DISTOPIK, quando il futuro bussa alla porta

Due spettacoli, un’unica inquietudine: l’essere umano davanti al collasso

C’è un momento, in DISTOPIK, in cui il pubblico smette di guardare la scena come qualcosa di lontano. Succede quando l’ironia si incrina, quando il controllo diventa oppressione, quando la memoria smette di essere conforto e si trasforma in rischio. È lì che lo spettacolo rivela la sua natura più profonda: non raccontare un futuro possibile, ma smascherare un presente fragile.

Abbiamo incontrato l’attrice e co-autrice per parlare di paure ambientali e sociali, di solitudine urbana e sistemi che promettono sicurezza, di memoria, adattamento e responsabilità. Ma soprattutto di quella paura più difficile da nominare: quella profondamente umana, che nasce quando ci rendiamo conto di non essere pronti al mondo che stiamo costruendo.

Perché DISTOPIK non offre soluzioni. Offre domande. E chiede il coraggio di restare ad ascoltarle.

DISTOPIK nasce come “grido d’allarme”. Dal tuo punto di vista di attrice e co-autrice, qual è la paura più urgente che attraversa questi due spettacoli: quella ambientale, quella sociale o quella profondamente umana?

I tre filoni si intrecciano e si concatenano in maniera indissolubile. L’umanità non può essere decontestualizzata dal nostro essere animali sociali e la nostra socialità è immersa nell’ambiente in cui viviamo, in un condizionamento reciproco. Affrontare profondi mutamenti nei tre ambiti contemporaneamente è molto difficile e col nostro lavoro vorrei mettere a nudo la nostra impotenza e la nostra impreparazione ad affrontare il problema.

In 133 metri sul livello del mare, scritto insieme a Giovanni Caloro, interpreti una donna sola che parla al futuro come se fosse una bottiglia affidata alle acque. Quanto c’è di ironico e quanto di disperato in questa voce che sopravvive alla fine?

Abbiamo scelto l’ironia come filtro per la disperazione per chiedere al pubblico uno sforzo di interpretazione: un invito a scardinare l’ironia e l’impulso al riso per leggere nel profondo delle parole della protagonista e rivelarne la tragicità.

La tua protagonista è una “naufraga urbana”, rifugiata in un punto simbolico della città. Che rapporto ha questo personaggio con la memoria? È un’ancora di salvezza o una zavorra?

La memoria è l’ancora che tiene legato il personaggio alla propria umanità, l’ultimo scampolo di socialità che va via via perdendo nella propria solitudine e nel tentativo della propria conservazione fisica. In un mondo in cui l’essere umani diventa un pericolo per la sopravvivenza la memoria, che porta nostalgia e dolore, è un peso da chiudere a chiave. Ma è proprio questo a condurre il personaggio a una sorta di follia in cui paradossalmente cerca ancora di essere sociale parlando con se stessa e con un immaginario interlocutore.

Nella stessa serata torni in scena in Controllo 26, diretto da Michele Demaria, ma in un contesto completamente diverso: un ufficio asettico, regolato, apparentemente perfetto. Com’è stato passare, nello stesso tempo teatrale, dal caos del disastro alla rigidità del controllo?

L’ambientazione è diversa ma i presupposti gli stessi. In entrambi i testi i personaggi tentano disperatamente di mettere ordine in un mondo che è già nel caos. Ne sono parzialmente consapevoli ma si sono adattati per quell’istinto di sopravvivenza ancestrale che viene in aiuto all’essere umano di fronte ai disastri. Proprio questo spirito di adattamento è una delle forze che riconosco nell’uomo, ma credo vada sempre contestualizzato. Fino a che punto è giusto abbandonarci a questo istinto?

I due personaggi che interpreti sembrano specchiarsi: una sopravvive al collasso, l’altra lo amministra. Ti sei accorta, lavorandoci, di un filo invisibile che le unisce?

I due personaggi hanno molto di più in comune del solo nome. Entrambe hanno uno spirito di adattabilità spiccato, non mancano le critiche al sistema o alle condizioni in cui versano ma cercano di rendere le loro piccole abitudini inscalfibili. Entrambe vivono la nostalgia di un tempo mitico e passato, di amore e cure che hanno un vago sapore di infantilismo.

Controllo 26 pone una domanda inquietante: fino a che punto la sicurezza può trasformarsi in prigione? Come attrice, dove senti che si spezza l’equilibrio tra protezione e perdita di libertà?

Viviamo in tempi difficili, nei quali spesso le funzioni delle parti sociali vengono confuse con ciò che invece funzione non è, quando, per esempio, protezione e minaccia si sovrappongono. L’accettazione di simili situazioni automaticamente ci impone la scelta del pericolo: il singolo non è al sicuro se la collettività e i diritti sociali non sono al sicuro.

Entrambi gli spettacoli parlano di sistemi che falliscono: la città sommersa, il sistema impeccabile che non tollera l’errore umano. Secondo te, oggi il teatro ha ancora la forza di disturbare davvero chi guarda?

Come attori e registi, credo sia importante chiedersi come il teatro stia maturando in questa epoca storica; è una forma d’arte che sopravvive attraverso i millenni, mutando e plasmandosi. Oggi il teatro ha bisogno di cambiare, ma, soprattutto, di capire come. Ci sono molte e diverse proposte, un pubblico frastagliato, ma come lavoratrice del settore ho la necessità di conservare la speranza che possa trovare una sua precisa strada.

Dopo DISTOPIK, cosa ti porti addosso uscendo di scena: più rabbia, più consapevolezza o più domande sul futuro che stiamo costruendo?

Al termine degli spettacoli porto con me la sensazione di aver agito, ma anche la consapevolezza di dover fare di più, non solo nel teatro, ma anche immersa nella società in cui vivo.

Uscendo da DISTOPIK non resta una risposta chiara, né la rassicurazione di aver compreso tutto. Resta piuttosto una sensazione fisica, quasi scomoda: quella di essere stati chiamati in causa. Le parole dell’attrice, come i personaggi che attraversa, non cercano assoluzioni né scorciatoie emotive. Parlano di adattamento, sì, ma anche del prezzo che siamo disposti a pagare per sopravvivere; di sistemi che promettono ordine e finiscono per chiedere obbedienza; di memoria come ultimo gesto di resistenza quando l’essere umani diventa un rischio.

DISTOPIK non grida, non moralizza, non spiega. Disturba. E lo fa con l’arma più antica e necessaria del teatro: la presenza viva, fragile, irripetibile. In un tempo in cui tutto sembra già scritto, controllato o sommerso, questa doppia messa in scena ci ricorda che il futuro non è solo qualcosa che accade, ma qualcosa che scegliamo — anche restando immobili.

E forse è proprio questo il lascito più forte: la consapevolezza che non possiamo più limitarci a osservare il collasso o ad amministrarlo. Che, come spettatori e come cittadini, siamo già dentro la scena. E che ignorarlo, oggi, è la forma più pericolosa di silenzio.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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