Quando pensiamo a un serial killer, la nostra mente visualizza quasi sempre lo stesso tipo: uomo, solitario, spietato, freddo. Ma c’è una verità meno nota, più scomoda, quasi invisibile: anche le donne uccidono. E lo fanno in modi che spesso sfuggono agli stereotipi.
Le serial killer esistono, ma il loro volto è diverso da quello che la cultura pop ci ha insegnato a temere. È più sottile, più calcolatore, meno spettacolare… ma non per questo meno inquietante.
L’assassina silenziosa: invisibile, ma letale
Le donne serial killer spesso non si fanno notare. Non lasciano scene del crimine teatrali, non agiscono per impulso violento, non cercano gloria. Colpiscono nell’ombra, con metodi meno evidenti: veleni, overdose, soffocamenti, manipolazioni emotive.
Molte di loro sono insospettabili: madri, infermiere, assistenti, anziane tranquille. E proprio questa apparenza di normalità le rende più difficili da individuare. La loro arma è spesso la fiducia che ispirano.
Motivazioni diverse, schemi diversi
Rispetto agli uomini, le donne serial killer hanno spesso motivazioni differenti.
Non agiscono per pulsioni sessuali o per sfide al potere, ma per:
• Interesse economico (eredità, assicurazioni, denaro).
• Controllo affettivo (vendetta, gelosia, relazioni disturbate).
• Bisogno di attenzione o compassione (sindrome di Münchhausen per procura).
• Appagamento psicologico mascherato da altruismo.
Sono delitti freddi, razionali, spesso ripetuti nel tempo senza destare sospetti. Perché quando a uccidere è una donna, la società tende a cercare altre spiegazioni, a negare la possibilità che il femminile possa essere letale.
Gli stereotipi che ci accecano
Per secoli, la figura della donna è stata associata alla cura, alla protezione, all’empatia. Anche nel crimine, questo immaginario ha influenzato il modo in cui si indagano gli omicidi. Le donne killer passano inosservate più a lungo, proprio perché il sistema stesso fatica a riconoscerle come tali.
Quando vengono scoperte, i media spesso le trasformano in “vedove nere”, “angeli della morte”, “madri assassine” — etichette che cercano di ridurre la complessità del fenomeno a immagini suggestive, ma fuorvianti.
Il profilo psicologico: freddezza mascherata da normalità
Dal punto di vista psicologico, molte donne killer mostrano capacità manipolative, scarso rimorso, narcisismo latente, ma difficilmente rientrano nei profili psicopatici classici. Sono spesso funzionali nella società, socialmente integrate, talvolta amate e rispettate.
Il loro crimine non nasce da un’esplosione. Nasce da una lunga incubazione, da un processo interno raffinato, paziente, quasi chirurgico.
Conclusione: la mente criminale non ha genere
Parlare di donne serial killer non significa demonizzare il femminile. Significa liberarsi dagli stereotipi, accettare che il crimine ha mille volti — e alcuni di essi sono truccati di normalità.
Perché anche dietro un sorriso gentile, può nascondersi una mente capace di uccidere più volte, senza mai lasciare un urlo.









