Una morte silenziosa, un omicidio dimenticato. Oggi, dopo trent’anni, la giustizia prova a risvegliarsi.
Ci sono omicidi che sembrano voler restare sepolti nel tempo.
Vicende che, per anni, galleggiano a metà tra il dolore e l’oblio, come se la verità fosse troppo scomoda per essere davvero cercata.
Uno di questi casi è quello di Antonella Di Veroli, 47 anni, trovata morta nell’armadio della sua casa, nel cuore del quartiere Talenti, a Roma, nel 1994.
Due colpi di pistola. Un sacchetto di plastica sulla testa.
Il pigiama indosso. Il corpo rannicchiato come un bambino impaurito.
Sigillata, nascosta, dimenticata.
Ora, trentuno anni dopo, le indagini ripartono.
Non da zero, ma da quel che era stato ignorato, scambiato, mal gestito.
A volerlo è stata la sorella, Carla Di Veroli, che non ha mai smesso di cercare la verità.
E che oggi, insieme a una nuova generazione di magistrati e investigatori, riapre uno dei cold case più inquietanti della capitale.
10 aprile 1994 – L’ultima notte di Antonella
Antonella era una donna precisa. Metodica. Puntuale.
Non era il tipo da sparire nel nulla.
Quella domenica, però, nessuno riesce più a sentirla.
Non va a lavoro il giorno dopo. Non risponde al telefono.
A casa, le tapparelle sono abbassate. La porta è chiusa.
È la sorella Carla – insieme al marito, a una vicina e a Umberto Nardinocchi, ex compagno e amico – a entrare nell’appartamento.
La trovano nascosta nell’armadio della camera da letto, rannicchiata su una cassettiera, sotto due cuscini insanguinati.
Il volto, colpito da due proiettili.
La testa, infilata in un sacchetto di plastica, sigillato.
La morte – dice l’autopsia – è sopraggiunta per asfissia.
Chi l’ha uccisa ha cercato di attenuare il rumore degli spari sparando attraverso i cuscini.
Una messinscena disturbante. Un omicidio pensato. Eppure… nessuna colluttazione, nessun segno di difesa.
Antonella conosceva il suo assassino. Lo ha fatto entrare. Si fidava.
Due uomini, due storie d’amore. E troppi errori.
Subito gli inquirenti seguono la pista passionale.
Si concentrano su Nardinocchi, con cui Antonella aveva avuto una lunga relazione.
Risulta positivo al test dello stub. Ma riesce a spiegare: frequenta regolarmente un poligono di tiro. Esce presto dall’indagine.
Poi l’attenzione si sposta su un’altra figura: Vittorio Biffani, un fotografo con cui Antonella aveva avuto una relazione tormentata.
Un amore interrotto, denaro prestato (circa 42 milioni di lire) e mai restituito.
Qualche giorno prima della sua morte, Antonella si era rivolta a una cartomante, cercando risposte sul ritorno dell’uomo.
Biffani viene indagato, portato a processo.
Anche lui risulta positivo allo stub… ma poi si scopre che il test era stato scambiato: il campione non era neppure il suo.
La prova principale dell’accusa si sgretola.
Viene assolto.
E con lui, svanisce ogni appiglio per la verità.
Ma c’era qualcosa che non quadrava già allora:
un’impronta sull’anta dell’armadio, mai attribuita.
E un’altra, sul fodero di uno Swatch, rinvenuto sul letto.
Segni lasciati da una terza persona, mai identificata.
Oggi si riparte da lì. Dall’impronta che non mente.
Trentuno anni dopo, la tecnologia è cambiata.
Oggi gli inquirenti hanno mezzi diversi.
E proprio quelle impronte dimenticate tornano ora centrali.
La procura ha riaperto l’indagine, affidandola alla PM Valentina Bifulchio e al nucleo investigativo dei Carabinieri.
Due le priorità:
- Attribuire le improntecon i nuovi database biometrici.
- Ricostruire la rete di contattie relazioni di Antonella nelle settimane precedenti alla morte.
Si torna anche a riascoltare i testimoni.
Quel 10 aprile 1994, un uomo era stato visto nel palazzo, baffi, circa 50 anni, fumava e diceva di aspettare una signora.
Mai identificato. Mai cercato davvero.
Un armadio, una donna, un enigma: chi ha ucciso Antonella?
Antonella Di Veroli era una donna comune. Una commercialista, una sorella, un’amica.
Aveva amato, aveva sofferto.
Era stata presa in giro, delusa, raggirata.
Ma nessuno meritava quella fine.
Quella posizione fetale, in pigiama, tra i cuscini insanguinati, è una scena di dolore assoluto.
Di fiducia tradita.
Di intimità violata.
Eppure, per anni, il caso è rimasto in un cassetto.
Perché mancava una pistola.
Perché le prove si erano confuse.
Perché, forse, non si voleva scavare troppo a fondo.
Trentuno anni dopo: cosa ci dice questo caso?
Che l’amore malato può uccidere. E non lascia sempre segni di lotta.
Che le omissioni investigative possono seppellire la verità più di qualunque arma.
Che la memoria dei familiari – come quella di Carla – può diventare la voce che riapre le porte chiuse.
Che la giustizia non ha prescrizione morale, anche quando la legge dimentica.
Perché la verità può essere nascosta in un armadio.
Ma prima o poi, qualcuno tornerà ad aprirlo.
E il silenzio, allora, non basterà più.









