepe della narrazione ufficiale.

Afghanistan. Iraq. Libia.

Nomi che abbiamo ascoltato per anni, spesso distrattamente, mentre scorrevano nei telegiornali tra una pubblicità e un talk show. Ma qui, su quel palco, non sono più parole lontane. Diventano immagini, decisioni, conseguenze.

Diventano responsabilità.

Di Battista ricostruisce, collega, mette in fila eventi che – raccontati separatamente – sembrano casuali, ma che, nella sua narrazione, assumono un disegno preciso. Un sistema. Una logica.

Non c’è neutralità.

E non viene nemmeno promessa.

La voce si fa più dura quando entra nel cuore del presente.

Ucraina. Gaza.

Qui il racconto cambia ritmo. Si spezza. Si carica.

Non è più solo analisi. È indignazione.

Le parole diventano fendenti: contro il modo in cui le guerre vengono raccontate, contro le immagini che vediamo e quelle che non vediamo, contro il silenzio selettivo che decide quali morti meritano attenzione e quali no.

E allora la domanda torna, più forte: chi decide cosa dobbiamo sapere?

C’è un momento, durante lo spettacolo, in cui il pubblico non è più solo spettatore. È chiamato in causa.

Perché il bersaglio non è soltanto la politica – accusata di aver smarrito autonomia, dignità, visione – ma anche quella zona grigia in cui tutti, in qualche modo, abitiamo: l’abitudine.

L’abitudine a credere.

L’abitudine a non verificare.

L’abitudine a delegare.

Di Battista insiste su questo punto con una lucidità quasi scomoda: non esiste propaganda senza qualcuno disposto ad accoglierla.

E poi c’è il passaggio più delicato.

Quello sul conflitto israelo-palestinese.

Qui il linguaggio si fa ancora più netto, più rischioso.

Si entra in un territorio dove le parole possono incendiare, dividere, ferire.

Lui non arretra.

Parla di storia, di potere, di trasformazioni.

Parla di Gaza come di una ferita aperta, raccontata – secondo la sua visione – troppo poco e troppo male.

È uno dei momenti in cui la sala si tende. Si percepisce. Non tutti sono d’accordo. Ma tutti ascoltano.

Ed è forse questo il punto più potente dello spettacolo: non cerca consenso, cerca reazione.

Verso la fine, il tono cambia ancora.

Dopo la denuncia, dopo l’accusa, arriva qualcosa di inatteso: una possibilità.

Non una soluzione, non una verità definitiva.

Ma un invito.

A informarsi. A dubitare. A scegliere. A non restare neutrali, perché – suggerisce – la neutralità, in certi contesti, è già una posizione.

“Scomode verità” è un titolo che mantiene la promessa.

Perché quello che resta, uscendo dalla sala, non è tanto ciò che si è ascoltato, ma ciò che si è iniziato a mettere in discussione.

Non è uno spettacolo che consola.

Non è uno spettacolo che unisce.

È uno spettacolo che incrina.

E in un tempo in cui tutto scorre veloce, superficiale, dimenticabile, forse è proprio questo il suo gesto più radicale: costringerci a fermarci.

E a chiederci, con un filo di inquietudine: e se le verità più difficili fossero proprio quelle che non vogliamo vedere?

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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